Riceviamo da Leonardo Baggiani (IHC) e volentieri pubblichiamo
Gli editoriali di Krugman sono spesso più che irritanti, per lo meno dall’ottica liberalista; non potrebbe essere diverso visto che il suo faro è Keynes. Al Nobel Krugman (Nobel per aver studiato profondamente i tassi di cambio senza aver detto niente di utile ma averlo detto bene, secondo me) è stato poi ribattuto in modo efficace anche su Chicago Blog (si veda ad esempio questo pezzo, ma anche questo, di Monsurrò), peccato non aver assistito alle relative contro-repliche. In uno degli ultimi interventi, tradotto il 7 agosto sul Sole24ore (“Keynes fa bene a chi sa osare per tempoâ€), Krugman è riuscito a dire una cosa in qualche modo giusta ma sporcandola con una delle sue ricostruzioni “forzateâ€della storia economica: che il keynesianismo non comprenderebbe deficit pubblici perpetui, e che l’Asia è fiorita sulla spesa pubblica. Prosegui la lettura…
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Il comunicato FOMC della FEd di ieri comprensibilmente orienta verso il basso i mercati mondiali, poiché realisticamente prende atto del rapido deterioramento della ripresa americana – meditino i deficisti keynesiani! Di qui le decisioni della FED: conferma della valutazione che i bassi tassi resteranno intoccabili a lungo, conferma – estendendola invece di farla diminuire – della politica eterodossa di quantitative easing, cioè di acquisti di bonds federali e di commercial papers, per sostenere il debito sovrano monetizzandolo e per sostenere la Borsa, da parte della banca centrale che si trova così esposta a rischi di ulteriore deterioramento del suo balance sheet ipertroficamente esteso a livelli record. La domanda è: c’è un’alternativa a questa politica monetaria? se la plolitica continua nel suo deficit tednenmzialmente mostruoso, convinta che sia “la” risposta alla crisi quando l’aggrava, la banca centrale deve tener bordone, oppure può e anzi deve mandare al mercato e alla politica segnali in controtendenza? Sapete qual è la nostra risposta standard: può e anzi deve. Anzi, la crisi triennale è figlia proprio innanzitutto della politica monetaria lasca seguita dalla FED con Greenspan. Mentre noi crediamo che banche centrali indipendenti, seguendo la Taylor rule, abbiano il dovere di tenere i tassi mediamente più su di quanto piace alla politica. Tra il 2002 e il 2005, la distanza dai tassi bassi di Grrenspan e quanto avrebbe prescritto John Taylor giunse a superare i 400 punti base!  Ma anche limitarsi a chiedere l’applicazione della formula di Taylor è sbagliato. Perché i modelli devono inglobare la realtà che si modifica. E a questo poposito su questo tema è appena uscito un paper molto interessante di Francesco Giavazzi e Alberto Giovannini. Leggerlo attentamente farebbe molto bene, alla FED come alla BCE. Prosegui la lettura…
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Negli Stati Uniti è partito il grande dibattito (vedi l‘impostazione che ne dà Morgan Stanley) intorno a se confermare i tagli alle tasse introdotti da Bush e che il Congresso approvò solo “a tempoâ€, con scadenza al dicembre 2010. E il dibattito si innesta su richieste sempre più corpose di una nuova manovra di finanza pubblica con massiccio debito aggiuntivo, per sostenere l’economia. Non è un confronto che riguarda solo gli USA, ma l’exit strategy mondiale dalla crisi. La scelta americana su fisco e spesa pubblica avrà effetti complessivi. Perché a sua volta si innesta su una ripresa mondiale che nel secondo trimestre 2010 ha cambiato passo rispetto al primo, rivelatosi insostenibile. Tanto è vero che l’indice PMI degli ordini esteri globali è in frenata nella seconda metà 2010 rispetto alla prima, a luglio la previsione era su 54,4 (oltre quota 50 significa espansione) rispetto al 58,1 del primo semestre. E’ l’effetto combinato dell’atterraggio morbido della Cina, e dell’esaurimento progressivo dell’effetto aiuti pubblici negli USA. Il primo fattore merita un voto positivo. Il secondo, no. Prosegui la lettura…
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Ma quanto conta davvero, il fattore cambio tra le valute delle tre macroaree mondiali, ai fini dell’exit strategy? Se diamo un’occhiata alle tante proposte del post Lehman, c’è da perdere la testa. Mi faccio aiutare da una guida, elaborata in proposito da Kati Suominen del German Marshall Fund a Washington. La conclusione? Il dollaro ha un solo nemico al momento, checché dicano in tanti. Un nemico interno, però. Prosegui la lettura…
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Post a integrazione degli ultimi due di Pietro Monsurrò – veramente ottimi, a mio avviso, consentono anche a chi non sia tecnicamente esperto di farsi un’idea non solo del nostro punto di vista, ma della pluralità di orientamenti nella letteratura economica su cause e risposte alla grande crisi del ‘29, rispetto alla crisi attuale (e cioè per come lavediamo noi al riallineamento dei grandi debiti indotti da prezzi sopravvalutati di asset effetto della politica monetaeria lasca seguita dagli USA con Greenspan). E’ verissimo, che chi non mpara le lezioni della storia è talvolta o spesso condannato a ripeterne errori. Ma è anche vero che confondere storie diverse – quella del ‘29 e quella attuale – credendo si debba oggi applicare le ricette di allora significa candidarsi a errori ancora peggiori. Prosegui la lettura…
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Al G8 concluso da qualche ora, e al G20 in corso fino a domani in Canada, le tre macroaree mondiali sono arrivate divise. Il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato venerdì un ultimo appello affinché le divisioni fossero superate, lanciando l’allarme emotivo su ben 30 milioni di posti di lavoro che sarebbero a rischio. Ma le divisioni non dipendono da scarsa buona volontà . Stati Uniti, Europa e Cina alla testa dei Paesi emergenti, a 22 mesi di distanza dal fallimento di Lehman Brothers e a 9 mesi dai primi segni di ripresa, hanno oggettivamente tra loro interessi diversi. Come del resto si comprende ricordando che i Paesi emergenti sono il vero motore della crescita mondiale – quest’anno sarà superiore al 4% – poiché crescono del 7% nel 2010 (la Cina intorno al 10%, e nel 2009 è diventata la potenza leader con il 22% del prodotto industriale mondiale rispetto agli Usa che dal 25% del 2001 sono calati di 10 punti). Senza scendere nel dettaglio, e al prezzo di inevitabili approssimazioni, cerchiamo di capire i punti di maggiore divergenza, per leggeremeglio il comunicato del G20 che sarà diramat doomani pomeriggio. Prosegui la lettura…
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Russ Roberts and John Papola hanno prodotto un pezzo hip hop molto interessante, in cui Keynes e Hayek parlano di crisi economica. Il video si trova qui. Qui il sito col testo (che comunque si capisce molto bene).
Il principale problema delle idee in politica è che quelle sufficientemente semplici da essere comprese da tutti e sufficientemente interventiste da favorire la classe politica hanno successo, mentre l’aver ragione o meno è irrilevante.
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Pietro Monsurrò Senza categoria crisi economica, crisi finanziaria, hayek, Keynes, scuola austriaca
Ci rimuginavo sopra da qualche mese, in particolare dalla lettura dell’ultimo libro di Richard Posner, che attribuisce la crisi alla dimostrata infondatezza dell’EMH, l’Ipotesi sui Mercati Efficienti di Eugene Fama, e viene perciò potentemente usato dalla pubblicistica liberal per decretare la fine della scuola di Chicago. Alberto Mingardi ha scritto un articolo magistrale sul domenicale del Sole di oggi, rispondendo pan per focaccia. Ma al di là della battaglia delle idee versus i neokeynesiani apparentemente trionfanti del ritorno in grande stile della politica e dello Stato – vedi anche intervista di Giulio Tremonti sempre al Sole di oggi – quel che non mi soddisfaceva era l’assenza sin qui di una riflessione approfondita e al contempo “interna” alla nostra scuola, intorno alla sfida lanciata nella crisi dalla altre scuole di pensiero economico. Per la prima volta qualche giorno fa mi è invece sembrato di trovarla. L’autore l’avevo già segnalato all’inizio dell’anno, per un altro scritto su un altro tema. È Bob Ahdieh, professore alla Emory University School of Law. Il saggio è programmatico sin dal titolo: Beyond Individualism in Law and Economics. Ma il suo pregio è di accontentare i nostri avversari solo nel titolo. Sarei felice che parecchi dei lettori del nostro blog lo leggessero, e scrivessero che cosa ne pensano. Prosegui la lettura…
Oscar Giannino finanza, liberismo, macroeconomia, mercato hayek, individualismo metodologico, Keynes, teoria neoclassica
Il blog di Boettke e di altri ‘austriaci’ della George Mason University ha cambiato nome: da Austrian Economists è diventato Coordination Problem. Mentre il titolo originale era facilmente riconducibile ad un corpus di dottrine con una ben precisa identità , il nuovo titolo, ispirato al libro di Gerald O’Driscoll “Economics as a coordination problem: the contributions of Friedrich A. Hayek”, non è altrettanto semplice da leggere.
Non mi intendo di marketing e non mi interesso di dibattiti nominalistici, però passare da un’etichetta riconoscibile ad una incomprensibile ai più è una mossa apparentemente strana e su cui quindi occorre riflettere.
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Pietro Monsurrò Senza categoria Keynes, positivismo, scuola austriaca
Se un ingegnere difendesse una teoria che fa crollare i ponti e fa ammazzare un sacco di persone, potrebbe non essere penalmente responsabile, ma perlomeno dovrebbe essere considerato tale intellettualmente. Se poi quell’ingegnere continuasse a dispensare consigli su come costruire ponti, e magari a provare a progettarne qualcuno, si dovrebbe pensare a fare qualcosa per fermarlo, come cacciarlo dall’Albo, perseguendolo in tribunale per i suoi progetti sistematicamente erronei, fargli pagare i risarcimenti per le vittime della sua incapacità . Qualsiasi cosa, purché lui e i suoi seguaci non progettino più ponti.
In economia no. In economia al progettista folle si dà il Premio Nobel proprio mentre il ponte sta crollando. Sto ovviamente parlando di Paul Krugman, che se non è il più self-righteous dei supposti salvatori della patria tramite debiti e inflazione (la palma spetta a Brad DeLong), non è in genere carente di arroganza, e ciò spero scusi il divertito tono di questo articoletto. Prosegui la lettura…
Pietro Monsurrò Senza categoria Ben Bernanke, bolla immobiliare, Crisi, Greenspan, Keynes, Krugman