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Il Fatto e gli aiuti indiretti

Una brevissima considerazione sulla vicenda dei finanziamenti pubblici al quotidiano Il Fatto, sollevata in questi giorni dall’editoriale di Filippo Facci sulle colonne di Libero. Al di là del fatto che la polemica mi pare segnata più da acrimonia personale che non dalla reale volontà di mettere fine ad una prassi scandalosa come quella dei sussidi ai quotidiani, credo che porre sullo stesso piano aiuti diretti e aiuti indiretti non sia del tutto corretto. E questo a prescindere dall’entità dei medesimi. Quello che intendo dire è che considerare le agevolazioni fiscali come un aiuto di Stato (cosa che peraltro fa anche l’UE) può aver senso, nella misura in cui ciò costituisca una marchiana distorsione dei meccanismi di mercato. Nel momento in cui di tale sgravio usufruiscono tutti i soggetti del settore interessato la distorsione non c’è più. E allora dove sta il problema? I giornali pagano solo un po’ di meno per gli abbonamenti postali dei propri lettori. Tutti soldi quindi che rimangono ai legittimi proprietari. Non c’è alcun transfer. Anche perché quale sarebbe l’alternativa? Eliminare lo sgravio, ovvero tassare di più. Non so a voi, ma a me non pare si tratti di una distinzione puramente lessicale.

8 aprile 2010 Senza categoria , , , ,

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  1. Luca Gervasoni
    8 aprile 2010 a 17:21 | #1

    Nel redigere un business plan di un progetto in Start-up la presenza o meno di finanziamenti o agevolazioni può far variare significativamente la fattibilità del progetto stesso. Non escludo che il business plan de Il Fatto, senza le agevolazioni previste (e scontate), non si reggeva in piedi; perchè allora non ribaltare le inefficienze economiche sul prezzo del giornale? E’ giusto che i contribuenti italiani debbano anche sostenere finanziariamente (una agevolazione comporta comunque minori entrate per lo stato) l’ennesimo quotidiano letto soltanto da una minima minoranza?
    Sarebbe stato sufficiente un primo passo, un primo rifiuto della pratica scandalosa; ma forse Il fatto sarebbe diventato una sorta di bambino mai nato.

  2. 8 aprile 2010 a 17:32 | #2

    “Nel redigere un business plan di un progetto in Start-up la presenza o meno di finanziamenti o agevolazioni può far variare significativamente la fattibilità del progetto stesso”

    Naturalmente e nessuno lo contesta.

    “Non escludo che il business plan de Il Fatto, senza le agevolazioni previste (e scontate), non si reggeva in piedi; perchè allora non ribaltare le inefficienze economiche sul prezzo del giornale?”

    Si tratta di 300.000 euro l’anno. Non sono sicuro che senza quei 300.000 di tasse in meno non si sarebbe retto in piedi. Bisognerebbe valutarlo in concreto.

    “una agevolazione comporta comunque minori entrate per lo stato”

    Appunto. Tutti gli sgravi fiscali comportano meno entrate per lo Stato. Io vedo il rischio che si possa applicare tale ragionamento a qualsiasi altro tipo di sgravio fiscale, perchè esso sarà sempre potenzialmente distorsivo e poco equo. Anche “il taglio delle tasse” riduce le entrate per lo Stato, ma riconsegna parte dei propri soldi ai legittimi proprietari.

    “Sarebbe stato sufficiente un primo passo, un primo rifiuto della pratica scandalosa; ma forse Il fatto sarebbe diventato una sorta di bambino mai nato.”

    A quanto pare Il Fatto rifiuta i finanziamenti diretti, il che è già un inizio, o no?

  3. Calogero Bonasia
    8 aprile 2010 a 17:47 | #3

    La qualità dei giornali “quotidiani” odierni è, a mio modesto avviso, pessima. Si vuole dare la “colpa” a Internet, ma non si comprende che la funzione degli editori è quella di trovare soluzioni imprenditoriali e tecniche per portare l’informazione al pubblico.

    Devono trasformarsi in imprese che sanno fare ricerca e sperimentazione. Spero che questi soldi pubblici siano spesi per migliorare le scuole, pagare i poliziotti o garantire l’assistenza sanitaria a chi ne ha bisogno, non per “finanziare” giornali quotidiani di dubbia utilità.

  4. pietro64
    8 aprile 2010 a 18:18 | #4

    Credo che la polemica di Facci non sia riferita agli aiuti diretti o indiretti in se, quanto piuttosto alla circostanza che il giornale in questione si vanta, scrivendolo in prima pagina, di non ricevere alcun finanziamento pubblico volendo apparire più puro dei puri, cosa che secondo Facci (e anche secondo me) non è vera per via dei contributi alla spedizione. Poi a mio parere se lo stato smettesse di tassare per dare contributi e incentivi a chi vuole lui sarebbe molto meglio per tutti.

  5. Liutprando
    8 aprile 2010 a 19:07 | #5

    “Nel momento in cui di tale sgravio usufruiscono tutti i soggetti del settore interessato la distorsione non c’è più”.

    Perfetto! Eliminiamo del tutto le tasse a tutti in modo da non turbare il mercato. Perché solo a pochi cialtroni che fanno i giornalisti per non lavorare? (il bel Sansonetti ha lasciato Liberazione, giornaletto inutile quanto la maggior parte dei quotidiani di partito, con tre milioni di euro di debiti; siamo stati noi che li abbiamo ripianati. E manco li abbiamo letti.

    Vi pare sano che per comperare il pane si debba versare l’IVA mentre per comprare un libro della Litizzetto no? A me sembra stupido.

  6. 8 aprile 2010 a 19:12 | #6

    “Perfetto! Eliminiamo del tutto le tasse a tutti in modo da non turbare il mercato”

    Lei sta sfondando una porta aperta…

  7. Marco D’Acri
    8 aprile 2010 a 19:39 | #7

    Caro Boggero,
    perfettamente d’accordo.
    Sarebbe già un bel passo in avanti eliminare gli aiuti diretti ai giornali.

  8. Ashoka
    8 aprile 2010 a 19:46 | #8

    Non per fare le pulci lessicali ma se gli “sgravi fiscali” diventano “finanziamenti (indiretti) dello stato” allora il rapinatore che scippa la borsetta alla vecchietta e poi, dopo aver svuotato il portafogli, la lascia cadere per terra, ha appena finanziato (indirettamente) la vecchina per l’importo delle monete che non si è rubato?

    Le tasse sono un prelievo che lo Stato fa su tutti noi e quindi anche sul “Fatto quotidiano”. Prelevare 30 invece di 100 non costituisce un finanziamento di 70! Dite forse di sì?

    Allora spingiamoci oltre. Tutto quello che teniamo del nostro stipendio e non paghiamo in tasse è un finanziamento dello Stato (ho semplicemente esteso il ragionamento di Facci). Quindi in realtà è lo Stato che possiede il frutto del nostro lavoro e che decide poi di finanziarci con “rimborsi fiscali”…. (altro che socialismo…)

    Non è solo questione di “distorsione dei meccanismi del mercato” ma proprio di semantica…

  9. 8 aprile 2010 a 19:51 | #9

    @Ashoka

    Of course, infatti parlo di entrambe le cose.

  10. pietro
    8 aprile 2010 a 21:13 | #10

    Ma poi se si considera che Libero in base a questi dati
    http://www.governo.it/DIE/dossier/contributi_editoria_2007/stampa.html
    ha incassato quasi 8 milioni di euro di AIUTI DIRETTI, non mi sembra molto serio criticare uno sgravio fiscale di 300mila euro.
    Il punto è che quotidiani come Libero, La Padania, L’Avvenire, L’Unità e altri che sopravvivono SOLO grazie agli aiuti pubblici sono dei parasssiti che dovrebbero sparire dalla faccia della terra.

  11. Filippo Facci
    9 aprile 2010 a 3:30 | #11

    il banale dettaglio da me reso noto (i contributi indiretti presi da Il Fatto) hanno spinto gli amici del quotidiano di Padellaro a rendere noto ciò che invece era stranoto a tutti: che Libero, come altri quotidiani, percepisce lauti contributi diretti per l’editoria. A parte il dettaglio che Libero sopravviverebbe anche senza aiuti, non era un segreto. Ne parlò Report sin dal 2006. Nessuno lo negava o se ne vergogna, mi pare. Nessuno, a Libero o altrove, ha mai fatto un baccano d’inferno contro i finanziamenti diretti o indiretti, quelli più onerosi per il contribuente e contro i quali Beppe Grillo e compagnia chiesero un referendum abrogativo. Non è su Libero che scrivono certi cerebrolesi che da anni dicono cazzate tipo «siamo noi che vi manteniamo» rivolto ai giornalisti. Non è Libero, e neppure l’Unità, e neppure Avvenire, ad aver deciso di riportare, sotto la testata, che non riceve «alcun finanziamento pubblico». Libero non ha mai tuonato, mi pare, contro le agevolazioni che riceve. Così’ come nessuno ha mai obbligato il Fatto ad accedere al finanziamento – pardon – al «contributo indiretto» che lo Stato rimborsa alle Poste. Non è obbligatorio fruire del rimborso, basterebbe cioè spedire la copia con un bel francobollo. E’ il Fatto che ne sta facendo una tragedia: ma basterebbe che aggiungesse, sotto la testata, che non percepisce contributi «diretti». Che il Fatto beneficiasse di contributi indiretti a quanto pare non lo sapeva nessuno o quasi, e io l’ho scritto: ecco tutto. Per il resto: se ritengono che le agevolazioni sulle spedizioni postali non siano paragonabili ai finanziamenti diretti, che dire: lo dicano a Beppe Grillo, ai grillini, ai travaglini, a loro stessi. Cordialità.

  12. lakesidecapital
    9 aprile 2010 a 10:06 | #12

    Mi pare di capire che il meccanismo di quanto scritto da Facci sia: sconto applicato dalle Poste sulla spedizione di quotidiani; rimborso da parte dello Stato a Poste Italiane della differenza tra normale tariffa e tariffa agevolata.
    Dunque di fatto i contribuenti pagano, loro malgrado, una parte dei costi di spedizione dei quotidiani. Senza questo contributo, le case editrici dovrebbero pagare di tasca propria la normale tariffa postale, e quindi verosimilmente aumentare i prezzi o ridurre i costi o ridurre i margini. Dunque tecnicamente anche il Fatto ha un sostegno a carico dei contribuenti.
    A prescindere da qualsiasi valutazione in materia, in effetti è ingannevole il loro dirsi “a costo zero” per i contribuenti.

    @Filippo Facci

  13. 9 aprile 2010 a 10:58 | #13

    Non c’è dubbio. Il fatto che esista una strana partita di giro e che sia a carico dei contribuenti è disprezzabile. Non però, a mio parere, il fatto in sè che i quotidiani abbiano agevolazioni fiscali. Il mio ragionamento era più generale e verteva sulla differenza aiuti diretti ed indiretti.

  14. Liutprando
    9 aprile 2010 a 16:08 | #14

    “Non però, a mio parere, il fatto in sè che i quotidiani abbiano agevolazioni fiscali”.

    Onestamente mi sfugge il motivo oggettivo per cui l’editoria sia meritevole di maggior attenzione rispetto ad altri reparti.
    Si può girare la frittata a piacere, ma se il punto è che ad alcuni è permesso di scroccare alla comunità, il ritorno di questo privilegio deve essere un utile collettivo. Non certo la remunerazione stratosferica ed ingiustificata di certi personaggi.
    Mi viene in mente Mieli, ma credo sia in buona compagnia.

  15. 9 aprile 2010 a 16:45 | #15

    @Liutprando

    Mi dispiace, ma temo che Lei abbia equivocato il mio pensiero. Non ho scritto da nessuna parte che “l’editoria sia meritevole di maggiore attenzione”. Ho solo scritto che la tendenza a considerare gli sgravi fiscali- che a mio modesto parere sono oggettivamente sempre distorsivi- come un aiuto di Stato è molto pericolosa. Dovremmo piuttosto rallegrarci del fatto che qualcuno paghi meno imposte. Tanto più che qualsiasi taglio fiscale è a suo modo sempre poco equo e discriminatorio, dal momento che non riguarda mai la generalità dei contribuenti.

  16. Liutprando
    9 aprile 2010 a 19:10 | #16

    @Giovanni Boggero
    Sono d’accordo che qualsiasi aiuto di Stato, che non sia preordinato ad uno scopo – gli Incas facevano scorte alimentari durante le stagioni abbondanti, per riconsegnarli ai coltivatori in periodi di scarsi raccolti – siano molto pericolosi, sia a breve che a lungo termine.
    Sottraggono risorse alle imprese sane, riducendone la crescita e la maturazione, per distribuirle ad aziende malate a cui sarebbe meglio dare l’estrema unzione. In questo senso non riesco a rallegrarmi pensando agli sgravi fiscali, diciamolo pure, politicamente mirati.

    La persa competitività delle imprese italiane ha come causa questa pessima abitudine italica. Penso che anche lei sia d’accordo.

  17. 9 aprile 2010 a 19:35 | #17

    @Liutprando
    Guardi, il meccanismo delle tariffe postali ammetto sia una strana partita di giro, che più che uno sgravio fiscale è una riduzione arbitraria del costo del servizio, essendo in soldoni le tariffe dei normali prezzi di mercato.
    Io l’avevo invece concepita come una sorta di imposizione più mite.
    L’agevolazione IVA al 4% per gli editori potrebbe al riguardo rappresentare un esempio più calzante di ciò che penso sulla distinzione tra aiuti diretti ed aiuti indiretti. Cordialmente, gb

  18. pietro
    9 aprile 2010 a 21:27 | #18

    Vorrei ben vedere che a Libero facciano baccano contro la mucca degli aiuti pubblici, anche perchè è il quotidiano che riceve più soldi di tutti.
    Capisco che su Libero c’è gente che scrive articoli di fuoco contro il Canone Rai e poi prende un lauto stipendio da vicedirettore dalla Rai stessa, ma chi scrive articoli contro la Casta dei sindacati, contro i fannulloni e i parassiti e poi vive di aiuti statali come un qualsiasi lavoratore socialmente utile palermitano è un parassita come tanti altri.
    Chi lavora e produce ricchezza per poi vederla sprecata in questo modo si irrita leggermente.
    @Filippo Facci

  19. paolone
    11 aprile 2010 a 0:53 | #19

    se al Fatto si sono alterati allora Facci ha colpito nel segno, complimenti