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Crescita cinese

14 marzo 2010

Negli ultimi due anni la crescita cinese sembrava aver rallentato un po’, passando dal 10% al 6%. I governanti cinesi si sono spaventati, anche per via di un notevole numero di agitazioni nelle campagne, e hanno optato per un piano di stimolo di vaste proporzioni. Di recente il premier cinese ha detto di voler modificare il modello di sviluppo cinese, rendendolo meno dipendente dalle esportazioni. La cosa ha senso?

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Strani ibridi…

14 marzo 2010

La Storia, per seguire la bipartizione misesiana delle scienze sociali, è sempre complessa, multicausale e difficile da valutare, indipendentemente da quanto si è bravi a maneggiare i necessari strumenti della Teoria. Purtroppo non sempre si ha il tempo per fare distinzioni complicate, e così sorgono i Miti, che in genere sono un sottoprodotto intellettuale (si fa per dire) delle Ideologie.

Il problema è che, il mondo essendo una cosa complicata, ogni mito può contare su decine e decine di fatti che lo dimostranoo, anche se ovviamente esisteranno anche decine e decine di fatti che lo confutano. Uno di questi miti è il cosiddetto Neoliberismo.

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Doppia morale

27 febbraio 2010

A volte penso che la corruzione in politica non serve perché grazie al potere legislativo è possibile semplicemente cambiare le leggi per ottenere lo stesso risultato. Ovviamente è un’esagerazione, ma coglie l’essenza del problema.

Nell’attesa di riprendermi da una collezione di sintomi parainfluenzali notevolmente fastidiosi, mi limito a linkare questo post di Frederic Sautet su Coordination Problem, che finisce con questa frase terribilmente vera:

“The irony is that private sector firms that have engaged in this type of behavior have been pilloried and their executives faced prison time. None of that will happen to government members and parliamentarians; that’s the privilege of making the rules and enforcing them.”

Partendo un po’ per la tangente, ma neanche tanto, si potrebbe dire che ciò che in società si chiama falso in bilancio, in politica si chiama regulatory forebearance; quello che viene chiamato bancarotta, viene ridefinito politica fiscale; ciò che costituisce contraffazione, diventa politica monetaria; ciò che tutti chiamano furto, viene ridefinito fisco.

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Di Grecia e slippery slopes – parte II

7 febbraio 2010

Questo post non parla della Grecia: parla di pensatori che in alcuni casi forse non si sono mai neanche pensati a vicenda, e che hanno analizzato determinate dinamiche in contesti diversi e esprimendosi in linguaggi diversi, giungendo però a conclusioni simili. Certi fenomeni generano spontaneamente un processo che porta alla concentrazione del potere politico e alla limitazione della libertà, una china scivolosa in cui i paesi occidentali sono caduti da oltre un secolo, senza mostrare ancora alcuna intenzione di venirne fuori, a tutto vantaggio delle elite politiche e delle lobby organizzate. Gli strumenti concettuali necessari a capire questi fenomeni di “slippery slopes” sono molto diversi: si potrebbe parlare di inconsistenza temporale (Kydland e Prescott), di equilibri di Nash in paradossi del prigioniero, di logica dell’interventismo (Mises), di effetto ratchet (Higgs), di “storia naturale del Potere” (Jouvenel), di tragedia dei beni comuni (Hardin) o di teoria delle slippery slopes (Rizzo e Whitman).

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Di Grecia e slippery slopes – parte I

1 febbraio 2010

Questo post si divide in due parti: da un lato l’analisi di breve termine della situazione greca e delle opzioni di policy, dall’altro l’analisi delle conseguenze di lungo termine del modo in cui i problemi politici vengono affrontati. La conclusione della prima parte è che la soluzione migliore è politicamente quasi impossibile da attuare perché è temporalmente inconsistente; la conclusione della seconda è che più i politici creano problemi, più chiedono potere per potervi rimediare: il sistema politico in questo modo si autoalimenta e genera un rincorrersi di problemi veri e soluzioni temporanee che porta a soluzioni inefficienti ed illiberali, e nel lungo termine probabilmente insostenibili. Un cane che si morde la coda è meno assurdo di una politica che si erge a soluzione dei problemi che essa stessa ha creato. Per ora mi limito al primo livello di analisi… la seconda parte è più breve ma più difficile da seguire.

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Non fidatevi degli economisti

28 gennaio 2010

Il Cato Institute ha pubblicato un grafico che confronta la realtà economica con le previsioni degli economisti.

Parrebbe che gli economisti sono in grado di fare previsioni solo quando non succede nulla di interessante, cioè quando anche il mio trisavolo ci sarebbe riuscito senza computer e senza database. Quello che il Cato non nota è che gli errori crescono a dismisura durante le recessioni, e cheg li economisti tendono in questi frangenti a sminuire la gravità della crisi: nel 1990, nel 2000 e nel 2007 gli economisti sono stati colti sistematicamente di sorpresa, e pur senza grafici si può dire che lo stesso sia accaduto negli anni ‘70 e con la crisi del ‘29.

Il problema è capire perché.

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Hayek vs Keynes, hip hop version

26 gennaio 2010

Russ Roberts and John Papola hanno prodotto un pezzo hip hop molto interessante, in cui Keynes e Hayek parlano di crisi economica. Il video si trova qui. Qui il sito col testo (che comunque si capisce molto bene).

Il principale problema delle idee in politica è che quelle sufficientemente semplici da essere comprese da tutti e sufficientemente interventiste da favorire la classe politica hanno successo, mentre l’aver ragione o meno è irrilevante.

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Istituzioni e individualismo

22 gennaio 2010

Nutro mixed feelings verso il paper di Ahdieh “Beyond individualism in law and economics”, recentemente linkato da Giannino, perché da un lato dice una serie di cose che ho sempre pensato su alcuni temi che reputo molto importanti, e dall’altro sostiene che questi problemi siano causati dall’individualismo metodologico, diagnosi che mi pare erronea.

Credo ci sia un problema di mistaken identity: abbiamo l’individualismo dell’approccio economico standard, con i suoi limiti spesso gravi, e abbiamo approcci che conservano pienamente l’individualismo metodologico ma che non sono soggetti agli stessi limiti che Ahdieh giustamente denuncia. Non si può quindi che essere d’accordo con Giannino nel dire che bisogna stare “con Hayek“. A parte Hayek, però, come riconosce anche Ahdieh (che è però costretto ad interpretarlo come non-individualista), questa tradizione comprende tutta la Scuola austriaca, il neoistituzionalismo, la public choice e probabilmente altre scuole: Ahdieh imputa quindi all’individualismo problemi che sono di altra origine, e infatti “il suo pregio è di accontentare i nostri avversari solo nel titolo“, come ha scritto Giannino.

Il paper parla di moltissime cose, molte ampiamente condivisibili, e quindi farò una cernita. Mi concentrerò su quattro domande fondamentali:

1. L’assenza di istituzioni nell’analisi neoclassica è frutto dell’individualismo metodologico?
2. I giochi di coordinazione sono incompatibili con l’individualismo metodologico?
3. Che cos’è un’istituzione dal punto di vista individualistico?
4. Che ruolo hanno la stabilità e la esogeneità delle preferenze nell’individualismo metodologico?

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Due visioni del mercato

18 gennaio 2010

Il precedente post di Giannino apre una serie di questioni fondamentali su cui probabilmente tornerò una volta letto Ahdieh: per il momento mi limiterò a riflettere sul rapporto tra la visione walrasiana dei mercati e quella austriaca. Il legame, tenue, è che entrambe le visioni sono totalmente individualistiche, anche se con profonde differenze, e le differenze interessanti sul piano della visione walrasiana vs visione mengeriana del mercato sono molto importanti.

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La Fama del buontempone

15 gennaio 2010

Su The New Yorker stanno comparendo una serie di interviste ad economisti di Chicago. Il 13 Gennaio è toccato ad Eugene Fama, autore noto per la teoria dei mercati efficienti. Non tutto ciò che dice Fama è inaccettabile: ciò che afferma sulla scarsa rilevanza dei subprime è corretto, come anche molte altre cose. Quando dice di far fallire tutto e vedere cosa succede, criticando l’ipotesi di Bernanke sulle nonmonetary causes delle depressioni, sono perfettamente d’accordo. Io mi focalizzerò però su ciò che reputo problematico, e occasionalmente sulle frasi che mi hanno fatto pensare “era ora che qualcuno lo dicesse!”

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