L’Eni vince o perde? La bozza di accordo raggiunta tra il gruppo di San Donato e la Commissione europea ha tutto l’aspetto di un compromesso doroteo. Formalmente, l’Eni dovrà sbarazzarsi della proprietà sui gasdotti Tenp, Transitgas e Tag (i primi due portano il gas dal Nordeuropa in Italia attraverso Germania e Svizzera, il terzo fa affluire gas russo via Austria). Di fatto, almeno nell’immediato cambierà poco: il Cane a sei zampe mantiene i diritti di transito, e il Tag – il tubo più delicato, per ragioni economiche e geopolitiche – non sarà ceduto al mercato ma a un interlocutore amico (probabilmnete la Cassa depositi e prestiti, o forse un ente pubblico italiano costituito ad hoc). A conti fatti, se non è zuppa è pan bagnato: ma a volte un sassolino nel breve termine può scatenare una frana nel lungo.
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Il gruppo tedesco E.On è in piena rinegoziazione dei contratti di lungo termine per l’approvvigionamento gas. Dall’altra parte, stanno i russi di Gazprom. Per ora, gli altri stanno a guardare: i paesi produttori (a partire dall’Algeria) hanno di fatto delegato la tutela dei loro interessi a Mosca (nel senso che probabilmente si accoderanno alle sue decisioni); le altre grandi compagnie (Eni su tutte) aspettano di inserirsi nel cuneo aperto da Berlino, se riuscirà . Altrimenti, saranno probabilmente botte (legali). Prosegui la lettura…
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La crisi del gas, quest’anno, è al contrario. Ci sarà crisi, almeno per le principali compagnie europee, se i russi pretenderanno il rispetto letterale delle clausole contrattuali, che obbligano gli importatori a ritirare le quantità negoziate a un prezzo predefinito. Chi non lo fa, paga lo stesso (pur potendo recuperare le quantità non ritirate per un periodo che normalmente va dai tre ai cinque anni). Dopo aver temporeggiato per qualche mese, giusto per vedere che succede, i russi hanno fatto la prima mossa, in Turchia. Da giocatori di scacchi quali sono, gli strateghi di Mosca hanno aperto col cavallo: una pedina molto aggressiva, che può facilmente spostarsi dai lati – dove si trova – al centro. Prosegui la lettura…
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Cosa bisogna leggere per documentarsi sui temi energetici? Su Foreign Affairs, Ed Morse – blasonato analista energetico, oggi in quota Louis Capital Management e già capoeconomista sull’energia per Lehman Brothers – dà una serie di interessanti consigli (*). Lo scopo di questo post è appunto segnalare una decina di testi che meritano di essere comprati, o regalati, o entrambe le cose. La maggior parte sono stati pubblicati nel 2009, ma non tutti: ci sono alcuni evergreen che l’età non rende meno attuali, semmai di più.
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Finora, a ritenere la recessione un felice evento erano solo quei pazzerelli della decrescita. Adesso, ci si mette anche l’Agenzia internazionale dell’energia, che dedica buona parte del suo World Energy Outlook 2009 (o, almeno, del sommario, liberamente accessibile online) alle virtù bucoliche del mondo senza carbonio. Ecco un piccolo e non esaustivo florilegio.
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Normalmente noi dell’IBL non guardiamo ai risultati del mercato, o ai soggetti che vi partecipano, ma agli aspetti strutturali: norme e regole. Vi sono però alcuni (rari) casi in cui dall’esito di una trattativa può dipendere molto. Sia in termini di funzionamento del mercato, sia in termini di sua evoluzione prospettiva. La gara per le reti di distribuzione del gas di E.On, qui raccontata da Jacopo Giliberto, è uno di quei casi. Noi tifiamo per Erogasmet.
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Paolo Scaroni ha tutti i diritti, oggi, di festeggiare. La firma di un contratto per lo sviluppo del giacimento di Zubair, che contiene riserve stimate per 4,1 miliardi di barili e oggi ha una produzione quotidiana di appena 227 mila barili è un indubbio successo della diplomazia del gruppo italiano, che si conferma una delle grandi compagnie petrolifere mondiali. Il ministro iracheno del petrolio, Hussein al-Shahristani, ha parlato di un obiettivo di produzione pari a 1,125 milioni di barili al giorno in un orizzonte di sei anni. La forma dell’accordo – che vede il Cane a sei zampe alla guida di un consorzio con Sinopec, Occidental e Korea Gas – è quella di un contratto di servizio. Secondo la descrizione dell’Oil & Gas Journal (subscription required),
The minister said a consortium led by Italy’s Eni SPA had agreed to Baghdad’s offer of $2/bbl for each extra barrel of oil it extracts on top of the current production of 227,000 b/d at the 4.1 billion bbl Zubair field.
Quanto Piazzale Mattei possa festeggiare, dunque, dipende essenzialmente da due questioni: la capacità di rispettare la tabella di marcia, e i termini del contratto, che – a seconda di come sono definiti – possono consentire una più o meno rapida messa a libro delle risorse. In gioco c’è il risultato 2010: se si può librare tutto e subito, Scaroni è salvo. Altrimenti, deve ancora mettere le mani su nuovi giacimenti per garantire un adeguato tasso di sostituzione delle riserve. Ma i festeggiamenti per la conquista irachena sono resi un po’ meno euforici dalla stilettata che, tramite il Corriere della sera, viene inflitta da Eric Knight, capo del fondo attivista Knight-Vinke che ha proposto il breakup dell’azienda.
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Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, lamenta spesso lo svantaggio competitivo di cui le imprese italiane sono gravate, a causa di costi energetici più alti della media europea e di un sistema energetico meno efficiente e meno flessibile. Con l’ultima segnalazione al Mse, l’Autorità per l’energia offre risposte esaustive e convincenti a una serie di problemi strutturali e gravi. Non sono d’accordo su tutto (per esempio ho dei dubbi sul ricorso estensivo alle gas release e sull’approccio del regolatore alla distribuzione locale del gas) ma, nella maggior parte dei casi, l’organismo presieduto da Alessandro Ortis si puntella su un’analisi corretta e avanza suggerimenti interessanti. Non sarebbe forse il caso di prenderlo sul serio e applicare almeno alcune delle ricette presentate?
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E voi tifare per Nabucco o South Stream? Non è un derby, ma spesso il confronto, acido e violento, tra politica e interessi nel mondo del gas viene descritto così. Assieme a Francesco Sisci, Massimo Nicolazzi e Stefano Agnoli, speriamo di aver dato un piccolo contributo a capire meglio cosa c’è in ballo, con questo dibattito nato quasi per caso via email e finito sulle pagine web della rivista Limes.
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Il fondo americano Knight-Vinke, che aveva osato ipotizzare il break up dell’Eni, e il Financial Times, che ne aveva rilanciato le tesi, non trovano sponde in Italia. Il fondo controlla circa l’1 per cento di Piazzale Mattei, e ha posizioni anche in Enel (di cui aveva sostenuto, tra i pochissimi, la mai lanciata opa sulla francese Suez) e in Snam Rete Gas (a sua volta in pancia al Cane a sei zampe per il 51 per cento). La reazione di Paolo (Scaroni) era prevedibile. Quella di Giulio (Tremonti) meno. Vediamo perché.
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