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	<title>CHICAGO BLOG</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Hazlitt. Capitolo 22 &#8211; Il miraggio dell&#8217;inflazione</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 06:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La moneta e la politica monetaria sono legate in modo indissolubile al processo economico.
In questo capitolo Hazlitt pone la questione delle ragioni dell&#8217;ampio consenso accordato nel corso della storia alle politiche inflazionistiche e alle loro conseguenze, e lo fa sottolineando come la confusione tra denaro e ricchezza sia un classico errore, il quale si trova [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La moneta e la politica monetaria sono legate in modo indissolubile al processo economico.<br />
In questo capitolo Hazlitt pone la questione delle ragioni dell&#8217;ampio consenso accordato nel corso della storia alle politiche inflazionistiche e alle loro conseguenze, e lo fa sottolineando come la confusione tra denaro e ricchezza sia un classico errore, il quale si trova anche nella <em>Ricchezza delle Nazioni</em> di Adam Smith ed è alla base delle politiche inflazionistiche.<br />
In realtà, la vera ricchezza cresce con il benessere prodotto dalla capacità di produrre e consumare, mentre le illusioni che generano inflazione distolgono dall&#8217;analisi dai principi basilari del processo economico. <span id="more-11469"></span><br />
Alle mercé di interessi particolari, molti autori intendono l&#8217;inflazione come uno strumento per correggere quella misteriosa “debolezza del sistema” secondo la quale l&#8217;industria non sarebbe sistematicamente in grado di distribuire in modo efficiente il denaro, così che i produttori possano riacquistare da consumatori i loro prodotti. Questi sostenitori del “credito sociale” propongono soluzioni che dicono “scientifiche” e in grado di apportare gli aggiustamenti necessari ad aumentare la capacità d&#8217;acquisto di alcuni gruppi, ponendo rimedio alla presunta “deficienza” del mercato.<br />
In verità, il sistema non viene riparato ma danneggiato, e i danni da cui sono esclusi inizialmente alcuni gruppi alla fine peggiorano anche la loro condizione, dato che vengono stravolti i normali rapporti di un’economia stabile.<br />
Gli inflazionisti mirano a far uscire il Paese dalla depressione, ma ne trascurano le vere cause, che risiedono sempre nel rapporto disarmonico tra salari, prezzi e costi di produzione. Superata una certa soglia critica, tale disarmonia soffoca la produzione. Hazlitt spiega come l&#8217;inflazione non faccia altro che distorcere ulteriormente simili rapporti, accelerando il calo della produttività, quindi l’occupazione e la ricchezza, nonostante ci si proponga di “rimettere in moto il dinamismo dell&#8217;industria” e determinare la piena occupazione. Eppure ogni generazione e ogni Paese inseguono la stessa chimera, mentre il favore popolare legittima le politiche inflazioniste.<br />
Hazlitt sottolinea anche come l&#8217;inflazione sia una forma di tassazione occulta e imprevedibile, che alza un velo su tutto il processo economico, travolgendo i normali rapporti che dovrebbero regolare un&#8217;economia sana.</p>
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		<title>Uno Stato meno ladro: paghi i suoi debiti come pretende le nostre tasse</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 19:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
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		<description><![CDATA[Tra le tante condizioni ostili alla crescita del nostro Paese, campeggia un’asimmetria ruggente in Italia, tra ciò che lo Stato chiede alle imprese e ai contribuenti, e ciò che invece lo Stato riserva a sé. Ogni singolo secondo nell’adempimento dei doveri fiscali dovuti allo Stato si traduce in aggi, interessi e sanzioni. La pubblica amministrazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le tante condizioni ostili alla crescita del nostro Paese, campeggia un’asimmetria ruggente in Italia, tra ciò che lo Stato chiede alle imprese e ai contribuenti, e ciò che invece lo Stato riserva a sé. Ogni singolo secondo nell’adempimento dei doveri fiscali dovuti allo Stato si traduce in aggi, interessi e sanzioni. La pubblica amministrazione invece non ti paga a discrezione, per mesi e per anni. E tu non puoi farci niente. La dimensione dei ritardati pagamenti non ha una sola stima attendibile, perché la PA si guarda bene dal dare numeri sui propri debiti commerciali. Ma si pensa non sia ormai inferiore ai 70 miliardi di euro. Cinque punti di Pil. Poiché si tratta di una cifra che non solo ammazza imprese a centinaia, ma ha anche un impatto diretto sul totale del debito pubblico, è ovvio che la risposta al problema impone una strategia duplice. Da una parte, si tratta di risolvere l’oscena asimmetria nei rapporti tra creditori e debitori, se uno dei due è pubblico. Dall’altra, di cambiare strada nella gestione del debito pubblico in quanto tale, il peggior nemico della solvibilità e della crescita per l’intero sistema-Italia. Si può fare? Certo che sì.<span id="more-11530"></span></p>
<p>Cominciamo dal primo capitolo. Tra le tante misure previste nel decreto liberalizzazioni enfaticamente denominato cresci-Italia, è stato compiuto anche un primo passo per l’accelerazione del pagamento dei debiti pubblici a privati.  E’ un passo parzialissimo e insoddisfacente, ma almeno è la rottura dell’omertà di Stato a proprio vantaggio, intollerabile mentre la crisi ha aggravato le condizioni delle imprese proprio in una fase in cui il credito scarseggia e la liquidità rappresenta un’urgenza quotidiana. Al fine di favorire il pagamento dei crediti commerciali &#8211; certi, liquidi ed esigibili &#8211; vantati  dalle imprese nei confronti delle amministrazioni statali sono stati resi disponibili 5,7 miliardi, almeno 2 dei quali mediante assegnazione di titoli di Stato. Bene? No.  Intanto,  le disposizioni contenute nel decreto sono riferite alle sole amministrazioni statali, mentre la gran parte dei debiti fa capo alle amministrazioni locali. Poi è contraddittoria con la finalità generale della norma la scelta di attingere le maggior parte delle risorse per il pagamento dei debiti pregressi da quelle disponibili per rimborsi e compensazioni di crediti d’imposta. Infine, viene rinviata a un successivo decreto MEF la definizione delle caratteristiche dei titoli che saranno utilizzati per il pagamento dei crediti: tali caratteristiche sono però fondamentali ai fini della valutazione dell’intervento.</p>
<p>In altre parole, siamo ancora mille miglia lontani dal recepimento della Direttiva Comunitaria “Late Payments” &#8211; approvata a marzo 2011 &#8211; che fissa in 60 giorni il termine massimo di pagamento nei rapporti commerciali fra PA ed imprese. Mancano infatti del tutto i necessari interventi sull’assetto organizzativo e sull’ordinamento contabile della pubblica amministrazione, così da renderli coerenti con le finalità della Direttiva e in particolare con l’obiettivo di assicurare il pagamento dei debiti entro 60 giorni. Mancano le norme per la certificazione dei crediti che pure sono state previste dalla Legge di Stabilità 2012, finalizzate a favorire lo smobilizzo degli stessi crediti presso il sistema bancario. A differenza di quanto previsto dalla stessa legge, occorre  estendere la piena certificazione e lo smobilizzo bancario  anche al settore della sanità che, sebbene sia tra i più colpiti dal fenomeno dei ritardati pagamenti, è sino a oggi rimasto escluso dalla possibilità di avvalersi della certificazione. Occorre ancora modificare le regole sul patto di stabilità interno in modo tale che gli enti locali virtuosi, con i conti in regola e che abbiano disponibilità di cassa possano pagare i propri debiti commerciali e quelli relativi agli investimenti. Bisogna rimuovere il blocco delle azioni esecutive relative ai debiti commerciali nei confronti delle aziende sanitarie operanti nelle Regioni firmatarie dei piani di rientro e/o commissariate, previsto, per il 2012, dal DL 98/2011. Bisogna prevedere la possibilità per le imprese di compensare i crediti verso la PA con i debiti iscritti a ruolo, indicata da u,a legge del 2010 puntualmente mai attuata, e che va semmai estesa  per assicurare alle imprese la più ampia possibilità di compensare i crediti con debiti verso il settore pubblico di qualsiasi natura.</p>
<p>Ma parliamoci chiaro. Senza un deciso cambi di marcia sulla gestione del debito pubblico, lo Stato avrà sempre buon gioco nel sostenere che far emergere altri  70 miliardi di euro di debito non è esattamente una decisione da considerare priorità nazionale. Anche per questo, infatti, bisogna abbandonare la strada sin qui seguita con assoluta continuità,  da 20 anni a questa parte, dalle manovre del governo Amato a quelle di Ciampi per entrare nell’euro, da quelle di Visco e Padoa Schioppa per abbattere il deficit a quelle di Tremonti della scorsa estate quando l’Italia è diventata il possibile detonatore dell’euro, sino al cosiddetto decreto salva-Italia del governo Monti, nello scorso dicembre.</p>
<p>La strada seguita è stata sempre la stessa, ad onta del variare dei governi, di sinistra, di destra o dei tecnici. Quella di proporsi come unica soluzione la via di un graduale abbattimento del debito, attraverso sanguinosi avanzi primari nell’ordine di 5-6 punti di Pil l’anno, da realizzare pressoché esclusivamente attraverso aggravi fiscali. E’ una strada che ha inchiodato il Paese a tassi di crescita sempre più bassi. Che ci ha regalato una pressione fiscale record, e che avvelena il Paese nella diuturna polemica tra chi sono i veri evasori.</p>
<p>Le quattro manovre triennali 2012-2014 susseguitesi nel 2011 hanno disegnato un orizzonte complessivo di miglioramento dei saldi pubblici fatto di 48,3 miliardi nel 2012, 75,6 nel 2013, 81,2 miliardi nel 2013. Per il 74% il miglioramento complessivo è stato deliberato da Berlusconi-Tremonti, per un quarto da Monti. Ma entrambi i governi condividono la via della sberla fiscale. Nel 2012, l’80% del miglioramento dei saldi si deve a più tasse. Con una pressione fiscale che supererà nel 2013 il 46% del Pil, e levando il 17% di Pil “nero” inglobatovi dall’Istat ecco che siamo al record mondiale del 54%.</p>
<p>Una via alternativa c’è. C’è eccome. Si tratta di decidersi ad abbattimenti del debito non lavorando sui flussi, ma sullo stock. Per decine di punti insieme, e senza effetti recessivi. La sola cessione dei mattoni della PA,  costituendoli in dotazione patrimoniale di un fondo chiuso immobiliare, da far gestire da attori di mercato e secondo procedure e con tempi di di mercato, è operazione che vale secondo le stime degli attivi patrimoniali del Tesoro dai 400 ai 500 miliardi. Un’azione di tal genere può diventare ancor più incisiva estendendola a tante delle 7mila società pubbliche a controllo pubblico locale, se proprio non si vogliono toccare quelle a controllo statale. Ed è un’azione che va accompagnata da interventi sempre sugli stock  e non più sui flussi estesi anche alla spesa pubblica: la spending review promessa dal governo non deve riguardare i 5 o al più 10 miliardi di euro di cui si vocifera, cioè briciole, ma 6-7 punti di Pil entro 6 anni come realizzato in Germania negli anni 2002-2007.</p>
<p>Chi dice “non si può fare” lavora solo per la permanenza del peggiore ostacolo alla crescita italiana. Cioè lo Stato come attualmente si presenta ai nostri occhi. Ipertrofico, inefficiente, guardiano di interessi per soli amici degli amici. E ladro, per di più. Ladro! Ladro!</p>
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		<title>Hazlitt. Capitolo 21 &#8211; La funzione del profitto</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 06:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;avversione ideologica al profitto è in contrasto con la sua utilità reale per l&#8217;economia.
Una funzione fondamentale del profitto è quella di orientare e incanalare i fattori produttivi, in modo che la produzione dei vari beni sia conforme alla domanda. Per quanto preparato, nessun funzionario pubblico può risolvere in maniera discrezionale questo problema, mentre soltanto i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;avversione ideologica al profitto è in contrasto con la sua utilità reale per l&#8217;economia.<br />
Una funzione fondamentale del profitto è quella di orientare e incanalare i fattori produttivi, in modo che la produzione dei vari beni sia conforme alla domanda. Per quanto preparato, nessun funzionario pubblico può risolvere in maniera discrezionale questo problema, mentre soltanto i prezzi liberi e i liberi guadagni consentono alla produzione di raggiungere il suo massimo livello, ponendo rimedio più rapidamente di ogni altro sistema alla scarsità. <span id="more-11467"></span><br />
Un controllo arbitrario dei prezzi e un’arbitraria limitazione del profitto, invece, possono solo prolungare la carenza e ridurre tanto la produzione quanto l’occupazione.<br />
Il profitto è essenziale per promuovere la crescita economica e il progresso tecnologico, poiché chi è a capo di industrie attive in mercati concorrenziali continua a progredire e a migliorare l’efficienza, indipendentemente dal livello di successo già raggiunto. Nelle annate prospere, infatti, questo avviene per aumentare i suoi guadagni; in tempi normali per resistere ai concorrenti; nelle annate cattive per poter sopravvivere.</p>
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		<title>Contro la crescita, l’imposta sulla finanza</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 17:55:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il presidente Sarkozy, in vista delle imminenti elezioni ha deciso di introdurre la “famosa” e fumosa Tobin Tax o tassa sulle transazioni finanziarie.
E proprio ieri sul primo quotidiano economico italiano, il Sole 24 Ore è uscito un articolo a firma del Commissario Europeo alla Finanza, Algirdas Semeta a favore di questa nuova tassa che avrebbe, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il presidente Sarkozy, in vista delle imminenti elezioni ha deciso di introdurre la “famosa” e fumosa Tobin Tax o tassa sulle transazioni finanziarie.</p>
<p>E proprio ieri sul primo quotidiano economico italiano, il <em>Sole 24 Ore</em> è uscito un articolo a firma del Commissario Europeo alla Finanza, Algirdas Semeta a favore di questa nuova tassa che avrebbe, a suo dire, degli effetti miracolosi per la crescita.</p>
<p><span id="more-11519"></span>57 miliardi di euro di nuove tasse, tutte dal settore più cattivo dell’economia: la finanza. Questi 57 miliardi di euro avrebbero effetti miracolosi per la crescita asfittica europea, che non a caso vedrà il 2012 in piena recessione. Non c’è da stupirsi visto il livello attuale dei Governanti.</p>
<p>Una tassa che fa aumentare la crescita è un non sense economico, ma è bene analizzare a fondo le parole dell’eurocommissario.</p>
<p>Veniamo dunque alla tassa sulle transazioni finanziarie.</p>
<p>Si chiede il Commissario: “la nuova tassa avrebbe degli effetti peggiori di altre tasse o dei tagli alla spesa”?</p>
<p>Ammette poi implicitamente che le banche non pagheranno le tasse poiché la scaricheranno sui loro clienti. Ma d’altronde per il Commissario il fatto che un piccolo investitore paghi 10 euro ogni volta che movimenti 10000 euro non è un problema. Detto questo non si accontenta perché alla fine dell’articolo viene affermato che il settore finanziario si accollerà questa tassa. Viene il dubbio che non abbia avuto la possibilità di leggersi poche righe prima poiché aveva appena finito di dire che quasi certamente le banche faranno pagare ai clienti l’imposta. Delle due, o l’una o l’altra.</p>
<p>Cerchiamo di rispondere analiticamente a tutte le affermazioni del Commissario alle Finanze della UE.</p>
<p>Il taglio della spesa è l’obiettivo primo che molti Governi dell’Aerea Euro dovrebbero adottare.</p>
<p>L’Italia, solo per rimanere al caso a noi più vicino, ha aumentato la spesa primaria di 13 punti in poco più di venti anni. Un risultato stupefacente che di fatto ha portato il nostro paese sul ciglio del baratro.</p>
<p>E i tagli della spesa non dovrebbero essere attuati in Portogallo, dove il paese luso paga già il 23 per cento sui titoli a cinque anni? E non dovrebbe essere tagliata la spesa in Grecia dove per anni si è vissuto al di sopra di ogni possibilità?</p>
<p>Un taglio della spesa pubblica avrebbe un effetto positivo molto maggiore di un’ulteriore tassa.</p>
<p>L’Unione Europea sembra non avere capito che la crisi del debito deriva dai comportamenti allegri di alcuni Governi dell’Eurozona.</p>
<p>Andiamo al secondo punto. Chi paga la tassa? Direi che qui devo essere d’accordo con l’euro Commissario. I clienti senza dubbio, perché un conto è su chi ricade la tassa legalmente e chi invece la paga. Sono certo che tale tassa verrà totalmente trasferita ai clienti delle banche. Su questo anche il Commissario è d’accordo e quindi non mi dilungo.</p>
<p>Il punto tragico dell’intervista a mio parere è un altro. “Chi dice che la tassa possa essere elusa, non ha letto bene la proposta della Commissione”. Se gli investitori dovessero credere a queste parole, avrebbero già fatto le valigie verso altri lidi.</p>
<p>La tassa secondo il Commissario non potrà essere elusa e per fare ciò si introduce un vero e proprio protezionismo che consiste nel limitare la libertà di circolazione dei capitali dall’Unione Europea verso paesi terzi e viceversa.</p>
<p>Quindi non solo si introduce una tassa, ma per renderla esigibile si decide di alzare una barriera protezionistica. Se così fosse, la proposta dell’Unione Europea porterebbe verso una fuga di capitali all’estero prima che tale tassa venga imposta, con il peggioramento della crisi di liquidità che la zona Euro sta attraversando ora.</p>
<p>Sembra che il “Ministro delle Finanze” europeo non abbia in mente che tale tassa possa diventare il colpo di grazia per la zona Euro.</p>
<p>Se l’obiettivo è quello di far fallire l’Euro, e su questo comincio a pensare che l’Unione Europea ce la stia mettendo tutta, l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie sarebbe un colpo di genio.</p>
<p>Au revoir, Euro.</p>
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		<title>Hazlitt. Capitolo 20 &#8211; “Quanto basta per riacquistare quel che si è prodotto”</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 06:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Hazlitt contrappone la nozione medievale di prezzi e salari “giusti” (ripresa da alcuni economisti moderni) e quello di prezzi e salari funzionali, elaborata dagli economisti classici. Purtroppo la nozione dei salari funzionali è stata riformulata in forma corrotta dai marxisti ed è nata una “scuola del potere d&#8217;acquisto”, secondo cui gli unici salari a funzionare, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Hazlitt contrappone la nozione medievale di prezzi e salari “giusti” (ripresa da alcuni economisti moderni) e quello di prezzi e salari funzionali, elaborata dagli economisti classici. Purtroppo la nozione dei salari funzionali è stata riformulata in forma corrotta dai marxisti ed è nata una “scuola del potere d&#8217;acquisto”, secondo cui gli unici salari a funzionare, cioè a evitare crisi economiche sistemiche, sono quelli che consentono all&#8217;operaio di “riacquistare il prodotto del suo lavoro”. All’interno di questa prospettiva saranno giusti quei datori di lavoro che rispetteranno questa condizione, ma rimane ben poco chiaro come si possa stabilire quando il lavoratore è in grado di “riacquistare ciò che egli produce”.<span id="more-11465"></span><br />
La soluzione non può essere il salario minimo, perché, come spiega Hazlitt, è stato dimostrato sia statisticamente sia con argomenti deduttivi che se il salario cresce oltre il punto di produttività marginale, la riduzione dell&#8217;occupazione risulta normalmente tre o quattro volte maggiore dell&#8217;aumento dei salari.<br />
I vantaggi che i lavoratori ottengono dal salario minimo sono relativi (ai settori su cui interviene la legge) e non complessivi, tanto più che – superato il periodo di transizione in cui i prezzi si adattano all&#8217;aumento salariale – è probabile che gli svantaggi finiscano per prevalere. In effetti i lavoratori ottengono una fetta più grande di una torta più piccola e questa volta a essere ignorato è il valore assoluto. Sarebbe stato assai meglio, infatti, ottenere una fetta più piccola di una torta più grande.<br />
I salari migliori non sono i più alti, ma quelli che consentono una piena produttività. Se si guarda ai benefici complessivi di industriali e lavoratori, i salari migliori sono quelli che spingono il maggior numero di persone a diventar datori di lavoro e a determinare un incremento dell’occupazione.<br />
Se si tenta di dirigere l’economia di un Paese a beneficio di un gruppo o di una classe alla fine si danneggiano tutti, a partire da quelli che si voleva favorire.</p>
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		<title>Giustizia sempre più cara &#8230; e c&#8217;è chi ne approfitta</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2012/02/01/giustizia-sempre-piu-cara-e-ce-chi-ne-approfitta/</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 19:34:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Seri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Monti]]></category>

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		<description><![CDATA[Rivolgersi ad un Giudice per domandare Giustizia costa caro: in base al valore della controversia si deve versare anticipatamente un &#8220;contributo unificato&#8221; (cfr. art. 13 del D.P.R. 115/2002) che, a seconda del tipo di procedimento e del tipo di Giudice, per il primo grado va da un minimo di € 18,50 ad un massimo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><strong>Rivolgersi ad un Giudice per domandare Giustizia costa caro</strong>: in base al valore della controversia si deve versare anticipatamente un &#8220;contributo unificato&#8221; (cfr. art. 13 del D.P.R. 115/2002) che, a seconda del tipo di procedimento e del tipo di Giudice, per il primo grado va da un minimo di € 18,50 ad un massimo di € 4.000,00 (fino al 05.07.2011 andavano da € 16,50 ad € 2.000,00, poi aumentati dall&#8217;art. 37 c. 6 lett. f del D.L. 98/2011); la &#8220;Legge di stabilità&#8221; per il 2012 ha ulteriormente elevato l&#8217;importo del balzello del 50% per il grado di appello portandolo da un minimo di € 27,75 ad un massimo di € 6.000,00 e del doppio per i ricorsi davanti alla Corte di Cassazione portandolo da € 37,00 ad € 8.000,00 (art. 28 c. 1 lett. a della L. 183/2011).<br />
Pazienza! Significa che, &#8230; <span id="more-11500"></span></p>
<p style="text-align: justify">chi vuol litigare davanti al Giudice, oltre a sostenere il costo el proprio avvocato e di correre il rischio di essere condannato a rifondere le spese sostenute dal suo avversario, deve pagare un <em>ticket</em> più o meno salato all&#8217;Amministrazione della Giustizia e perciò si regolerà di conseguenza: se sarà sufficientemente &#8220;<em>tignoso</em>&#8221; e deciderà di andare avanti, ne sosterrà costi ed oneri; se invece sarà meno determinato, rinuncerà <em>obtorto collo</em> a rivendicare i propri diritti o a difendersi da eventuali pretese ingiuste da parte della Pubblica Amministrazione.<br />
Nel delineato contesto, sorgono almeno due <strong>problemi</strong>.<br />
Il <strong>primo</strong> è che <strong>il costo dell&#8217;accesso alla Giustizia è ormai abbandonato alla libera scelta discrezionale del Legislatore</strong> che, una volta sostituita l&#8217;originaria imposta di bollo sugli atti giudiziari (nella maggior parte dei casi ben più gestibile e sostenibile) col contributo unificato, può modificare a suo piacimento e secondo le esigenze di gettito gli importi dovuti e gli scaglioni di valore rendendo sempre più costoso per i Cittadini rivolgersi al Giudice; in questo modo ben può anche utilizzare impunemente la leva del costo come dissuasore in spregio dei diritti fondamentali dei Cittadini.<br />
Il <strong>secondo</strong> e che <strong>gli Avvocati (e dunque i loro Clienti) sono in balia delle varie Cancellerie</strong> che effettuano il controllo di congruità del contributo unificato e che applicano direttive superiori non sempre coerenti con le normative. E&#8217; quanto sta succedendo, ad esempio, nei <strong>Giudizi davanti alla Corte Suprema di Cassazione</strong> dove, per le cause che vengono inscritte a ruolo a partire dall&#8217;1 Gennaio 2012 viene preteso il pagamento del contributo unificato nella misura raddoppiata in palese violazione della norma che ha stabilito l&#8217;aumento secondo la quale &#8220;<em>la disposizione &#8230; si applica anche alle controversie pendenti nelle quali il provvedimento impugnato è stato pubblicato ovvero &#8230; depositato successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge</em>&#8221; (cfr. art. 28 c. 3 della L. 183/2011) e cioè dal 01.01.2012 (cfr. art. 36 della Medesima Legge). L&#8217;estensore della disposizione forse aveva le idee un po&#8217; confuse (c&#8217;è un &#8220;<em>anche&#8221; ed un &#8220;pendenti</em>&#8221; che, combinati col resto della frase, sono palesemente inconferenti), ma una lettura logica e possibile consente di affermare che la misura raddoppiata del contributo unificato non sorge per la &#8220;<em>iscrizione a ruolo</em>&#8221; dei ricorsi davanti alla Corte di Cassazione effettuata a partire dal 01.01.2012, ma quando quei ricorsi riguardano Sentenze o altri provvedimenti decisori pubblicati o depositati a partire dal 01.01.2012. Il ché significa che <strong>Qualcuno (???) sta approfittando ingiustamente degli aumenti disposti dalla <em>Legge di stabilità</em> per il 2012</strong> <strong>pretendendo il pagamento di importi non dovuti</strong> e creando non poche difficoltà agli Avvocati che debbono effettuare l&#8217;adempimento processuale dell&#8217;iscrizione a ruolo delle cause nell&#8217;interesse dei propri Clienti! Considerato che le Sentenze pubblicate o depositate il 31.12.2011 (se non notificate) possono essere impugnate fino al 30.06.2012, non è difficile prevedere il valore delle eccedenze di &#8220;<em>contributo unificato</em>&#8221; che sarà indebitamente introitata dall&#8217;Amministrazione della Giustizia nei primi sei mesi del 2012.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;Italia è ancora uno Stato di diritto oppure uno Stato in cui il diritto è sottoposto all&#8217;umore di chi ha il potere di decidere per tutti?</p>
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		<title>Il localismo protezionista delle Nazioni Unite</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 19:34:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giordano Masini</dc:creator>
				<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[de schutter]]></category>
		<category><![CDATA[onu]]></category>
		<category><![CDATA[protezionismo]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il belga Olivier De Schutter è lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite on the right of food. Pochi giorni fa è intervenuto su Poverty Matters, l’ottimo blog del Guardian sostenuto dalla Bill &#38; Melinda Gates Foundation, che rappresenta una delle finestre più complete ed aggiornate sulle crisi alimentari globali, proponendo obiettivi ambiziosi:
E’ necessaria una risposta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il belga Olivier De Schutter è lo <em>Special Rapporteur</em> delle Nazioni Unite <em>on the right of food</em>. Pochi giorni fa è <a href="http://www.guardian.co.uk/global-development/poverty-matters/2012/jan/30/famine-predictable-result-broken-system" target="_blank">intervenuto su <em>Poverty Matters</em></a>, l’ottimo blog del <em>Guardian</em> sostenuto dalla <em><a href="http://www.gatesfoundation.org/Pages/home.aspx" target="_blank">Bill &amp; Melinda Gates Foundation</a></em>, che rappresenta una delle finestre più complete ed aggiornate sulle crisi alimentari globali, proponendo obiettivi ambiziosi:</p>
<blockquote><p>E’ necessaria una risposta immediata per evitare una devastante crisi alimentare. Nel rispondere, però, dobbiamo anche ridefinire lo stesso vocabolario delle crisi alimentari. E’ il nostro stesso sistema alimentare globale ad essere in crisi.</p></blockquote>
<p>Secondo De Schutter le crisi alimentari, come la grave carestia che ha colpito recentemente il Corno d’Africa, non sono eventi estremi, ma la regolare manifestazione di un sistema alimentare in crisi. L’approccio, vagamente malthusiano, è suggestivo, e peraltro molto popolare tra le organizzazioni sovrannazionali: <strong>se non si riconoscono gli elementi che rendono in qualche modo prevedibili le crisi, e non si interviene per tempo, si finisce per intervenire quando ormai è troppo tardi</strong>, con politiche di emergenza necessariamente inadeguate.</p>
<p><span id="more-11502"></span></p>
<p>Vero. Ma se l’aumento della domanda globale di cibo, che spinge in alto i prezzi, gli scarsi raccolti, le carestie (in zone della Terra dove sono più che frequenti), la <em>governance</em> debole dei paesi in via di sviluppo sono fenomeni prevedibili (e previsti), <strong>cosa lega gli effetti di questi fenomeni (le crisi alimentari) con la pretesa che il sistema nel suo complesso, basato sul libero mercato e sul commercio internazionale, non funzioni, anzi, che sia un sistema sbagliato in sé? Non è dato sapere</strong>. Alcune considerazioni di De Schutter sono più che ragionevoli, quando prendono in considerazione gli interventi di breve periodo volti a fronteggiare le emergenze più gravi:</p>
<blockquote><p>Gli aiuti alimentari sono spesso anticiclici: i donatori sono più generosi quando i prezzi sono bassi a causa di raccolti significativi, cosa che tende ad avvenire quando i bisogni sono più bassi. Per questo dovrebbero essere istituite riserve alimentari regionali per migliorare l’accesso agli stock a prezzi accessibili non appena la domanda inizia a salire. Ciò consentirebbe alle scorte di sicurezza di essere pre-posizionate in zone soggette a rischio, in modo che – quando gli acquisti locali non sono possibili – le agenzie umanitarie abbiano accesso a scorte alimentari a prezzi inferiori a quelli di mercato.</p></blockquote>
<p>Quello che suscita più di qualche perplessità è l’approccio di De Schutter al lungo periodo, quello cioè che lo induce a sostenere che è l’intero sistema agroalimentare globale a dover essere ripensato:</p>
<blockquote><p>Il problema non è solo la carenza di <em>governance</em> in Africa, e non è solo la modalità di erogazione degli aiuti alimentari. E’ anche un problema di principio. Per decenni, abbiamo preso la strada sbagliata per sfamare il mondo. <strong>In molti paesi poveri, gli investimenti in agricoltura si sono concentrati su un numero limitato di colture da esportazione. Troppo poco è stato fatto per sostenere i piccoli agricoltori, che producono cibo per le loro comunità locali</strong>. Eppure, sostenendo questi contadini poveri, si potrebbe consentire loro di uscire dalla povertà, e consentire la produzione locale di cibo per soddisfare le esigenze locali.</p></blockquote>
<p>Quel che la maggior parte delle ONG e delle istituzioni sovranazionali non riescono (o non vogliono) comprendere è che <strong>è la disponibilità di denaro, data dalla crescita economica, più che la disponibilità di cibo a livello locale, ad emancipare le popolazioni dalla fame e dalla povertà</strong>. Il fatto che piccoli agricoltori continuino a produrre le poche derrate che le condizioni locali del clima e del suolo permettono loro di coltivare, per rivenderle in loco, in una sostanziale economia di sussistenza, e che il loro posto non venga preso, magari anche con il loro aiuto, da un sistema produttivo più efficiente in grado di offrire al mercato globale ciò di cui ha bisogno in cambio di ricchezza, è sintomo di una miopia sconcertante. E lo è in particolare in un momento in cui la domanda globale di cibo aumenta proporzionalmente alla crescita asiatica, e in cui proprio <strong>quel “<em>broken system</em>” di cui parla De Schutter manifesta più che mai i suoi aspetti positivi, proprio per quei paesi che hanno avuto la lungimiranza di aprirsi non tanto agli aiuti umanitari, quanto agli investimenti internazionali nel settore agroalimentare</strong>, registrando tassi di crescita mai visti prima.</p>
<p>Ed è anche il funzionamento dell’intero meccanismo a non essere comprensibile: <strong>pretendiamo che gli agricoltori dei paesi poveri producano per le loro comunità, le quali non sono in grado di remunerarli adeguatamente</strong>. Tutto ciò si dovrebbe reggere, e non è certo una sorpresa, su un sistema di sussidi pubblici internazionali, particolarmente apprezzati da molti governi africani, ma che rappresentano un modo in più per allontanare quelle stesse comunità dall’emancipazione.</p>
<p>Sono gli effetti della <strong>fusione perversa tra la dipendenza dagli aiuti dei governi dei paesi in via di sviluppo e il protezionismo commerciale di quelli occidentali</strong>, i quali non vedono di buon occhio lo sviluppo dell’agricoltura africana, elementi che trovano una sintesi perfetta nelle politiche alimentari delle Nazioni Unite.</p>
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		<title>Hazlitt. Capitolo 19 &#8211; L&#8217;azione sindacale fa crescere davvero i salari?</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 06:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[teoria]]></category>
		<category><![CDATA[Henry Hazlitt]]></category>
		<category><![CDATA[L'economia in una lezione]]></category>

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		<description><![CDATA[I sindacati svolgono una funzione utile e legittima, ma il loro potere di elevare i salari è sopravvalutato, proprio mentre è sottostimata l&#8217;efficacia del fattore che in realtà è il più determinante: la produttività.
Quando i sindacati riescono a imporsi senza rivendicare l&#8217;efficienza produttiva dei loro iscritti, ma usando la loro forza politica o la loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I sindacati svolgono una funzione utile e legittima, ma il loro potere di elevare i salari è sopravvalutato, proprio mentre è sottostimata l&#8217;efficacia del fattore che in realtà è il più determinante: la produttività.<br />
Quando i sindacati riescono a imporsi senza rivendicare l&#8217;efficienza produttiva dei loro iscritti, ma usando la loro forza politica o la loro posizione strategica, arrecano complessivamente un danno alla società e ai lavoratori.<span id="more-11463"></span> Tutti gli aumenti salariali che i sindacati riescono a ottenere in tal modo, infatti, poiché non si accompagnano a un aumento di produttività, comportano necessariamente una sottrazione di risorse e quindi una perdita. Questa si pensa che sia a carico dei datori di lavoro, ma è così solo in circostanze particolari e nel breve periodo, mentre nel medio e lungo termine (su cui un economista deve riflettere) impoverisce la maggioranza dei lavoratori.<br />
Nella loro posizione di consumatori, i lavoratori pagheranno un aumento dei prezzi e rischieranno maggiormente la disoccupazione. Anche considerando quei casi in cui gli aumenti salariali vengano assorbiti dagli utili di determinate industrie, gli investitori saranno incentivati a cambiare settore e se si estenderanno i risultati della politica sindacale anche a questo settore, allora cercheranno all&#8217;estero opportunità di maggiori rendite.<br />
Hazlitt fa una rassegna di tutti i risultati ottenuti dai sindacati che hanno compromesso la crescita delle economie nazionali e il benessere delle comunità e spiega come alla base di quelle iniziative ci fosse sempre lo stesso errore: la falsa credenza che esista una limitata quantità di lavoro e l&#8217;ignoranza del basilare principio per cui il lavoro crea altro lavoro, dato che quanto è prodotto da A crea la domanda di ciò che B potrà produrre.</p>
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		<title>Quello che &#8216;The Iron Lady&#8217; non dice – di Antonio Masala</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 08:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
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		<category><![CDATA[deregulation]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala.
“The Iron lady” non è un brutto film. Non c’è solo l’ottima interpretazione di Meryl Streep, c’è anche una regia accorta, colonna sonora e fotografia ben realizzate, una storia scorre che, a parte qualche momento di fiacca.
Ma nonostante non sia brutto si tratta purtroppo di un film “sbagliato”, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala</em>.</p>
<p>“The Iron lady” non è un brutto film. Non c’è solo l’ottima interpretazione di Meryl Streep, c’è anche una regia accorta, colonna sonora e fotografia ben realizzate, una storia scorre che, a parte qualche momento di fiacca.</p>
<p>Ma nonostante non sia brutto si tratta purtroppo di un film “sbagliato”, di un’occasione persa.</p>
<p>Il film è incentrato sulla vita privata, o meglio sulla triste malattia, di un grande personaggio politico, e lascia intravedere qualcosa delle sue idee, delle sue “fissazioni”, della sua vicenda alla guida della Gran Bretagna. Ma Margaret Thatcher non è stata solo il primo premier britannico donna, e la sua vicenda politica non è stata solo la più lunga premiership della politica britannica contemporanea. Margaret Thatcher non è stata un politico importante, è stata molto più.</p>
<p>Che sia amata o disprezzata (solo gli indifferenti non sono ammessi), la sua è stata innanzitutto un’esperienza filosofica straordinaria, una rivoluzione culturale prima che economica. La Thatcher ha cambiato il corso della storia britannica perché ha saputo trasformare le idee in realtà, sino alle loro estreme conseguenze. È stata non la fantasia al potere (se qualcuno capisce cosa voglia dire questa suggestiva ma vuota locuzione) ma il potere delle idee, la trasformazione delle idee in realtà e dunque la trasformazione della realtà stessa.</p>
<p>La sua convinzione profonda era che l’economia andasse male come conseguenza del fatto che qualcosa era andato male dal punto di vista filosofico e spirituale. E la sua intera vicenda politica e umana è stata una battaglia ininterrotta sui principi, un esempio quotidiano di ciò che doveva essere fatto per cambiare lo spirito del paese. Tanto che tutte le sue scelte politiche ed economiche più importanti possono essere lette in virtù dei principi che voleva portare avanti, e mai della convenienza elettorale.</p>
<p>Questo è stato il “thatcherismo”, e non a caso la Thatcher è l’unico politico britannico contemporaneo ad avere un “ismo” che segue il suo cognome, quasi si volesse fare riferimento a una ideologia politica. Questo è ciò che ha reso straordinaria la vicenda della Thatcher, ed è ciò che le si deve riconoscere, anche qualora si ritengano del tutto sbagliate le trasformazioni che seppe operare in undici anni e mezzo di governo. Le grandi rivoluzioni, anche quelle fatte senza armi, rappresentano da sempre un filone importante del cinema mondiale, e anche in questo caso il materiale per un film era più che abbondante – anche a voler lasciare perdere le migliaia di stuzzicanti aneddoti e curiosità che hanno accompagnato la sua storia e la sua personalità. Ma nel film cosa sia stato il thatcherismo affiora appena (si pensi che a ciò che avviene tra la fine della guerra delle Falkland e l’inizio della crisi della sua leadership vengono dedicati si e no un paio di minuti).</p>
<p>Forse si è deciso che non era il caso di affrontare una pagina cruda e controversa, e ancora aperta, della storia britannica recente. O semplicemente, cosa più che lecita, si è voluto fare un film sulla vicenda umana di una donna che è stata straordinaria, ma che come tutti gli esseri umani invecchia, si ammala e soffre. Che questo accada anche ai grandi uomini (e donne non lo aggiungiamo, perché la Thatcher non lo avrebbe voluto) lo sapevamo, e un film per raccontarcelo non era indispensabile. Ma che quella della Thatcher sia stata prima di tutto una grande rivoluzione culturale e filosofica (senza nascondere il carico di incomprensioni e sofferenze che essa si portò dietro) non tutti lo sanno. Se la regista lo avesse raccontato meglio ne sarebbe venuto fuori qualcosa di molto di più di un film ben fatto.</p>
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		<title>Decreto semplificazioni: Agenda digitale e banda larga</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 07:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Serena Sileoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Burocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[governo Monti]]></category>
		<category><![CDATA[legislazione]]></category>
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		<category><![CDATA[semplificazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Il perno delle misure di snellimento burocratico previste nel decreto semplificazioni è il cd. egovernment, ossia la possibilità, che il cittadino adempia ai suoi obblighi e oneri amministrativi per via telematica, e, che le pubbliche amministrazioni comunichino con i cittadini e tra di loro attraverso la rete, evitando le code negli uffici pubblici, i francobolli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il perno delle misure di snellimento burocratico previste nel decreto semplificazioni è il cd. egovernment, ossia la possibilità, che il cittadino adempia ai suoi obblighi e oneri amministrativi per via telematica, e, che le pubbliche amministrazioni comunichino con i cittadini e tra di loro attraverso la rete, evitando le code negli uffici pubblici, i francobolli nella corrispondenza, la duplicazioni di certificati identici e detenuti da amministrazioni diverse, etc.</p>
<p><span id="more-11484"></span>Affinché tutti i residenti in Italia possano avvantaggiarsi di queste semplificazioni, è però necessario che la rete arrivi a tutti e tutti possano sfruttarla in maniera veloce. Altrimenti, non solo non sarà possibile raggiungere gli obiettivi prefissati dal governo nel decreto, ma la non universalità nell’accesso alla rete contrasterà con l’idea di uguaglianza tra cittadini.</p>
<p>Ecco perché lo stesso decreto torna su un capitolo difficile per il nostro paese: la diffusione della banda larga.</p>
<p>Mentre l’agenda digitale europea impone ai paesi membri il termine del 2020 per la copertura universale della velocità di connessione, in Italia otto milioni di persone sono “disconnesse” e qualche migliaio di centri abitati soffre un deficit strutturale che, se non sanato, significherà l’impossibilità di usufruire dei vantaggi dell’egovernment. Nel 2009, secondo dati diffusi all’epoca dal ministero dello Sviluppo economico, un italiano su 8 non avrebbe potuto sbrigare le pratiche amministrative on line, e il 12% della popolazione non aveva i megabit che rappresentano la soglia minima per rispettare i termini dell’agenda digitale europea. La diffusione della banda larga su rete fissa era di 4 punti percentuali al di sotto della media europea, e, nonostante la banda larga mobile, la difficoltà di avviare i lavori infrastrutturali ha determinato un pesante gap tecnologico che, a sua volta, non ha ancora consentito l’attuazione delle migliori pratiche di egovernment. Forse per questo l’Italia è scesa di undici posizioni, dal 2008 al 2010, nella classifica mondiale di e-gov delle Nazioni Unite.</p>
<p>Nel precedente governo, lo stallo per i lavori di posa della fibra ottica è stato dovuto in larga parte alla riduzione del fondo ad essa destinato, vicenda di cui l’Istituto Bruno Leoni si è occupato (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_154_Sileoni.pdf" target="_blank">PDF</a>). Tuttavia, la banda larga non deve essere ritenuta una politica industriale a cui riservare capitoli di bilancio pubblico, ma una scelta imprenditoriale che tanto più sarà colta dagli operatori economici del settore quanto più lo Stato vorrà destinare, in un’ottica davvero sussidiaria, semplificazioni burocratiche e non denaro pubblico. Ecco perché l’istituzione prevista dal decreto semplificazioni di una cabina di regia interministeriale che coordini l’azione dei vari livelli istituzionali nell’attuazione dell’agenda digitale può essere lo strumento di cui si avvertiva il bisogno ancora più dei fondi di denaro per la posa della fibra ottica, sempre che tale cabina di regia sia intenzionata ad agire nel senso della riduzione dei costi e delle incertezze amministrative e della vigilanza sugli enti territoriali perché non ostacolino un settore di grande potenzialità economica.</p>
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