Perché tagliare la spesa pubblica

Quanto sto per dire non è né di destra né di sinistra: parlerò infatti del futuro del Paese, di ciò che serve per prevenire la crisi delle finanze pubbliche, riuscire finalmente a rispettare i parametri di Maastricht, permettere alle nuove generazioni di pagarsi pensioni dignitose e recuperare competitività e dunque margini di crescita economica.

L’enormità degli obiettivi proposti fa capire che non ho intenzione di prescrivere l’aspirina, né tanto meno di dimettere il malato consigliandogli di coprirsi meglio, riposarsi di più e mangiare leggero. Si tratta di quattro obiettivi fondamentali, che possono essere raggiunti tagliando la spesa pubblica con un intervento che non può per necessità essere leggero.

Il liberalismo viene considerato antisociale da moltissime persone che vogliono difendere lo status quo a tutti i costi, o vogliono mettere ulteriormente in pericolo l’economia e le finanze pubbliche con riforme “sociali” antieconomiche e irresponsabili. In realtà, una politica di stabilità finanziaria, riduzione della spesa e stimolazione della crescita economica è eminentemente sociale: decine di milioni di persone potrebbero beneficiarne, infatti, e l’Italia potrebbe uscire dalla strada senza uscita in cui è entrata diversi decenni fa, e dal declino economico evidente ormai da venti anni.

Le proposte

Solo per pareggiare il bilancio pubblico, servono 70 miliardi di euro. Questo è infatti l’ammontare del deficit pubblico per quest’anno, il 5% del PIL. Pareggiare il bilancio significa però soltanto stabilizzare il debito pubblico, e, dato il basso tasso di crescita del paese, ciò significa riuscire ad entrare nei parametri di Maastricht nella seconda metà di questo secolo, più o meno. Supponiamo dunque di aggiungere a questa cifra ulteriori 30 miliardi, in modo che il debito pubblico venga dimezzato in un tempo ragionevole. In tutto fanno 100 miliardi.

Gli italiani che lavorano pagano poi una cospicua parte del loro stipendio, circa un terzo, per pagare le pensioni di chi non lavora più. Questo non solo fa aumentare il costo del lavoro, ma riduce le risorse disponibili per far ripartire gli investimenti e dunque l’economia, inoltre impedisce ai giovani di risparmiare per pagarsi una pensione loro. Se lo Stato generasse un avanzo di bilancio per finanziare le pensioni pregresse, che oggi sono pagate dai risparmi di chi lavora, si potrebbero tagliare i contributi previdenziali dei lavoratori. I contributi così risparmiati potrebbero aumentare i risparmi personali destinati a finanziare le pensioni private, aumentare i salari, oppure aumentare la competitività dell’economia. Sarebbe opportuno destinare a questo obiettivo almeno 20 miliardi di euro l’anno, cioè circa il 10% dei contributi previdenziali che ogni anno vanno allo Stato per pagare le pensioni correnti.

Sarebbe infine opportuno tagliare la pressione fiscale non solo sui lavoratori ma anche sulle imprese, trovando almeno 20 miliardi da destinare al taglio dell’IRES e dell’IRAP, cioè circa un terzo del gettito complessivo di queste due imposte, ognuna delle quali rende allo Stato circa 30 miliardi l’anno.

Alcuni approfondimenti

Perché fare tutto ciò? La riduzione del fabbisogno dello Stato, del debito pubblico, delle tasse sul lavoro e sull’impresa, e l’aumento delle risorse disponibili per investimenti avranno un effetto positivo sul tasso di crescita e sul costo del debito pubblico (lo spread), rafforzando la situazione finanziaria dello Stato, dei lavoratori e delle imprese, e la competitività dell’economia. La riduzione dei contributi previdenziali obbligatori e l’accumulo di risorse nella previdenza integrativa potrebbe anche ridurre il lavoro nero e l’evasione contributiva, visto che chi evade si vedrebbe ridotta la pensione, perdendo anche gli interessi sui suoi contributi. E che avere tasse minori riduca l’evasione è abbastanza scontato.

Questi conti sono fatti a spanne, e probabilmente sono eccessivamente pessimistici: si pensi che 100 punti di spread in meno sul debito pubblico, cosa più che a portata di mano se si mettono a posto i conti pubblici, permetterebbero di risparmiare 20 miliardi l’anno, a regime, in interessi. Tagliare di un terzo le tasse sulle imprese porterà certamente ad un aumento dei profitti e quindi in parte ad un recupero di gettito, magari di qualche miliardo. E se il tasso di crescita aumentasse anche solo dell’1%, non solo il debito scenderebbe più rapidamente, ma si avrebbero diversi miliardi in più di entrate ogni anno anche dalle altre tasse. E poi, ovviamente, si avrebbe una riduzione dell’evasione.

A sommare le cifre citate sui tagli alla spesa pubblica, si ottengono 140 miliardi: 100 per rimettere a posto i conti pubblici, 20 per liberare in parte i giovani dalla corvéè di pagare le pensioni, e 20 per tagliare le imposte sulle imprese. In base a quanto detto prima, probabilmente serve qualcosa in meno per ottenere lo stesso risultato, se si considerano gli effetti derivati di queste politiche.

Conclusioni

Io propongo in pratica di ridurre la spesa pubblica, e ridurne il peso rispetto al PIL del 10%, partendo dal 50% attuale per scendere almeno al 40%, in modo da consentire alle giovani generazioni di finanziare pensioni dignitose senza toglierle alle precedenti, ridurre il debito pubblico e dunque i rischi finanziari del Paese, tagliare le tasse sulle imprese e sul lavoro, e aumentare la quantità di risorse investibili sia riducendo il fabbisogno statale (crowding out) che aumentando i risparmi per la previdenza complementare.

Come e dove tagliare dovrebbe essere oggetto di dibattito pubblico. Si potrebbe facilmente evitare di tagliare la spesa utile, visto che probabilmente di sprechi ce ne sono a bizzeffe. E certamente è possibile evitare di pesare sugli italiani più poveri, visto che solo una parte piuttosto piccola della spesa pubblica va effettivamente in politiche sociali. Sarebbe opportuno evitare di licenziare perché “antipatico”, salvo casi evidenti di corruzione o assenteismo, se si evita di assumere nuove persone riducendo il turnover (tranne dove serve). E se c’è un eccesso di dipendenti pubblici, non c’è motivo di aumentare i salari, soprattutto quando nel settore privato ristagnano. Un mio amico mi ha anche consigliato di prepensionare i lavoratori pubblici in eccesso: tanto costano uguale sul contribuente sia se lavorano che se non lavorano, e almeno in pensione si risparmiano le spese per metterli in condizione di lavorare. I dettagli di ciò dovrebbero essere oggetto di dibattito pubblico.

La posta in gioco è enorme e l’intero Paese avrebbe moltissimo da guadagnare con una politica del genere. Un piano del genere deve essere spiegato a tutti i cittadini, e deve essere condiviso sia dalla destra che dalla sinistra: altrimenti l’una, se per caso volesse implementarlo, verrebbe le proprie riforme distrutte dall’altra al successivo ciclo elettorale, e per l’Italia continuerebbe l’ormai pluridecennale declino.

Il ragionamento precedente mostra che tutti i giovani, tutti i lavoratori e tutte le imprese hanno in realtà un fortissimo interesse nel tagliare cospicuamente la spesa pubblica, perché ne va dei loro salari, del loro lavoro, della loro pensione. Ma non lo sanno: i liberali dovrebbero spiegare loro che continuare ad accumulare debito è suicida, e che l’unica via d’uscita dal declino è una forte riduzione della fame di risorse dello Stato.

Sicuramente quanto propongo non è sufficiente a risolvere tutti i problemi del Paese, e mi aspetto idee e proposte altrettanto coraggiose riguardo la competitività dell’economia, l’efficienza della giustizia, lo stato di diritto, la lotta alla criminalità organizzata e la trasparenza della Pubblica Amministrazione. L’Italia non ha un solo problema grave: ha un intero bestiario medievale di problemi esiziali.

Non è la prima volta però che per evitare una crisi si prendono decisioni coraggiose: è stato già fatto negli anni ’90, anche se non è bastato. Se si avrà sufficiente coraggio, stavolta potrebbe essere l’ultima, per tornare una volta per tutte in carreggiata. Procrastinare il necessario, la specialità della nostra classe politica, ha sempre reso i problemi peggiori.

9 gennaio 2011 Libertà, Mercato del lavoro, debito pubblico, finanza, fisco, liberismo, macroeconomia, previdenza, spesa pubblica

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  1. stefano
    14 gennaio 2011 a 11:56 | #1

    @Davide
    Quoto al 100%.
    Secondo me infatti è piuttosto evidente che la menano sull’evasione fiscale, mettendo i cittadini l’uno contro l’altro.
    Insomma lo stile è sempre lo stesso: divide et impera.

    p.s.: ho letto da qualche parte che il circuito bancario ha una mole piuttosto elevata di “nero”, parlano addirittura di 700 mld all’anno (anche se mi sembra una cifra esagerata). Magari non sono 700 miliardi all’anno, ma sono convinto che nessuno meglio delle banche può far sparire i soldi, per cui, se proprio vogliamo, perché non iniziare da lì? E perché i giornali non ne parlano?
    Molto più facile dare del ladro all’artigiano, eh?

  2. anton
    14 gennaio 2011 a 16:31 | #2

    Dott. Monsurro’ sembra proprio che lei abbia letto il mio “Se Gesu’ fosse Tremonti…” che da mesi propongo all’attenzione dei partecipanti a CB sul blog:
    http://www.segesufossetremonti.blogspot.com
    o che le sue idee siano molto simili a quelle che da tempo cerco di proporre.
    Quindi non mi resta che dire che condivido la sua analisi e invitarla gentilmente ad esprimere il suo stimato commento al pamphlet sopra citato.
    Rimango in fiduciosa attesa.
    Anton

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