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	<title>CHICAGO BLOG</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>La disdetta di Federmeccanica, il bando Fiom a me</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 19:42:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mercato del lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[Dieci, cento, mille Pomigliano. Le nuove regole contrattuali sottoscritte da Confindustria nel 2009 con tutti i sindacati meno la Cgil, l&#8217;accordo applicativo delle nuove regole per più produttività in cambio di più salario detassato proposto da Fiat a Pomigliano e approvato alle urne da due terzi dei dipendenti, hanno compiuto ieri un altro passo verso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Dieci, cento, mille Pomigliano. Le nuove regole contrattuali sottoscritte da Confindustria nel 2009 con tutti i sindacati meno la Cgil, l&#8217;accordo applicativo delle nuove regole per più produttività in cambio di più salario detassato proposto da Fiat a Pomigliano e approvato alle urne da due terzi dei dipendenti, hanno compiuto ieri un altro passo verso la rivoluzione delle relazioni industriali italiane. All&#8217;unanimità, il consiglio direttivo delle imprese meccaniche di Confindustria ha infattin ieri affidato al presidente, Pierluigi Ceccardi, il mandato di procedere alla disdetta del contratto dei metalmeccanici siglato il 20 gennaio del 2008. La Fiom è insorta, il suo segretario Maurizio Landini ha giudicato la scelta come una vera e propria lesione alle regole democratiche del Paese. Prima dell&#8217;analisi della nuova fase che si apre, è il caso di spiegare ai non addetti ai lavori in che cosa davvero consiste, la scelta confindustriale adottata  tra le reazioni positive di tutte le altre sigle sindacali.<span id="more-6972"></span></p>
<p>Il contratto disdettato da Federmeccanica era l&#8217;ultimo sottoscritto dalla Fiom. Dopo l&#8217;accordo interconfederale sul salario decentrato di produttività, sottoscritto dalle associazioni imprenditoriali e da tutti i sindacati con l&#8217;eccezione della Cgil, si è aperta una nuova stagione di rinnovi contrattuali secondo le nuove regole. Per l&#8217;industria meccanica, l&#8217;intesa è stata raggiunta il 15 ottobre 2009. Senza la firma della Fiom, che nega l&#8217;intesa abbia valore di contratto e si è sempre riservata di impugnarlo di fronte al giudice del lavoro. Malgrado l&#8217;intesa preveda un aumento retributivo medio di 112 euro, con la prima tranche dell&#8217;aumento regolarmente versata sarà in busta paga nel gennaio 2010, con l&#8217;aggiunta sempre nel gennaio scorso ai circa un milione e 300mila lavoratori metalmeccanici di una tranche ulteriore, come elemento di perequazione per chi non ha la contrattazione integrativa.</p>
<p>Il motivo per il quale la Cgil non ha firmato l&#8217;intesa generali sui nuovi assetti contrattuali,e  poi la Fiom altrettanto solitariamente non ha sottoscritto il nuovo contratto dei meccanici, sta nel fatto che sia l&#8217;intesa generale che quella di comparto introducevano due istituti che per quel sindacato sono inaccettabili. Il primo è la contrattazione decentrata come scelta generale su quote crescenti di salario, in cambio di più produttività. La seconda è la facoltà di procedere a deroghe nei confronti del contratto nazionale: deroghe da contrattare col sindacato, ma deroghe azienda per azienda, stabilimento per stabilimento, deroghe per comparti – come quello dell&#8217;auto, in cui insiste Fiat – o deroghe estese addirittura all&#8217;intero settore. Scelte che innovano in  profondità la rigidità della vecchia contrattazione, incentrata sull&#8217;intangibilità del contratto nazionale sia per la parte normativa, sia per la parte salariale. Due novità che mettono di comune intesa – impresa e sindacati – lo scambio tra produttività e salario come sfida necessaria da condividere: per rilanciare la manifattura italiana, per metterla in condizione di agganciare al meglio la ripresa mondiale secondo le specifiche esigenze di miglior utilizzo degli impianti, dei turni, degli orari, che solo in ciascuno specifico insediamento produttivo possono essere meglio sfruttati, non in un solo contratto per tutti siglato a Roma.</p>
<p>La convinzione condivisa tra Confindustria e maggioranza dei sindacati è che solo così, nel mondo globalizzato, possiamo continuare a restare la quinta potenza industriale mondiale difenendo i posti di lavoro – spesso tendiamo a dimenticarlo, che siamo i quinti al mondo dopo Cina, Usa, Giappone e Germania, e pur nella crisi difendiamo bene la nostra posizione mentre tutte le altre nazioni avanzate sono in caduta libera, con l&#8217;eccezione tedesca.</p>
<p>Con il caso Fiat-Pomigliano è venuto il primo banco di prova delle nuove regole. E si è toccato con mano che la maggioranza dei lavoratori e dei sindacati, sia pur di fronte alla durissima polemica della Fiom, ancora una volta hanno detto sì. A questo punto, di fronte al rischio che Fiom si riservasse impugnative a raffiche delle nuove intese in nome del vecchio contratto del 2008, Confindustria fa un altro passo: e cioè, questa è la vera decisione di ieri, apre subito un tavolo con tutti i sindacati che hanno condiviso i passi sin qui compiuti per definire insieme le ampie deroghe contrattuali consentite dagli accordi del 2009. La prima riunione per l&#8217;auto è già convocata per il 15 settembre. Confindustria e Fiat sono sulla stessa linea di Cisl, Uil, Ugl, Fismic. Non c&#8217;è nessuna violazione di legge e tanto meno di Costituzione. C&#8217;è un cammino a tappe condiviso, per entrare insieme nel mondo nuovo. Non c&#8217;è nessun attacco ai diritti del lavoro, né tanto meno alcun disconoscimento del legittimo diritto della Fiom e della Cgil a non riconoscersi nelle nuove regole. Purché questo non voglia più dire però che basta il no di una sola organizzazione – per quanto storicamente importante non maggioritaria da sola nel mondo del lavoro italiano &#8211; per bloccare tutto. Per troppi anni è stato così.  Con regole che restavano arcaiche, perché a dettare il passo era chi andava più lento.</p>
<p>E&#8217; ovvio che Fiom e Cgil a questo punto alzino ulteriormente il tono della polemica. E&#8217; ovvio allo stesso modo che Confindustria, Fiat e tutti gli altri sindacati debbano stare attenti a evitare passi falsi, a concordare ogni sviluppo senza prestare il fianco. Ce&#8217; da temere che l&#8217;instabilità politica aggiunga benzina sul fuoco. Ma la rivoluzione cominciata a Pomigliano può responsabilmente e gradualmente oggi estendersi in tutta Italia. Se vincerà il futuro sul passato, Pomigliano diventerà finalmente il simbolo nazionale di un riscatto coraggioso, invece che di  una scommessa mancata.</p>
<p>PS. per l&#8217;ultimo pst scritto qui e pubblicato anche su Panorama, &#8220;Houston, qui Fiom abbiamo un problema&#8221;, l&#8217;organizzazione sindacale ha deciso di non piotermi più cosniderare un interlocutore giornalistico, motivo per il quale alla trasnmisisone di domani mattina su radio24dedicata  a questo temi non avrò nessuno chje porti al voce dell&#8217;unico sindacato dissenziente. Sono convinto di non aver diffamato nessuno, esponendo la mia critica. Considero un triste segno dei tempi, che di fronte al dissenso che essa rivendica, la Fiom decida di considerarmi invece un reietto perché io la esprimo nei suoi confronti.</p>
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		<title>Profumo, Passera e la grande banca</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 18:06:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[corporate governance]]></category>
		<category><![CDATA[credito]]></category>
		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[Intesa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci sono due modi di guardare all&#8217;apparente crisi di fine estate dei due amministratori delegati delle due maggiori banche italiane. La prima è quella di perdersi nel filo di Arianna delle considerazioni di ordine personale, che tanto vanno per la maggiore nella stampa retroscenista, e non solo in quella politica. E così si sono lette [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Ci sono due modi di guardare all&#8217;apparente crisi di fine estate dei due amministratori delegati delle due maggiori banche italiane. La prima è quella di perdersi nel filo di Arianna delle considerazioni di ordine personale, che tanto vanno per la maggiore nella stampa retroscenista, e non solo in quella politica. E così si sono lette fior di illazioni, su che cosa abbia spinto davvero o quali benedizioni abbiano indotto il Corriere della sera a pubblicare per due giorni di seguito articoli intorno agli investimenti alberghieri della famiglia Passera. E analogamente si sono sprecate le strizzate d&#8217;occhio, intorno al mormorio delle fondazioni azioniste raccolte insieme al presidente di Unicredit Dieter Rampl, nel protestare per aver appreso dai giornali che il fondo sovrano della Libia aveva aggiunto un altro due per cento buono di capitale alla quota di poco sotto al 5% già detenuta dalla banca centrale del Paese guidato dal finalmente amicissimo dell&#8217;Italia, il colonnello Gheddafi. Senonché chi scrive qui non intende inseguire  considerazioni personalistiche. Hanno sicuramente il loro peso, per carità. Perché alla testa di grandi banche lo stile personale del numero uno operativo investe inevitabilmente il modello gestionale,  il rapporto con gli azionisti, la scelta della prima cerchia del management alla testa delle diverse unità di business, e la modalità attraverso la quale essi trasmettono valori e procedure dell&#8217;istituto nelle attività di cui sono responsabili, a scendere fino all&#8217;ultimo sportello. Ma il primario giudizio su questo spetta agli organi e agli azionisti della banca. Tocca a noi tentare di capire invece se le polemiche tardoestive siano anche figlie di peculiarità sistemiche, quelle di cui ci occupiamo qui.<span id="more-6970"></span></p>
<p>In una certa misura, la risposta è affermativa. Vediamo perché.</p>
<p>Nel caso di Intesa, il modello duale di governance bancaria mostra di non essere sempre automaticamente capace di impedire che, tra chi svolge la propria funzione apicale di gestione, e chi invece quella di sorveglianza, non possano insorgere anche talora equivoci. Nel caso specifico, non riguardano scelte istituzionali o operative della banca, ma le esternazioni personali dell&#8217;amministratore delegato, e la sua partecipazione a delibere che in realtà, anche volendo essere cattivi a oltranza nel maneggiare i criteri del conflitto d&#8217;interesse, configurano al massimo un caso di opportunità, non di rigorosa osservanza trasgredita. Ma anche se non innanzitutto l&#8217;opportunità è una categoria molto delicata, quando si tratta di apparire a prova di bomba di fronte al sospetto del conflitto d&#8217;interesse, a proposito della presenza di un fratello dell&#8217;ad nella società alberghiera operata da Intesa, quando in parallelo per le operazioni alberghiere della famiglia primari istituti bancari avevano messo a disposizione fior di capitali poi non utilizzati, ma investiti &#8211; del tutto legittimamente perché qui non siamo ostili al vantaggio fiscale comparato, su cui tanti demagogicamente ecepiscono in Italia &#8211; in Lussemburgo.</p>
<p>Nel caso di Unicredit, il problema è un altro. E&#8217; una questione che questa volta non ha a che vedere con i colpi che ad Alessanro Profumo sono venuti dal guidare la banca più internazionalizzata d&#8217;Italia, più esposta in Paesi colpiti da crisi e bolle come l&#8217;Europa orientale, e insieme più avanti nell&#8217;aver adottato il modello <em>originate to distribute</em> più severamente colpito dalla crisi del modello d&#8217;intermediazione anglosassone. Oltre ad aver sottostimato all&#8217;inizio della crisi la necessità di ricapitalizzarsi. Tutto questo appartiene ormai al passato, come del resto confermato dagli stress test bancari europei &#8211; molto discutibili in verità, ma più per la tutela usata alle banche tedesche  &#8211; di qualche settimana fa.</p>
<p>Il problema che riemerge in Unicredit è un altro. Ed è di grande attualità non solo da noi, ma anche nell&#8217;Europa dei salvataggi bancari che da noi per fortuna non sono stati necessari, e in cui gli istituti che devono smobilizzare le quote di capitale pubblico d&#8217;emergenza pubblico sono alla ricerca di nuovi azionisti dotati di cospicui capitali. Che cosa è davvero oggi una banca nazionale? Basta che fondi sovrani e banche centrali estere ne diventino primo azionista, sommando quote che in teoria però sono distinte, perché sia giusto suonare l&#8217;allarme dell&#8217;attentato alla sovranità? Spetta all&#8217;amministatore delegato avvisare davvero preventivamente le fondazioni azioniste e il presidente, di una quota acquisita sul mercato da un investitore estero nel capitale della banca? Oppure sono gli azionisti, che a quel punto saltano in groppa all&#8217;occasione per mandare un segnale all&#8217;amministratore delegato che, però con la corretta governance poco o nulla hanno a che vedere? A me pare la seconda, e a voi che leggete?</p>
<p>Sarebbe stato più utile leggere analisi e opinioni intorno a questi tempi più generali, piuttosto che  sulle ombrosità personali e inclinazioni politiche vere o attribuite ai due banchieri. Perché è inutile   immaginare che gli sviluppi che si producono nei due maggiori istituti di credito italiano non imprimano di sé l&#8217;intero sistema bancario nazionale. Eppure, i tanti che hanno sprecato molte pagine per dire che era la Lega in crescita elettorale,  e dunque in ascesa nelle indicazioni di amministratori  delle fondazioni bancarie, ad attentare a Unicredit e Intesa, su questi aspetti sistemici hanno preferito quasi sempre tacere. Così va per lo più l&#8217;informazione su questi temi, in Italia. A conferma che la banca, la grande banca, conta ed è temuta assai più della politica.</p>
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		<title>Cambiategli nome</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 10:32:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[iac]]></category>
		<category><![CDATA[IPCC]]></category>
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		<category><![CDATA[scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[La pubblicazione del rapporto dell&#8217;InterAcademy Council sul processo dell&#8217;Ipcc &#8211; l&#8217;organizzazione delle Nazioni unite che fa &#8220;il punto&#8221; sulla scienza del clima &#8211; ha generato reazioni eterogenee quanto prevedibili. Gli &#8220;amici&#8221; dell&#8217;Ipcc vi hanno letto una sentenza di assoluzione, i critici una condanna. Probabilmente la verità sta nel mezzo, ma certamente sarebbe sorprendente se la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La pubblicazione del <a href="http://reviewipcc.interacademycouncil.net/ReportNewsRelease.html">rapporto</a> dell&#8217;InterAcademy Council sul processo dell&#8217;Ipcc &#8211; l&#8217;organizzazione delle Nazioni unite che fa &#8220;il punto&#8221; sulla scienza del clima &#8211; ha generato reazioni eterogenee quanto prevedibili. Gli &#8220;amici&#8221; dell&#8217;Ipcc vi hanno letto una sentenza di assoluzione, i critici una condanna. Probabilmente la verità sta nel mezzo, ma certamente sarebbe sorprendente se la cosa rimanesse priva di conseguenze. Come invece sarà.</p>
<p><span id="more-6967"></span></p>
<p>Anzitutto, cosa dice il rapporto? Questo il primo paragrafo della presentazione disponibile sul sito Iac:</p>
<blockquote><p>The process used by the Intergovernmental Panel on Climate Change to produce its periodic assessment reports has been successful overall, but IPCC needs to fundamentally reform its management structure and strengthen its procedures to handle ever larger and increasingly complex climate assessments as well as the more intense public scrutiny coming from a world grappling with how best to respond to climate change, says a new report from the InterAcademy Council (IAC), an Amsterdam-based organization of the world’s science academies.</p></blockquote>
<p>(<a href="http://www.ilfoglio.it/cambidistagione/483">Qui</a> l&#8217;efficace sintesi di Piero Vietti,  <a href="http://www.climatemonitor.it/?p=12449">qui</a> un commento caustico di Fabio Spina).</p>
<p>Fin dalle prime righe, si capisce, appunto, che l&#8217;esito è favorevole all&#8217;Ipcc, ma non tenero. Infatti, il risultato è &#8220;overall&#8221; di successo ma &#8220;richiede cambiamenti fondamentali <em>nella sua struttura di management</em> e il rafforzamento delle sue procedure&#8221;. Non è un giudizio di cui andar troppo lieti, se si tiene alla credibilità dell&#8217;Ipcc e soprattutto se si considera che dalle conclusioni dell&#8217;Ipcc, e dal modo in cui vengono presentate, dipendono scelte politiche destinate a produrre un impatto enorme.</p>
<p>Il Focal point italiano dell&#8217;Ipcc, Sergio Castellari, ha <a href="http://ocasapiens-dweb.blogautore.repubblica.it/2010/09/01/sui-quotidiani-non-ce/">commentato</a>:</p>
<blockquote><p>Nessuna critica dallo Iac ai contenuti scientifici prodotti dai ricercatori e dagli scienziati dell’Ipcc per delineare lo stato del cambiamento climatico in atto sul nostro pianeta ma solo osservazioni su alcune procedure adottate dal Panel, osservazioni che io stesso condivido pienamente.</p></blockquote>
<p>Ora, a me pare un commento un po&#8217; pilatesco. Infatti, lo Iac non ha criticato i contenuti scientifici dei rapporti Ipcc <em>perché non era questo il suo mandato</em>. Il mandato era quello di rivedere la catena di costruzione dei rapporti e valutarne l&#8217;efficienza: lo Iac ha dato quello che, tanti anni fa, avremmo chiamato un &#8220;18 politico&#8221; (o, se volete, un 18 non politico, ma pur sempre un 18). Quindi, la sufficienza. &#8220;Sufficiente&#8221; è un giudizio che &#8211; perdonatemi &#8211; è spesso insufficiente. Vi lascereste operare da un chirurgo la cui unica referenza sia la laurea col minimo dei voti? Quando si occupa un ruolo centrale rispetto a un processo decisionale, non basta la &#8220;sufficienza&#8221;: ci vuole uno standard molto più elevato di quello formalmente richiesto, e per buone ragioni. Allora, la scelta di Castellari di minimizzare mi pare un nascondere la testa sotto la sabbia. Anche perché trovo difficile sostenere, alla luce della sentenza Iac, che le conclusioni dell&#8217;Ipcc sono ineccepibili: nel senso che (da profano) tendo a pensare che difficilmente una procedura inefficiente (e sulla sua inefficienza anche Castellari &#8220;condivide pienamente&#8221;, parole sue) possa produrre risultati indiscutibili.</p>
<p>Pensavo a queste cose e mi chiedevo a quali conseguenze potrebbero portare se l&#8217;onestà scientifica fosse la regola. Sicuramente, credo che le dimissioni del capo dell&#8217;Ipcc, Rajendra Pachauri, fossero il minimo sindacale, anche perché una delle osservazioni dello Iac riguarda appunto la durata eccessiva del mandato del presidente. Il quadro paradossale è questo: Pachauri incarica un consulente (che quindi è naturalmente ben predisposto, non lavorando per un ente terzo) di valutare le procedure dell&#8217;ente da lui presieduto; il consulente dice che bisogna stringere i bulloni e che, tra gli altri bulloni, uno riguarda proprio la durata del mandato presidenziale; e l&#8217;eterno presidente se la cava con una pacca sulla spalla, grazie e arrivederci.</p>
<p>Pensavo a queste cose e mi chiedevo come uscire dalle contraddizioni apparentemente insanabili quando, grazie alla <a href="http://www.climatemonitor.it/?p=12433">segnalazione</a> di Guido Guidi, ho trovato queste illuminanti <a href="http://timesofindia.indiatimes.com/india/I-am-happy-that-truth-has-come-out-Pachauri/articleshow/6482854.cms">parole</a> di Pachauri:</p>
<blockquote><p>we are an intergovernmental body and our strength and acceptability of what we produce is largely because we are owned by governments. If that was not the case, then we would be like any other scientific body that maybe producing first-rate reports but don’t see the light of the day because they don’t matter in policy-making. Now clearly, if it’s an inter-governmental body and we want governments’ ownership of what we produce, obviously they will give us guidance of what direction to follow, what are the questions they want answered. Unfortunately, people have completely missed the original resolution by which IPCC was set up. It clearly says that our assessment should include realistic response strategies. If that is not an assessment of policies, then what does it represent? And I am afraid, we have been, in my view, defensive in coming out with a whole range of policies and I am not saying we prescribe policy A or B or C but on the basis of science, we are looking at realistic response strategies.</p></blockquote>
<p>A quel punto ho capito che l&#8217;errore era mio, ed era di base. Non c&#8217;è alcuna &#8220;contraddizione apparentemente insanabile&#8221;: c&#8217;è, semmai, una &#8220;apparente contraddizione insanabile&#8221;. Infatti, abbiamo sempre sbagliato quando abbiamo voluto illuderci che l&#8217;Ipcc fosse un organo scientifico e che il suo oggetto fosse indagare la <em>scienze </em>per offrire un quadro equo delle conoscenze scientifiche. L&#8217;Ipcc &#8211; per esplicita ammissione del suo presidente, oltre che per la sua <a href="http://www.un.org/documents/ga/res/43/a43r053.htm">missione</a> - non è &#8220;any other scientific body&#8221; ma deve la sua forza e la sua credibilità al fatto che è posseduto, governato e indirizzato dai governi. Il suo obiettivo, <em>a fortiori</em>, non è indagare la scienza, ma giustificare decisioni prese a priori (&#8220;obviously they will give us guidance of what direction to follow, what are the questions they want answered&#8221;, e solo per carità di patria deve essersi morso la lingua prima di dire &#8220;quali risposte desiderano alle domande che suggeriscono&#8221;). Neppure l&#8217;Ipcc suggerisce politiche &#8220;sulla base della scienza&#8221;: esso si limita a &#8220;suggerire strategie di risposta realistiche&#8221;. Realistiche rispetto a cosa? Ma alla politica, naturalmente, che è il dna, l&#8217;essenza e la ragion d&#8217;essere dell&#8217;Ipcc.</p>
<p>Dunque, non servono tante riforme né procedure complicate. Basta una sola riforma. Cambiare il nome all&#8217;Ipcc in modo che esprima quello che è: Intergovernmental Panel on Climate Politics. Insomma, il Porta a porta (qualunque allusione è lecita e incoraggiata) del clima.</p>
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		<title>Germania, per qualche atomo in più&#8230;</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/09/06/germania-per-qualche-atomo-in-piu/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 10:19:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boggero</dc:creator>
				<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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		<description><![CDATA[A quasi un anno dalla storica vittoria elettorale del 27 settembre, CDU/CSU ed FDP sono finalmente giunte ad un accordo per prolungare la vita dei diciassette reattori nucleari della Repubblica federale. Basterà il voto del Bundestag; il Bundesrat, in cui l’esecutivo non ha più la maggioranza, verrà comodamente aggirato.* In una lunga riunione, tenutasi ieri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A quasi un anno dalla storica vittoria elettorale del 27 settembre, CDU/CSU ed FDP sono finalmente giunte ad un <a href="http://www.tagesschau.de/inland/atompolitik116.html">accordo</a> per prolungare la vita dei diciassette reattori nucleari della Repubblica federale. Basterà il voto del <em>Bundestag</em>; il <em>Bundesrat</em>, in cui l’esecutivo non ha più la maggioranza, verrà comodamente aggirato.* In una lunga riunione, tenutasi ieri in una Cancelleria assediata dai manifestanti ecologisti, gli esponenti del governo hanno stilato le linee guida di questo “<em>phase-out</em> dal <em>phase-out</em>”, come è stato ribattezzato in questi mesi dalla stampa. <span id="more-6958"></span></p>
<p>Complici i dubbi del Ministro dell’Ambiente Norbert Röttgen (CDU), tradizionalmente vicino alle istanze ecologiste, l’inversione di rotta sarà solamente parziale e non certo, come la stampa italiana probabilmente titolerà, epocale. E questo perché la decisione voluta dal gabinetto rosso-verde nel 2001 di chiudere con l’esperienza nucleare non è stata affatto ribaltata. L’atomo è una “tecnologia-ponte”, hanno ripetuto in questi mesi gli esponenti democristiani e liberali. Liberarcene intorno al 2020 sarebbe prematuro, rinviamo dunque la fuoriuscita. Questo il succo del ragionamento. E così, mentre gli impianti più vecchi, quelli costruiti prima del 1980 potranno rimanere attivi per ancora otto anni, quelli più nuovi godranno di un posticipo di circa quattordici anni. Ciò significa che l&#8217;ultimo reattore chiuderà i battenti intorno al 2040. Come <a href="http://wirtschaftlichefreiheit.de/wordpress/?p=4070">giustamente metteva a fuoco Henning Klodt</a> su <em>Wirtschaftliche Freiheit, </em>quello che vi è stato di errato in questa stucchevole guerra di cifre sugli anni (e poi perché quattordici e non quindici o ventitré?) è che lo Stato gioca la partita sia in  qualità di regolatore, sia in qualità di attore. Non volendo limitarsi a fissare le regole del gioco (in particolare in tema di sicurezza), pretende di potersi occupare dei reattori come se fossero ancora di sua proprietà. E così il rischio continuerà ad essere quello di reattori chiusi quando ancora potevano funzionare o impianti tenuti in vita oltre ogni tempo ragionevole. In questo senso ha forse ragione – anche se la predica viene dal <a href="http://www.faz.net/s/Rub7FC5BF30C45B402F96E964EF8CE790E1/Doc%7EEF74F25A20DEF4DC4AA4D703B2B1FC7C9%7EATpl%7EEcommon%7EScontent.html">pulpito sbagliato</a> &#8211; il presidente dell’SPD Sigmar Gabriel, che nell’annunciare un autunno caldo di proteste, ha accusato l’esecutivo di aver barattato la sicurezza con un po’ di denaro. E sì, perché la signora Merkel, per cercare di trovare la quadra e mettere d’accordo tutti, ha pensato di chiedere alle compagnie energetiche di pagare per circa sei anni una tassa aggiuntiva su uranio e plutonio (<em>Brennelementesteuer</em>) per risanare il bilancio, nonché di utilizzare i profitti per migliorare la sicurezza dei reattori e versare fondi per lo sviluppo (dopo vent’anni ancora a “sviluppà” stiamo?) delle energie rinnovabili, quasi che fosse pentita del passo intrapreso. Insomma, come al solito, la Cancelliera si dibatte vorticosamente tra le due C: confusione e compromessi. In buona sostanza, infatti, si annulla la recente decisione di tagliare i sussidi al solare. Ciò che è uscito dalla porta, <a href="http://www.insm-oekonomenblog.de/wettbewerb/mehr-subventionen-nein-danke/">pare  rientrare</a> dalla finestra.</p>
<p>Al di là di quanto detto, il cambio di fronte rispetto al decennio passato è comunque da giudicare positivamente. Il rischio di un phase-out immediato avrebbe potuto condannare la Repubblica federale a <a href="http://www.faz.net/s/Rub0E9EEF84AC1E4A389A8DC6C23161FE44/Doc~EB6628FF5E88546848F797AD8880CF6D0~ATpl~Ecommon~Scontent.html">bollette sempre più care</a> e a pericolosi black-out.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>*La Corte Costituzionale di Karslruhe è già stata attivata dall&#8217;opposizione.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Da Bric a Bric-Africa. Secondo Kharas, perché no?</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/09/05/da-bric-a-bric-africa-secondo-kharas-perche-no/</link>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 20:20:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[commercio mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[concorrenza istituzionale]]></category>
		<category><![CDATA[svilluppo economico]]></category>

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		<description><![CDATA[Offrendo la sua opinione sui possibili scenari geoeconomici degli anni venire, l’economista Homi Kharas (del Brookings Institution) ha ipotizza oggi su “Il Sole 24 Ore” l’ingresso dell’Africa sub-sahariana tra le aree emergenti. L’idea è che il Bric (Brasile, Russia, India e Cina) possa insomma diventare un “Bric-Africa”.
Non solo lo studioso ricorda che secondo le previsioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Offrendo la sua opinione sui possibili scenari geoeconomici degli anni venire, <a href="http://www.brookings.edu/experts/kharash.aspx">l’economista Homi Kharas</a> (del Brookings Institution) ha ipotizza oggi su “Il Sole 24 Ore” l’ingresso dell’Africa sub-sahariana tra le aree emergenti. L’idea è che il Bric (Brasile, Russia, India e Cina) possa insomma diventare un “Bric-Africa”.<span id="more-6951"></span></p>
<p>Non solo lo studioso ricorda che secondo le previsioni dell’Fmi il continente nero nel periodo 2010-15 crescerà più rapidamente del Brasile, ma sottolinea i notevoli punti a favore degli africani, sottolineando in particolare: “grosse dimensioni, crescita rapida, forza del lavoro giovane e in aumento”.</p>
<p>Nessuno, e certamente in cuor suo non lo fa neppure Kharas, può certo nascondersi le difficoltà dell’economia di questa parte del mondo: sistemi politici oppressivi, una scolarizzazione scadente e infrastrutture di scarsa qualità, ma soprattutto una limitata presenza di garanzie giuridiche (su proprietà e contratti, in particolare), insieme a un quadro politico dominato da poteri arbitrari e una terribile incertezza.</p>
<p>Gli elementi di ottimismo, rafforzati dai massicci investimenti provenienti dalla Cina, vanno quindi bilanciati con considerazioni più prudenti. Il riferimento di Kharas alle dimensioni significative di quest’area (dal punto di vista demografico e territoriale) va accoppiato alla considerazione che la costruzione – da parte europea – di Stati nazionali durante l’età moderna ha portato a edificare frontiere commerciali assai alte. E molto dannose alle prospettive di crescita.</p>
<p>Per giunta, è ovvio che nessuna possibilità di uno sviluppo solido e duraturo ci potrà essere entro contesto di guerra.</p>
<p>Uno dei capisaldi della teoria liberale è che l’autonomia individuale è premessa fondamentale della crescita, ma un altro è che non vi è la minima speranza di preservare un orizzonte di diritto – anche minimo – entro un quadro dominato dai conflitti. In  questo senso, va detto che gli europei, purtroppo, non si sono limitati a costruire sul continente africano un ampio numero di Stati nazionali sul modello europeo (in larga misura, macchine da guerra), ma l’hanno fatto inglobando e obbligando alla convivenza etnie diverse e spesso tradizionalmente ostili.</p>
<p>Nonostante questo, è ragionevole aggiungere un altro elemento di ottimismo.</p>
<p>Se raffrontiamo ad esempio Cina, India e Africa sub-sahariana dobbiamo constatare che la più debole e arretrata di queste tre realtà potrà contare, negli anni a venire, su una competizione istituzionale che sarà assai meno presente negli altri casi. In sostanza, se è vero che l’esistenza di più di trenta Stati comporta anche problemi (barriere ai commerci, in primo luogo), essa offre soprattutto l’opportunità di vedere all’opera modelli istituzionali e quindi anche economici differenti. Già ora è significativo che la relativa superiorità delle società di tradizione britannica su quelle di colonizzazione francese suggerisce una serie di considerazioni a intellettuali e politici africani: sul contrasto tra <em>civil law</em> e <em>common law</em>, ad esempio, e sulla loro compatibilità con le tradizioni locali.</p>
<p>In particolare, sarà importante che gli africani sappiano individuare le realtà di (relativo) successo e, in questo modo, adottino progressivamente le soluzioni più adatte. È vero che per fare questo esiste già ora un’ampia gamma di sistemi da studiare collocati fuori dall’Africa. Ma è ragionevole ritenere che una serie di problemi e quindi di soluzioni possibili siano specifici di quell’area e che quindi possano essere le scelte compiute in Ghana o in Botswana a rappresentare occasioni di riforma.</p>
<p>Nella vicenda asiatica, è difficile sottovalutare il ruolo esemplare giocato da realtà come Hong Kong o Singapore: per limitarsi a scegliere casi davvero estremi. Bisognerà allora che gli africani, e non solo loro, sappiano osservare ciò che avviene nei diversi Paesi e inizino a sperimentare – ogni volta che è possibile – quanto è produttiva la libertà economica. Perché c’è soprattutto bisogno di innovatori e modelli di successo.</p>
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		<title>Fiat globale vs. Fiom locale</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/09/04/fiat-globale-vs-fiom-locale/</link>
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		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 18:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
				<category><![CDATA[auto]]></category>
		<category><![CDATA[Chrysler]]></category>
		<category><![CDATA[Fiat]]></category>
		<category><![CDATA[Fiom]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Marchionne]]></category>

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		<description><![CDATA[La nuova Fiat è sempre più globale, come mostrano anche i dati delle vendite di agosto nei principali mercati automobilistici. Certo un singolo mese non fa un anno, ma la tendenza dopo lo sbarco di Marchionne in America è questa. Tuttavia Fiat, nonostante l’acquisto di Chrysler, rischia di non essere abbastanza grande per il mercato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La nuova Fiat è sempre più globale, come mostrano anche i dati delle vendite di agosto nei principali mercati automobilistici. Certo un singolo mese non fa un anno, ma la tendenza dopo lo sbarco di Marchionne in America è questa. Tuttavia Fiat, nonostante l’acquisto di Chrysler, rischia di non essere abbastanza grande per il mercato dell’auto del futuro.<span id="more-6949"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’acquisizione del 20 per cento di Chrysler da parte del gruppo torinese nel 2009 ha cambiato la prospettiva della casa automobilistica italiana. Nei prossimi anni la quota di Fiat in Chrysler dovrebbe salire fino al 55 per cento, rendendo il gruppo guidato da Sergio Marchionne il primo azionista del produttore americano. In questo modo l’Europa non sará piú il centro degli interessi per la casa torinese, che registrerà la predominanza del  mercato americano, grazie anche al Sud America e la posizione di forza in Brasile.</p>
<p style="text-align: justify;">Se dal lato della produzione Fiat è riuscita da qualche anno a globalizzarsi questo processo di internazionalizzazione nel settore delle vendite è stato piú lento, anche perché costruire una rete di concessionari globale è molto difficile. Infatti, stabilire una fabbrica negli Stati Uniti è relativamente semplice, mentre è molto più complicato avere centinaia o migliaia di rivenditori.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché Fiat ha bisogno d’essere un’impresa sempre più globale? E perché una parte del sindacato italiano non riesce a comprendere questa nuova fase?</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto bisogna guardare allo sviluppo del mercato automobilistico. L’Europa sta perdendo quote di mercato a discapito principalmente del continente asiatico, con il traino della Cina. Il gigante asiatico ha registrato il sorpasso sugli Stati Uniti d’America nel 2009 per quanto riguarda il numero di autoveicoli venduti.</p>
<p style="text-align: justify;">Fiat ha compreso che l’Europa era troppo piccola ed è la ragione per la quale Sergio Marchionne ha puntato sull’operazione Chrysler. In questo modo Fiat diventa più americana che europea, con tutte le conseguenze del caso.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia la produzione di autoveicoli è scesa negli ultimi anni, fino ad arrivare a poco più di 600 mila veicoli prodotti, lontano non solo da Germania, Francia, Regno Unito e Spagna, ma un livello inferiore rispetto anche alla Repubblica Ceca.</p>
<p style="text-align: justify;">Il piano “Fabbrica Italia” nel quale si prevedono 20 miliardi di euro di investimenti in Italia nei prossimi anni, con addirittura un incremento della produzione italiana è stato un passo coraggioso di Marchionne. Certo gli obiettivi del piano industriale saranno difficilmente raggiungibili, poiché si prevede un raddoppio delle vendite entro il 2014, ma l’arrivo della Nuova Panda a Pomigliano d’Arco è stato un punto a favore di Fiat e del suo piano industriale.</p>
<p style="text-align: justify;">La nuova Panda a Pomigliano d’Arco ha tuttavia registrato un punto di scontro con la FIOM, in piena campagna di successione nella CGIL. Le nuove condizioni di Fiat, che voleva una produzione più flessibile in cambio dell’investimento di 700 milioni di euro, sono state prese di mira da Filippo Landini, alla guida della FIOM.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo scontro è stato solo il primo. Dopo la presa di posizione cieca della FIOM, Fiat ha annunciato che la produzione delle monovolume, presente nel piano “fabbrica Italia” sarebbe stato spostato da Mirafiori alla Serbia, lasciando capire che gli investimenti in Italia sono possibili solo a certe condizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultimo scontro si ferma a Melfi, come <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/09/01/houston-qui-fiom-abbiamo-un-problema/">ben descritto da Oscar Giannino</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La FIOM, per difendere i tre lavoratori che bloccarono probabilmente la produzione degli impianti di Melfi, ha deciso di assumere una posizione strumentale al fine di avere qualche voto in più alle prossime elezioni CGIL.</p>
<p style="text-align: justify;">Una FIOM che non vede oltre Melfi o Pomigliano d’Arco e che per interessi elettorali rischia di cancellare il progetto “fabbrica Italia”.</p>
<p style="text-align: justify;">La FIAT si scontra con una sfida globale estremamente difficile e si trova una parte del sindacato che non va oltre a Melfi. La posizione della FIOM pur comprensibile a livello di lotte di successione, non è giustificabile e dimostra l’arretratezza di una parte del sindacato italiano.</p>
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		<title>Più stoccaggi per tutti. E per il mercato?</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2010/09/04/piu-stoccaggi-per-tutti-e-per-il-mercato/</link>
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		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 06:20:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[autorità per l'energia]]></category>
		<category><![CDATA[gas]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[ortis]]></category>
		<category><![CDATA[saglia]]></category>
		<category><![CDATA[stoccaggi]]></category>
		<category><![CDATA[testa]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;Autorità per l&#8217;energia ha inviato a Parlamento e governo una segnalazione che solleva alcuni punti molto critici sul decreto stoccaggi, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 29 agosto. Il decreto muove dal presupposto che occorre mobilitare investimenti in nuova capacità di stoccaggio, indispensabile a garantire al mercato del gas (e, indirettamente, all&#8217;elettrico) la flessibilità necessaria specialmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Autorità per l&#8217;energia ha inviato a Parlamento e governo una <a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/segnalazioni/018-10pas.pdf">segnalazione</a> che solleva alcuni punti molto critici sul <a href="http://www.altalex.com/index.php?idnot=11728">decreto stoccaggi</a>, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 29 agosto. Il decreto muove dal presupposto che occorre mobilitare investimenti in nuova capacità di stoccaggio, indispensabile a garantire al mercato del gas (e, indirettamente, all&#8217;elettrico) la flessibilità necessaria specialmente nei mesi di maggior domanda. Se, da questo punto di vista, gli strumenti adottati possono essere efficaci, essi rischiano di essere inefficienti a causa delle conseguenze, potenzialmente negative, che rischiano di generare su un altro terreno: quello della concorrenza e del mercato.</p>
<p><span id="more-6946"></span></p>
<p><a href="http://www.autorita.energia.it/allegati/relaz_ann/10/ra10_1_3.pdf">Attualmente</a>, esiste in Italia una capacità di stoccaggio di circa 14,3 miliardi di metri cubi (di cui 5,1 adibiti a stoccaggio strategico), 0,4 in più dello scorso anno termico. La disponibilità di punta giornaliera in erogazione è pari a 153 milioni di metri cubi, ancora insufficienti &#8211; <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-05-14/investimenti-081300.shtml?uuid=AYj7XxoB&amp;fromSearch">secondo l&#8217;Autorità</a> &#8211; a mettere il paese in sicurezza. La larga maggioranza della capacità esistente (13,9 miliardi di metri cubi) appartiene a Stogit, oggi in pancia a Snam e dunque controllata dall&#8217;Eni, che è anche operatore dominante sul mercato, mentre Edison Stoccaggi ha 0,4 miliardi di metri cubi nelle sue disponibilità. Diversi progetti, che potrebbero effettivamente cambiare la faccia al mercato, seppure solo parzialmente, sono stati autorizzati o sono in via di autorizzazione (quello più importante per le dimensioni, e dunque il simbolo di questo sforzo, è Rivara), ma si dibattono tra i consueti problemi. Una precisazione: a differenza della rete, gli stoccaggi non sono &#8211; tecnicamente &#8211; una <em>essential facility</em>. Lo diventano nel momento in cui la situazione è quella che è: cioè l&#8217;ex monopolista rimane monopolista in tutti i segmenti determinanti, di cui questo è, ovviamente, uno.</p>
<p>E&#8217; in questo contesto che si cala il decreto stoccaggi. Devo qui fare una confessione: <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/04/24/piu-stoccaggi-per-tutti/">inizialmente</a>, avevo sopravvalutato gli effetti positivi della riforma (infatti il titolo di questo post è auto-polemico). Esso, infatti, come <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Editrice/IlSole24Ore/2010/04/24/Economia%20e%20Lavoro/15_A.shtml?uuid=fb63870c-4f64-11df-bd00-c5047b6e8d01&amp;DocRulesView=Libero">spiegava</a> Federico Rendina a suo tempo,</p>
<blockquote><p>Nell&#8217;attesa di annullare o riproporre in altra forma i tetti sulla vendita in scadenza, i nuovi limiti di &#8220;occupazione&#8221; degli stoccaggi, ora quasi totalmente controllati dall&#8217;Eni attraverso la Stogit, possono essere innalzati dal 40 al 60% in cambio di impegni dell&#8217;Eni sulla realizzazione di nuove infrastrutture, o sul potenziamento (ad esempio con sovrapressioni) di quelle esistenti. Ampliandole per almeno 4 miliardi di metri cubi rispetto ai 13 miliardi attuali. Questo con la partecipazione di nuovi investitori (anche le piccole imprese attraverso le loro associazioni o operatori qualificati, fino ad una quota complessiva del 30%, come prevede l&#8217;ultima versione del testo) che in cambio ne avranno l&#8217;uso effettivo quando saranno disponibili, ma con un anticipo praticamente immediato di &#8220;capacità virtuale&#8221; tra uno e due miliardi di metri cubi.</p></blockquote>
<p>Le criticità evidenziate dall&#8217;Autorità riguardano essenzialmente due aspetti. Il primo ha a che fare con la flessibilità nella determinazione dei tetti antitrust. In sostanza, si legge nella segnalazione,</p>
<blockquote><p>il Decreto prevede – all’articolo 3 comma 1) &#8211; che ciascun operatore sia vincolato a non superare soglie predefinite in termini di quote di mercato; ove tali soglie sono determinate come somma di due termini, il primo rappresentato dalle quote di immissione ed il secondo rappresentato dalla somma delle ulteriori partite che contribuiscono a determinare la quota di mercato all’ingrosso di un operatore. Ora, sebbene il Decreto non porti gli autoconsumi termoelettrici in riduzione nel calcolo della quota di immissioni, prevede però espressamente che detti autoconsumi siano portati a riduzione del secondo termine che – unitamente alla quota di immissione – contribuisce a determinare la quota di mercato di ciascun operatore. L’effetto netto di questa impostazione di calcolo disomogenea tra i due termini della somma, risulta essere che la disponibilità di gas corrispondente agli autoconsumi – nei fatti – non sarà conteggiata nella determinazione della quota di mercato complessiva ai fini del rispetto delle soglie antitrust per gli operatori, e in particolare l’<em>incumbent</em>.</p></blockquote>
<p>Calcolare le quote di mercato al netto dell&#8217;autoconsumo, quando il maggior importatore di gas è anche un importante consumatore, conduce ovviamente a una distorsione del mercato; anche perché sembra presupporre che il gas autoconsumato sia &#8220;fantasma&#8221;, ossia che non abbia un costo opportunità; e che gli scopi per cui viene autoconsumato (in particolare la generazione elettrica) siano &#8220;isolati&#8221; dal mercato, non siano immersi in una competizione che deve essere &#8220;equa&#8221;. Sullo stesso tema, <a href="http://www.deputatipd.it/Select.asp?Section=Discussion&amp;Table=Documents&amp;ID=21457&amp;Mode=Edit&amp;KeyName=ID&amp;KeyValue=21457">qui</a> il commento di Federico Testa.</p>
<p>Va detto che anche la decisione di coinvolgere gli &#8220;utilizzatori finali&#8221; del gas nella realizzazione di stoccaggi ha un che di paraculesco: concilia l&#8217;apparente desiderio di salvaguardare la posizione dominante dell&#8217;Eni &#8220;comprando&#8221; il consenso dei consumatori con una forma di sussidio mascherato, e in questo modo sbarra la strada ai concorrenti (e, paradossalmente, trasforma sempre più gli stoccaggi in una sorta di monopolio &#8220;innaturale&#8221;, sottraendoli alla concorrenza e rendendo necessaria una regolazione intrusiva, pesante, complessa e conflittuale).</p>
<p>Infine, l&#8217;organismo presieduto da Alessandro Ortis &#8220;pizzica&#8221; il governo su un passaggio solo apparentemente formale. Dice il decreto che il ministero dello Sviluppo economico &#8220;<em>anche avvalendosi dell&#8217;Autorità di regolazione</em>, presta assistenza all&#8217;Autorità garante [della concorrenza] per le verifiche degli impegni assunti&#8221; (corsivo aggiunto). Secondo l&#8217;Autorità per l&#8217;energia,</p>
<blockquote><p>La previsione secondo cui l’attività di assistenza del Dipartimento per l’energia del Ministero dello Sviluppo Economico a favore dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato avviene “anche avvalendosi dell’Autorità di regolazione”, peraltro non prevista dalla legge delega, appare decisamente confliggente con la natura e le funzioni di una Autorità di regolazione indipendente, che non può configurarsi come il braccio tecnico od operativo di alcun Ministero, né tanto meno di un suo Dipartimento, condizione che verrebbe invece a realizzarsi nei fatti.</p></blockquote>
<p>L&#8217;autodifesa del regolatore non è una questione di stizza inadeguata, o un sintomo di eccessiva sensibilità (anche perché l&#8217;attuale collegio è in scadenza a dicembre). C&#8217;è, piuttosto, un velato messaggio &#8220;culturale&#8221;, che richiama indirettamente le lunghe polemiche che negli scorsi mesi hanno investito l&#8217;Autorità proprio in virtù della sua indipendenza e del tentativo, conscio o inconsapevole, di menomarla, vuoi col blitz (fallito) per <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;cd=4&amp;ved=0CCIQFjAD&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.corriere.it%2Fpolitica%2F08_luglio_12%2Fvertici_authority_energia_emendamento_lega_9bbe229a-5032-11dd-b082-00144f02aabc.shtml&amp;ei=oeOBTK_RKNH74AbGkrzFDw&amp;usg=AFQjCNEX78aXRnsG3sYFq7btCb3LfNoOpg&amp;sig2=8abk0_Sdb4lWDNTIt_-5ig">commissariarla</a>, vuoi col <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CBUQFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.chicago-blog.it%2F2009%2F12%2F04%2Ffondo-unico-autorita-quando-la-pezza-e-quasi-peggio-del-buco%2F&amp;ei=yOOBTIDtCs3l4Aay7fmBAw&amp;usg=AFQjCNE0q2nb8v48lYXnCnJ6HIH7yVD1BA&amp;sig2=79xQsYlgfonjNioWKFXaFQ">pasticcio</a> sui finanziamenti, vuoi con la tassa impropria che il Tesoro ha imposto sugli operatori (e sul mercato) attraverso il <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-04/lautorita-manovra-perde-autonomia-140407.shtml?uuid=AYBEq04B">prelievo</a> dal suo bilancio. Il punto, molto semplice ma, apparentemente, troppo difficile per essere digerito nel nostro paese, è che la relativa &#8220;indipendenza&#8221; garantita dall&#8217;autonomia finanziaria, un processo di nomina forzosamente bipartisan, e le regole che sovrintendono al funzionamento dell&#8217;Autorità e al comportamento del collegio durante e dopo il mandato, fornisce al mercato un orizzonte di certezza che una politicizzazione più accentuata farebbe venir meno. Per queste ragioni, è bene non solo che l&#8217;Italia mantenga questa indipendenza nel rispetto delle norme comunitarie, ma è bene che lo faccia soprattutto alla luce di quello che è lo scenario politico che abbiamo sotto gli occhi.</p>
<p>Di qualunque cosa stiamo parlando nel settore energetico &#8211; nucleare, rinnovabili, elettricità, gas &#8211; le parole chiave sono: certezza e stabilità. Se questa certezza e questa stabilità vengono demolite &#8211; non importa se tutte assieme o un pezzettino alla volta &#8211; non possono che derivarne conseguenze negative per gli operatori del settore e, indirettamente, per i consumatori industriali e domestici. E ciò anche quando essi (alcuni di essi) vengono blanditi con forme più o meno mascherate di sussidi.</p>
<p>Il decreto stoccaggi è un tentativo parzialmente apprezzabile di intervenire su un segmento che richiede attenzione e cautela, ma in alcuni passaggi rischia di fare più male che bene &#8211; o di barattare un bene comunque importante (garantire nuovi investimenti) con un male di lungo termine (proteggere il monopolio esistente). Correggerlo sarebbe un gesto di responsabilità e maturità.</p>
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		<title>Si può criticare Napolitano? A volte, sì</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 16:29:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mercato del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Napolitano]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando governo e politica ballano su un filo, nel nostro sistema costituzionale è pressoché fisiologico che sia il Capo dello Stato ad acquistare ancor più rilievo e influenza. E&#8217; quanto inevitabilmente avvenuto in questi ultimi mesi, a maggior ragione e con più evidenza quando la tensione tra Berlusconi e Fini ha toccato il diapason. Solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Quando governo e politica ballano su un filo, nel nostro sistema costituzionale è pressoché fisiologico che sia il Capo dello Stato ad acquistare ancor più rilievo e influenza. E&#8217; quanto inevitabilmente avvenuto in questi ultimi mesi, a maggior ragione e con più evidenza quando la tensione tra Berlusconi e Fini ha toccato il diapason. Solo che, inevitabilmente, quando il Quirinale passa da un ruolo di mera garanzia a quello di un sistematico interventismo che pur gli è legittimamente consentito dalla cosiddetta Costituzione materiale, ecco che il rispetto dovuto alla massima istituzione di garanzia inevitabilmente deve aprirsi anche a un altrettanto legittimo diritto di critica verso le esternazioni del Quirinale. A mio giudizio, doo il caso Fiat, è anche quello dell&#8217;auspicata politica industriale.<span id="more-6943"></span></p>
<p>Personalmente, con grande rispetto per la persona e le attribuzioni del Capo dello Stato, per esempio non ho condiviso il suo intervento sulla vicenda Fiat-Melfi, e avete letto qui perché. Al Quirinale sapevano benissimo che intervenendo a favore dei tre licenziati sostenendo la tesi del pieno reintegro non solo economico ma anche alla linea di produzione – senza precedenti in giurisprudenza,per un&#8217;ordinanza favorevole ai ricorrenti ex articolo 28 e non 18 dello Statuto dei lavoratori – si introduceva un precedente di fatto e non di diritto, s sfavore del diritto dell&#8217;industria a considerare giustamente lesivi scioperi legittimi sì, ma illegittimi se bloccano interi stabilimenti violando la libertà di chi invece vuol lavorare.</p>
<p>Su un altro piano, meno rilevante poiché siamo nel campo della piena libertà d&#8217;opinione politica e non in quello dell&#8217;attesa di sentenze,  le dichiarazioni del Presidente della Repubblica lanciate dai giornali come “serve una seria politica industriale, che dia prospettive ai giovani”. Dichiarazioni, a mio modestissimo giudizio, da leggere su tre piani diversi.</p>
<p>Il primo è quello del richiamo al governo affinché nomini il successore di Claudio Scajola al dicastero delle Attività Produttive. Richiamo motivato e comprensibile, visto che dall&#8217;uscita di scena dell&#8217;ex ministro sono trascorsi mesi. Si possono avere valutazioni diverse intorno ai possibili candidati che secondo le indiscrezioni d stampa il premier avrebbe nel tempo presentato al Quirinale, ma sta di fatto che in effetti la vacatio di mesi non è un vantaggio per il Paese. Ricordo tra tutti il dossier della politica energetica e la scelta di tornare al nucleare, che rischia di restare impantanata visto che fondamentali pre condizioni come l&#8217;Agenzia per la sicurezza nucleare, senza di cui non vi è scelta dei siti potenziali, sono rimasti sinora bloccate.Il richiamo ha avuto oltretutto effetto, visto che poche ore fa Berlusconi ha garantito che la prossima settimana avverrà la nomina.</p>
<p>Altro paio di maniche è invece quello che riguarda la dizione stessa di “politica industriale”, e il richiamo ai giovani disoccupati. Su questo, non credo sia mancare di rispetto al Quirinale se si opina che sono parole attraverso le quali si esprime la cultura politica alla quale appartiene per lunga militanza il Presidente. Dire “politica industriale” può concretamente significare infatti due  cose. Se si guarda all&#8217;esperienza europea, è un richiamo al modello francese, cioè a quello in cui governo e Stato fissano con propria priorità una serie di settori definiti “strategici”, su cui concentrano incentivi e ai quali danno obiettivi, esercitando sul loro raggiungimento una fortissima influenza diretta. Ma non è il modello scelto dal nostro Paese, e anzi praticamente da nessun Paese europeo, anche se pure in Germania nella crisi si sono viste pesanti eccezioni alla regola per la quale gli incentivi e gli aiuti sono temporanei e riguardano la generalità delle imprese, lasciando alla libera concorrenza  del mercato l&#8217;opportunità di raggiungere i migliori risultati di cui è capace. Altrimenti, nel contesto italiano, “politica industriale” significa il ritorno a quella che si faceva prima dello smantellamento della Prima Repubblica: perché in realtà il modello successivo, quello di bandi aperti a tutti voluto da Bersani e lasciato in eredità a Scajola sotto la sigla di “Industria 2015”, in realtà ha avuto e presenta oggi un bilancio tutt&#8217;altro che esaltante.</p>
<p>Non credo affatto che sia il dirigismo di Stato, a risolvere il problema storico della cronica sottoccupazione al Sud di giovani e donne. Il Presidente ha pieno diritto, eventualmente, di pensarlo. Ma resta a tutti, a quel punto, il diritto di criticare e non essere d&#8217;accordo. Lo Stato, con il suo prelievo fiscale su lavoro e famiglia oltre che su imprese e con le sue regole del mercato del lavoro, per noi è la causa della maggior disoccupazione giovanile e femminile, non la soluzione.</p>
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		<title>Tony Blair sulla crisi</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 10:10:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Mingardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[interventismo pubblico]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo che altri hanno già insistito sul monito al Partito Laburista contenuto nell’autobiografia di Tony Blair, A Journey, oggi il Wall Street Journal riporta alcuni passi del libro dedicati alla crisi finanziaria che ha contribuito prima a una straordinaria risalita di Gordon Brown nei sondaggi (sembrava “un keynesiano al posto giusto e al momento giusto”) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo che altri hanno già insistito sul monito al Partito Laburista contenuto nell’<a href="http://www.amazon.com/Journey-My-Political-Life/dp/0307269833/ref=sr_1_1?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1283498694&amp;sr=1-1" target="_blank">autobiografia di Tony Blair</a>, <em>A Journey</em>, oggi il <em>Wall Street Journal</em> riporta alcuni passi del libro dedicati alla crisi finanziaria che ha contribuito prima a una straordinaria risalita di Gordon Brown nei sondaggi (sembrava “un keynesiano al posto giusto e al momento giusto”) e poi invece alla sua sconfitta elettorale.</p>
<p><span id="more-6940"></span>Vale la pena di riportarli anche in questa sede. In primo luogo, scrive l’ex primo ministro, “non ha fallito il mercato., ha fallito una parte del settore”. Ma anche lo Stato “ha fallito. Le normative hanno fallito. I politici hanno fallito. La politica monetaria ha fallito. Indebitarsi era diventato eccessivamente conveniente. Ma non si è trattato di un complotto delle banche, è stata una conseguenza della confluenza (apparentemente fortunata) di una politica monetaria troppo facile e della bassa inflazione”.</p>
<p>Blair ha una visione piuttosto disincantata anche della “Obamanomics” neokeynesiana. “In ultima analisi, la ripresa non verrà stimolata dai governi, bensì dalle attività economiche, dalle imprese e dalla creatività, dall’ingegnosità e dall’intraprendenza degli individui. Se i provvedimenti che adotteremo per rispondere alla crisi diminuiranno i loro incentivi, soffocheranno la loro imprenditorialità, indeboliranno il clima di fiducia in cui esis operano, la ripresa diventerà estremamente incerta”. Una formula elegante per non sconfessare in maniera eccessivamente plateale i compagni di partiti, eppure porre in controluce l’<a href="http://www.chicago-blog.it/2010/08/31/krugman-keynes-e-strabismo-congenito/#comments" target="_blank">interrogativo di Pietro Monsurrò</a>: “Ma esiste uno straccio di prova che gli stimoli fiscali servano a qualcosa?”.</p>
<p>La cosa più interessante dell’articolo del WSJ è però un’altra citazione, dalla quale sembrerebbe emergere che la lettura della crisi di Blair non si allontana troppo da quella  spiegata molto bene da Jeffrey Friedman nella sua <a href="http://econlog.econlib.org/archives/2009/07/jeffrey_friedma.html" target="_blank">introduzione</a> alla special issue di <em>Critical Review</em> sulla crisi. Per Friedman (e per Arnold Kling, vedasi il suo <a href="http://www.amazon.com/Unchecked-Unbalanced-Discrepancy-Knowledge-Financial/dp/144220124X/ref=sr_1_2?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1283498587&amp;sr=1-2" target="_blank"><em>Unchecked and Unbalanced</em></a>), la crisi non è stata dovuta a un “fallimento del mercato” quanto piuttosto a un “fallimento cognitivo” dei diversi attori in gioco, attori di mercato ma anche (forse soprattutto) regolatori.</p>
<p>Senza la raffinatezza intellettuale di Friedman, scrive Blair:</p>
<blockquote><p>Quella che è mancata è stata la capacità di capire. Non l’abbiamo proprio vista arrivare. Si può sostenere che avremmo dovuto, ma così non è stato. Per giunta (e questo è un aspetto essenziale per capire in che senso indirizzare la regolazione del settore) non è vero che, se avessimo visto l’approssimarsi della crisi, non avremmo potuto fare niente per prevenirla. Il problema non è stato un fallimento della regolazione dovuto al fatto che le autorità non avevano il potere di intervenire. Se i regolatori avessero fatto sapere ai leader politici che era imminente un’enorme crisi, non avremmo replicato: “non possiamo farci niente fino a che non avremo introdotto nuove normative”. Avremmo agito.</p></blockquote>
<p>PS: A scanso di equivoci: nulla di quanto sopra vuole esprimere apprezzamento per l’operato di Blair come primo ministro &#8211; operato che è molto controverso, contrassegnato assieme da grandi innovazioni sul piano del linguaggio politico e da severe compressioni dei diritti civili, in nome della “war on terror”, che per fortuna il nuovo governo britannico è determinato a rivedere. Ma il fatto che uno dei grandi protagonisti della scena politica mondiale degli ultimi trent’anni dia una lettura della crisi non troppo distante da quella costantemente avanzata su queste pagine e poche altre, pare significativo.</p>
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		<title>Due citazioni valgono più di mille parole</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 09:04:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pietro Monsurrò</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Breve appendice ai post sulla Scuola austriaca. Una differenza di mentalità di cui non ho parlato viene fuori da due semplici citazioni.

Dice Peter Boettke sul suo blog: &#8220;in una conversazione che ebbi con Thomas Sargent &#8230; ascoltai per la prima volta il termine &#8217;scholar&#8217; (studioso) in senso denigratorio. Sargent insisteva che non avevamo bisogno di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Breve appendice ai post sulla Scuola austriaca. Una differenza di mentalità di cui non ho parlato viene fuori da due semplici citazioni.</p>
<p><span id="more-6864"></span></p>
<p><a href="http://www.coordinationproblem.org/2010/08/but-i-told-you-_i_-am-a-historian-of-economic-thought.html">Dice</a> Peter Boettke sul suo blog: &#8220;in una conversazione che ebbi con Thomas Sargent &#8230; ascoltai per la prima volta il termine &#8217;scholar&#8217; (studioso) in senso denigratorio. Sargent insisteva che non avevamo bisogno di &#8217;scholars&#8217;, ma di scienziati.&#8221;</p>
<p><a href="http://mises.org/books/ufofes/">Diceva</a> Ludwig von Mises: &#8220;Chi vuole ottenere dei risultati in prasseologia [teoria economica] deve conoscere bene la matematica, la fisica, la biologia, la storia, la giurisprudenza. Una volta dissi questo in una conferenza, e un giovane obiettò: &#8216;le chiede troppo ad un economista: nessuno può costringermi a studiare tutte queste scienze&#8217;. La mia risposta fu: &#8220;nessuno le chiede, o la costringe, a diventare un economista&#8217;.&#8221;</p>
<p>Penso che altre due citazioni così perfettamente adeguate a comprendere certe differenze di mentalità è difficile trovarne. Chissà chi dei due avrà ragione, e quale approccio è più adeguato a capire la complessità dei sistemi umani&#8230; purtroppo l&#8217;approccio che preferisco è anche quello più difficile, visto che incentiva ragionamenti generici e poco rigorosi e dettagliati, cosa che si può evitare se ci si chiama Mises (e nonostante ciò, Mises lasciò una marea di dettagli appesi), ma in generale è una cosa difficile. Non è elementare spostare l&#8217;attenzione dall&#8217;albero alla foresta e viceversa a seconda di cosa serva. Nonostante ciò, spero che l&#8217;idea di imitare pedissequamente i fisici nello studio dei sistemi sociali prima o poi si estingua definitivamente.</p>
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