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	<title>CHICAGO BLOG</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>La separazione di Snam, ovvero la rinazionalizzazione dell&#8217;energia</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 18:17:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
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La bozza del dpcm (da emanare entro il 31 maggio secondo il decreto liberalizzazioni) è stato diffuso sul sito della Staffetta Quotidiana, dopo che questa mattina ne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La bozza del decreto sulla separazione di Snam dall&#8217;Eni dimostra o che il governo è dotato di grande senso dell&#8217;ironia, oppure che è completamente sprovvisto di senso del pudore.</p>
<p><span id="more-12333"></span>La bozza del dpcm (da emanare entro il 31 maggio secondo il decreto liberalizzazioni) è stato diffuso sul <a href="http://www.staffettaonline.com/articolo.aspx?ID=104757">sito</a> della Staffetta Quotidiana, dopo che questa mattina ne erano stati anticipati i contenuti da <a href="http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/cdp-fa-gnam-gnam-con-snam-la-rete-del-gas-passer-da-eni-alla-39033.htm">Luca Pagni</a> su <em>Repubblica</em> e <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-05-16/snam-senza-esborsi-064229.shtml?uuid=Abcx9EdF">Federico Rendina</a> sul <em>Sole 24 Ore</em>. Il decreto teoricamente dovrebbe uscire da Palazzo Chigi, ma a quanto pare è stato elaborato dallo staff del ministero dello Sviluppo economico. L&#8217;obiettivo è evidente non appena si legga la pappardella illustrativa. Ecco i passaggi chiave:</p>
<p>è necessario valorizzare appieno la strategicità di Snam Spa, permettendo a tale società di perseguire, anche nell&#8217;interesse del sistema energetico nazionale, le attività di sviluppo a livello europeo, già avviate o programmate, e di finanziare gli investimenti in infrastrutture, Lng e stoccaggio idonei a promuovere il ruolo del paese come hub europeo del gas;</p>
<p>nella scelta delle modalità di cessione della partecipazione di Eni Spa in Snam Spa de[ve] essere previsto un adeguato contemperamento tra l&#8217;esigenza di mantenere un nucleo stabile nel capitale di Snam Spa a garanzia della continuità e dello sviluppo delle sue attività e quella di assicurare la più ampia diffusione dell&#8217;azionariato tra i risparmiatori;</p>
<p>è opportuno procedere a una ristrutturazione dell&#8217;assetto proprietario di Snam Spa che comporti l&#8217;acquisizione da parte di Cassa depositi e prestiti Spa di una quota azionaria tale da attribuirle il controllo di Snam Spa e la cessione della quota azionaria residua attraverso procedure trasparenti e non discriminatorie.</p>
<p>Coerentemente con queste premesse, l&#8217;articolo 2 del decreto fissa la quota del capitale di Snam che dovrà essere ceduta direttamente a Cdp (presumibilmente qualcosa attorno al 30 per cento). L&#8217;articolo 5 chiede a Eni di cedere la parte restante in modo &#8220;trasparente e non discriminatorio&#8221;. L&#8217;articolo 6 impone a Snam di modificare il suo statuto, coerentemente con la definizione comunitaria di ownership unbundling, fissando un limite del 5 per cento ai suoi azionisti. L&#8217;articolo 7 dichiara che &#8220;le società controllate da Cassa depositi e prestiti Spa che gestiscono infrastrutture di rete nel settore dell&#8217;energia possono essere assoggettate&#8221; alla <em>golden share</em>.</p>
<p>Questo decreto ha conseguenze enormi per l&#8217;Eni, per Snam e il futuro del mercato del gas, per la Cdp e per l&#8217;intero mercato energetico, e se rappresenta un piccolo passo avanti rispetto al suo obiettivo dichiarato (operare la separazione proprietaria dell&#8217;infrastruttura di trasporto nazionale e di stoccaggio del gas dall&#8217;<em>incumbent</em>), compie contemporaneamente sette passi laterali e un triplo salto indietro in molti altri campi. In verità, questo decreto riesce a estrarre tutto il male possibile, e anche un po&#8217; di più, da una decisione in sé buona; e, per un epsilon di maggior concorrenza, fa ingoiare al paese una terribile regressione verso le partecipazioni statali.</p>
<p>Il problema, va da sé, non sta tanto nella retorica sciatta e antica del decreto (la &#8220;strategicità&#8221;, il &#8220;nucleo stabile&#8221;, eccetera), quanto nel fatto sinistro che non si tratta di un mero tic semantico. E&#8217; il segno, piuttosto, del tipo di mentalità che ha impedito ai politici italiani, negli ultimi 20 anni, di spingere le riforme timidamente apparecchiate (o riottosamente subite) fino alle loro logiche conseguenze &#8211; e, quindi, di goderne dei benefici.</p>
<p>Anzitutto, il decreto configura la separazione proprietaria come una sorta di esproprio. L&#8217;Eni non monetizzerà interamente il valore della sua partecipazione nel gruppo Snam. Una parte di me è tentata di dire &#8220;ben gli sta&#8221; &#8211; se San Donato avesse fatto una resistenza meno ostinata, e avesse visto nell&#8217;<em>unbundling</em> un&#8217;opportunità piuttosto che un rischio, oggi non si troverebbe nell&#8217;angolo. Ma, naturalmente, la cistifellea non è l&#8217;organo deputato a giudicare: bisogna valutare col cervello, e il cervello dice che quella in atto è una paraculata volta a fottere gli azionisti privati di Eni pagandoli il meno possibile, dopo aver paraculisticamente fottuto i consumatori per garantire al Tesoro dividendi grassi abbastanza.</p>
<p>Ma questo è il meno. Molto più grave è l&#8217;implicazione &#8211; strategica e di lungo termine &#8211; del decreto per la funzione e il ruolo di Snam. Snam non è, agli occhi del legislatore, il gestore di un&#8217;infrastruttura essenziale (rete nazionale di trasporto e stoccaggi) che, per una serie di accidenti della storia, si trova in pancia anche 50 mila chilometri di tubi per la distribuzione locale, e un piccolo e vecchio rigassificatore. Se le parole hanno un senso, Snam è l&#8217;epicentro di un nuovo monopolio pericoloso quanto e più dell&#8217;Eni verticalmente integrato. Perché non può sfuggire che il governo, per decreto, assegna al gruppo il mandato di realizzare, oltre ai tubi e agli stoccaggi (il monopolio tecnico che giustifica la separazione), anche i terminali di &#8220;Lng&#8221; (che in italiano si chiama Gnl e non sono <em>unbundled </em>in nessun angolo dell&#8217;universo conosciuto). Un terminale di rigassificazione, o un gasdotto internazionale, è un&#8217;infrastruttura <em>merchant</em>, che compete con gli altri terminali e <em>pipeline</em> internazionali, ed è l&#8217;equivalente &#8211; entro certi limiti ma piuttosto larghi &#8211; delle centrali per la generazione elettrica (che non a caso Terna, l&#8217;omologo di Snam sul mercato elettrico, non è autorizzata a gestire). Realizzare o esercire terminali o gasdotti internazionali significa assumersi il rischio (e raccogliere il profitto) di decidere quanto gas l&#8217;Italia deve poter importare, da dove e secondo quale modalità di trasporto. Dare all&#8217;operatore di rete il compito di pianificare l&#8217;offerta (ancorché potenziale, trattandosi di capacità di trasporto e non di contratti d&#8217;importazione) implica la scelta (consapevole suppongo) di innestare la retromarcia alla liberalizzazione. Le decisioni veramente importanti le prende il monopolista; la concorrenza è sempre meno <em>nel </em>mercato e sempre più <em>per </em>il mercato, ed è comunque amministrata, anche dove non c&#8217;è alcuna ragione perché lo sia. Al mercato viene lasciato il <em>fine tuning</em>.</p>
<p>Non solo il decreto che dice di voler liberalizzare il mercato del gas traccia sulla sabbia il perimetro del monopolio: sancisce che tale monopolio deve essere pubblico, vista la &#8220;strategicità&#8221; dei gasdotti e l&#8217;esigenza di garantire un &#8220;nucleo stabile&#8221; all&#8217;azionariato il quale deve, ça va sans dire, transitare per l&#8217;<a href="http://www.cassaddpp.it/cdp/index.htm">Iri</a> (aka Cdp). Lo impone con tale forza da derogare alla regola che esso stesso pone. Infatti, il decreto fissa un tetto al 5 per cento per il possesso di quote Snam (un tetto non richiesto dall&#8217;architettura comunitaria, se non limitatamente a operatori sul mercato del gas i quali, ovviamente, avrebbero lo stesso tipo di conflitto di interesse che viene contestato a Eni). Ma tale tetto non si applica all&#8217;investitore &#8220;strategico&#8221; e &#8220;stabile&#8221;, cioè Cdp. Il decreto ignora che Cdp si troverebbe a sua volta in conflitto di interesse, essendo contemporaneamente l&#8217;azionista di riferimento di Eni (il soggetto dominante sul mercato) e Snam, una condizione che alcuni anni fa &#8211; quando Cdp era azionista di riferimento del soggetto dominante sul mercato elettrico (Enel) e dell&#8217;operatore di rete (Terna) &#8211; venne censurata dall&#8217;Antitrust. Su questo tornerò il giorno dopo l&#8217;emanazione del decreto, quindi stay tuned.</p>
<p>Oggi vorrei enfatizzare un ulteriore aspetto, il più grave del decreto, perché esso mette implicitamente nero su bianco una cosa che tutti sanno e che ciascuno finge di non sapere. Tutti fanno finta che Cdp, essendo un soggetto di diritto privato, sia un soggetto privato; e come tale lo trattano e come tale è trattato dalla legge. Ma dove si è mai visto un decreto ordinare a un soggetto privato non già di vendere una sua controllata (a causa di un&#8217;incompatibilità con qualche regola) bensì di <em>comprare </em>un&#8217;altra impresa? E&#8217; anche solo lontanamente pensabile che la società XY Spa, posseduta da azionisti privati, venga forzata per decreto ad acquistare le quote nella società ZW Spa? No, non è pensabile: non lo è a meno che XY non sia un ente pubblico sotto mentite spoglie. Quello che il governo sta dicendo in questo decreto è che Cdp non è un soggetto privato incidentalmente partecipato dal Tesoro, non lo è neppure per travestimento, ma è un ente pubblico fatto e finito di cui lo Stato può liberamente disporre allo scopo di perseguire i suoi pur leciti obiettivi di politica industriale. Ma se le cose stanno così, allora è un&#8217;illusione contabile mantenere la Cdp all&#8217;esterno della contabilità pubblica: Cdp è un braccio del Tesoro e i suoi investimenti dovrebbero essere contabilizzati alla stregua di investimenti pubblici, e dovrebbero essere sottoposti alla disciplina degli aiuti di Stato, al patto di stabilità, al controllo della Corte dei conti, eccetera.</p>
<p>Di più: se Cdp è braccio operativo del Tesoro, allora l&#8217;acquisto di Snam da Eni è un&#8217;operazione di nazionalizzazione. Non è il semplice passaggio di un asset semipubblico sotto un cappello diverso. E&#8217; il passaggio di Snam dalle mani di un gruppo controllato da azionisti privati per il 70 per cento, alla pancia di una holding statale al 70 per cento e per il resto delle fondazioni bancarie. Noi stiamo chiamando &#8220;separazione proprietaria&#8221; e &#8220;liberalizzazione&#8221;     quella che, secondo qualunque criterio oggettivo, è una statalizzazione.</p>
<p>C&#8217;è un elemento ancora più impressionante. Forse fraintendo &#8211; i giuristi mi soccorrano &#8211; ma leggete con attenzione l&#8217;articolo 7 (&#8220;le società controllate da Cassa depositi e prestiti Spa che gestiscono infrastrutture di rete nel settore dell&#8217;energia possono essere assoggettate&#8221; alla <em>golden share</em>). E&#8217; o non è F2i, il fondo per le infrastrutture guidato da Vito Gamberale, controllato dalla Cdp? Ed è non è F2i molto aggressivo nell&#8217;aggiudicarsi <a href="http://www.f2isgr.it/f2isgr/investimenti/settori/index.html">reti di distribuzione locale</a>? Stiamo quindi dicendo che, come il Nulla della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/La_storia_infinita_(romanzo)">Storia infinita</a>, lo Stato attraverso la Cdp e tutte le sue controllate si sta silenziosamente mangiando quegli asset fisici che, in modo disordinato e incoerente, aveva precedentemente alienato? Stiamo cioè dicendo che, col governo tecnico di Mario Monti e il decreto cosiddetto liberalizzazioni, lo Stato ha avviato una grandiosa operazione di rinazionalizzazione del settore energetico? Stiamo dicendo che i tecnici, quelli del pensiero unico e della dittatura mercatista, stanno ridisegnando il settore dell&#8217;energia in modo tale da ricentralizzare ogni decisione e il controllo diretto per ora delle infrastrutture, domani chissà?</p>
<p>Perché se lo stiamo dicendo, allora dovremmo dirlo e gettare la maschera.</p>
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		<title>L&#8217;eurobradipo e il parallelo Monti-Schumpeter</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 12:34:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Attenti a credere che la Germania paghi tutto, per una volta rileggiamo Keynes. E attento Monti a non fare come Schumpeter, ministro &#8220;tecnico&#8221; delle Finanze nell&#8217;Austria del 1919 gravata dal debito pubblico: propose tasse e patrimoniale, e finì travolto lui col suo Paese. Tra le pistolettate.Dissociate. Scisse. In armi l’una contro l’altra. L&#8217;Europa reale e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Attenti a credere che la Germania paghi tutto, per una volta rileggiamo Keynes. E attento Monti a non fare come Schumpeter, ministro &#8220;tecnico&#8221; delle Finanze nell&#8217;Austria del 1919 gravata dal debito pubblico: propose tasse e patrimoniale, e finì travolto lui col suo Paese. Tra le pistolettate.<span id="more-12329"></span>Dissociate. Scisse. In armi l’una contro l’altra. L&#8217;Europa reale e l&#8217;Europa del male. L’economia reale di imprese e famiglie da una parte e quella dei soloni pubblici – governi e regolatori, ma anche sistema del credito e banche centrali – sembrano correre in direzione opposta. Ma sullo stesso binario. O si trova lo scambio giusto, nel poco tempo rimasto, oppure lo scontro e l&#8217;esplosione dell&#8217;euro sarà ancora più sanguinoso del suo doloroso preavviso, che si dipana da due anni e mezzo.</p>
<p>In Grecia, in Spagna, in Portogallo, in Italia. Quando 11 milioni di soli giovani sono senza lavoro, uno su due in Grecia e Spagna e uno su tre in Italia, quando da noi supera ormai le mille unità al mese il numero di aziende fallite, i tempi lenti e gli esiti inconcludenti dell’europolitica e l’autotutela del sistema bancario sono come due lame di una forbice. Che si chiude implacabilmente, trinciando continuità e sostenibilità di reddito e patrimonio di famiglie e imprese. E che scatena scenari politici sempre più fuori controllo, tra esasperazione e protesta. Senza che sia più facile distinguere.</p>
<p>Perché se assalti e pacchi bomba a Equitalia e spari ai manager del nucleare sono atti criminali di pazzi pericolosi da arrestare, la protesta di massa contro lo Stato italiano ladro che prende e non paga è invece e assolutamente non solo comprensibile, ma sacrosanta. L&#8217;intera filiera dell&#8217;edilizia italiana – da Confindustria a Confartigianato alle Coop, dagli asfaltatori a ingegneri e architetti &#8211; ha appena deciso di portare lo Stato alla sbarra, di chiedere ai tribunali i decreti ingiuntivi contro il presunto custode della legalità che si è fatto invece bandito da strada. E&#8217; la giusta risposta a uno Stato ladro. Ma intanto la politica e i regolatori pubblici non capiscono, che la risposta a mezza Europa che esplode nella protesta deve avere tempi rapidi, per essere efficace.</p>
<p>Innanzitutto, il bradipo pubblico sta in Europa. E attenti a sbagliare il calcolo, su quello che può pagare o non pagare la Germania. È un problema su cui l&#8217;Europa ha più volte sbattuto contro il muro la testa. E non solo quella.</p>
<blockquote><p>“Nell&#8217;Europa continentale la terra trema, e nessuno sembra accorgersi del brontolio. Non è solo una questione di sperpero delle risorse, o di &#8216;problemi del lavoro&#8217;; è una questione di vita e di morte, di fame e di sopravvivenza, nonché delle spaventose convulsioni di una civiltà in agonia&#8230; Noi tendiamo a considerare anche i più singolari e temporanei dei nostri più recenti avanzamenti come un fatto naturale, permanente, e a dipenderne, e a fare progetti, di conseguenza. Su tali fondamenta false e sabbiose costruiamo i nostri progetti di miglioramento sociale e prepariamo le nostre piattaforme politiche, inseguiamo le nostre animosità e le nostre ambizioni individuali, e ancora pensiamo di avere sufficienti margini di manovra per alimentare, non per placare, il conflitto civile in senso alla famiglia europea”.</p></blockquote>
<p>Sono parole scritte nell&#8217;estate del 1919, mentre si firmava il Trattato di Pace di Versailles. Le scriveva John Maynard Keynes, nel suo libro migliore e l&#8217;unico profetico, Conseguenze economiche della pace. Avrebbero fatto bene a prestare fede a quel suo unico libro allora, invece di sopravvalutare tutto quanto scrisse dopo. Ma anche allora, a far commettere un gravissimo errore che riavvampò l&#8217;Europa per 25 anni, fu un calcolo sbagliato su quello che la Germania avrebbe potuto o meno pagare. Allora, il problema erano le riparazioni postbelliche, dovute alle Quattro potenze vincitrici del primo conflitto mondiale. Oggi, la questione è che cosa la Germania sia disposta a pagare per tenere in piedi l&#8217;euro. Keynes vide bene allora ma rimase inascoltato: la Germania si sarebbe sottratta a quelle condizioni capestro, e sarebbe stato un disastro per tutti.</p>
<p>Oggi, il rischio è diverso ma insieme uguale. Non rischiamo la guerra con i tedeschi che sfilano sotto l&#8217;Arco di Trionfo. Rischiamo tuttavia una spirale da film del terrore.</p>
<p>La Grecia che va a nuove elezioni a giugno pensa di poter ricattare la Germania col grande botto per tutti in cui si risolverebbe la sua uscita dall&#8217;euro, se non le allentiamo il collare del troppo rigore. Milioni di greci perderebbero tra il 50 e il 65% di quello che hanno, in termini reali, ma anche per il resto d&#8217;Europa fuga dei capitali, blocco dei pagamenti ed esplosione delle bombe negli asset bancari spagnoli e a seguire sarebbero nuovi milioni di disoccupati in più. Riusciranno Hollande, Merkel e Monti a capire che la difesa dell&#8217;euro che dichiarano a parole deve contemperare un meccanismo davvero cooperativo da affiancare al rigore, che non passi per la via &#8220;i tedeschi pagano per tutti&#8221;? Altrimenti, dal ricatto greco si sprigioneranno aspidi e colùbri. I popoli seguono l&#8217;antipolitica di chi dice no al rigore, da destra e da sinistra. E sfacciatamente alle obese macchine pubbliche europee la cosa fa un sinistro piacere.</p>
<p>Il bradipo sta nei regolatori bancari. E&#8217; vero, il sistema italiano del credito non se la passa affatto bene. I 270 miliardi che ha portato a casa dal trilione e rotti di euro offerti al mercato a tasso negativo per un triennio da Draghi e dalla sua Bce, servono a malapena a coprire le proprie obbligazioni bancarie in scadenza nell&#8217;anno. Nel 2012, la redditività del credito – il Roe – tende a zero e il cost-income sfiora e supera il 70%. E per di più Bankitalia ha chiesto alle banche di riprendere a comprare titoli del debito pubblico, al ritmo di 27-32 miliardi al mese: scelta sbagliata, perché dovendoli valutare nel conto patrimoniale a valore di mercato, con lo spread che risale significa solo bloccare patrimonio a riserva, distogliendolo dal credito a imprese e famiglie che infatti è desertificato. Leggere gli utili trimestrali comunicati dai due grandi istituti italiani fa imbizzarrire le imprese. Come le fa impazzire che, nel provvedimento proposto da Passera per avviare a pagamento una piccola goccia del debito commerciale che lo Stato deve alle imprese. si garantiscano le banche tramite fondo di garanzia, mentre le aziende restano esposte loro al rientro bancario, se lo Stato non paga come sinora non ha pagato.Un&#8217;altra strada è praticabile, come ho centro volte spiegato, senza creare debito pubblico aggiuntivo tramite CDP, e senza lasciare le imprese esposte alle banche, perché in quel caso le aziende non sono riabilitate all&#8217;esercizio del castelletto bancario col quale scontavano il circolante in tempo ordinari.</p>
<p>Il bradipo sta infine nel governo Monti. Pochi ricordano che Joseph Schumpeter, il geniale teorico della distruzione creatrice d&#8217;impresa, resse per qualche mese nel 1919 da ministro &#8220;tecnico&#8221; le Finanze nell&#8217;Austria, travolto l&#8217;Impero di Francesco Giuseppe. Lo Stato austriaco non aveva di che pagare. E la scelta era come fare, rispetto all&#8217;oceano di debiti pubblici e di guerra. Ci sono solo cinque modi per farlo, disse Schumpeter. Il primo è ripudiarli, come fece Lenin nel 1918, e avrebbe poi fatto Hitler nel 38. E come ripetono oggi in tanti: funziona però solo se hai in mente di ritirare il tuo Paese dal mercato mondiale per molti anni, e Lenin infatti di Impero voleva solo quello rosso, zio Adolf quello Nero. Il secondo modo è un disconoscimento di fatto, ricontrattandone interessi, scadenza e restituzione del capitale: come ha già fatto la Grecia, e non le è bastato. Il terzo è di abbatterne il valore reale con un&#8217;inflazione mostruosa: l&#8217;Italia l&#8217;ha fatto per anni, e si è ritrovata in ginocchio, due volte peggio di prima. Il quarto è una crescita economica a razzo, che aumenti il Pil. Il quinto, infine, è abbassare la testa e pagare, a qualunque costo, alzando le tasse anche se sono già a livelli rapinosamente record, ammazzando impresa e lavoro.</p>
<p>Schumpeter scelse la quinta strada. In un&#8217;Austria in ginocchio e bloccata da scioperi e pistolettate, propose la maxipatrimoniale sui ricchi. Fu travolto in poche settimane. E l&#8217;Austria dopo qualche anno finì al Terzo Reich.</p>
<p>Ci pensi, Monti. Per evitare il cozzo tra l&#8217;Europa reale e l&#8217;Europa del male bisogna che non sbagli a Bruxelles. Ma bisogna che cambi comunque marcia in Italia, ci sia l&#8217;euro oppure no. Per crescere bisogna vendere i mattoni pubblici per abbattere il debito dello Stato, tagliare 100 miliardi di spesa corrente per meno tasse. In tre anni, ma da subito. Spero Monti non pensi di esser migliore di Schumpeter. Perché altrimenti la fine è quella. Se a un cavallo stremato da vent&#8217;anni come l&#8217;Italia dai di frusta e speroni come fosse in corsa e salute, non hai curato il cavallo. Lo hai ucciso.</p>
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		<title>L’aumento delle tasse e l’austerity</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 07:56:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sinceramente è deprimente continuare a sentire le solite frasi, quali “la Grecia o l’Italia si trovano nella situazione in cui si trovano a causa dell’austerity”.
L’altra mattina discutevo su Rai Tre (dal min.25) con il professore Brancaccio  sul fatto di queste politiche che la Germania sta imponendo all’Europa. Sostenendo lui la tesi che la Grecia era in quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sinceramente è deprimente continuare a sentire le solite frasi, quali “la Grecia o l’Italia si trovano nella situazione in cui si trovano a causa dell’austerity”.</p>
<p>L’altra mattina <a href="http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#ch=3&amp;day=2012-05-10&amp;v=124032&amp;vd=2012-05-10&amp;vc=3">discutevo su Rai Tre</a> (dal min.25) con il professore Brancaccio  sul fatto di queste politiche che la Germania sta imponendo all’Europa. Sostenendo lui la tesi che la Grecia era in quella situazione a causa delle decisioni della Troika, gli ho chiesto se l’aumento dell’IVA di 10 punti percentuali o se andare in pensione a 50 anni per i parrucchieri per maneggio di sostanze pericolose corrispondeva all’austerity.</p>
<p>Siamo ormai all’assurdo. Non si parla di tagli alla spesa pubblica se non con la spending review, che puntualmente viene posticipata a nuova data da definire. Come ricorda perfettamente Oscar Giannino nel suo articolo,<a href="http://www.chicago-blog.it/2012/05/15/chi-difende-lo-stato-ladro-avvelena-anche-te/"> l’aria filo-statalista soffia sopra di noi</a>.</p>
<p><span id="more-12326"></span></p>
<p>Ma torniamo ai fatti. La Grecia, dopo il salvataggio di oltre 100 miliardi di euro del maggio 2010, non ha fatto liberalizzazioni e nemmeno tagli alla spesa pubblica. Per questo motivo la situazione è degenerata e dopo un anno il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea sono dovuti intervenire un’altra volta.</p>
<p>Qualcuno può dimostrare che il debito greco superiore al 160 per cento è stato causa della Germania e non da un deficit strutturale che per anni è stato sostenuto da un’incapacità di gestione del bilancio del paese ellenico?</p>
<p>E qualcuno può dimostrare che il debito italiano dipenda dall’austerity imposta dalla Germania?</p>
<p>Basta! Non se ne può più di sentire queste enormi baggianate.</p>
<p>La Germania continua a crescere, anche nel primo trimestre ha mostrato un Pil in aumento dello 0,5 per cento su base trimestrale, grazie alle riforme che il paese ha saputo compiere a metà degli anni 2000.</p>
<p>L’Italia al contrario è un paese completamente fermo. Anzi, no, la spesa pubblica è una variabile che continua a muoversi verso l’alto. Questa è in continuo aumento e ormai la quota d’intermediazione dello Stato in economia è pari al 60 per cento reale, un punto di non ritorno. Ce lo ricorda sempre perfettamente il <a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2012/4/17/INCHIESTA-Le-tasse-del-Governo-sono-incostituzionali-ecco-il-perche/268434/">Prof. Ugo Arrigo</a> che scrive spesso su chicago-blog.</p>
<p>E questa spesa pubblica è sempre e solo stata finanziata da un aumento della pressione fiscale. Forse i politici dovrebbero guardare l’interessante trasmissione di <a href="http://www.numeri.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-43cf2fdc-9ae4-4f88-9656-a5a57aa8d172.html?homepage&amp;refresh_ce">Marco Cobianchi, Num3r1</a>, che ha dimostrato con un semplice grafico quanto la tassazione sia cresciuta costantemente in Italia negli ultimi cinquanta anni.</p>
<p>Aumentare la tassazione non è la stessa cosa che tagliare le spese del settore pubblico. Come ricorda Oscar Giannino, è mai possibile che non si riesca a tagliare di 100 miliardi di euro di spesa corrente per tornare a dei livelli “normali”?</p>
<p>Il debito è stato creato dalle troppe uscite che lo Stato Italiano ha avuto nel corso degli anni. Deficit e ancora deficit che hanno creato uno stock di debito enorme.</p>
<p>E a queste spese folli dello Stato Italiano, l’unica risposta è sempre stata quella di aumentare le tasse che ormai sono superiori al 50 per cento reale del prodotto interno lordo.</p>
<p>Se la Grecia è già fallita e si avvicina all’uscita dell’euro, la colpa è di coloro che hanno portato il debito ad oltre il 160 per cento del PIL: i politici greci.</p>
<p>Se l’Italia vede il proprio spread oltre i 450 punti rispetto al <em>bund</em> tedesco, non è colpa della Germania o delle agenzie di rating che bocciano il paese. È colpa di chi ha creato l’enorme debito pubblico italiano (1950 miliardi di euro o 90 mila euro a famiglia) e di chi continua a propinare aumenti delle tasse che porteranno la nostra economia verso una caduta di due punti percentuali questo anno.</p>
<p>Quale ricetta allora? L’Istituto Bruno Leoni è da anni che indica la strada. Liberalizzazioni per fare ripartire l’economia e dismissione del patrimonio pubblico, di tutti i carrozzoni di Stato che ancora oggi rispondono alle logiche di partiti e sindacati.</p>
<p>Se qualcuno dice che queste sono le ricette che hanno portato alla crisi, porti degli esempi e non sempre le solite parole demagogiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Twitter @AndreaGiuricin</p>
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		<title>Quattro scenari ital-europei, e un libretto da regalare a Monti!</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 11:48:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quattro scenari per Italia ed euro. Viva Herbert  Spencer, e il suo aureo libretto da regalare a Monti!
Purtroppo, il caos monta ancora. La politica europea mette in scena in queste settimane una bizzarra coincidenza. I guasti dell&#8217;euromeccanismo non sono affatto rappresentati dal rigore “imposto” dai tedeschi, come oggi si grida. Bensì dal fatto che al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quattro scenari per Italia ed euro. Viva Herbert  Spencer, e il suo aureo libretto da regalare a Monti!<span id="more-12321"></span></p>
<p>Purtroppo, il caos monta ancora. La politica europea mette in scena in queste settimane una bizzarra coincidenza. I guasti dell&#8217;euromeccanismo non sono affatto rappresentati dal rigore “imposto” dai tedeschi, come oggi si grida. Bensì dal fatto che al necessario rientro delle finanze pubbliche più squilibrate non sia stato affiancato un tangibile strumento di cooperazione tra euroforti ed eurodeboli, appianando nel tempo gli squilibri nelle bilance dei pagamenti e unendo i mercati dei beni, dei servizi e del lavoro, cosa che inevitabilmente alzerebbe la quota di reddito e prodotto procapite a favore degli eurodeboli a minor costo (è un meccanismo che varrebbe per gli “altri” eurodeboli, non per l&#8217;Italia ma questo è un altro paio di maniche, la colpa del massimo salario lordo in presenza del minimo netto è del nostro Stato, non dell&#8217;euro).</p>
<p>In tale situazione, la coincidenza bizzarra alla quale assistiamo è quella tra illuminati – o sedicenti tali – e pazzi furiosi.</p>
<p>Gli illuminati o sedicenti tali &#8211; da monsieur Hollande a Frau Kraft in Renania del Nord-Westfalia, dal leader greco di Syriza Alexis Tsipras a tutti i capipartito italiani, da noi non c&#8217;è differenza in questo tra vecchia destra e vecchia sinistra – brindano al santo ripudio del rigore, espresso dalle urne e dalle vittime sociali della crisi. Ma propongono spesa pubblica, non dicono ai loro elettori che   per difendere l&#8217;euro occorre unire i mercati e che tutti accettino più concorrenza a casa propria del famigerato – ricordate l&#8217;abortita direttiva Bolkenstein? &#8211; “idraulico placco”.</p>
<p>Con questo atteggiamento, checché dicano i media al servizio delle èlite stataliste, la loro ricetta è identica a quella che gonfia le vele di  leader e partiti populisti antieuropeisti e nazionalisti, si tratti di Marine Le Pen e di Melenchon in Francia, del Partito della Libertà in Austria come in Olanda, o di Alba Dorata in Grecia, o di Jobbik in Ungheria.</p>
<p>Dal punto di vista iper-minoritario della mia scuola austriaca, si avvera un triste presagio inascoltato di grandi europei del secolo scorso, come Röpke e Hayek. Nessuno di loro negava la base e il valore di schemi assicurativi sociali pubblici che hanno costituito i pilastri del welfare moderno. Semplicemente ed energicamente, mettevano però in guardia dall&#8217;eccesso incrementale insito in ogni macchina pubblica autoreferenziale, esclusa da indici verificabili di produttività e sostenibilità nel medio-lungo periodo. I rischi di un&#8217;estensione incontrollata del bilancio pubblico sarebbero stati di un duplice ordine: per il peso delle tasse, e per la stessa libertà.</p>
<p>E&#8217; puntualmente avvenuto. Ma dopo decenni di continua crescita della spesa corrente a cui la politica ha adeguato le tasse solo con strappi diluiti nel tempo, quando il deficit andava fuori controllo e il debito pubblico esplodeva, oggi in Italia innanzitutto e insieme in mezza Europa risulta difficile alla politica ammettere che la colpa è tutta sua. Si preferisce prendersela ad arte con un nemico esterno.   L&#8217;intransigenza tedesca si presta purtroppo bene alla bisogna.</p>
<p>Rileggiamo quanto scriveva Herbert Spencer, dalle cui <em>Social Statistics </em>- probanti l&#8217;avanzamento del reddito anche per i ceti più bassi nel regime di libero mercato e concorrenza – Alfred Marshall derivò la base materiale dei suoi <em>Principi di economia</em>, che a tutt&#8217;oggi bastano e avanzano per respingere ogni pretesa di fallimento intrinseco del capitalismo: “Misure di tipo dittatoriale, in rapida moltiplicazione, hanno provocato una contrazione delle libertà individuali; e questo in due modi. Nuove norme, varate in numero crescente ogni anno, hanno vincolato i cittadini in direzioni lungo le quali, un tempo, le loro azioni non erano state limitate, e li hanno forzati a compiere azioni che un tempo potevano fare o non fare, come a loro aggradava; e contemporaneamente oneri pubblici sempre più rilevanti, soprattutto a livello locale, hanno ulteriormente ristretto le loro libertà diminuendo la parte dei loro guadagnai che possono spendere a loro piacimento e aumentando quella che viene loro sottratta per essere spesa come piace alle agenzie pubbliche”. Il libro da cui è tratto si intitolava programmaticamente <em>The man versus The State</em>, cioè L&#8217;uomo contro lo Stato, ed era il 1884.</p>
<p>Alla domanda “come vedi l&#8217;exit strategy per l&#8217;euroarea in questo nuovo casino?”, Bracy Bersnak, liberale a tutta prova che insegna al Christendom College a Port Royal, nella valle dello Shenandoah in Virginia, ha risposto in un modo secco e chiaro, che condivido integralmente.</p>
<p>Ci sono quattro alternative, che possono anche naturalmente mischiarsi e sovrapporsi tra loro. La prima via è quella dell&#8217;austerità volontaria. Ci sia l&#8217;euro o meno, le finanze pubbliche nazionali vanno rimesse in linea secondo il principio della più bassa spesa socialmente efficiente compatibile con un fisco più leggero, favorevole alla crescita. La via seguita dalla Polonia fuori dall&#8217;euro, dai Paesi baltici Estonia Lituania Lettonia. Occorre una forte e motivata leadership politica, per reggere alla protesta che si scatena prima che i benefici della maggior crescita si manifestino.</p>
<p>La seconda è quella dell&#8217;austerità imposta. Fino a questo momento,  quella imposta da Bruxelles e Berlino non si mostra capace di consensi. Ma poiché se la Grecia esce dall&#8217;euro l&#8217;uscita di altri eurodeboli non è questione di giorni ma di mesi, allora bisogna stipulare un nuovo euroaccordo capace di unire il vincolo esterno a un meccanismo cooperativo tra eurodeboli ed euroforti. Tradotto: se esce l&#8217;Italia la Germania ci perde troppo, e bisogna negoziare su questa base.</p>
<p>La terza è la via del ripudio dei debiti. Chi volesse seguirla, deve sapere che la botta per redditi e patrimoni è bestiale. Può essere obiettivo di forze antisistema che mirino ad addossarne la colpa a chi ha governato prima, per tagliargli sotto i piedi ogni possibilità di consensi futuri. Ma esporrebbe comunque ciò che resterebbe dell&#8217;euroarea a fughe di capitali e attacchi speculativi che non risparmierebbero la Francia, per dirne una.</p>
<p>La quarta via è quella dell&#8217;impotenza. Nuovi ribaltamenti di governi oltre a quelli già avvenuto in due terzi d&#8217;Europa, nuovi rinviii di decisioni invece indilazionabili.</p>
<p>La via preferita da chi qui scrive per l&#8217;Italia è la prima. Ci sia l&#8217;euro, oppure no. La nostra spesa pubblica e il nostro fisco rendono la loro difesa improponibile, da un punto di vista logico. Ma sinora, nella stanza dei bottoni italiana o meglio in quel che ne resta,destra sinistra e tecnici l&#8217;hanno sempre pensata diversamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Chi difende lo Stato-ladro avvelena anche te!</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 11:40:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come  e perché si debba resistere all&#8217;ariaccia filostatalista che soffia in Italia e in Europa.Pochi da noi sanno che Milton Friedman, l&#8217;ortodosso liberale nemico delle tasse e ispiratore di Ronald Reagan, lavorando da giovane economista alle Agenzie Federali istituite da Rossevelt era un keynesiano ortodossissimo. E che si deve a lui, l&#8217;imposizione fiscale alla fonte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come  e perché si debba resistere all&#8217;ariaccia filostatalista che soffia in Italia e in Europa.<span id="more-12319"></span>Pochi da noi sanno che Milton Friedman, l&#8217;ortodosso liberale nemico delle tasse e ispiratore di Ronald Reagan, lavorando da giovane economista alle Agenzie Federali istituite da Rossevelt era un keynesiano ortodossissimo. E che si deve a lui, l&#8217;imposizione fiscale alla fonte per i lavoratori dipendenti che l&#8217;America adottò nel 1943, per evitare il baratro comunque avanzante dei suoi conti pubblici. Prima della “sua” riforma, Milton con la moglie Rose pagava 119 dollari di tasse l&#8217;anno, meno del 2% dell&#8217;imponibile malgrado appartenesse al 2% di americani più ricco. Dopo ne pagò 1.704, passando a un&#8217;aliquota del 23%. Pensate a quante decine di punti in più di pressione fiscale da quel 23% &#8211; che servì per far pagare ai più ricchi americani una bazzecola coma la seconda guerra mondiale – siamo arrivati nell&#8217;Italia di oggi. E capirete perché sono molto ma molto preoccupato dell&#8217;aria che tira.</p>
<p>E&#8217; un&#8217;aria che confonde la protesta di mezza Europa contro la recessione, levatasi con forza dalle urne greche, francesi e italiane, con la difesa della spesa pubblica, e anzi con il suo ulteriore aumento. E&#8217; un&#8217;aria potentemente  alimentata, vezzeggiata, ispirata e imboccata dalla grande stampa vicina alla sinistra statalista, dal più delle èlite accademiche avverse al mercato,  dai vecchi partiti della sinistra (e talora anche di destra, come nel nostro Paese) e dai neopopulismi di destra, di sinistra e di centro che non chiedono di meglio, che indicare l&#8217;odiato e famigerato nemico tedesco come il vero responsabile dell&#8217;impoverimento dei deboli e della frattura ormai imminente dell&#8217;euro.</p>
<p>Palle, per quanto mi riguarda. Palle perché l&#8217;eccesso di  spesa, deficit e debito pubblico è colpa delle nostre classi politiche nazionali, non di tedeschi. Nel caso dell&#8217;Italia, destra, sinistra e tecnici hanno suonato la stessa solfa. Più spesa e più tasse, ogni volta la scusa della congiuntura e delle responsabilità ereditate dai predecessori era buona per continuare sulla stessa via. Una via alla lunga – ed è lunga eccome, la strada intanto percorsa dalla spesa corrente e dalla rapina fiscale nel nostro paese – assolutamente suicidaria.</p>
<p>Non solo palle, ma palle pericolose. In sintesi estrema, e come tutte le sintesi estreme dunque con un eccesso di semplificazione, la politica  su entrambe le rive dell&#8217;Atlantico, in America e in Europa, non ha affatto   voluto e saputo sottoporre l&#8217;intermediazione finanziaria alla profonda revisione di criteri prudenziali e di vigilanza che si rendeva necessaria  vista l&#8217;origine della crisi, per superare un mondo in cui ogni banca si elabora il suoi modelli di RWA – asset pesati per i rischio -  e si finisce così per avere megamostri i cui attivi sono multipli del Pil e soprattutto a rischio di illiquidità erratica.</p>
<p>Ma in cambio di esser rimasti prigionieri del sistema bancario ombra e di creazione di liquidità a trilioni sottratta alle banche centrali – che pena, sentire Obama dire “riformiamo le banche!” dopo i miliardi persi da JpMorgan sui derivati, ma perché non era in carica lui quando il Congresso ha approvato il Dodd-Frank Act? &#8211; la politica chiede per sé lo stesso trattamento: il debito pubblico deve crescere ancora, la spesa in deficit è più che mai necessaria, le tasse  non bastano mai.</p>
<p>Si sommano due errori capitali: il primo sull&#8217;instabilità dell&#8217;eccesso di consumo privato finanziato  debito, il secondo sull&#8217;instabilità dell&#8217;eccesso di consumo pubblico finanziato anch&#8217;esso a debito. Niente di buono può venire da nessuno dei due errori.</p>
<p>Il fatto molto negativo è che, a distanza di anni dall&#8217;inizio della crisi, ancora non abbiamo imparato a chiamare i due problemi col proprio nome.  Purtroppo, anche in questo caso la responsabilità preminente non è dei banchieri per il primo errore non riparato, né dei tedeschi per il secondo. E&#8217; della politica, dei regolatori pubblici dei maggiori Paesi avanzati, insomma dello Stato. E di chi crede in lui – se è in buona fede – o dichiara di credere in lui per di lui in realtà servirsi: sia esso un politico, un dirigente pubblico, un dipendente pubblico, un fornitore pubblico, un corruttore pubblico,  un finto invalido&#8230; E via proseguendo fino a contarne nel nostro Paese molti milioni, perché lo Stato intermedia il 60% del Pil “legale” e regolamenta  pesantissimamente tutto quello che resta, e dunque a beneficiarne in maniera spesso discrezionale sono in tantissimi, molti più dei 3,8 milioni di suoi dipendenti e familiari, e delle centinaia di migliaia che campano di politica, nei 9.100 soggetti che compongono la PA italiana e nelle migliaia di società che essa controlla.</p>
<p>Non è affatto facile, mantenere i nervi saldi e continuare a usare argomenti puramente razionali, quando dall&#8217;altra parte la difesa dell&#8217;impunità dello Stato, nel contrarre debiti e levare tasse crescenti senza pagare i propri debiti commerciali né i crediti fiscali, si unisce a un vero e proprio coro di patacche intellettuali d&#8217;alto conio. Impazzano i Paul Krugman che si sentono Keynes e dunque, come questi dal New York Times proponeva a Roosevelt di triplicare il Pil se solo avesse fatto più dell&#8217;8,5% di deficit sul Pil l&#8217;anno, allo stesso modo quegli attacca Obama perché di deficit non ne fa abbastanza e insuffla gli europei dicendo che ha ragione chi respinge ogni rigore.  Piacciono gli Stglitz, e i tanti che ammantano di filosofia postfrancofortese ed etica amartiasenniana accuse contro la tirannia quantitativa di chi vuole abbattere il debito pubblico. Caduti i regimi comunisti che tanto piacquero agli allievi di Keynes come Joan Robinson Piero Sraffa e Richard Khan, la difesa dello statalismo sociale europeo è l&#8217;ultima e insieme nuova frontiera per continuare a respingere la validità dell&#8217;economia di mercato basata sulla concorrenza. E per continuare a negare che le crisi di grande instabilità del capitalismo si devono all&#8217;eccesso di investimento durante i boom precedenti &#8211; eccesso fomentato da debiti pubblici e da regolatori monetari corrivi alla politica che di frenate stabilizzanti non vuol mai sentir parlare &#8211; non alla penuria di investimenti quando la bolla esplode, e bisogna allineare i valori anche  attraverso fallimenti – di banche come sovrani, quando necessario, mica solo di imprese come avviene da noi in Italia ormai a decine di migliaia, per colpa dello Stato.</p>
<p>Mi chiedo talvolta se non siamo, io e quei pochi come me, pazzi noi a pensarla così, visto che da Repubblica che rincorre Krugman al Corriere &#8211; che rincorre la Gabanelli!! &#8211; dalla Stampa al Sole24 ormai di fronte all&#8217;eurocrisi sempre più esplosiva tutti marciano allineati dietro i pifferai  dello Stato. Al massimo se la prendono coi privilegi della Casta e con i soldi in tasca ai partiti – per carità: uno schifo – ma nessuno rompe davvero le scatole a Monti intimandogli che – ci sia l&#8217;euro o no, è uguale – di quei 700 miliardi di spesa pubblica corrente almeno 100 possono sparire in 3 anni senza effetti recessivi, se al contempo li retrocediamo all&#8217;Italia legale abbattendogli le tasse, perché per abbattere il debito pubblico non c&#8217;è bisogno di dissanguare gli italiani ma bisogna che lo Stato ceda del suo patrimonio.</p>
<p>Keynes era terrorizzato alla fine della seconda guerra mondiale, convinto com&#8217;era che si sarebbe scatenata una Grande Depressione ,smontando la grande macchina pubblica messa in piedi seguendo i suoi consigli. Sbagliava. Non avvenne neanche per conseguenza di aver respinto la sua proposta di una moneta unica mondiale. Mercato e dollaro hanno fatto delle potenze sconfitte dei giganti economici. Hanno moltiplicato per  6 volte la popolazione terrestre ma per 10 la sua ricchezza. E hanno abbattuto di cinque sesti la frazione di terrestri che vive ai confini della fame nera.</p>
<p>Chi difende Stato e collettivo nega tutto questo, dice che mai come oggi il mondo è stato diviso e ingiusto, mai più di oggi ha pesato la diseguaglianza, mai come oggi mercato e concorrenza sono falsi idoli.</p>
<p>Sofferenze acute di reddito e patrimonio esistono eccome! Lo testimoniano i disoccupati che salgono come migliaia sono i fallimenti d’impresa. Ma è lo Stato, ad averne la peggior responsabilità: per come è organizzato, per quanto pesa, per come prende e non dà, per come si dà ragione da solo con un diritto discrezionale solo a sé favorevole.</p>
<p>Bisogna resistere, alla presa – che è forte, nella gente e nel dibattito pubblico &#8211; di tanta demagogia e di tanto interessata apologia statalista. Per almeno due buone ragioni. La prima è che il motore dell&#8217;emancipazione è stata la produttività, e la produttività è conseguenza e possibile solo nell&#8217;economia di mercato basata sulla concorrenza. La seconda è che la libertà stessa coincide con l&#8217;economia di mercato, regolata dalla legge e dalle istituzioni del mercato, ma tutto ciò nulla c’entra ed è anzi vittima della inaccettabile restrizione della libertà, conseguenza dello stesso Stato onnipotente. Che ha lasciato fare alle banche ciò che intende fare anche lui, cioè troppi debiti illiquidi.</p>
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		<title>Allerta Spagna tra nazionalizzazioni e corsa agli sportelli</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 05:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non è questione di essere pessimisti o meno, ma la situazione spagnola è davvero vicino al baratro. Lo spread ha sfondato ieri i 485 punti rispetto ai bund tedeschi, con una crescita di oltre 30 punti in poche ore. Il tasso d’interesse dei Bonos decennali è sempre più vicino alla soglia critica del sette per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non è questione di essere pessimisti o meno, ma la situazione spagnola è davvero vicino al baratro. Lo spread ha sfondato ieri i 485 punti rispetto ai bund tedeschi, con una crescita di oltre 30 punti in poche ore. Il tasso d’interesse dei Bonos decennali è sempre più vicino alla soglia critica del sette per cento (ore 11.00).</p>
<p>Cosa è successo?</p>
<p>Come <a href="http://www.chicago-blog.it/2012/05/11/adios-espana/?utm_source=twitterfeed&amp;utm_medium=twitter">anticipato nel weekend scorso</a> su queste colonne, il settore immobiliario peserà quasi 200 miliardi di euro sul sistema bancario. E proprio qua sta la debolezza spagnola. Nel frattempo il movimento degli “indignados”, contrario alla nazionalizzazione, ha cominciato con una protesta che corre su twitter; l’hashtag più utilizzato è stato #CierraBankia (chiudi Bankia). Centinaia di persone stanno cominciando a cancellare il proprio conto bancario dalla quarta entità finanziaria e c’è il serio rischio di corsa allo sportello.</p>
<p><span id="more-12315"></span></p>
<p>Il Governo guidato da Mariano Rajoy ha cercato venerdì scorso con la riforma bancaria di fare uscire “tutto lo sporco” dai bilanci delle casse di risparmio. Tuttavia “lo sporco” sembra essere troppo e non è detto che Madrid sopravviva a questo tsunami che si sta abbattendo.</p>
<p>Prima o poi doveva arrivare questo momento e lasciare al proprio destino quelle entità bancarie che sono state guidate con criteri politici piuttosto che con criteri economici era forse la scelta più giusta da fare.</p>
<p>Negli anni scorsi si è sentito spesso dire “too big to fail”. È davvero così? Certo il settore bancario è molto delicato, ma introdurre il criterio che una banca può essere gestita male e viene salvata comunque non aiuta certo a fare una partita concorrenziale alla pari tra tutti i partecipanti.</p>
<p>Vi sono due grandi banche spagnole, leader mondiali, che hanno un’esposizione limitata nel settore immobiliare e non si comprende perché debbano sopportare la concorrenza di banche regionali che si mantengono in vita solo con aiuti pubblici.</p>
<p>La riforma del settore bancario non è piaciuta ai mercati, a giudicare dall’incremento dello spread. I 30 miliardi di svalutazioni che dovranno fare gli istituti finanziari sono considerati insufficienti.</p>
<p>In generale è tutta la situazione della zona Euro che sta trascinando la Spagna verso il baratro. L’incertezza nei confronti della Grecia è l’altro elemento di debolezza che affligge la fiducia dei mercati. Il Presidente della Repubblica Greca non è ancora riuscito a formare un Governo pro-euro e c’è il serio rischio che si ritorni alle urne. Se così fosse, la sinistra estrema di Syriza potrebbe diventare il primo partito con oltre il 23 per cento alle prossime consultazioni, mettendo a serio rischio la permanenza nella zona Euro della stessa Grecia.</p>
<p>La nazionalizzazione di Bankia, invece di dare la tranquillità ai mercati che il Governo spagnolo si aspettava, ha di fatto mostrato che il peggio deve ancora arrivare per la Spagna.</p>
<p>Il Governo Rajoy ha annunciato che non rispetterà gli obiettivi di deficit, mentre l’economia reale continua a mostrare segni molto preoccupanti. Le ultime stime del FMI mostrano una caduta del PIL per questo anno vicina al 2 per cento; peggio riesce a fare solo l’Italia. E la disoccupazione cresce velocemente verso il 25 per cento.</p>
<p>Il fallimento di Bankia con la sua nazionalizzazione è il simbolo di una politica che ha voluto gestire direttamente le banche. L’ennesimo errore dello stato imprenditore-finanziatore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Twitter @AndreaGiuricin</p>
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		<title>Adios España?</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 16:28:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Spagna sta cadendo verso il precipizio. Non è un precipizio come quello greco, ma certo la situazione è ogni giorno più complicata.
Oggi il settore delle cajas è sull’orlo di un fallimento annunciato. Su queste colonne lo dicevamo giá due anni fa.
Il problema deriva dal settore immobiliare come riporta la tabella e dallo scoppio della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><tt>La Spagna</tt><tt> sta cadendo verso il precipizio. Non è un precipizio <a href="http://www.chicago-blog.it/2012/05/09/la-spagna-segue-la-grecia/">come quello greco</a>, ma certo la situazione è ogni giorno più complicata.</tt><br />
<tt>Oggi il settore delle cajas è sull’orlo di un fallimento annunciato. Su queste colonne lo dicevamo <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/08/08/il-punto-sulla-crisi-spagnola-%E2%80%93-parte-seconda/">giá due anni fa</a>.</tt><br />
<tt>Il problema deriva dal settore immobiliare <a href="http://t.co/SaEIlMak">come riporta la tabella</a> e dallo scoppio della bolla nello stesso. Fino al 2007 il settore era cresciuto a dismisura e in Spagna si costruivano più case che in qualunque altro paese europeo, anche di quelli molto più grandi. La costruzione era finanziata principalmente dalle cajas, che non lesinavano credito sia alle imprese edilizie che alle famiglie.</tt></p>
<p><span id="more-12308"></span><tt>Queste cajas erano gestite da politici locali che avevano interesse più a prestare soldi con criteri politici che con criteri economici. L’analisi economica sembrava non essere mai stata presa in considerazione da queste istituzioni bancarie, che oggi, si ritrovano piene di immobili dal valore quasi nullo.</tt><br />
<tt>Si parla di 188 miliardi di euro di attivi spazzatura, compresi i 103,7 miliardi di euro relativi a crediti dubbiosi e crediti sotto lo standard. Molto difficilmente questa quantita di denaro verrá recuperata dalle banche.</tt><br />
<tt>Come è potuto succedere tutto questo?</tt><br />
<tt>Le casse di risparmio prestavano soldi, ma al momento dello scoppio della bolla immobiliare i prezzi sono cominciati a scendere, e non di poco. Ormai la svalutazione è arrivata in molti casi intorno al 40 per cento. Sono saltate prima moltissime imprese edilizie e successivamente anche le famiglie hanno cominciato ad andare in sofferenze a restituire i mutui.</tt><br />
<tt>Il settore edilizio valeva oltre il 20 per cento dell’intera economia e una volta che è entrato in crisi ha cominciato a creare disoccupazione. Gran parte delle persone senza lavoro in Spagna infatti arrivano dal settore edilizio e sono persone con bassa qualifica e con stipendi che superavano prima della crisi anche i 2000 euro.</tt><br />
<tt>Una volta che famiglie e imprese edili hanno cominciato a fallire, gli immobili tornavano alle banche. Ma questi immobili non avevano ormai più il valore di libro pari a 100, ma il valore reale, pari a 60.</tt><br />
<tt>La svalutazione non è mai stata fatta dalle cajas, perchè altrimenti tutto il “marcio” sarebbe uscito e il settore sarebbe andato in crisi giá due/tre anni fa. Ma queste istituzioni finanziarie non hanno potuto resistere ed ormai l’attivo tossico relativo al solo settore immobiliare ha quasi raggiunto i 200 miliardi di euro. Il 20 per cento del prodotto interno lordo spagnolo.</tt><br />
<tt>Due giorni fa è saltata la quarta banca del paese, Bankia, nata dalla fusione di 7 casse di risparmio locali. Anche questa entità è sempre stata governata da politici locali che hanno dimostrato come sarebbe stato molto meglio che lo Stato in economia non fosse mai entrato  (ancora una volta si potrebbe dire).</tt><br />
<tt>Ora, per cercare di salvare il salvabile, il Governo Rajoy ha deciso di immettere altri 15 miliardi di euro e al contempo creare delle piccole bad bank. In questo modo tutti gli attivi tossici arriveranno nelle casse dello Stato e tutti i soldi verranno presi dai contribuenti.</tt><br />
<tt>Il debito rischia di sfondare quota 85 per cento questo anno, dal 68 per cento che si trovava a fine 2011.</tt><br />
<tt>Soldi pubblici che ancora una volta peseranno sui soliti noti: i contribuenti.</tt><br />
<tt>D’altronde giá tre anni e mezzo fa si decise anche Oltre Oceano di attuare una politica di “too big to fail” che di fatto deresponsabilizzava la gestione delle banche.</tt><br />
<tt>Ora anche in Spagna siamo allo stesso punto. Ma in questo caso la debolezza delle banche si trasferirá velocemente allo Stato spagnolo che vedrá, molto probabilmente, nelle prossime settimane un attacco deciso contro la permanenza nell’Euro.</tt><br />
<tt>Adios España?</tt></p>
<p><tt>Twitter @AndreaGiuricin</tt></p>
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		<title>Spesa pubblica: lascia o raddoppia? – di Valentino Govigli</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 16:14:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Valentino Govigli.
Impazza, ultimamente, su internet e sui vari blog di settore, un’accesa discussione su di un ricerca realizzata da Veronique de Rugy, economista di origine francese, che dimostra – avvalendosi dei dati pubblicati da Eurostat –  come i singoli stati europei non abbiano affatto proceduto a tagli alla spesa pubblica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Valentino Govigli</em>.</p>
<p>Impazza, ultimamente, su internet e sui vari blog di settore, un’accesa discussione su di un <a href="http://www.nationalreview.com/corner/299233/show-me-savage-spending-cuts-europe-please-veronique-de-rugy#" target="_blank">ricerca realizzata da Veronique de Rugy</a>, economista di origine francese, che dimostra – avvalendosi dei dati pubblicati da Eurostat –  come i singoli stati europei non abbiano affatto proceduto a tagli alla spesa pubblica ed anzi di come, in termini nominali, il livello di spesa pubblica sia aumentato o si sia comunque stabilizzato su un livello molto alto. la ricerca  è stata ripresa favorevolmente dal blog “Marginal Revolution” del noto economista americano Tyler Cowen (di recente passato da Milano ospite dell’IBL) con il titolo: “<a href="http://marginalrevolution.com/marginalrevolution/2012/05/how-savage-has-european-austerity-been.html" target="_blank">How savage has European austerity (Spending cuts) been?</a>”, ovvero: quanto forte è stata l’austerità europea riguardante i tagli alla spesa negli ultimi anni?; mentre  ha creato <a href="http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2012/05/euro-crisis-0" target="_blank">un acceso dibattito con l’<em>Economist</em></a> il quale sostiene la totale inesattezza dell’analisi della de Rugy complice di aver sottostimato i valori approssimando l’analisi ai soli termini nominali anziché a quelli reali.</p>
<p><span id="more-12309"></span>La <a href="http://www.nationalreview.com/corner/299373/debate-over-austerity-continues-veronique-de-rugy" target="_blank">risposta</a> di Veronique de Rugy non ha tardato ad arrivare mostrando graficamente che, anche tenendo conto della spesa pubblica in termini reali, il trend rimane lo stesso: ovvero un aumento o, se si tratta di una diminuzione (come nei paesi più sofferenti e maggiormente sottoposti alle forti pressioni dei vertici dell’Unione europea: Spagna, Italia e Grecia), questa non è sufficiente da invertire il trend esponenziale di crescita delle annate precedenti. Su questo tema sono state fatte interessanti considerazioni anche sul blog <a href="http://noisefromamerika.org/articolo/quanto-austeri-siamo" target="_blank">Noisefromamerika</a> dove Andrea Moro ribadisce che:</p>
<p><em>Dall&#8217;analisi della spesa in termini nominali, gli unici paesi ad aver ridotto significativamente la spesa sono Grecia e Spagna, la cui spesa nel 2011 comunque si è attestata a livelli simili a quelli del 2007, un solido 50% più che nel 2002.. In Italia la spesa non è cambiata di molto durante la crisi. In generale, non sembra che i governi stiano tirando la cinghia piu di tanto, ad eccezione di quello greco, e solo rispetto al 2009. </em></p>
<p>In termini reali, e cioé tenendo conto dell&#8217;inflazione di ciascun paese, nessuno di questi paesi spende meno di quanto faceva nel 2004 tranne UK e Germania. In Italia, si spende in termini reali sostanzialmente quanto si spendeva nel 2005, un buon 5% più che nel 2002.</p>
<p>È storia nota e risaputa che la spesa pubblica nei paesi europei sia cresciuta, più o meno costantemente, dall’inizio del novecento ad oggi. L’incremento della popolazione, la spinta agli armamenti in occasione delle due guerre mondiali, l’avvio di molteplici opere pubbliche nella prima fase del novecento, la diffusione delle idee socialistiche di welfare state dal secondo dopoguerra in poi, hanno portato ad un crescente aumento della spesa pubblica in tutti i settori (Sull’aumento della spesa pubblica in chiave storica si veda il libro di Vito Tanzi e Ludger Schuknecht, <em><a href="http://www.fupress.com/scheda.asp?idv=1382" target="_blank">La spesa pubblica nel XX secolo</a></em>). La spesa pubblica è un’entità che si autoalimenta. Come un rogo, che più è grande, più ha bisogno di legna da bruciare, ma più legna brucia più quello continua a crescere, lo stesso succede alla spesa dello Stato. L’apparato burocratico in molti paesi dell’Unione europea, e soprattutto in Italia, aumenta solo per il fatto di essere già gigantesco. Più dirigenti pubblici ci sono, maggiori dipendenti questi vorranno avere, più settori ed agenzie dovranno nascere per poterli assorbire, le quali, a loro volta, avranno bisogno di nuovi dirigenti. Se a questo aggiungiamo il fatto che le decisioni in ambito di riduzione od espansione del livello di spesa pubblica vengono prese da chi di questa vive (i politici), allora possiamo star certi che riduzioni consistenti del settore pubblico non si vedranno mai se non con un cambio di vision dell’intero settore burocratico-politico: ma qui si entra nella fanta-utopia.</p>
<p>L’occasione per questo cambiamento si è oggi tragicamente verificata: l’Europa sta affrontando una crisi senza precedenti, con il rischio palpabile di procedere inesorabilmente verso stagnazione e depressione economica di lungo periodo. Se un elefantiaco settore pubblico è già un fattore negativo in un periodo di boom economico, diventa invece una gigantesca palla al piede in periodi di crisi e recessione. Concetti come austerity e crescita sono tornati ad essere al centro dei dibattici politici ed economici in tutte le istituzioni nazionali ed extranazionali europee.</p>
<p>Ma, in soldoni, che cosa si intende per austerity?</p>
<p>Austerità, rigore, riduzione sono le prime parole che il nostro cervello associa a questo concetto. Come specificano <a href="http://www.forbes.com/2010/07/26/government-spending-taxes-opinions-columnists-brian-wesbury-robert-stein_2.html" target="_blank">in un articolo su <em>Forbes</em></a> Brian S. Wesbury e Robert Stein, esistono tre principali tipologie di austerità: buona, non buona ed orrenda. Una buona austerità è quella che colpisce e diffonde il panico nel settore pubblico. Una austerità non buona è quella che diffonde il panico sia nel settore pubblico che in quello privato. Un’orrenda austerità è invece quella che si dirige completamente verso il settore privato, manifestandosi in tasse altissime che colpiscono lavoratori, investitori e imprese. Lo stato elefantiaco non solo non si mette a dieta, ma obbliga al dimagrimento tutte le restanti parti sociali. Quando ciò succede l’austerity non ricorda più nobili nozioni come riduzione o rigore ma rimanda a sinonimi ben più tragici come inflessibilità ed intransigenza. Etimologicamente, austerità deriva dal latino austerus ovvero aspro, rude; veniva utilizzato per sapori ed odori. Con queste misure si sta tornando al senso primordiale della parola: la gente annusa, assapora l’asprezza e si ribella. C’è poco da fare.</p>
<p>Un secondo aspetto da non dimenticare è come le ben poche misure di austerità a livello di tagli alla spesa pubblica siano molto più mediatiche e propagandistiche che sostanziali. È notizia di pochi giorni fa di come François Hollande, neo presidente della Francia, abbia già deciso di tagliare a se stesso, al premier ed ai ministri lo stipendio del 30%. Traduzione: spesa pubblica tagliata a livello simbolico, il popolo è contento ed ora si continua sulla stessa strada di sempre. O di come l’Unione Europea, <a href="http://www.linkiesta.it/commissione-europea-aumento-budget-finanziaria" target="_blank">nella bozza della finanziaria del 2013</a>, rimarchi il taglio dell’1% dei suoi 41.000 funzionari; quando se invece si considera il prossimo ingresso della Croazia all’interno dell’Unione (come ha fatto in una approfondita analisi il think-thank britannico Open Europe), il taglio reale sarà solo di 6 dipendenti.. Sei dipendenti!</p>
<p>È essenziale quindi che si affronti, in questo periodo di necessari cambiamenti strutturali, una sostanziale riduzione dei tentacoli del settore pubblico. Non una mossa mediatica a breve termine, ma tagli strutturali che agiscano sul trend a lungo termine eliminando le inefficienze pubbliche, accompagnati non come è stato fatto da un aumento delle tasse, ma piuttosto da un’opera di comunicazione ai cittadini del perché e della necessità delle riforme, ricordandosi che, in un Unione europea sempre più in bilico, sono i cittadini, nominando i politici, che decideranno la sua sopravvivenza o la sua implosione negli anni a venire.</p>
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		<title>La Soda Tax del ministro Balduzzi non sembra una buona idea — di Diego d&#8217;Andria</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 14:36:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Diego d&#8217;Andria.
Come se la pressione fiscale italiana non fosse già a livelli spaventosamente elevati, il ministro Balduzzi propone di introdurre un&#8217;accisa sul prezzo di alcune bevande ad alto tenore calorico, con il fine di ridurre il fenomeno dell&#8217;obesità giovanile e non. Il gettito, si legge  sul Corriere della Sera, sarebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Diego d&#8217;Andria</em>.</p>
<p>Come se la pressione fiscale italiana non fosse già a livelli spaventosamente elevati, il ministro Balduzzi propone di introdurre un&#8217;accisa sul prezzo di alcune bevande ad alto tenore calorico, con il fine di ridurre il fenomeno dell&#8217;obesità giovanile e non. Il gettito, <a href="http://www.corriere.it/salute/nutrizione/12_maggio_11/balduzzi-tassa-bevande-gassate_6ef84e06-9b43-11e1-81bc-34fceaba092f.shtml" target="_blank">si legge  sul <em>Corriere della Sera</em></a>, sarebbe poi destinato a “campagne di prevenzione e di promozione di corretti stili di vita e ad alcuni interventi mirati in campo sanitario”.</p>
<p><span id="more-12305"></span>Nel  suo articolo “<a href="http://www.chicago-blog.it/2012/05/08/che-spazzatura-la-tassa-sul-junk-food/" target="_blank">Che spazzatura la tassa sul junk food</a>” apparso qui su Chicago-Blog, Lucia Quaglino ha già evidenziato importanti pecche della proposta. Riassumendo, la “Balduzzi Tax” sarebbe: A) poco utile a ridurre l&#8217;obesità, a causa del fatto che numerosi altri sono i cibi che apportano tante calorie alla dieta (particolarmente quella mediterranea: pasta, olio&#8230; per non parlare di patatine fritte e snack caramellati); B) l&#8217;imposta è regressiva, dato che i cibi-spazzatura sono solitamente consumati in proporzioni maggiori dalle fasce di reddito inferiori;  C) l&#8217;idea di impiegare parte del gettito per finanziare la sanità, partendo dall&#8217;assunto che le persone obese gravano maggiormente il sistema sanitario nazionale (per maggior incidenza di varie patologie, fra cui quelle cardiache) e perciò dovrebbero proporzionalmente contribuirvi di più, è fallace perché tali contribuenti già partecipano alle spese sanitarie attraverso la tassazione generale, ma al contempo sono impossibilitati ad optare per una copertura sanitaria privata.</p>
<p>Condividendo quanto già detto, vorrei aggiungere ancora qualche considerazione, che inesorabilmente contrasta la proposta del ministro Balduzzi e ne evidenzia l&#8217;inadeguatezza. Lasciando da parte quanto si legge, secondo cui la tassa colpirebbe solo le bottigliette da 33 cl. (e le bottiglie da 1 litro o più? Le bevande sfuse alla spina? Non ci è dato sapere se saranno esentate o tassate proporzionalmente alla capienza del recipiente&#8230;), andiamo con ordine:</p>
<ol>
<li>cominciamo con l&#8217;osservare che l&#8217;imposta non colpisce solo gli obesi. Il danno sanitario causato a ciascun contribuente dal consumo di un&#8217;unità addizionale di bevanda zuccherata non è uguale per tutti, né tale danno sanitario segue necessariamente un andamento lineare al crescere del consumo pro capite. Per fare un esempio, molte persone sane consumano spesso qualche cocktail contenente bevande a base di soda e zuccherate, e tali persone pagheranno la Balduzzi Tax a fronte di benefici sanitari minimi o nulli. Per questi contribuenti, la Balduzzi Tax comporta una perdita secca senza alcun beneficio in contropartita, a meno che il gettito sia impiegato non per campagne di sensibilizzazione, ma piuttosto per ridurre la tassazione generale. Purtroppo, sia il presente governo Monti sia tutti quelli che l&#8217;hanno preceduto negli ultimi 20 anni, hanno oramai un debito di credibilità circa la concreta volontà di ridurre tassazione e spesa pubblica, sia pur solo di qualche centinaia di milioni d&#8217;euro. Pertanto, è molto probabile che la Balduzzi Tax si sostanzi in gettito aggiuntivo piuttosto che sostitutivo di altri tributi. (Nota per i più secchioni: in un paese come l&#8217;Italia dove la tassazione indiretta è già elevata, anche un piccolo aumento di quest&#8217;ultima può causare grandi perdite di benessere; la Balduzzi Tax si somma all&#8217;IVA ed ad altri eventuali balzelli, e l&#8217;eccesso di pressione aumenta in ragione quadratica).</li>
<li>Ma ammettiamo pure che, per il bene dei concittadini malati d&#8217;obesità, tutti gli altri contribuenti non a rischio obesità accettino di farsi carico degli oneri aggiuntivi suddetti. Ci possiamo attendere una riduzione dell&#8217;apporto calorico da parte delle persone a rischio obesità? Probabilmente no. Una parte non trascurabile della letteratura in merito ha mostrato una notevole inelasticità dei consumi rispetto al prezzo, evidenziando quindi come l&#8217;obesità nasca spesso da forme di dipendenza (psicologica, oltre che fisica) che difficilmente vengono contrastate da piccoli aumenti del prezzo dei cibi ipercalorici. Insomma, per ridurre sensibilmente tali consumi, l&#8217;imposta dovrebbe essere con tutta probabilità ben maggiore di 3 cent./€, e quindi dovrebbe essere molto più distorsiva dei consumi dei cittadini non obesi. Inoltre, è noto che una componente causale dell&#8217;obesità è individuabile in stili di vita sedentari, i quali non sono influenzati dall&#8217;imposta.</li>
<li>Quindi, l&#8217;affermazione del ministro secondo cui l&#8217;imposta “non crea problemi ai consumatori né ai produttori” è falsa, ed in più smentisce la potenziale efficacia del provvedimento. Perché infatti delle due: o l&#8217;imposta riesce a ridurre i consumi e quindi l&#8217;obesità (e dunque crea sì problemi ai produttori ed ai consumatori sani, riducendo la domanda di tali beni sul mercato); oppure l&#8217;imposta non riduce il consumo di bevande ipercaloriche, ed allora crea problemi comunque a tutti i consumatori (obesi e non, riducendo il reddito spendibile a parità di bevande consumate), seppure in modo “stealth” e poco evidente.</li>
</ol>
<p>In conclusione, mi piacerebbe domandare al ministro Balduzzi: ma è davvero il momento di proporre roba del genere, andando ad emulare malamente i provvedimenti di alcune amministrazioni USA già molto criticati oltreoceano? E se pure volessimo credere per fede ai benefici effetti sulla salute pubblica della tassa in questione, prestando orecchio al tam-tam mediatico della stampa statunitense più <em>leftist</em>, non sarebbe opportuno associarla ad una (comunque auspicabile) riduzione della tassazione generale, finanziata dal gettito ottenuto?</p>
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		<title>Breve profilo del caos – di Gerardo Coco</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 19:50:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.
Lo scorso aprile George Soros scriveva sul Financial Times: l’Europa è entrata nella fase letale. Per sottrarla a questo destino il finanziere suggeriva la revisione del fiscal compact e, come gli è congegnale, anche fantasiose ingegnerie finanziarie. In realtà l’Europa è un morto vivente a cui nessuna operazione finanziaria, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco</em>.</p>
<p>Lo scorso aprile George Soros scriveva sul <em>Financial Times</em>: l’Europa è entrata nella fase letale. Per sottrarla a questo destino il finanziere suggeriva la revisione del <em>fiscal compact</em> e, come gli è congegnale, anche fantasiose ingegnerie finanziarie. In realtà l’Europa è un morto vivente a cui nessuna operazione finanziaria, nessuna revisione di patto fiscale, nessun patto per lo sviluppo può ormai restituire vita. E a questo cadavere politico/economico privo di soluzioni socialmente ed economicamente realizzabili, ora non restano di vitale che sussulti di risentimento e antipatia verso il responsabile della cura che avrebbe creato la malattia: la Germania (ma a Maastricht gli stati membri cosa pensavano di aver firmato nel 1997? un accordo su come vivere alle spalle di un superstato garantito dal Quarto Reich?).</p>
<p><span id="more-12302"></span>Coloro che oggi criticano la Germania dovrebbero ricordarsi che è stata la forza economica di questo paese a permettere all’Europa di non disintegrarsi prima del tempo disinnescando, temporaneamente, bombe finanziarie sparse nei paesi del mediterraneo. Pagandone naturalmente pesanti conseguenze. Inoltre dovrebbero ricordare che le politiche di austerità, (così come concepite, inutili e controproducenti) sono state imposte dalla Troika (BCE, UE e FMI) come contropartita del salvataggio europeo.</p>
<p>Siamo comunque arrivati al capitolo finale dell’odissea europea e c’è solo da speculare sul come si arriverà al punto di non ritorno, preparandosi alle conseguenze. Potrebbero essere proprio le reazioni antitedesche ravvivate dall’elezione di François Hollande in Francia a creare un nuovo “cigno nero”. Mentre tutti si aspettano l’imminente uscita della Grecia, Spagna e Portogallo, paesi ormai implosi e con tassi di disoccupazione da depressione, potrebbe essere la Germania a stravolgere lo scenario abbandonando volontariamente l’euro, magari per creare insieme ai paesi forti come i Paesi Bassi, la Finlandia e la Svezia una nuova valuta. Questa prospettiva che, ci sembra non essere mai stata presa in considerazione metterebbe fine alle conflittualità e gli scaricabarile tra i paesi mettendoli di fronte alle proprie responsabilità.</p>
<p>Pochi giorni fa la Foundation for Family Business di Monaco ha promosso una azione legale contro il consiglio di amministrazione della <em>Bundesbank</em> accusandolo di nascondere la vera entità del rischio per i cittadini tedeschi dei costi del salvataggio europeo (“German tempers boil over back-door euro rescues” – <em> Telegraph</em>). Un’azione esemplare, istituzionalmente rappresentativa della consapevolezza di un’opinione infuriata per i danni tangibili creati dalla moneta unica: le operazioni di salvataggio sono costate ai contribuenti fino ad ora, oltre 2 trilioni di euro. Angela Merkel si appresta a fronteggiare le elezioni nel 2013 e la sua politica sarà simmetricamente opposta a quello di François Hollande, perseverando tenacemente nella linea rigorista per rendere le condizioni di futuri salvataggi talmente pesanti da indurre i paesi coinvolti a rifiutarli e dare l’occasione ai tedeschi di sbarazzarsi dell’euro in modo pulito. Tutti i governi europei vorrebbero essere salvati dalla BCE (in questo senso va interpretata l’impazienza smodata e malsana per gli euro bond) e continuare impunemente le politiche di spreco. Ma ogni futuro salvataggio creerebbe i presupposti di un’inflazione incontrollabile, uno spettro per l’elettorato tedesco che il Cancelliere federale deve dimostrare di saper esorcizzare.</p>
<p><strong>Ciò che non si vede</strong></p>
<p>Per valutare l’attendibilità dell’ipotesi dell’abbandono tedesco bisogna richiamare alcuni fatti importanti che la cronaca economica non ha messo abbastanza a fuoco.</p>
<p>Innanzi tutto la Germania negli ultimi mesi ha:1) approvato una legge che le permetterebbe di uscire dall’euro senza abbandonare l’Europa; 2) riattivato il SoFFin (<em>Sonderfonds Finanzmarktstabilisierung</em> – <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/SoFFin" target="_blank">http://en.wikipedia.org/wiki/SoFFin</a>, il fondo per la copertura di rischi finanziari sospeso nel 2010, stanziando 480 miliardi di euro per predisporre un piano di emergenza a garanzia del sistema bancario in caso di crollo della moneta unica. Praticamente ha già cominciato a coprirsi contro tutti i rischi e a prepararsi per il ritiro dall’eurozona qualora venisse incalzata dai paesi membri ad effettuare salvataggi incondizionati.</p>
<p>La LTRO, mega operazione di liquidità della BCE di un trilione a favore di 800 banche europee avvenuta tra il luglio 2011 e il febbraio scorso, ribattezzata sarcasticamente da un economista, Lourdes Treatment and Resuscitation Option, perché ormai solo un miracolo può salvare l’eurozona, ha portato in pochi mesi a un’incredibile espansione del bilancio della banca centrale europea: circa 3 trilioni, una cifra superiore al PIL tedesco, francese o italiano (praticamente un quarto dell’intero il PIL europeo pari a 12,48 trilioni) senza risolvere nessun problema. La sproporzione tra la dimensione gigantesca dell’operazione e la sua inefficacia è una prova inequivocabile dell’impossibilità di uscire dalla crisi. Queste risorse, senza apportare nessun beneficio al sistema industriale, sono già state dissipate ed esaurite. Le ruote del sistema bancario europeo continuano a girare a vuoto. Forse non è ancora chiaro il meccanismo: le banche dovranno continuamente ricapitalizzarsi per compensare le perdite sui debiti sovrani permanentemente crescenti che sono obbligate ad acquistare.</p>
<p>Secondo il FMI le banche europee hanno una leva finanziaria di 26 a 1. È pertanto sufficiente una svalutazione dell’attivo del 3.85% per eliminarne il loro capitale. Se i titoli fossero valutati secondo il mercato (<em>marked to market</em>), la svalutazione risulterebbe di gran lunga superiore; tutte le banche, quindi, sono sempre soggette a enormi perdite che la BCE deve permanentemente finanziare.</p>
<p>Tutte le operazioni finanziarie di salvataggio fino ad oggi sono state mandate ad effetto per coprire le falle che i governi europei hanno tentato di mascherare e che riguardano la reale esposizione del sistema bancario nei confronti dei PIIGS. Un esempio è quello dell’esposizione tedesca nei confronti della Grecia su cui la Banca dei regolamenti internazionali ha mentito quantificandola a 3.9 miliardi invece di 8 miliardi come segnalato il quotidiano <em>The Guardian</em> (“Greece debt crisis: how exposed is your bank?”). Solo le prime tre banche tedesche, DZ Bank, Commerzial Bank, Postbank, hanno un esposizione di oltre 5 miliardi di euro il che significa che, in media, il 20 del loro capitale è praticamente svanito.</p>
<p>E siccome tutte queste operazioni a vuoto non potevano essere sufficienti a riempire un pozzo senza fondo, pure gli USA hanno partecipato clandestinamente al salvataggio bancario europeo (“The Federal Reserve’s Covert Bailout of Europe”)</p>
<p>Le banche europee dal 2011, con gli stati sull’orlo del collasso, hanno avuto difficoltà nel rinnovare I prestiti in dollari a breve. Poiché agli USA è vietato il salvataggio delle banche europee, dal settembre 2001, la FED ha aggirato il problema attraverso operazioni di swap (<em>temporary U.S dollar liquidity swap arrangement</em>) che tecnicamente non sono prestiti. Con queste operazioni, infatti, la FED vende dollari alla BCE che si impegna a restituirli a data futura e a tasso convenuto. Ma la BCE naturalmente usa i dollari per finanziare il proprio sistema bancario. Così la FED mascherando il salvataggio con un prestito alla sua collega europea, ha allargato il suo ruolo a salvatore “internazionale” di ultima istanza. Questo spiega anche la relativa stabilità dell’euro a circa 1.30 dopo che aveva perso il 17% all’epoca del primo salvataggio greco. Ma bisogna scordarsi che l’America in futuro possa soccorrere l’Europa. Nessun paese è in grado di salvarne un altro di tre volte maggiore: il sistema bancario americano ha infatti una dimensione pari a 12 trilioni di dollari contro quello europeo di 46.</p>
<p>Se teniamo conto di quello che dice Mohamed El-Erian, il CEO della PIMCO il più grande investitore di bond al mondo, (“French banks could tip Europe back into a full-blown crisis”), le banche francesi avrebbero addirittura una leva reale di quasi 100-to-1!! Insomma sarebbero degli organismi finanziari senza capitale, completamente a debito. Quando Hollande si renderà conto di questo si pentirà della avventata dichiarazione prima di essere eletto: “Mon seul ennemi, c’est la Finance” e finirà per perseguire le stesse politiche del predecessore e degli altri colleghi europei cioè di questua alla BCE.</p>
<p>Se prestiamo fede alla analisi di Jagadeesh Gokhale senior fellow del prestigioso Cato Institute di Washington, “Measuring the Unfunded Obligations of European Countries”, gli impegni assunti dai governi senza copertura finanziaria raggiungono una cifra da capogiro: per far fronte agli impegni finanziari di welfare, ogni paese europeo, in teoria, dovrebbe accantonare una cifra pari a quattro volte il PIL per ottenere al tasso corrente un reddito necessario al finanziamento del sistema sociale. Le Unfunded Liabilities sono appunto le promesse di spesa eccedenti i fondi a disposizione degli stati e di cui non sono stati fatti accantonamenti ma che andranno pagati. Pertanto è chiaro che negli anni a venire il welfare potrà essere assicurato “pignorando” i cittadini europei. Infatti questo scenario dell’orrore è facilmente prevedibile se si tiene conto dell’invecchiamento della popolazione europea, della stagnazione e della disoccupazione strutturale. Secondo Alex Weber l’ex presidente della Bundesbank (eliminato dalla gara per la presidenza della BCE dopo Jean-Claude Trichet, perché considerato non abbastanza inflazionista) il debito reale della Germania al lordo delle unfunded liabilities non sarebbe quello ufficiale dell’84% ma supererebbe il 200%. Ma questa stima secondo Jagadeesh Gokhale è ottimista: secondo lui le <em>unfunded liabilities</em> erano già nel 2009 del 418% cioè più di due volte superiori al PIL!</p>
<p>A fronte di questa situazione pensare che la Germania possa continuare a sostenere o sacrificarsi per l’Europa è ridicolo. Dopo essere stata per dieci anni la rete di protezione dell’Europa la Germania ha esaurito il suo ruolo. Se ne traggano le ovvie conseguenze.</p>
<p><strong>Tempi decisivi</strong></p>
<p>Un giorno gli storici dovranno parlare dell’immenso spreco economico e sociale causato dall’Europa. Esso non ha eguali nella storia ed è ora di fermarlo. Non esistono più strategie di natura finanziaria e il popolo tedesco l’ha capito.</p>
<p>È venuto per tutti il momento di pensare alla transizione e, per una volta, cercare di prevenire una crisi che si presenta così evidente ed imminente che nessuno potrà invocare la sorpresa di un cigno nero e cadere dalle nuvole. Qui siamo di fronte ad un pterodattilo, è il caso di dire. Se la crisi non viene gestita sarà molto ma molto peggiore di quella del 2008. Pertanto la si prevenga pianificando con spirito pragmatico l’uscita dall’eurozona. Sarebbe da irresponsabili non farlo e continuare a pensare a soluzioni miracolistiche. Il conto alla rovescia è già cominciato.</p>
<p>È sbagliato credere, come è stato detto, che l’Europa potrebbe al peggio subire la sorte del Giappone che ristagna da un quarto di secolo. Il Giappone è un paese, non un gruppo di paesi e comunque sopravvivrà. L’Europa non è un paese ma un’unione di paesi e non sopravvivrà. L’Europa non è una vacca sacra alla quale si debbano sacrificare i cittadini europei riducendoli al servaggio. Prevedere e prevenire l’uscita da un’unione che non funziona non è una catastrofe, è una decisione sensata. Eppure siamo sicuri che gli stolidi burocrati faranno di tutto per salvare l’euro a costo di distruggere la classe media e trasformare l’Europa in un luogo di tirannia fiscale, un incubatore di conflitti, di movimenti separatisti e di drammi sociali.</p>
<p>Irene Pimentel, la storica portoghese riferendosi all’apparente stoicismo dei portoghesi di fronte alla crisi, recentemente ha detto: “Alla fine la popolazione esploderà. È impossibile che le persone restino così impassibili. Sono preoccupata per la democrazia”. Anche noi.</p>
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