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	<title>CHICAGO BLOG</title>
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	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Meno auto, più bici: chi vince e chi perde</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 12:47:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Ramella</dc:creator>
				<category><![CDATA[infrastrutture]]></category>
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		<description><![CDATA[di Andrea Boitani e Francesco Ramella
Non vi è dubbio che, in città, solo una quota parte dei costi esterni derivanti dall’utilizzo dell’auto è internalizzata tramite l’imposizione fiscale: la conseguenza è che il livello complessivo della mobilità privata motorizzata eccede quello socialmente ottimale.
Continua su lavoce.info.
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				<content:encoded><![CDATA[<p>di Andrea Boitani e Francesco Ramella</p>
<p>Non vi è dubbio che, in città, <a href="http://www.lavoce.info/chi-paga-i-costi-del-traffico/">solo una quota parte</a> dei costi esterni derivanti dall’utilizzo dell’<b>auto</b> è internalizzata tramite l’imposizione fiscale: la conseguenza è che il livello complessivo della mobilità privata motorizzata eccede quello socialmente ottimale.</p>
<p>Continua su <a href="http://www.lavoce.info/meno-auto-e-piu-bici-chi-vince-e-chi-perde/" target="_blank">lavoce.info</a>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Serial killer — di Gerardo Coco</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 06:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
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		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Gerardo Coco
In questi ultimi anni i maggiori istituti di emissione hanno attuato una politica di tagli sistematici ai tassi di interesse per stimolare l’economia e anche la BCE si è pedissequamente adeguata. Con l’ultimo suo intervento all’inizio di questo mese ha ridotto il tasso da 0.75 a 0.5. E’ inutile [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Gerardo Coco</em></p>
<p>In questi ultimi anni i maggiori istituti di emissione hanno attuato una politica di tagli sistematici ai tassi di interesse per stimolare l’economia e anche la BCE si è pedissequamente adeguata. Con l’ultimo suo intervento all’inizio di questo mese ha ridotto il tasso da 0.75 a 0.5. E’ inutile ripetere che queste manovre non hanno stimolato e mai stimoleranno le economie. Al massimo beneficiano chi si è indebitato a tasso variabile o ne alleggeriscono la situazione debitoria. Ma quest’ultimo effetto è solo apparente perché in realtà queste riduzioni seriali aggravano il peso del debito, devastano il capitale industriale e aumentano la disoccupazione. Come è possibile che la riduzione dei tassi di interesse possa nuocere al sistema economico? Non è forse abbassando questo costo che se ne migliora la condizione? Accade invece, per quanto possa sembrare paradossale, esattamente il contrario. Il fenomeno non ha nulla di ovvio o intuitivo e prima di spiegarlo con qualche esempio, sono opportune alcune brevi osservazioni.</p>
<p><span id="more-14711"></span>Di regola, i prezzi dei beni i cui vantaggi maturano nel futuro dipendono dal tasso di interesse e ogni variazione di quest’ultimo ne provoca una corrispondente ed inversa nel prezzo. Così, ad esempio, nel caso delle obbligazioni una riduzione del tassi ne aumenta il prezzo e un aumento lo riduce. Il prezzo di un obbligazione è pari alla somma attualizzata di tutte le cedole o pagamenti a carico dell’emittente, capitalizzate al tasso di interesse corrente. Se l’interesse viene ridotto, automaticamente aumenta il valore scontato (attualizzato) della sommatoria delle cedole e di conseguenza anche il prezzo dell’obbligazione. Il valore di realizzo dell’obbligazione è quel prezzo che si dovrebbe pagare per estinguere il debito prima della scadenza e dipende dall’interesse corrente. Nelle analisi di bilancio bisogna tenerne conto perché serve a stimare sia il merito del credito di imprese e banche sia il loro valore nei casi di fusione, quotazione, offerta pubblica d’acquisto, liquidazione volontaria o fallimento.</p>
<p>Le fluttuazioni del valore di liquidazione fanno variare quello delle passività e quindi anche quello del capitale netto che è la differenza tra le attività e passività.</p>
<p><strong>Il valore di liquidazione del debito supera il quadrilione<br />
</strong>Supponiamo che per finanziare un investimento un’impresa venda un’obbligazione del valore nominale di 1000 al tasso del 4% e col ricavato dell’emissione acquisti un macchinario per la produzione. Nel bilancio dell’impresa l’obbligazione rappresenta il debito e va al passivo e il macchinario, il bene finanziato dall’obbligazione, va all’attivo. L’impresa dovrà pagare periodicamente agli obbligazionisti cedole di valore di 4 fino alla data di scadenza del titolo. Supponiamo ora che il tasso di interesse di riferimento venga dimezzato al 2% facendo così raddoppiare a 2000 il valore delle obbligazioni di nuova emissione. Dopo questa riduzione, la situazione finanziaria dell’impresa migliorerà o peggiorerà? Peggiora per due motivi. Primo, perché si trova ad aver finanziato l’investimento ad un interesse maggiore. Secondo, perché nel suo bilancio il valore reale del debito è come se venisse raddoppiato. Questa conseguenza non è visibile “a occhio nudo” ma di fatto esiste. Infatti, l’attualizzazione della sommatoria dei flussi finanziari delle cedole del debito al nuovo tasso corrente ne aumenta il valore. Nel caso in questione lo raddoppia. Se, infatti, l’impresa volesse disfarsi della passività prima della scadenza, dovrebbe sborsare non 1000 ma 2000 per riscattare il debito. I creditori infatti accetterebbero di restituire l’obbligazione originaria acquistata a 1000 e che rende 4, cioè il doppio della nuova emissione, solo a patto di incassare 2000 che è appunto il prezzo delle nuove emissioni che rendono 2. In altre parole il debito dell’impresa sarebbe liquidabile con una grave perdita. In ogni caso l’aumento del valore della passività riduce il capitale netto dell’impresa facendone diminuire il merito del credito. Si osservi che il problema non è il basso tasso di interesse in sé ma i tagli seriali e consecutivi che fanno aumentare il valore attualizzato del debito rendendolo inversamente proporzionale al tasso di interesse prevalente.</p>
<p>Il problema ovviamente riguarda anche il settore bancario. L’alta leva finanziaria che lo caratterizza, cioè la prevalenza di capitale di credito sul capitale proprio e il relativo bisogno di liquidità è conseguenza del drenaggio di capitale dovuto alla sistematica riduzione dei tassi. Se questi vengono ridotti dal 4% a 2, poi da 2% a 1, da 1 a  ½ , a  ¼ ecc., il valore di liquidazione del debito (cioè la passività) raddoppia da 1 trilione a 2, quindi da 2 a 4 a 8, 16 e così via. Alla decima riduzione, il valore di liquidazione diventerebbe 210 = 1024. Se dunque il debito fosse un trilione a seguito dei successivi tagli seriali operati delle banche centrali diventerebbe un quadrilione.</p>
<p>Chi crede che queste siano elucubrazioni finanziare non deve far altro che riflettere sul valore nozionale dei derivati oggi stimato a oltre un quadrilione di dollari (mille trilioni), 60 volte l’economia mondiale. La crescita abnorme ed esplosiva dei credit-default swaps (CDS), i premi assicurativi pagati contro il rischio di perdite su crediti, rappresenta e rispecchia proprio l’aumento del valore di liquidazione del debito.</p>
<p><strong>I tagli seriali provocano disoccupazione</strong><br />
Si consideri ora la questione da un altro punto di vista. Supponiamo che l’azienda paghi correntemente una somma di 1000 in salari. Se il reddito dell’azienda è capitalizzato al tasso del 4%, tale somma varrà 25.000. Questo fondo rappresenta l’equivalente in strumenti di produzione che dovranno far produrre gli operai e generare rendimento per pagare i salari. Se il tasso di interesse venisse ridotto al 2% risulterebbe che il fondo di 25.000 non sarebbe più capiente per il pagamento dei salari perché il suo rendimento annuale che era 1000 (4%) diventerebbe 500 (2%). Ne risulterebbe pregiudicata tutta la produttività e a meno di non provvedere ad integrazioni di capitale proprio, l’azienda dovrebbero licenziare i lavoratori o in teoria ridurre il fondo salari a 500.</p>
<p>Qui si verifica il problema opposto al quello dell’esempio sull’obbligazione perché è l’attivo del bilancio a subire la falcidia: il valore del capitale industriale dell’impresa, cioè dell’investimento fatto nel passato, diminuisce ogni volta che nel mercato ogni nuovo investimento è finanziato a costi minori a seguito del taglio degli interessi. Il che va a impattare negativamente sulla situazione patrimoniale dell’azienda. Se fosse nella condizione di dover ricorrere al capitale di credito non lo otterrebbe perché il suoi indici di bilancio dopo la riduzione dell’interesse verrebbero ipso facto deteriorati.</p>
<p>Questa è la ragione occulta della devastazione del sistema industriale e della disoccupazione strutturale negli ultimi decenni. Grandi e famose aziende, complessi e interi settori industriali sono scomparsi come dinosauri apparentemente senza un perché. Ma la ragione c’è ed è nascosta nelle pieghe dei bilanci. La conferma indiretta è che il capitale industriale è cominciato ad venir distrutto  indiscriminatamente negli ultimi trent’anni man mano che i tassi a lungo termine diminuivano dal 18-16 al 4-3% e quelli a breve dal 22 all’ ½% per favorire, ovviamente, la progressiva monetizzazione del debito dei governi per i quali la riduzione seriale dei tassi è funzionale.</p>
<p>Gli unici a trarre vantaggio da questo sabotaggio economico sono gli speculatori. Gli istituti di emissione, comunicando in anticipo al mercato la riduzione dell’interesse, consentono loro di fare profitti osceni in frazioni di secondo e a rischio zero perché possono comprare i titoli all’ingrosso sicuri di rivenderli a prezzo maggiorato non appena il ribasso dei tassi è effettivo. Ma che bravi questi banchieri che finanziano attraverso il sistema bancario, che controllano, la pirateria speculativa contro cui poi la stampa inveisce. Anche nei loro volti ormai è percepibile l’insicurezza che nasce dall’insuccesso delle loro manovre ma ignari del massacro economico in corso perseverano nell’usare come un giocattolo il tasso di interesse diventato ormai un’arma letale. Se non se ne rendono conto loro, figuriamoci il commentariato economico ufficiale che plaude sempre servilmente ai banchieri centrali qualunque cosa facciano.</p>
<p><strong>Ricapitolando</strong><br />
Il valore di liquidazione di un debito è la somma necessaria ad estinguere il debito prima della scadenza e corrisponde alla sua attualizzazione che dipende dal tasso corrente. Non bisogna confondere un tasso di interesse basso con una struttura di tassi calanti. Quest’ultima fa aumentare il valore di liquidazione del debito originario contratto a tasso più elevato e peggiora la situazione patrimoniale riducendo il capitale netto. Il motivo è che la somma dei flussi di pagamento degli interessi, attualizzata a un tasso minore risulta superiore al debito originario che, pertanto, raggiunta la scadenza non può essere interamente liquidato. Il valore di liquidazione quindi è inversamente proporzionale all’interesse corrente e si raddoppia se il tasso è dimezzato. Dunque, la diminuzione degli interessi, contrariamente alla convinzione generale, non allevia ma aggrava il peso del debito. Il costo del servizio del debito originario che non è automaticamente rifinanziato a tassi inferiori, aumenta a spese del conto capitale. Fra l’altro il fenomeno spiega anche l’endemica mancanza di liquidità. I tagli seriali ai tassi riducono il valore degli investimenti in capitale fisico esistenti perché effettuati a costi maggiori rispetto a quelli finanziati con i tassi correnti  e la differenza erode i margini di profitto. Tutti gli indici di bilancio si deteriorano, seguono fallimenti a catena e questo spiega la devastazione industriale in atto. La natura del fenomeno è subdola e insidiosa e il danno passa inosservato perché la discesa dei tassi è considerata universalmente come un fatto positivo. Ma come spiegare allora il deficit simultaneo e generalizzato di capitale nelle imprese e banche? Si spiega col fatto che entrambe hanno distribuito utili e pagato bonus da profitti inesistenti. I profitti erano in realtà perdite e quando se ne sono accorte era ormai tardi. Se avessero individuato il problema, avrebbero previsto nel passivo dei loro bilanci un fondo rettificativo per perdite da operazioni finanziarie, evitando così l’insolvenza. Il fenomeno è l’effetto della continua monetizzazione del debito dei governi, ormai perpetuo: può soltanto crescere perché la discesa dei tassi ne aumenta il valore di liquidazione come testimonia la crescita esponenziale dei derivati il cui valore nozionale corrisponde appunto a quello del debito attualizzato.</p>
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		<title>L&#8217;austerity non esiste in Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 20:46:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Giuricin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’austerity è un concetto che è proprio fuori moda. Praticamente nessun Governo europeo sostiene questa politica di controllo del proprio deficit.
Bisogna partire tuttavia da un punto fermo: negli ultimi anni, anche a causa della crisi, il deficit sul Prodotto Interno Lordo di quasi tutti i Paesi è esploso.

Il deficit semplicemente misura la differenza tra quanto [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’austerity è un concetto che è proprio fuori moda. Praticamente nessun Governo europeo sostiene questa politica di controllo del proprio deficit.</p>
<p>Bisogna partire tuttavia da un punto fermo: negli ultimi anni, anche a causa della crisi, il deficit sul Prodotto Interno Lordo di quasi tutti i Paesi è esploso.</p>
<p><span id="more-14707"></span></p>
<p>Il deficit semplicemente misura la differenza tra quanto incassa lo Stato tramite tasse ed imposte e quanto spende; quando lo si rapporta al PIL si ottiene il famoso parametro di Maastricht che dovrebbe restare sotto il tre per cento.</p>
<p>Così chiaramente non è stato. Pochi paesi hanno rispettato questo parametro, anche perché con l’economia in recessione, raggiungere l’obiettivo diventa molto più complicato.</p>
<p>In Spagna, per esempio, nel 2012 il deficit è stato superiore al 10 per cento, ma anche in Francia o nella “virtuosa” Danimarca si è superato il 4 per cento. Tra i grandi Paesi solo la Germania ha visto un avanzo di bilancio.</p>
<p>È interessante tuttavia fare un’analisi più precisa di quei paesi europei che sono in mezzo alla burrasca dell’Euro: i PIGS.</p>
<p>L’acronimo, che è utilizzato da molti economisti anche in maniera dispregiativa, prende le iniziali dei Paesi interessati alla crisi dell’Euro, vale a dire Portogallo, Italia, Grecia e Spagna.</p>
<p>L’analisi comincia dal 2010, anno del rimbalzo della prima crisi che invece è stata globale. E’ da ricordare infatti che questa seconda crisi non è globale, bensì è tutta europea. Certo gli effetti della recessione europea hanno un impatto in tutto il mondo, ma è una crisi della zona Euro e dell’Europa in generale</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em id="__mceDel"><a href="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2013/05/PIGS-Austerity.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-14708" alt="PIGS Austerity" src="http://www.chicago-blog.it/wp-content/uploads/2013/05/PIGS-Austerity.png" width="527" height="537" /></a>Cosa significa austerity? Nel gergo comune: tagli della spesa.</em></p>
<p>Ma è davvero così? Cosa è successo negli ultimi tre anni?</p>
<p>Per vederci bene è essenziale studiare l’andamento della cosiddetta spesa pubblica (Government expenditure in inglese) e quello del PIL.</p>
<p>I paesi che hanno avuto un decremento maggiore della spesa pubblica rispetto al PIL, hanno avuto una discesa dell’incidenza della spesa pubblica sul PIL. Dei quattro PIGS solamente il Portogallo ha denotato questa situazione con una decrescita della spesadi quasi il 12 per cento a fronte di una caduta del PIL del 4,3 per cento.</p>
<p>Cosa è successo invece in Italia, Spagna e Grecia. Nel nostro paese a fronte di un PIL in crescita dello 0,9 per cento in tre anni – situazione da stagnazione – le spese sono cresciute dell’1,3 per cento. In Italia non ci sono segni di austerity dunque o almeno così dicono i dati. Può darsi che ci sia stato un riequilibrio della spesa tra i diversi settori dell’economia gestita dallo Stato.</p>
<p>Lo stesso è successo in Spagna con un PIL in crescita di solo lo 0,1 per cento e delle spese cresciute invece dell’1,6 per cento. Ben diversa è la situazione greca, dove in effetti le spese sono scese del 7 per cento, mentre il PIL è caduto del 12,8 per cento. Una situazione tragica per la Grecia, che nonostante un taglio della spesa ha visto la propria economia avvitarsi in una recessione quasi senza fine.</p>
<p>Certo bisogna ricordare che la spesa per il debito è cresciuta, ma anche questa è una scelta deliberata delle politiche pubbliche. Arrivare al 127 per cento del debito sul PIL in Italia è una scelta intergenerazionale. Significa semplicemente che le generazioni attuali stanno spendendo di più di quanto possono e faranno ricadere le “colpe” del debito sui giovani e sulle prossime generazioni.</p>
<p>La parola austerity, che ha molto attecchito tra molti attori politici, sociali ed economici non sembra che si possa tradurre in italiano in Austerità. La spesa pubblica è aumentata arrivando ormai ad intermediare oltre il 60 per cento dell’economia.</p>
<p>Senza riforme, riforme e tagli degli sprechi dove vogliamo arrivare?</p>
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		<title>Finanziamento pubblico: i partiti sono un&#8217;esternalità positiva?</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 11:32:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberismo]]></category>
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		<category><![CDATA[finanziamento pubblico]]></category>
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		<description><![CDATA[Finanziamento pubblico ai partiti sì o no?

Molti sono dell&#8217;opinione che qualche forma di sussidio alla politica sia necessario, per evitare di trasformarla in un &#8220;giocattolo da ricchi&#8221;. Una battuta sbrigativa potrebbe essere che finanziamenti molto generosi non hanno impedito alla politica italiana di essere dominata da miliardari più o meno annoiati. Ma questa, naturalmente, sarebbe [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Finanziamento pubblico ai partiti sì o no?</p>
<p><span id="more-14702"></span></p>
<p>Molti sono dell&#8217;opinione che qualche forma di sussidio alla politica sia necessario, per evitare di trasformarla in un &#8220;giocattolo da ricchi&#8221;. Una battuta sbrigativa potrebbe essere che finanziamenti molto generosi non hanno impedito alla politica italiana di essere dominata da miliardari più o meno annoiati. Ma questa, naturalmente, sarebbe una risposta molto evasiva.</p>
<p>Una <a href="http://www.perunanuovaitalia.it/proposta-di-legge-sul-finanziamento-dei-partiti-dei-movimenti-politici-e-delle-organizzazioni-di-attivita-e-cultura-politica/">risposta più seria</a> arriva dalla Fondazione Nuovo Millennio per una Nuova Italia, che ha fatto propria una proposta di Pellegrino Capaldo sull&#8217;erogazione di un finanziamento sotto forma di credito d&#8217;imposta del 95% per tutte le donazioni a partiti e movimenti politici da parte di persone fisiche fino a un massimo di 2.000 euro pro capite.</p>
<p>E&#8217; un compromesso ragionevole? Sì e no. Di fronte al tema del finanziamento pubblico ai partiti occorre porsi tre domande: se, quanto e come. Risponderò in ordine inverso a quello imposto dalla logica.</p>
<p><b>Come? </b>Ammesso che riteniamo necessario sovvenzionare la politica e che disponiamo di risorse illimitate, quello di Capaldo appare un compromesso ragionevole. Di fatto, l&#8217;allocazione delle risorse viene decentrata e soprattutto è slegata dal risultato elettorale, come invece é nella versione in vigore del finanziamento pubblico. Questo ha due importanti conseguenze: in primo luogo i cittadini possono finanziare forze politiche che, per varie ragioni, non hanno partecipato alle elezioni (o non hanno eletto propri rappresentanti); secondo, e più importante, un corollario è che in tal modo possono finanziare forze politiche <i>nuove</i>. Viene quindi meno la perversione anti-competitiva (e quindi anti-democratica) dell&#8217;attuale sistema, che eleva una enorme barriera all&#8217;ingresso per chi si presenti alle elezioni per la prima volta, e traccia un discrimine molto pesante tra gli <i>insider </i>e gli <i>outsider</i>. Passando da un meccanismo centralizzato a uno decentralizzato, si offre al cittadino uno strumento ulteriore, rispetto al voto, per sanzionare i partiti che perdono la sua fiducia. Uno strumento, peraltro, che può essere utilizzato ogni anno, e non soltanto in occasione dei cicli elettorali. E&#8217;, però discutibile l&#8217;entità del credito d&#8217;imposta: un credito del 95% (fino a 2.000 euro) implica infatti la possibilità per i cittadini di &#8220;regalare&#8221; soldi ai partiti, senza particolare sacrificio. Non voglio spingermi a immaginare che i partiti paghino 200 euro a un cittadino per ottenerne in cambio una donazione da 2.000 (che al cittadino stesso &#8220;costa&#8221; 100 euro, cioè il 5%) ma a pensare male si fa peccato eccetera. Questo mi porta al secondo punto.</p>
<p><b>Quanto? </b>Su questo fronte, la proposta inizia a incrinarsi. Sono due le ragioni. La prima è quella appena anticipata. Ammesso che sia accettabile una compartecipazione della collettività al finanziamento pubblico (attraverso il credito d&#8217;imposta) deve esserci un minimo di sacrificio da parte dell&#8217;individuo. Se un mio euro ne frutta 20 al partito beneficiario, abbiamo scoperto la pietra filosofale. Meglio abbassare sensibilmente l&#8217;asticella, come nella proposta di Nicola Rossi che prevede un credito del 50% per donazioni fino a 5.000 euro. In questo caso, un euro vale due: tentazioni, abusi e distorsioni sono proporzionalmente ridotti. Inoltre c&#8217;è un problema legato all&#8217;entità complessiva delle donazioni, che viene ben messo in evidenza dallo stesso <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=11510">Nicola Rossi</a>:</p>
<blockquote><p>L&#8217;assenza di un tetto alla spesa è forse il punto più opinabile della proposta Capaldo. Noi prevediamo invece un limite totale dei contributi verso i partiti. Come? Nell&#8217;anno 2011 il livello di benessere degli italiani (il loro pil pro capite) era prossimo a quello del 1999. Se i cittadini vivono con le risorse di 12 anni fa, lo stesso facciano i partiti. Si passi quindi dai 190 milioni di finanziamento pubblico dei partiti del 2011 ai 100 circa del 1999. Ma la buona politica va premiata: la nostra proposta prevede quindi che il tetto possa crescere negli anni a venire al crescere di due variabili: il pil pro capite e il numero dei votanti.</p></blockquote>
<p>Anche con questi aggiustamenti, però, rimango perplesso. La ragione sta nell&#8217;ultimo, e più importante, tema. Il &#8220;se&#8221;.</p>
<p><b>E&#8217; davvero necessario? </b>L&#8217;evidenza ampiamente disponibile sotto gli occhi di tutti dice che i partiti maneggiano troppi soldi (sorvoliamo se i soldi arrivino sotto forma di finanziamento al partito, al gruppo parlamentare o al singolo eletto: arrivano). Ciò è reso ovvio dal fatto che a) ce n&#8217;erano abbastanza perché i politici ritenessero accettabile servirsene per acquistare ogni genere di bene o servizio (dalle automobili ai diamanti, dai reggiseni ai pranzi di matrimonio) e b) ciò è emerso solo di fronte a un malcostume pervasivo e clamoroso. In altre parole, se i politici si fossero limitati a gioielli di modesto valore e hotel a 4 stelle, non ci saremmo accorti di niente. E&#8217; davvero indispensabile alla politica pagare push-up e vacanze relax? Se pensate di sì, smettete di leggere e iscrivetevi <a href="http://www.partitodemocratico.it/">qui</a> o <a href="http://www.ilpopolodellaliberta.it/">qui</a> (o scegliete dal <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Partiti_politici_italiani#I_partiti_attuali">catalogo</a>). Se la pensate diversamente, invece, fatevi questa domanda: sotto quali condizioni è giustificato erogare un sussidio? Non voglio fare il liberista selvaggio. Mi accontento, in questo caso, di fare un ragionamento terra-terra e molto mainstream.</p>
<p>Un sussidio è &#8220;giustificato&#8221; quando siamo in presenza di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Esternalit%C3%A0">esternalità</a> positive che, altrimenti, non verrebbero prodotte. Per esempio, molti sono convinti che il trasporto pubblico locale convenga non solo a chi lo utilizza, ma anche a tutti gli altri, che possono così vivere in città meno inquinate e con meno traffico. Se il biglietto dovesse coprire interamente i costi del Tpl, lo userebbero in pochi, e così i livelli di traffico e inquinamento sarebbero superiori a quelli &#8220;ottimi&#8221;. Per questa ragione il Tpl viene sussidiato (disclaimer: non la penso necessariamente così). Vale anche per i partiti? Gli effetti del finanziamento pubblico ai partiti sono quelli di a) aumentare l&#8217;offerta di partiti (in particolare il loro numero) e b) <i>a parità di altre condizioni</i> rendere meno necessario, per i partiti, governare &#8220;bene&#8221; (possiamo discutere molto su cosa significhi governare bene; non intendo farlo adesso). Infatti, l&#8217;obiettivo dei politici non è, generalmente, salvare il mondo (quello può essere un loro obiettivo secondario) ma, più prosaicamente, arrivare a fine mese, possibilmente bene, esattamente come lo è per voi e per me. Inoltre, sempre a parità di altre condizioni, il finanziamento pubblico alimenta l&#8217;esistenza di una casta politica che altrimenti non esisterebbe, sarebbe meno numerosa o avrebbe redditi inferiori. E&#8217; ovvio che il principale obiettivo di questa casta è sopravvivere, e possibilmente farlo sempre meglio: poiché hanno la chiave della cassaforte, saranno incentivati ad aprirla sempre più spesso. Da qui la domanda: avere tanti partiti che percepiscono finanziamenti non solo per volontà diretta degli elettori (attraverso i contributi volontari dei loro eletti o le iscrizioni dei tesserati) ma anche indirettamente (quindi a prescindere dai risultati) è considerabile come un&#8217;esternalità positiva? Con tutti gli sforzi e tutta la fantasia, non riesco a credere che sia così.</p>
<p>Questo, infatti, è il classico caso in cui <i>non </i>bisogna agire dal lato dell&#8217;offerta, ma dal lato della domanda. I partiti devono <i>conquistare</i> la fiducia dei cittadini. Tale fiducia è, oggi, un bene molto scarso: quindi ha un prezzo elevato. Il finanziamento pubblico non è un bene complementare alla fiducia dei cittadini, ma è un sostituto. Di fatto, i partiti prendono dalle tasse dei contribuenti quei soldi che gli stessi contribuenti non vogliono sborsare spontaneamente.</p>
<p>Per questa ragione, pur ritenendo che la proposta di Capaldo sia migliorativa rispetto allo <i>status quo</i>, rimango convinto che oggi l&#8217;unica riforma accettabile del finanziamento pubblico ai partiti sia la sua completa e immediata abolizione, assieme all&#8217;abolizione di tutti i contributi diversi dall&#8217;emolumento degli eletti e di un minimo di personale e strutture al servizio degli eletti (non dei partiti). Se volete i miei soldi, chiedetemeli. Ma, come sempre dite facendo il contrario, via le mani dalle tasche degli italiani.</p>
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		<title>Il muro di gomma del Potere</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2013 10:15:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vitalba Azzollini</dc:creator>
				<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[burocrazia pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Equitalia]]></category>
		<category><![CDATA[pubblica amministrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Sudditi]]></category>

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		<description><![CDATA[Mai come negli ultimi anni il legislatore ha tentato di sostanziare i principi di efficienza ed efficacia che, ai sensi dell’art. 97 Cost., devono improntare l’attività della Pubblica Amministrazione, in relazione alle esigenze della collettività. La crisi economica ha da ultimo non solo caratterizzato una realtà in evoluzione, ma soprattutto e in modo sempre più [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Mai come negli ultimi anni il legislatore ha tentato di sostanziare i principi di efficienza ed efficacia che, ai sensi dell’art. 97 Cost., devono improntare l’attività della Pubblica Amministrazione, in relazione alle esigenze della collettività. La crisi economica ha da ultimo non solo caratterizzato una realtà in evoluzione, ma soprattutto e in modo sempre più rilevante evidenziato nuove istanze di tutela dei cittadini nei riguardi dello Stato e la necessità di interlocutori idonei a soddisfarle.</p>
<p>Eppure, lodevoli intenti normativi, ispirati a finalità di trasparenza, semplificazione, definizione precisa dei soggetti pubblici e dei relativi ruoli nel rapporto con il soggetto privato, non risultano tali da indurre la P.A. a condotte connotate dagli stessi principi, quasi che la conservazione di un qualche margine di opacità sia comunque funzionale alla tutela del Potere. Così l’innovazione tecnologica, strumento essenziale perché qualunque riforma della P.A. possa tradursi in un agire concretamente efficiente ed efficace, finisce per costituire il veicolo nuovo di una realtà amministrativa vecchia: sempre uguale a se stessa per l’incertezza normativa, l’apatia operativa, i risultati insoddisfacenti e talora iniqui.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-14698"></span></p>
<p>Equitalia<a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Il%20muro%20di%20gomma%20del%20Potere%207.5.2013.docx#_ftn1">[1]</a> ne è un esempio evidente. Si tratta di uno di quei soggetti pubblici che oggi ormai ognuno conosce almeno indirettamente, ma di cui non riesce a comprendere la portata fino a che non s’imbatte nel muro di gomma che esso &#8211; almeno in talune ipotesi e in una sorta di legalizzata complicità con l’ente creditore per conto del quale opera in qualità di Agente della Riscossione (AdR) &#8211; rappresenta per il privato che ne venga a contatto.</p>
<p>Eppure, a seguito dell’approvazione della L. 24 dicembre 2012, n. 228, (c.d. Legge di Stabilità), si era ritenuto che un primo passo fosse stato compiuto, nel senso di meglio definire i ruoli e gli ambiti di azione tra ente creditore e Equitalia, sì che il cittadino potesse conoscere in modo trasparente attori, responsabilità e conseguenze di ogni fase procedimentale. Si era così voluto rendere più agevole il confronto fra privati e AdR, andando incontro all’esigenza di maggiore tutela dei primi nei riguardi delle richieste del secondo. Esigenza oltremodo importante quando, a fronte della richiesta del pagamento di più o meno ingenti somme di denaro, è necessario che il rapporto fra i soggetti interessati sia caratterizzato dalla certezza delle reciproche pretese e dalla simmetria degli strumenti giuridici dei quali rispettivamente ci si può avvalere: in sintesi, dall’equilibrio delle rispettive posizioni.</p>
<p>Invece, si è reso ancora una volta evidente che mere prescrizioni procedimentali, svincolate dall’efficiente agire degli uffici, non garantiscono alcuna certezza nell’applicazione del diritto; che l’informatizzazione dei processi emancipa in ampia misura dai supporti cartacei, non invece dagli schemi obsoleti di un’amministrazione sempre sovraordinata rispetto alla propria controparte; che la trasparenza, il cui veicolo essenziale è l’ingegnerizzazione e il cui effetto è l’<i>accountability</i> del soggetto cui si riferisce, non è ancora nella cultura di una P.A. nei riguardi della quale, in ultima istanza, si finisce per doversi tutelare solo attraverso le antiche pratiche delle code agli sportelli al fine di esporre le proprie ragioni all’impiegato di turno, quando ciò basti.</p>
<p>La richiamata Legge di Stabilità 2013<a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Il%20muro%20di%20gomma%20del%20Potere%207.5.2013.docx#_ftn2">[2]</a>, prevede un termine di 90 giorni entro il quale il destinatario della comunicazione<a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Il%20muro%20di%20gomma%20del%20Potere%207.5.2013.docx#_ftn3">[3]</a> di Equitalia può presentare all’AdR la domanda di sospensione della procedura. Unitamente a essa deve fornire idonea documentazione comprovante l’insussistenza della pretesa dell&#8217;ente creditore.<a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Il%20muro%20di%20gomma%20del%20Potere%207.5.2013.docx#_ftn4">[4]</a> All’AdR è fatto obbligo di sospendere la riscossione e rimettere entro 10 giorni detta istanza e gli atti a supporto all’ente creditore, che provvederà “al controllo puntuale delle circostanze documentate”. La legge sottrae così a Equitalia qualunque valutazione di merito dei predetti atti, rimessa esclusivamente all’ente che avanza la pretesa verso il debitore. Decorsi 60 giorni, all’istante verrà fornita conferma della correttezza della documentazione prodotta in allegato alla domanda oppure gli  sarà comunicata l’inidoneità di quest’ultima a mantenere sospesa la riscossione, con la conseguente riattivazione dell’azione esattiva.</p>
<p>Questo è il procedimento, lineare nel suo svolgimento teorico, non nell’esperienza pratica. Si è detto che a supporto della domanda di sospensione devono essere forniti i documenti previsti dalla legge: non si tratta di un’elencazione tassativa, essendo idoneo qualunque tipo di atto, come la formula normativa finale prevede, attestante l’insussistenza della pretesa creditoria.</p>
<p>Ma esiste una particolare tipologia di provvedimento amministrativo a tutti gli effetti<a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Il%20muro%20di%20gomma%20del%20Potere%207.5.2013.docx#_ftn5">[5]</a> che è impossibile, per definizione, produrre: si tratta del silenzio-assenso cui, in alcune fattispecie, il legislatore attribuisce la funzione di accogliere la domanda dell’istante,  mediante il riconoscimento della fondatezza delle ragioni da quest’ultimo addotte. Un esempio è il silenzio-accoglimento da parte del Prefetto previsto dal codice della strada (art. 204): alla domanda di sospensione rivolta a Equitalia, l’istante può allegare il ricorso presentato al Prefetto, non invece, com’è ovvio, il silenzio-assenso di quest’ultimo, che costituisce ai sensi di legge l’atto estintivo della pretesa creditoria.</p>
<p>Ciò non costituirebbe un problema se l’ente creditore procedesse effettivamente agli adempimenti che la legge prescrive a suo carico: quindi, valutasse le ragioni del debitore e, accertata l’esistenza di un atto di silenzio-accoglimento &#8211; vale a dire la mancata adozione da parte dell’autorità preposta di un’ingiunzione di pagamento entro i termini previsti &#8211; emettesse un provvedimento di sgravio nei riguardi del debitore. Ma l’ente creditore si ferma prima, alla verifica delle “circostanze documentate”: non potendo essere “documentato” un atto di silenzio-assenso e con esso l’estinzione della pretesa creditoria, detto ente comunica al debitore l’inidoneità della documentazione trasmessa, determinando così il venir meno della sospensione e, quindi, la nuova legittimazione del concessionario a procedere alla riscossione.</p>
<p>E’ qui che il cittadino avverte il sopruso, il senso di impotenza di fronte a un Potere che, da un lato,  chiede di produrre un atto materialmente impossibile da produrre, dall’altro,  omette di compiere gli accertamenti che la legge pone a suo carico verificando, attraverso le procedure informatiche che vanta di aver adottato, il comportamento di un’altra autorità, cioè il silenzio, che vale come assenso e quindi come accoglimento delle ragioni dell’istante.</p>
<p>Ma non finisce qui.</p>
<p>Dopo essersi visto richiedere un atto che è impossibile produrre  e dopo aver constatato la mancanza da parte dell’ente creditore di verifiche che agevolmente condurrebbero a riconoscere l’infondatezza della pretesa creditoria in forza della quale l’AdR richiede il pagamento, il cittadino subisce un’ulteriore prevaricazione: riceve una lettera, inviata per conto dell’ente creditore, nella quale l’AdR si limita a dire: “..ci spiace comunicarLe che la documentazione da lei trasmessa non risulta idonea a giustificare la non sussistenza della pretesa creditoria…”. Come un muro di gomma, è il respingimento di quanto prodotto dall’istante a comprova delle proprie ragioni, senza ulteriori precisazioni. Il diniego senza spiegazioni, una sorta “est quia est”, il potere fine a se stesso, l’autorità che diviene autoritarietà.</p>
<p>E’ qui che il Potere raggiunge livelli da apoteosi. Il cittadino prova a sostanziare le proprie ragioni nei riguardi della pretesa creditoria della P.A. con i documenti di cui dispone, ma la condizione di minorità rispetto a un’amministrazione che opera arbitrariamente è evidente: a essa non compete forse dimostrare le cause a fondamento dell’inidoneità documentale che  afferma?</p>
<p>Eppure, l’art. 3 della legge sul procedimento amministrativo (L. n. 241/90), intitolato “Motivazione del provvedimento”, è molto chiaro al riguardo: “Ogni provvedimento amministrativo (…) deve essere motivato (…). La motivazione deve indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell&#8217;amministrazione, in relazione alle risultanze dell&#8217;istruttoria”.</p>
<p>L’inidoneità della documentazione non è un concetto compiuto, né nella lingua italiana né in quella tecnicamente giuridica, non trova cioè in se stesso la propria giustificazione. Necessiterebbe dell’indicazione degli atti utili ad integrare quelli già prodotti, ma la P.A. non opera in questo senso: come potrebbe richiedere l’integrazione di un atto non esistente in natura (silenzio-assenso), ancorché esistente nel mondo del diritto? E quindi perché non provvede essa stessa, come la legge prevede, all’accertamento dell’esistenza di quell’atto, circostanza facilmente verificabile in via informatica nei 60 giorni che la legge le riserva a tal fine? Ma evidentemente una lettera standard inviata al debitore, se da un lato è un più semplice adempimento per l’ente interessato, dall’altro ha più possibilità di indurre nel cittadino, anche quando sappia di avere ragione, quell’atteggiamento rinunciatario che consegue alla percezione della disparità della lotta con uno Stato che non adempie a quegli obblighi che impone alla propria controparte.</p>
<p>Ma a volte accade che chi riceve quella lettera non sia un soggetto inconsapevole. Accade altresì che quel soggetto, dopo ore di coda allo sportello della P.A. interessata, secondo le antiche e consolidate pratiche di un’amministrazione ben trincerata nella propria roccaforte di opacità e burocrazia, per ottenere il riconoscimento delle proprie ragioni &#8211; quelle che l’ente creditore aveva i suddetti 60 giorni per accertare e che allo sportello sono state verificate in non più di qualche minuto &#8211; ne scriva su un blog. Perché si sappia che su quel muro di gomma del Potere si può almeno provare a non rimbalzare.</p>
<p><i>Le opinioni sono espresse a titolo personale e non coinvolgono in alcun modo l’ente di appartenenza (Consob)</i></p>
<div></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Il%20muro%20di%20gomma%20del%20Potere%207.5.2013.docx#_ftnref1">[1]</a> Circa l’istituzione e l’operato di Equitalia, cfr. “Sudditi – Un programma per i prossimi cinquant’anni”, a cura di Nicola Rossi, IBL Libri, p. 84 ss. <a href="http://www.brunoleoni.it/e-commerce.aspx?ID=11585" target="_blank">http://www.brunoleoni.it/e-commerce.aspx?ID=11585</a> .</p>
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<p><a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Il%20muro%20di%20gomma%20del%20Potere%207.5.2013.docx#_ftnref2">[2]</a> Art. 1, commi da 537 a 542.</p>
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<p><a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Il%20muro%20di%20gomma%20del%20Potere%207.5.2013.docx#_ftnref3">[3]</a> Tale comunicazione si può concretare nella notifica del primo atto di riscossione utile o di un atto della procedura cautelare o esecutiva esattoriale</p>
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<p><a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Il%20muro%20di%20gomma%20del%20Potere%207.5.2013.docx#_ftnref4">[4]</a> L’art. 1, comma 538, menziona espressamente: prescrizione o decadenza della pretesa tributaria, intervenuta in data antecedente a quella in cui il ruolo è reso esecutivo; provvedimento di sgravio emesso dall&#8217;ente creditore; sospensione amministrativa della pretesa tributaria comunque concessa dall&#8217;ente creditore; sospensione giudiziale, oppure sentenza che abbia annullato in tutto o in parte la pretesa dell&#8217;ente creditore, emesse in un giudizio al quale il concessionario per la riscossione non ha preso parte; pagamento, riconducibile al ruolo, effettuato in favore dell&#8217;ente creditore in data antecedente alla formazione del ruolo stesso; qualsiasi altra causa di non esigibilità del credito sotteso.</p>
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<p><a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Il%20muro%20di%20gomma%20del%20Potere%207.5.2013.docx#_ftnref5">[5]</a> Cfr. art. 20 della L. 7 agosto 1990, n. 241.</p>
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		<title>Cosa si è rotto nel mercato della politica? — di Diego Valiante</title>
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		<pubDate>Tue, 07 May 2013 11:10:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[legge elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Diego Valiante.
La politica, come altre forme di mercato senza scambio diretto di moneta, è basata su un  sistema di principali (elettori) e agenti (classe politica) che si rapportano tra di loro sulla base di un delicato mix di incentivi a comportarsi bene o a disobbedire. La “proposta choc” di restituire [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Diego Valiante</em>.</p>
<p>La politica, come altre forme di mercato senza scambio diretto di moneta, è basata su un  sistema di principali (elettori) e agenti (classe politica) che si rapportano tra di loro sulla base di un delicato mix di incentivi a comportarsi bene o a disobbedire. La “proposta choc” di restituire l’IMU pagata nel 2012, insieme ad altre proposte “indecenti” presentate da altri leaders di partito, sfrutta un problema di incentivi noto da 40 anni in teoria economica e che oggi mostra gli effetti più deleteri nel mercato della politica italiana.</p>
<p>È noto a tutti che l’Italia vive un momento delicato della sua storia e della sua politica economica e gli spazi per l’abolizione di una tassa introdotta, proprio per stabilizzare i conti pubblici nel lungo termine, sono minimi. Per quale motivo allora queste proposte riescono ancora una volta ad attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica?</p>
<p><span id="more-14688"></span><strong>Il mercato dei bidoni</strong></p>
<p>Il degrado della classe politica italiana e l’avanzare inesorable dell’antipolitica, in forma di populismo o conflitti di interessi, sono il risultato di quello che in teoria economica è un difficile caso di selezione avversa (Akerlof, 1970), ovvero l’incapacità di coloro che devono esercitare il voto di distinguere la qualità delle diverse proposte politiche ex ante. L’incapacità, quindi, di prezzare (con il voto) la proposta politica migliore fa sì che coloro i quali potrebbero produrre proposte politiche migliori siano messi fuori dal mercato perché incapaci di beneficiare del fatto che propongono una proposta migliore. È un disincentivo enorme ad entrare nel mercato della politica, così chi rimane sul mercato alla fine sono (in media) dei <em>lemons</em>, ovvero i ‘bidoni’ della politica.</p>
<p>La politica, come per i prodotti finanziari, può essere classificata come un prodotto di cui non si può conoscere l’utilità neanche dopo l’uso (viene chiamato in letteratura, <em>credence good</em>). Pertanto, si ‘acquista’ con il voto una proposta politica senza nessuna sicurezza che poi chi l’ha acquistata possa trarne beneficio. Questo fallimento del mercato causato dalla selezione avversa può essere essenzialmente ridimensionato tramite un flusso costante di informazioni prima della transazione (in questo caso il voto) che permetta di ridurre l’asimmetria informativa e quindi di segnalare i costi della decisione politica prima dell’esercizio di voto.</p>
<p><strong>Le cause e le soluzioni di questo problema</strong></p>
<p>Quali sono allora i principali strumenti che riducono l’asimmetria informativa in politica? Essenzialmente due. L’informazione divulgata dal venditore (il politico), che per ovvi motivi di conflitti d’interesse non può essere l’unica fonte d’informazione. Il secondo elemento è la conoscenza che il compratore ha del mercato. Se a comprare il prodotto finanziario è un esperto di finanza, le probabilità che quel prodotto generi ritorni nel breve e lungo termine è certamente più elevata di quella che “la casalinga di Voghera” potrebbe ricevere dai suoi acquisti nel mondo della finanza.</p>
<p>Insieme al livello medio di studi della popolazione, il giornalismo in tutte le sue forme (nel suo diritto di critica), come i ratings per i prodotti finanziari,[<strong>1</strong>] è il meccanismo principale nel breve termine con il quale segnalare la politica ‘a basso costo’. È infatti questo meccanismo che nel mercato della politica italiana funziona male da anni. Le ragioni per le quali buona parte del giornalismo oggi parla alla pancia della politica sono molte. Certamente, come per gli incentivi nei ratings per prodotti finanziari in cui il controllato paga il controllore, oltre alla competenza di chi scrive il rating, la retribuzione gioca un ruolo essenziale. Il giornalismo oggi viene finanziato in gran parte dalla classe politica, se tramite finanziamenti pubblici diretti, a discrezione dei governi, oppure indirettamente tramite contratti pubblicitari sostenuti da accoliti di partito non fa differenza.</p>
<p>Ci sono però anche altri due elementi esterni che hanno influenzato questo delicato meccanismo di incentivi. La legge elettorale ha certamente ridotto la capacità di selezione della classe politica e quindi l’incentivo dell’elettore ad informarsi ex ante. Il secondo elemento è l’impatto di fattori esterni, quali le politiche europee. Esse hanno di fatto cambiato gli effetti delle politiche di governo sulla vita dei cittadini senza che nemmeno la classe politica sia riuscita ad intuirne gli effetti, complicando così lo scenario che gli elettori devono analizzare prima del voto.</p>
<p>Il meccanismo di selezione avversa nel mercato della politica (non solo in Italia), pertanto, riesce a far emergere sempre meno progetti politici di successo perché il “mercato del voto” non riesce a dargli il giusto prezzo. Solo quando verrà ristabilito un sufficiente flusso di informazione ex ante tra l’elettore e l’eletto agendo sui tre elementi di cui sopra, avremo un sistema più immune dai prodotti dannosi dell’antipolitica in tutte le sue forme ed espressioni.</p>
<p><strong>Riferimenti</strong></p>
<p>Akerlof G.A. (1970), “The market for ‘lemons’: qualitative uncertainty and the market mechanism”, <em>Quarterly Journal of Economics</em>, 84, pp. 488-500, Agosto.</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>1 Non è un caso che i ratings siano nati nel XIX secolo come analisi pubblicate da riviste per investitori specializzati.</p>
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		<title>Produttori di pannelli vs sole: lotta all’ultimo dazio</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 14:49:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Quaglino</dc:creator>
				<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[bastiat]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[fotovoltaico]]></category>
		<category><![CDATA[protezionismo]]></category>
		<category><![CDATA[rinnovabili]]></category>

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		<description><![CDATA[
La Commissione Europea sembra intenzionata a proporre dazi antidumping provvisori del 50% (in media) sulle importazioni di pannelli solari cinesi, finalizzati a proteggere la produzione europea.

Non è questa una novità: in Italia, per esempio, già due anni fa nel decreto sulle rinnovabili si leggeva che sarebbe stato premiato chi avrebbe installato i pannelli di tecnologia [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left" align="center">
La Commissione Europea sembra intenzionata a proporre dazi antidumping provvisori del 50% (in media) sulle importazioni di pannelli solari cinesi, finalizzati a proteggere la produzione europea.</p>
<p><em id="__mceDel"><span id="more-14680"></span></em></p>
<p>Non è questa una novità: in Italia, per esempio, già due anni fa nel <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2011-04-29/premio-italiano-ecobonus-064109.shtml?uuid=AaVtjmSD" target="_blank">decreto sulle rinnovabili</a> si leggeva che sarebbe stato premiato chi avrebbe installato i pannelli di tecnologia italiana o europea, anziché cinesi, con un 10% di aumento per l’incentivo. Null’altro erano, tali premi agli incentivi, che equivalenti ai dazi sulle importazioni cinesi.</p>
<p>All’epoca, <a href="http://www.chicago-blog.it/2011/04/29/la-petizione-dei-fabbricanti-di-pannelli/">Carlo Stagnaro</a>, con l’aiuto del saggio Frédéric Bastiat, in particolare del testo la  “<a href="http://www.societalibera.org/it/liberalierioggi/bastiat/005_petizione.htm" target="_blank">Petizione dei fabbricanti di candele</a>” (contro la &#8220;concorrenza sleale&#8221; del sole), spiegò efficacemente perché tale politica sarebbe fallimentare ad abbattere le emissioni di CO<sub>2</sub>, considerate responsabili del riscaldamento del pianeta e, nello stesso tempo, a contenere il costo degli incentivi. Per evitare che i costi gravassero eccessivamente sui consumatori, si cercava di incentivare l’utilizzo dei pannelli più economici, a parità di efficacia degli stessi. Poiché, però, i più convenienti erano i pannelli cinesi, veniva incentivato chi installava quelli italiani, rendendo loro meno costosa la scelta di tali pannelli (appunto, aumentando l’incentivo) e, quindi, rendendoli più competitivi con i concorrenti cinesi. Tuttavia questa maggior competitività non era raggiunta in virtù di una capacità dei produttori nostrani di contenere i costi, ma grazie a una politica protezionistica con cui si spostavano gli oneri dai produttori di pannelli ai consumatori di energia. Con buona pace per la pretestuosa lotta al cambiamenti climatico.</p>
<p>La prova del nove sarebbe stata, a fronte di un maggior risparmio derivante dall’utilizzo di pannelli meno onerosi, un taglio dei costi di uguale importo, piuttosto che un aumento dei dazi che, inevitabilmente, si rifletteranno ancora sulle bollette dei consumatori. Ma così non è stato.</p>
<p>Tant’è che oggi si parla di dazi sui pannelli solari cinesi. E le conseguenze sono quelle inevitabili conseguenti alle politiche protezionistiche distorsive: secondo l’<a href="http://afase.org/it">AFASE</a> (Alleanza per un’energia solare e accessibile, un’associazione di compagnie operative nel settore solare europeo) dazi superiori al 15%, sebbene provvisori, potrebbero distruggere l’85% della domanda a seguito di un aumento dei prezzi. Uno studio dell’istituto di ricerca indipendente Prognos calcola che dazi del 60% sull&#8217;economia europea nei prossimi tre anni potrebbero causare una perdita di piu&#8217; di 240.000 posti di lavoro e circa 27 miliardi di euro. Il che sarebbe in evidente contrasto con l’obiettivo dichiarato di un’economia più verde, qualsiasi cosa essa significhi. Complessivamente, i costi in termini di perdita di lavoro e aumenti dei prezzi potrebbero addirittura essere superiore ai benefici che si intendono perseguire.</p>
<p>Oltre alla questione dei prezzi, c’è poi il problema dell’incertezza del diritto: c’è infatti il rischio che i dazi abbiano validità retroattiva sui pannelli registrati da inizio marzo. Il tutto a scapito di finanziamenti,  investimenti e progressi a vantaggio di un crescente valore aggiunto in tale settore, oltre che nell’indotto.</p>
<p>Cambia la forma – dazi sulle produzioni cinesi anziché incentivi a quelle italiane – ma non la sostanza, che continua a essere quella di proteggere le produzioni italiane ed europee in generale, a scapito dei consumatori, che dovranno sostenerne gli aumenti di prezzi. Se l’industria nazionale non è competitiva, non è certo proteggendola a suon di dazi che la si rende più efficiente. Andando avanti così, i produttori di pannelli riusciranno davvero a vincere la loro guerra contro il sole.</p>
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		<title>SOS bollette — di Angelo Spena</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 08:56:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[green economy]]></category>
		<category><![CDATA[rinnovabili]]></category>
		<category><![CDATA[tariffe]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Angelo Spena.
Ancora aggravi per le rinnovabili. Chi tutela consumatori e famiglie?
Senza troppo clamore, risulta (Il Sole24Ore, 27 aprile 2013) che “il ministro uscente Passera ha trasmesso all’Authority per l’energia i criteri per la rimodulazione della componente A3 della bolletta elettrica con attenuazione, per le imprese energivore, degli oneri di sistema [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Angelo Spena</em>.</p>
<p><strong>Ancora aggravi per le rinnovabili. Chi tutela consumatori e famiglie?</strong></p>
<p>Senza troppo clamore, risulta (Il Sole24Ore, 27 aprile 2013) che “il ministro uscente Passera ha trasmesso all’Authority per l’energia i criteri per la rimodulazione della componente A3 della bolletta elettrica con attenuazione, per le imprese energivore, degli oneri di sistema per gli incentivi alle rinnovabili elettriche … Confindustria esprime apprezzamento … una parte degli aggravi compensativi sarà a carico delle utenze domestiche”. Trattasi di regolamento attuativo dell’art.39 del Decreto Sviluppo del giugno 2012, varato in extremis dal governo uscente. Nella partita &#8211; in Italia già asimmetrica e impari &#8211; tra produttori e consumatori di energia elettrica, di metano, di benzina, di gasolio, un potere dello Stato nei minuti di recupero entra a gamba tesa sui consumatori, mentre tutti guardavano da un’altra parte.</p>
<p>Pagheranno ancora le famiglie, con ulteriori aggravi in bolletta?</p>
<p><span id="more-14676"></span>Non basta: già si profila all’orizzonte la richiesta di indennizzo (più elegantemente, capacity payment, ma sono sempre euro nostri) degli industriali termoelettrici spiazzati dallo tsunami dei pannellisti fotovoltaici. Pagheranno ancora i soliti? La parola è all’Authority.</p>
<p>Chi ha letto il pamphlet di Chicco Testa dal titolo “<a href="http://www.assoelettrica.it/blog" target="_blank">Chi ha ucciso le rinnovabili</a>” (o il mio precedente post “<a href="http://www.chicago-blog.it/2012/11/06" target="_blank">L’argent fait la guerre et l’energie</a>”) capisce che c’è un solo modo per salvare in Italia la green economy e rilanciarne un futuro serio e sostenibile. Dei tre poteri dello Stato, i due che hanno esagerato, governi e Parlamento, rimedino. Scriveva Stefano Agnoli sul Corriere della Sera del 4 aprile us: ”Incentivi per le energie rinnovabili: business miliardario da controllare. Una verifica a tappeto della correttezza delle autorizzazioni degli ultimi cinque anni potrebbe fruttare cifre e risparmi consistenti”. Affinché come al solito non debba supplire a futura memoria il terzo dei poteri &#8211; la magistratura &#8211; ma quando ormai noi avremo perso i nostri soldi, sarebbe altamente opportuna una rinegoziazione dei sussidi già concessi. Come già fatto in Spagna.</p>
<p>Intanto, qualcosa si sta già muovendo: con decisione n. 9/2012 il Consiglio di Stato ha opposto diniego alla indicizzazione Istat dei sussidi, diniego che il GSE ha già applicato alle tariffe degli impianti fotovoltaici entrati in esercizio con il primo Conto Energia. Misure simili sono state adottate in Europa da Repubblica Ceca, Spagna, Bulgaria. Cominciamo con impedire: i) ogni trasferimento dell’ulteriore aggravio dalle bollette delle imprese energivore a quelle del consumatore domestico; ii) ogni indicizzazione dei sussidi; iii) l’erogazione dei sussidi ove risultino illiceità in autorizzazioni, contratti e conduzioni; iv) il ricarico sulle bollette domestiche del capacity payment o qualsivoglia altro onere riveniente dalla disarticolazione del sistema elettrico prodotta dai sussidi.</p>
<p>Cosa si può recuperare? Nel complesso, fatti i conti, queste quattro voci costituiscono una partita da almeno un miliardo di euro l’anno (e a crescere, per la voce riguardante le indicizzazioni); tutti gli anni, per vent’anni.</p>
<p>A parte la solidarietà ai galantuomini (da Ortis a Bortoni) ai vertici pro-tempore dell’Authority, sempre più vox clamantis in deserto, possibile che la voce dei consumatori in Italia non si senta alta e forte? Rendite da eldorado del capitale del 15-20% l’anno non possono essere pagate da tutti gli italiani che accendono la luce, a investitori (sedicenti verdi) che in un comparto strategico e ad altissimo interesse sociale non sono stati capaci in dieci anni di creare occupazione né una filiera industriale nazionale. Non è accettabile, soprattutto oggi. E soprattutto – tanto per rimanere in tema green &#8211; non è sostenibile.</p>
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		<title>Ma il vero problema non è il debito — di Gerardo Coco</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2013 07:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guest</dc:creator>
				<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[reinhardt e Rogoff]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.
La famosa coppia di economisti  statunitensi Ken Rogoff and Carmen Reinhart pubblicavano nel 2008 un libro di successo This time is different. Eight Centuries of Financial Folly (2009). Ripercorrendo 800 anni di storia finanziaria gli autori hanno mostrato che 250 casi di crisi da debito in 66 paesi e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco</em>.</p>
<p>La famosa coppia di economisti  statunitensi Ken Rogoff and Carmen Reinhart pubblicavano nel 2008 un libro di successo <em>This time is different. Eight Centuries of Financial Folly</em> (2009). Ripercorrendo 800 anni di storia finanziaria gli autori hanno mostrato che 250 casi di crisi da debito in 66 paesi e 5 continenti si sono conclusi con la bancarotta. In ogni epoca i leader politici ed economici hanno ignorato quanto era accaduto in quella precedente illudendosi che ciò che aveva causato le catastrofi nel passato non era operante nel loro tempo e quindi… via a manetta col debito nella convinzione che “questa volta è diverso”. Ma ogni volta l’epilogo e stato lo stesso: il default.</p>
<p><span id="more-14664"></span>Nel 2010 Rogoff e Reinhart  pubblicavano Growth in a Time of Debt (<a href="http://www.nber.org/papers/w15639" target="_blank">http://www.nber.org/papers/w15639</a>) una ricerca che evidenzia che un debito superiore al 90% del PIL blocca la crescita. Quest’ultimo lavoro ha avuto grande influenza ed è stato utilizzato come riferimento nel dibattito sulle politiche di austerità per stigmatizzare le politiche basate su un debito eccessivo.</p>
<p>Ora, è avvenuto che un gruppetto di economisti abbia scovato un errore nella ricerca: Rogoff e Reinhart hanno infatti omesso di inserire nel loro lavoro alcuni paesi col risultato di abbassare il tasso di sviluppo medio da 2.2% a zero, il che inficerebbe tutta la loro tesi. Apriti cielo! Le forze pro-debito hanno scatenato una querelle macroeconomica che ha dominato i blog economici nelle ultime settimane. Agli economisti infuriati non è parso vero di dichiarare la ricerca priva di fondamento e di invocare la fine dell’austerità economica. Governi, non lasciatevi influenzare da quei pasticcioni di  Rogoff  e Reinhart, continuate a spendere e indebitarvi!!</p>
<p>Precedentemente, due altri famosi economisti, Robert Shiller e Paul Krugman avevano criticato la ricerca  contestando, da un lato, il legame causale tra debito e crisi e dall’altro, l’insufficiente spiegazione sulle conseguenze dell’impatto del debito sull’economia. Per la verità quest’ultima critica è abbastanza pertinente. Se infatti Rogoff e Reinhart avessero dato spiegazioni più approfondite, oggi la domanda: come mai il debito pubblico riduce lo sviluppo?, sarebbe talmente ovvia da vergognarsi a porla.</p>
<p>Innanzi tutto, la prima cosa che viene spontaneo chiedersi è: se non si accetta la tesi degli Autori a quali fenomeni sarebbero imputabili le crisi negli USA e nella UE? Dovremmo rispondere alla maniera dei keynesiani e monetaristi? (che non hanno mai azzeccato una previsione economica) e cioè che sarebbero dovute alla diminuzione della domanda aggregata, al fatto che la gente non spende abbastanza o alla inadeguata dotazione monetaria per stimolarla? Entrambe queste scuole sostengono che nella misura in cui queste variabili sono manipolate con intelligenza, lo sviluppo è assicurato. Purtroppo ignorano che come per una famiglia, la spesa di un paese dipende dal reddito, cioè da quanto si produce meno quello che si consuma, comprese le eventuali rate di debito.</p>
<p>Ora il debito totale, la somma dei deficit annuali, di per sé non rappresenterebbe un problema e, in teoria, un’economia potrebbe sopportare un deficit perpetuo a condizione che il rapporto debito/Pil rimanesse costante e l’economia crescesse pure in modo costante. Esemplificando: se il PIL è 10 e il debito è 9 cioè il 90%, un paese potrebbe sopportare un deficit perenne anche del 4.5% a condizione che l’economia crescesse in modo costante del 5%. Infatti dopo il primo anno il debito diventerebbe a 9,45 mentre il PIL 10.5, lasciando costante il rapporto debito/PIL (9.45/10.5= 90%). Il secondo anno le cifre salirebbero rispettivamente a 9.87 e a 11.02, il cui rapporto è sempre del 90%. E così di via.</p>
<p>Il punto è che l’economia con un livello di debito così elevato non potrebbe crescere del 5% perché gli incrementi di PIL verrebbero erosi dagli interessi composti del debito e l’economia dovrebbe crescere ad un tasso superiore per pagarli. Da un lato infatti, la collettività dei contribuenti dovrebbe pianificare un ammontare di tasse future pari al loro valore attuale (o valore pronta cassa) per poter pagare i futuri interessi. Ciò che ridurrebbe la disponibilità del capitale privato necessario per nuovi investimenti e creare aumenti di prodotto per pagare il servizio del debito (questo spiega perché la pressione fiscale non calerà mai finché il debito permarrà elevato). Dall’altro, come illustrato nel precedente articolo La frontiera del debito i deficit finiscono per avere una produttività marginale negativa, cioè non generano reddito sufficiente per ripagarsi. Se le spese da sostenere sono quelle per il welfare o per finanziare perdite è logico che successivi deficit invece di aggiungere risorse all’economia, le detraggono. Naturalmente ci sono altri fattori che possono mitigare gli effetti di un debito elevato (ad es. le importazioni di capitale dall’estero) che la ricerca di Rogoff e Reinhart non ha preso in considerazione, ma la relazione causale tra debito e crisi è incontrovertibile: ad un certo punto per la legge dei rendimenti decrescenti ogni nuova dose di debito provoca un decremento di prodotto.</p>
<p>Del resto uno dei più eminenti ed apprezzati economisti del ‘900, Irving Fisher scriveva (Boom &amp; Depressions) che un debito elevato rispetto al PIL scatena una serie di eventi che sfociano nella depressione e ha descritto con efficacia la dinamica debito/deflazione. Fisher sottolineava che è proprio l’altezza del debito a determinare la gravità della crisi osservando che quella degli anni ’30 aveva avuto effetti più virulenti della precedente e altrettanto grave crisi del 1921, perché il debito totale era maggiore. L’aspetto critico del fenomeno crisi è la riduzione dell’aggregato monetario che viene innescata dalla liquidazione dei debiti, un processo di “deleveraging” cioè di vendita forzata delle attività patrimoniali per pagare i debiti e che è l’esito di una precedente fase di leveraging innescata da un boom che spinge ad un debito esagerato rispetto al capitale proprio.</p>
<p>Una critica che si potrebbe fare allo studio a Rogoff  e Reinhart ma che non ne pregiudica le conclusioni è di aver preso in esame solo il debito pubblico e non anche quello privato: non si può infatti analizzare l’economia senza riferirsi al suo bilancio totale: mutui, carte di credito, derivati e passività fuori bilancio (unfunded liabilities) sono pesi che impediscono la crescita. Se sommiamo tutte queste passività al debito pubblico, il debito mondiale sale a qualcosa come il 1000% del PIL mondiale. Una bolla terrificante. Potremmo dire, parafrasando Rogoff  e Reinhart, che questa volta sarà diverso, ma solo perché sarà peggio.</p>
<p>La seconda critica più significativa è che nella loro analisi gli autori non hanno evidenziato lo spartiacque fondamentale tra il periodo in cui vigeva il sistema aureo da quello in cui è stato abbandonato in modo definitivo. Nel primo caso il debito si poteva estinguere perché esisteva il mezzo per farlo: l’oro. Nel secondo è diventato impossibile. Il rapido sviluppo economico tra il 1950 e il 1960, pur in presenza di una simultanea espansione monetaria, ridusse rapidamente il debito della seconda guerra mondiale. Ma ciò fu appunto possibile grazie alla presenza nel sistema monetario dell’oro la cui forza centripeta vincolava il debito. Non è un caso che dopo averlo esiliato, cioè a partire dalla seconda metà del XX secolo, il debito se ne sia andato per la tangente. Una volta superata la soglia della saturazione il debito non può più essere ridotto e diventa perpetuo. E’ questo l’aspetto cruciale completamente trascurato da Rogoff e Reinhart, dai loro detrattori e da tutti coloro che con analisi macroeconomiche tanto sofisticate quanto vane continuano a brancolare nel buio senza trovare una vita d’uscita. E non la trovano semplicemente perché nel sistema monetario vigente, una via d’uscita non esiste.</p>
<p>Ciò che ci porta a concludere che il debito in quanto tale non è il problema vero ma l’effetto dell’interventismo implicito nel sistema monetario attuale. Questo è un gigantesco monopolio guidato e coordinato dalle banche centrali che comprando i debiti dei governi e monetizzandoli pongono a fondamento del sistema il debito stesso. Ne risulta che il denaro, essendo debito, non può mai estinguere in modo definitivo altro debito ma solo trasferirlo. Per questo motivo è permanente. Raggiunta poi una certa soglia, lungi da produrre reddito lo dissolve, come un sovente chimico distrugge la materia.</p>
<p>Oggi c’è la tendenza a sostituire il termine con quello più rassicurante ma subdolo di “liquidità” che ha l’apparenza ingannatrice di un fondo illimitato e permanente di risorse a disposizione dei governi per finanziare le loro politiche scellerate. Tutte le discussioni sul debito sviano dunque l’attenzione da questo problema assolvendo l’operato delle banche centrali viste come salvatrici di ultima istanza mentre sono la causa primaria della destabilizzazione economica e finanziaria. Vale la pena di ricordare, in chiusura, l’opinione di Ludwig von Mises in merito: Uno dei punti essenziali della filosofia interventista è l’esistenza di un fondo inesauribile che può essere spremuto senza fine. Tutta questa dottrina crolla quando questa fonte è prosciugata. L’economia di babbo natale crollerà da sé. (Mises, Human Action).</p>
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		<title>Proibire costa</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 16:12:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vitalba Azzollini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti individuali]]></category>
		<category><![CDATA[regolamentazione]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[analisi costi-benefici]]></category>
		<category><![CDATA[antiproibizionismo]]></category>
		<category><![CDATA[droghe]]></category>

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		<description><![CDATA[Il tema delle droghe può essere affrontato sotto molteplici prospettive, tante quante sono le sfaccettature del fenomeno. La verifica dei costi che complessivamente la loro proibizione comporta sembra essere il metodo più equidistante dai vari profili della materia. E’ altresì quello più trasparente, in quanto idoneo a portare in rilievo gli eventuali elementi di natura [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il tema delle droghe può essere affrontato sotto molteplici prospettive, tante quante sono le sfaccettature del fenomeno. La verifica dei costi che complessivamente la loro proibizione comporta sembra essere il metodo più equidistante dai vari profili della materia. E’ altresì quello più trasparente, in quanto idoneo a portare in rilievo gli eventuali elementi di natura morale o ideologica che concorrono al processo di valutazione. Di seguito, quindi, verranno esclusivamente esposte le differenze nei metodi di esame adottati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fino a tempi recenti, le analisi operate al riguardo risentivano dell’impostazione della Convenzione Unica sulle Droghe Narcotiche, firmata nel marzo del 1961, che obbliga tutti gli stati delle Nazioni Unite a porre in essere politiche di proibizione di una serie di sostanze stupefacenti<a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Proibire%20costa%2025-4-2013.docx#_ftn1">[1]</a>, considerate pericolose per la salute pubblica. Tali analisi, partendo dai danni causati dalle droghe, erano prevalentemente orientate a fornire evidenza della mole dei mezzi usati per debellare il fenomeno, unico obiettivo prefissato. Il fine era, quindi, di dimostrare che le ingenti risorse impiegate trovavano giustificazione negli altrettanto ingenti sociali costi che le droghe comportano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-14656"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il suddetto approccio alternativo, utilizzato soprattutto in ambito europeo e internazionale, è stato volto invece alla verifica dell’impatto globale della regolamentazione proibizionistica in materia di droghe, operando una ricognizione degli effetti da quest’ultima complessivamente determinati nei diversi ambiti per qualche profilo interessati. Esso si fonda sulla considerazione che ai costi “diretti” delle politiche repressive vanno aggiunti quelli <i>a latere</i>, indiretti, che ne sono conseguenza e che i risultati positivi di tali politiche sono vanificati da quelli negativi che esse determinano su altri versanti. Tale approccio trova, altresì, fondamento su evidenze empiriche e, in particolare, sui risultati oggettivamente rilevabili in alcuni Paesi a seguito dell’adozione di politiche e strategie sulla droga diverse dalla criminalizzazione totale di cui alla citata Convenzione ONU.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La verifica dell’impatto complessivo delle normative proibizionistiche al fine di verificarne la sostenibilità e l’efficacia complessiva &#8211;  mediante la ponderazione comparativa dei costi connessi all’abuso di stupefacenti rispetto a quelli direttamente e indirettamente derivanti dalle politiche proibizionistiche sulle droghe &#8211; è stato seguito per la prima volta nel “<a href="http://exilope.files.wordpress.com/2010/03/report_short_10_03_09_en.pdf">Rapporto sui Mercati Globali Illeciti delle Droghe 1998-2007</a>” (Rapporto Reuter-Trautmann)<a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Proibire%20costa%2025-4-2013.docx#_ftn2">[2]</a> commissionato dalla Commissione UE, in ambito europeo e successivamente, nel rapporto redatto in sede internazionale dalla  <a href="http://www.globalcommissionondrugs.org/" target="_blank"><i>Global Commission on Drug Policy</i></a><a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Proibire%20costa%2025-4-2013.docx#_ftn3">[3]</a> (GC); nell’<i>Alternative World Drug Report<a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Proibire%20costa%2025-4-2013.docx#_ftn4"><b>[4]</b></a> </i>(AWDR) a cura gruppo di lavoro della Campagna “Count The Cost”. Da ultimo, se ne sono avvalsi due economisti, Gary Becker e Kevin Murphy, in uno studio pubblicato lo scorso gennaio dal <i>Wall Street Journal<a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Proibire%20costa%2025-4-2013.docx#_ftn5"><b>[5]</b></a></i>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il primo dato che emerge, ponendo a confronto i suddetti documenti con il <a href="http://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/WDR2012/WDR_2012_web_small.pdf" target="_blank"><i>World Drug Report</i> 2012</a><a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Proibire%20costa%2025-4-2013.docx#_ftn6">[6]</a> elaborato dall’organizzazione che in ambito Onu si occupa della guerra alla droga, lo <i>United Nations Office on Drugs and Crime</i> (UNODC), è che ciò che gli autori di tali documenti definiscono come “costi”, l’UNODC qualifica come &#8220;conseguenze inattese&#8221; negative del controllo globale della droga. Tale definizione sembra già di per sé volta a evidenziare la non essenzialità di detti aspetti nella valutazione complessiva del fenomeno droga da parte dell’UNODC.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fino al citato Rapporto Reuter-Trautmann non erano mai stati presi in considerazione gli “effetti collaterali” delle strategie di controllo della droga per stabilire se essi, unitamente ai costi diretti, superassero o meno le conseguenze positive delle strategie medesime. Solo successivamente, alla spesa pubblica diretta per l’attuazione delle politiche repressive &#8211; quantificabile nei costi immediatamente connessi all’utilizzo di uomini e mezzi delle forze dell’ordine antidroga, all’attività giudiziaria e investigativa etc. &#8211; sono stati aggiunti i costi derivanti dalla diversione di tali risorse da altre finalità rilevanti, pure inerenti al controllo della droga (in particolare attività di prevenzione), nonché quelli indirettamente connessi all’attuazione di suddette politiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’AWRD presenta nel dettaglio l’intera gamma dei costi da ultimo menzionati, in termini di effetti negativi derivanti dalla scelta di politiche basate su divieti totali. Essi sono stati per lo più originati dallo sviluppo del mercato illegale e, quindi, incontrollato delle droghe. Un “enorme mercato nero criminale, finanziato dai profitti commisurati al rischio, ottenuti nel soddisfare la domanda internazionale di droghe illecite” (GC) ha determinato fenomeni quali narcotraffico, criminalità organizzata e di strada legata al commercio illegale di droga.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Costi derivanti dalla criminalizzazione totale delle droghe, rilevati dalla AWDR, sono inoltre quelli sanitari collegati all’aumento di comportamenti ad alto rischio, determinati dalla clandestinità indotta dall’illegalità: ciò sia per le modalità di assunzione che per il mancato ricorso all’assistenza di strutture sanitarie pubbliche, a causa del timore dell’eventuale successiva punizione,  con un conseguente aumento nella diffusione di malattie come HIV e AIDS. L’obbligatorietà di condotte sanzionatorie conseguenti all’illegalità ha originato poi costi ulteriori a causa del sovraffollamento delle carceri: i penitenziari divengono così a propria volta fonte di rischio, producendo effetti negativi a catena in quanto non adeguatamente attrezzati a fronteggiare un’ingente popolazione carceraria. La criminalizzazione totale del fenomeno, anziché un’apprezzabile deterrenza, ha prodotto anche l’effetto di spostare la produzione e il transito delle droghe verso aree alternative a quelle colpite dalla eradicazione delle coltivazioni. Ha nel contempo indirizzato il consumo verso sostanze più economiche, quindi di qualità inferiore e più dannose per la salute, rispetto a quelle oggetto di controllo e perciò di più difficile reperimento e più costose. Ha, inoltre, orientato il mercato verso prodotti più potenti in quanto a più alto profitto, facendo così aumentare i rischi derivanti dal loro utilizzo e, quindi, i relativi costi sociali. Tra gli effetti negativi delle politiche proibizionistiche vi è anche  l’impatto ambientale: i prodotti chimici utilizzati per distruggere le coltivazioni hanno determinato la distruzione di forme vegetali, di habitat di animali, di contaminazione di corsi d’acqua e inquinamento del suolo.</p>
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<p>Il metodo basato sulla valutazione dell’impatto comporta, oltre alla ricognizione degli effetti positivi e negativi globali che la regolamentazione repressiva delle droghe ha determinato nelle più ampie realtà economico-sociali coinvolte, la verifica della loro efficacia in relazione ai risultati in concreto raggiunti.</p>
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<p>Secondo l’approccio tradizionale – essendo fine unico e assoluto della c.d. <i>war on drug</i> la totale repressione della produzione, del commercio e dell’uso di droga &#8211; ogni minimo avanzamento verso tale fine viene ritenuto sufficiente ad attestare la validità delle strategie adottate e, quindi, la necessità della spesa pubblica per ogni misura esse connessa. Invece, gli studi sopra richiamati reputano che “il numero di arresti, le quantità sequestrate, o la durezza delle pene” non siano indicatori idonei a quantificare i risultati ottenuti nel perseguimento di tale obiettivo e, quindi, della “salute e benessere dell’umanità” (Convenzione Unica delle Nazioni Unite sugli Stupefacenti). Pertanto, dati i costi diretti e indiretti della lotta alla droga, concludono che essi non solo sono sproporzionati rispetto ai benefici conseguiti, ma sopravanzano i costi connessi alle droghe. Conseguentemente, valutano e propongono strategie alternative di contrasto alle droghe e, quindi, obiettivi intermedi e più concretamente conseguibili rispetto alla totale eliminazione del fenomeno. A supporto di tale impostazione, nella relazione della GC vengono riportati casi concreti di Paesi in cui sono state poste in essere politiche diverse dalla repressione totale<a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Proibire%20costa%2025-4-2013.docx#_ftn7">[7]</a>: queste ultime hanno prodotto effetti positivi e non hanno implementato quelli negativi paventati da chi continua a sostenere politiche basate esclusivamente su divieti assoluti. Ciò dimostra, quindi, che sono possibili strategie più convenienti, in termini di spesa pubblica e risultati ottenuti, rispetto a quelle basate esclusivamente sulla proibizione totale.</p>
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<p>Vietare indiscriminatamente costa e non paga in uguale misura. Non è più tempo di disperdere risorse pubbliche per perseguire un risultato la cui assolutezza rende comunque sempre insufficienti i mezzi impiegati, né per rimediare alle distorsioni generate dal proibizionismo. Sui dati oggettivi e non su dichiarazioni di principio, occorrerà, quindi, fondare l’individuazione degli obiettivi in materia di droghe e la definizione delle strategie atte a perseguirli, concentrando così la spesa pubblica in attività che si dimostrino sortire effetti positivi in vista di tali obiettivi.</p>
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<p>Gli estremismi, anche quando finalizzati a risultati ritenuti meritevoli di tutela a livello internazionale, tendono a condurre a  rigidità non compatibili con un mercato in evoluzione. Fare emergere tale mercato dall’illegalità in cui versa consentirebbe di comprenderne meglio i meccanismi e operare in modo più efficiente e consapevole analisi e verifiche finalizzate a una migliore pianificazione degli interventi. La politica, avvalendosi finalmente della scienza economica, valuterà quali.</p>
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<p><i>Le opinioni sono espresse a titolo personale e non coinvolgono in alcun modo l’ente di appartenenza (Consob)</i></p>
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<p><a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Proibire%20costa%2025-4-2013.docx#_ftnref1">[1]</a> La Convenzione unica sugli stupefacenti del 1961 sancisce che &#8220;il possesso, l’uso, il commercio, la distribuzione, l’importazione, l’esportazione, la fabbricazione e la produzione di sostanze stupefacenti sono consentiti limitatamente ai fini medici e scientifici&#8221;.</p>
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<p><a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Proibire%20costa%2025-4-2013.docx#_ftnref2">[2]</a> <a href="http://ec.europa.eu/justice/anti-drugs/files/report-drug-markets-short_en.pdf" target="_blank">http://ec.europa.eu/justice/anti-drugs/files/report-drug-markets-short_en.pdf</a></p>
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<p><a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Proibire%20costa%2025-4-2013.docx#_ftnref3">[3]</a> <a href="http://www.globalcommissionondrugs.org/wp-content/themes/gcdp_v1/pdf/Global_Commission_Report_English.pdf" target="_blank">http://www.globalcommissionondrugs.org/wp-content/themes/gcdp_v1/pdf/Global_Commission_Report_English.pdf</a></p>
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<p><a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Proibire%20costa%2025-4-2013.docx#_ftnref4">[4]</a> <a href="http://countthecosts.org/sites/default/files/AWDR.pdf" target="_blank">http://countthecosts.org/sites/default/files/AWDR.pdf</a></p>
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<p><a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Proibire%20costa%2025-4-2013.docx#_ftnref5">[5]</a> <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424127887324374004578217682305605070.html" target="_blank">http://online.wsj.com/article/SB10001424127887324374004578217682305605070.html</a></p>
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<p><a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Proibire%20costa%2025-4-2013.docx#_ftnref6">[6]</a> <a href="http://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/WDR-2012.html" target="_blank">http://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/WDR-2012.html</a></p>
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<p><a title="" href="/Documents%20and%20Settings/azzollin/Desktop/Scritti%20miei/Proibire%20costa%2025-4-2013.docx#_ftnref7">[7]</a> Nel Rapporto della GC si riportano una serie di esempi tra i quali quello della Svizzera ove, come studi specifici dimostrano, una politica basata sulla salute pubblica (in particolare programmi di sostituzione di eroina)  invece che sulla criminalizzazione ha condotto a una drastica riduzione del numero dei tossicodipendenti da eroina, oltre ad altri  benefici. Si espone altresì il caso del Regno Unito ove, come risulta tra l’altro dai dati del registro della Polizia criminale, programmi di trattamento in luogo dell’incarcerazione hanno portato a una riduzione della criminalità. Vengono, inoltre, evidenziate le risultanze di studi secondo i quali una politica di decriminalizzazione non conduce a un incremento significativo nell’uso di droghe: in particolare, si cita il Portogallo, primo paese europeo ad adottare tale politica per l&#8217;uso e il possesso di tutte le droghe illecite. Il Rapporto, inoltre, menziona studi i quali, ponendo a confronto realtà locali diverse e diverse politiche di regolamentazione delle droghe concludono che non vi è evidenza che  “la criminalizzazione riduca l&#8217;uso e che la decriminalizzazione lo incrementi”. Nel menzionato articolo del <i>Wall Street Journal</i>, inoltre, si fa l’esempio del Messico, ove la guerra contro la droga condotta dal Governo  dal 2006  non ha determinato la diminuzione del consumo di droghe, bensì l’aumento del potere dei narcotrafficanti.</p>
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