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Il sì sul filo a Mirafiori mostra che molto resta da fare

Il successo del sì a Mirafiori è stato testa a testa, e per chi qui scrive ed è cresciuto a Mirafiori non è stata affatto una sopresa. L’ho detto anche in diretta ieri sera su Rai2 a seggi appena aperti, e ho continuato comunque a battermi per il sì con tanto di cori finali di “buffone buffone” che non credevo di meritare.Non mi ha molto incoraggiato, constatare che mentre in quelle ore il no era in vantaggio, nelle reti tv che seguivano il voto, di giornalisti e intellettuali convinti di dover pacatamente ragionare per il sì sembrava non ce ne fosse più neanche uno. Ma prima che per questo, il voto è molto importante per tre ragioni. Per il futuro da difendere e confermare in Italia della nuova Fiat di Jaki Elkann e Sergio Marchionne. Per l’innovazione delle relazioni industriali nel nostro Paese. Per la crescita generale che potrà venirne, se si metterà a frutto l’esperienza maturata e non prevarrà un’ondata ancor più forte di demagogia e radicalizzazione, il cui solo effetto è di portarci fuori dal mondo e a vele spiegate nell’utopia della felice deindustrializzazione.

Era per me ovvio, che a Mirafiori i no sarebbero stati più che a Pomigliano. È lo stabilimento simbolo da sempre, per molti, dell’idea per la quale con l’azienda si lotta prima che cooperarvi. Ed è per questo che il risultato è stato sul filo. A Mirafiori più che altrove, la scelta è stata così tanto caricata di forzature improprie, che inevitabilmente ha finito per dar spazio a malessere e conflittualità che con il merito dell’intesa c’entrano assai poco.

L’altissima partecipazione al voto ha confermato innanzitutto che nello stabilimento più emblematico e storico della Fiat il legame dei lavoratori con il radicamento e l’importanza dell’azienda resta molto forte. Si è parlato a sproposito di “ricattoâ€, quando invece è la condivisione dal basso di nuove regole per produrre e insieme pagare di più il lavoro, l’offerta chiara che azienda e sindacati firmatari hanno congiuntamente fatto ai lavoratori. Nella ormai pluricentenaria e travagliata storia italiana della Fiat, i lavoratori sono i protagonisti e i giudici ultimi non solo della loro rappresentanza – questo è avvenuto più volte in passato, a cominciare dalla storica sconfitta della Cgil nel 1955 – bensì di un’intesa che è frutto insieme della volontà dell’azienda di restare in Italia mentre è impegnata in una corsa a tappe per crescere in Chrysler e darsi per la rima volta un orizzonte davvero mondiale, e della tenace volontà della parte maggioritaria del sindacato di condividere insieme all’impresa nuove regole di comune vantaggio, per la tasca dell’azienda come per quelle di chi vi lavora.

Non potevano che essere i lavoratori a scegliere, come da molti decenni nelle intese aziendali avviene nelle aziende di grandi paesi come Germania o Svezia. In quei Paesi, dove la contrattazione aziendale è regola e non eccezione, e segna la condivisione dei lavoratori tanto dei benefici quando alle aziende va bene, sia dei sacrifici quando invece va male, il voto dei lavoratori non avviene in un’atmosfera tanto esasperata, perché il sindacato è quasi sempre unitario e assai meno collaterale alla politica di quanto invece non sia da noi, per una lunga e diversa storia. È per questa lunga eredità a cui la Fiom più di tutti resta attaccata, che l’intesa di Mirafiori ha finito per diventare una sorta di giudizio di Dio tra chi ancora pensa che il contratto nazionale sia uno strumento politico,e chi pensa invece che  le intese aziendali con la politica non abbiano nulla a che spartire, perché devono mirare a ottimizzare tempi e modi del reciproco interesse di domanda e offerta di lavoro al fine che vada meglio a entrambi.

Il risultato finale del testa a testa mostra che solo a costo di un enorme impegno ha retto a una tanto tenace opposizione, l’idea  di aprire la  strada a una maniera nuova e diversa di gestire le relazioni industriali nel nostro Paese. Ma contemporaneamente indica che bisogna ancora darsi molto da fare. È un fatto, che al netto dei colletti bianchi, dei quadri e degli specializzati, tra chi sta in linea di produzione l’intesa di Mirafiori è restata minoritaria. L’azienda è fatta di tutti i dipendenti, ma è ovvio che sia un segnale che fa stappare champagne alla Fiom. E che tende potentemente a spostare la divisissima sinistra italiana sulla  linea Fiom, cioè all’inseguimento di una scelta di esasperazione radicale, minoritaria e votata alla scofnitta, ma contemporaneamente di grande presa sull’intellettualità accademica e mediatica diquesto nostro povero Paese, che in tanti ambienti  sempre con la testa all’indietro.

Ha ragione Piero Ichino, che l’ha coraggiosamente ripetuto da anni, e ha fatto la sua parte anche nella campagna per Mirafiori. Abbiamo bisogno responsabilmente di metterci alle spalle la lunga deriva di una tradizione che ci rende eccezione in tutta Europa, e che pesa sia sulla nostra competitività, sia sulla vita e nelle tasche di quegli oltre 9 milioni di lavoratori che restano esclusi, dal finto paradiso dei contratti nazionali e delle garanzie del contratto di lavoro a tempo indeterminato. In molti altri settori, dal tessile alla siderurgia alla chimica, intese aziendali di questo tipo si firmano in Italia da decenni, anche con il concorso delle federazioni di settore della Cgil.

Ma nella meccanica e alla Fiat c’è la Fiom, e la Fiom da molti anni ha scommesso tutto sulla necessità di impedire questi sviluppi a tutti i costi. A costo di dire che intese come quelle di Mirafiori violano la Costituzione e impediscono il dritto di sciopero  quando semplicemente non è vero. E voltando sdegnosamente le spalle e cambiando argomento, quando si obietta che la via delle intese aziendali è quella seguita dal resto del mondo.

Bisogna solo augurarsi che ora questa deriva si fermi. E che la Fiom e la Cgil, oggi, non vogliano continuare nell’antagonismo più estremo sostenendo magari che il sì espresso a Mirafiori è comunque non valido perché estorto, e che il sindacato non firmatario si riserva di impugnare l’intesa di fronte a tribunali, come sempre più spesso impropriamente si fa per ogni vicenda nel nostro Paese.

Al contrario, su questo voto molto c’è da riflettere e molto da costruire. Nuove relazioni industriali costruite sul principio della maggioranza hanno bisogno di logiche nuove sia da parte dei sindacati sia da parte delle aziende. Su questo, c’è un grande patrimonio comune maturato negli anni tra Confindustria da una parte, Cisl, Uil, Ugl e Fsmic dall’altra. L’interesse della crescita e del lavoro è quello ad abbassare i toni, a cercare di conciliare alla nuova logica maggioritaria e del voto dei lavoratori e necessarie cornici di garanzia e salvaguardia normativa, a cui sempre più si devono ridurre i contratti nazionali, lasciando utilizzo degli impianti  salario varabile alle singole aziende e ai loro lavoratori.

Ma c’è un’altra grande questione, nei tanti no espressi a Mirafiori. Una questione culturale, prima che industriale. In molti ancora pensano che non sia possibile per definizione, una condivisione tra ragioni del lavoro e dell’impresa. Molti ancora ritengono che l’Italia possa essere eccezione nel mondo, e che pensarla diversamente sia piegare la tesa a un giogo, invece che condividere i frutti della difesa di una manifattura altrimenti destinata a salutare il nostro Paese, per radicarsi altrove.

Fiat e Confindustria, come i sindacati ai quali è andato il consenso maggioritario per l’intesa di Mirafiori, non possono che andare avanti. Ma la porta del dialogo deve restare più che mai aperta. L’Italia potrebbe raddoppiare il suo misero un per cento di Pil di crescita nazionale, se responsabilità e condivisione si diffondessero nelle vaste aree produttive del Paese che restano  ispirate invece alla logica dello scontro pregiudiziale. Non sarà facile, ma è necessario che avvenga. Come sarà più che mai necessario impedire che sindacato e politica tornino a pensare che può essere la politica  a dettare alle aziende dove aprire e chiudere stabilimenti. Perché questo può non solo indurre la Fiat ad abbandonare suo malgrado l’Italia, ma anche e soprattutto scoaggiare molti altri grandi gruppi esteri a non investire neanche un euro o un dollaro nel nostro Paese. L’esatto opposto di ciò di cui abbiamo bisogno.

15 gennaio 2011 Mercato del lavoro, auto , ,

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  1. 16 gennaio 2011 a 20:00 | #1

    Linko quest’articolo che chiarisce la vera situazione delle relazioni AD-sindacati…
    Buona lettura
    http://www.associazionedifesaconsumatori.it/comunicati-stampa/informazione/marchionne-vende-meno-auto-ma-diventa-sempre-piu-ricco/

  2. silvio
    16 gennaio 2011 a 21:04 | #2

    non preoccuparti più di tanto oscar le parole passano come il vento di primavera e muovere la lingua come lavoro non ha mai spezzato la schiena. meditate gente meditate il debito pubblico italiano lo ripagheranno ancora i lavoratori .e chi altrimenti. avesse il cora ggio il nostro caro scalfaro di fare bella figura davanti al suo popolo e iniziare a metterci un pò di euro dei suoi etutti gli altri di seguito….provaci tu oscar che con le parole ci sai fare fai una mattina su radio 24 ore che in diretta metti al corrente il nostro presidente esul da farsi

  3. marcello
    16 gennaio 2011 a 21:27 | #3

    @Carmelo Miragliotta
    possiamo provare, come possiamo provare che fine farà, fra due anni, la fiat cosi creata…e ricreata!

  4. marcello
    16 gennaio 2011 a 21:30 | #4

    @giuseppe
    giornalisti, politici, arraffoni, impiegati fiat, e tutti coloro che nel non rispetto degli altri ma anzi nel loro sfruttamento campano!
    sul mio impegno, bè, non mi piace parlarne comunque, politico, parrocchiale e come donatore avis e admo! Sai, anche io penso che non sia il massimo ma questo è ciò che posso dare ora!

  5. marcello
    16 gennaio 2011 a 21:37 | #5

    ricordatevi questo costo della manodopera all’impresa: 30mila euro all’anno (Italia e dintorni) contro 3mila euro all’anno (Cina e dintorni). ECCO IL NS FUTURO, O MEGLIO, DEI DEBOLI CHE NON POSSON DIR DI NO A QUESTA MINESTRA AVVELENATA!

  6. giovanna
    17 gennaio 2011 a 0:09 | #6

    Caro Dott. Giannino, la ringrazio per lo sforzo interpretativo che sta compiendo sulle recenti vicende sindacali e per le precise valutazioni economiche ed industriali. Mi dispiace per i cori offessivi che ha subito che purtroppo sono diventati sempre più frequenti dentro e fuori le fabbriche. Sono una giovane sindacalista è vivo sulla propria pelle il trattamento di favore che riservano alcuni delegati ed alcuni funzionari della fiom a tutti i sindacalisti che cercano di esporre diversi punti di vista. Archiviato il referendum ora la mia Fim deve far vivere ai lavoratori i contenuti dell’accordo che in questo giorni è stato demonizzato e tacciato di falsità. Purtroppo le ragioni sono state schiacciate da un operazione giornalistica votata alla strumentalizzazione contro il governo mista ad una visione absoleta e ideologica. Ho sempre più schifo a leggere i giornali ormai la mia informazione è fatta dai blog come il suo e Tito Boeri, Pietro Ichino e Micromega ecc. A tal proposito ho trovato disgustosa la trasmissione di Gad lerner, che eppure stimo tantissimo, per la spicciola demagogia fatta lunedì scorso e per il modo in cui ha trattato il sindacalista della Fim al quale ha rivolto una sola domanda alle ore 23. Tutti quelli che usa i lavoratori a sproposito, dovrebbero ricordarsi che questi meritano sopratutto un’ informazione completa e veritiera! Tutti giorni il nostro lavoro in fabbrica è ispirato dalla convinzione che i diritti dei lavoratori potranno essere meglio tutelati se ci limiteremo a fare solo sindacato e non pensando alle faccende politiche che posso riguardarci come cittadini. Ma per questo bisogna fare ancora molto perchè purtroppo siamo soli in quanto non siamo utili a nessuna battaglia politica.

  7. Pietro Francesco
    17 gennaio 2011 a 0:17 | #7

    Complimenti ancora al dott. Giannino, Lei è veramente un grande uomo e le dò tutta la mia solidarietà per gli insulti vili ricevuti. La vittoria del sì è stata una svolta storica anche simbolica per la fiat e anche per tutta Italia perché si spera finalmente che sia iniziata un’epoca in cui finalmente ci si rende conto che imprese e lavoratori non hanno interessi contrapposti, bensì gli stessi interessi!! Se più nel particolare i lavoratori si lamentano delle paghe basse, beh in questo hanno ragione in pieno, ma bisognerebbe anche insegnar loro a leggere le buste paga… nel senso che si accorgerebbero che rispetto al netto che ricevono la fiat versa loro in media il doppio, che purtroppo viene risucchiato nel pozzo di san patrizio dell’erario… Poi pongo brevemente una considerazione che non è stata ancora sollevata da alcun commentatore e vorrei che il dott. Giannino mi desse la sua opinione rispondendomi. La questione sta in due punti e riguarda le basse vendite del gruppo fiat, in Italia e in Europa. Punto 1: la tecnologia fiat non ha OGGETTIVAMENTE nulla da invidiare agli altri gruppi automobilistici, quindi non è questo l’elemento che incide in negativo sulle vendite. Punto 2: ho fatto un confronto tra le quote di mercato che hanno le marche nazionali in tre mercati statisticamente omogenei e quindi comparabili, e cioè francia (gruppo psa e renault), germania (opel, volkswagen, bmw), italia (gruppo fiat): ebbene ho scoperto che in Germania le auto tedesche hanno il 75% del mercato; in Francia il 60%; in Italia il 28%: c’è una evidentissima differenza che non ha motivi razionali di esistere e che secondo me si spiega con il fatto che gli italiani sono per mentalità un po superficiali e un po si auto-odiano, non so come spiegarlo… Se solo in questo momento più italiani (per fare un esempio) comprassero una punto-evo al posto di una opel corsa o di una ford fiesta, questo darebbe una grossa mano alla fiat…

  8. davide
    17 gennaio 2011 a 0:40 | #8

    @Pietro Francesco
    Si ritiene generalmente che il costo per unità di lavoro in Italia sia alto a causa dell’alto peso degli oneri sociali e delle tasse sul compenso dei lavoratori. In effetti risulta che il saggio percentuale delle tasse ed oneri sociali sul reddito del lavoro è in generale relativamente alto in Italia. Ad esempio, secondo dati Eurostat, nel 2008 questo saggio è stato molto più alto non solo del Regno Unito, della Germania della Spagna e della Francia, ma anche, sia pure di poco, della stessa Svezia, paese scandinavo in cui tradizionalmente il peso delle tasse sul reddito è molto alto.
    Tuttavia anche considerando il peso delle tasse e degli oneri sociali il costo del lavoro medio per occupato resta in Italia basso rispetto ai paesi concorrenti, solo poco più alto della media dell’Unione Europea (27 paesi) e decisamente più basso che in Gran Bretagna, Francia, Germania e Svezia.
    L’alta incidenza della tassazione e degli oneri sociali non significa quindi che il costo per lavoratore è più alto in Italia rispetto agli altri paesi europei, ma che il reddito medio disponibile dei lavoratori italiani è ancora più basso, inferiore anche alla media EU.
    Per approfondimenti vedi: http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/il-falso-paradosso-del-costo-del-lavoro/

  9. marianusc
    17 gennaio 2011 a 1:11 | #9

    @MassimoF.
    Ciao Massimo.

    A me piacerebbe avere quello che dovrebbe essere il punto di partenza di ogni ragionamento e dialogo su qualsiasi questione, quella di Mirafiori compresa: dei numeri e dei fatti certi.
    E’ con quell’intento che ho postato quell’editoriale, per sollecitare una risposta punto per punto di Gannino al fine di avere un confronto su fatti e non su altrettanto legittime ideologie personali.

    Per poter capire se le ore di lavoro richieste nell’accordo siano davvero “rispettose” dei diritti delle persone, e che lo stesso valga anche per il minor numero di pause, mi servirebbe capire quante siano queste ore, e quante siano le pause rimanenti.
    A ben vedere anche avendo queste informazioni mi sarebbe necessario avere una esperienza diretta di cosa deve fare un operaio in quelle ore; ma potrebbe bastare per avere un idea almeno saperlo.
    Un’altra informazione utile sarebbe avere dei paragoni con altri paesi del Nord Europa.

    Dico questo perchè ho sentito più volte gli esponenti della Fiom dire che fare 10 ore al giorno in catena di montaggio invece che 8, senza le pause che ci sono ora, vuol dire poter avere seri problemi psicofisici, che tra sempre loro dicono già essere manifesti nei lavoratori alla cetana di montaggio. In altre parole dal lavoro si passerebbe ad uno sfruttamento senza il diritto all’integrità fisica, dicono loro.
    Visto che io non sono in grado di stabilire se cioò sia vero oppure no se non avendo numeri alla mano, almeno un idea di quello che significhi essere in catena di montaggio, e paragoni con altri paesi con noi confrontabili per sviluppo, come posso farmi una opinione in cui io stesso possa realmente credere?

    Ciao e grazie per la risposta

  10. Sauro Tinti
    17 gennaio 2011 a 8:49 | #10

    Complimenti come sempre….! La ascolto tutte le mattine e da qualche giorno volevo farle qualche domanda:
    Perché i sindacati italiani non guardano alla Germania?
    I sindacati tedeschi hanno lavorato per “galoppare” con le imprese verso la crescita!
    Tutti i commenti dei delegati sindacali guardavano alla CINA, per terrorizzare e far cadere nell’ignoranza assoluta i propri ” adepti ” , avete ascoltato le interviste degli operai che uscivano dai seggi?
    Non avevano idea di quello che sarebbe successo se avesse vinto il NO.. erano solo dispiaciuti perché: ” cambia tutto ” ( Sono rimasto spiazzato da questa risposta! )

    Quando avremo dei Liberisti nella leadership nel nostro paese?

    Grazie per dare una speranza nel cambiamento del nostro paese.. ogni giorno!

  11. Guglielmo De Sanctis
    17 gennaio 2011 a 11:35 | #11

    Condivisione????? Ma quale condivisione su! Lo sa benissimo che il 99% di chi ha votato si l’ha fatto per la minaccia di perdere il posto e non certo perché condivide qualcosa di quel misterioso piano. Bando alle cinace…Marchionne ha giocato sporco per diverse ragioni.

    1) La questione produttività stabilimenti italiani è uno specchietto per le allodole. Fiom aveva detto si a nuova turnazione e rimodulazione pause. Gli impianti italiani sono sotto utilizzati gli operai sempre in cassa. Di cosa stiamo parlando? Lo sappiamo benissimo che i problemi sono altri: immatricolazioni UE – 19%. Zero nuovi modelli, ritardi pesanti su modelli d’avanguardia (es citroen c4 emissioni zero quano è ferma). Marchionni per ora si è dimostrato un buon finanziere (prestito gm, operazion chrysler, divisione titolo) ma da un punto industriale non ha ancora fatto nulla.Anzi si…ha chiuso Termini.

    2) ha giocato a carte coperte. Di sto benedetto piano fabbrica italia nessuno sa niente. Quel pochissimo che si sa è vago, irrazionale (motori che vagano per mezzo mondo, fatti qua, montati di la, riportati di qua…) ma per piacere….
    In germania dove esiste un governo quando lo yoghi in maglionicino si è presentato per la OPEL gli hanno detto grazie e arrivederci. Doveva essere un piano davvero sconclusionato e poco credibile se hanno preferito una cordata Magna – Cremlino che non era esattamente il massimo…

    3) A operai in cigs e sottopagati nessun premio di produttività. Il piano si basa su almeno un altro 1 anno di cigs pagata con soldi pubblici. Intando agli azionisti arrivano i dividendi…

    4) In Italia non si investe perché metà paese è in mano alla criminalità, le dinamiche politiche sono torbide, si pagano tangenti, le infrastrutture non sono quasi mai all’altezza, la giustizia civile è lenta, la burocrazia oprrimente, la tassazione alta.
    Ok adesso raccontiamoci che non si investe per le pause, la Fiom e le leggi su sciopero e rappresentanza sindcale.Un po’ come dire di una casa con i piloni portanti marci che il problema è il colore dell’intonaco che non è ben bilanciato sui toni gialli. Contenti voi….

  12. Alessandro
    17 gennaio 2011 a 11:57 | #12

    Caro Oscar
    confidenziale da parte mia, si
    non mi conosci, ma sono fra quelli che ti seguono ovunque nei vari talk/blog/articoli, per cui ti sento molto “amico”
    I cori dell’ altra sera mi hanno spinto ad infrangere la mia riluttanza nel lasciare tracce della mia presenza in rete ….
    voglio esprimerti tutta la mia solidarietà
    duole constatare che il liberismo intellettuale fa meno proseliti di una soap qualunque
    mi duole constatare che l’ obbiettività è sempre più una chimera distante

    con sincera ammirazione e rispetto

  13. Pietro Francesco
    17 gennaio 2011 a 13:35 | #13

    Nessuno mi dà una opinione sul fatto che in Italia le auto italiane hanno il 28% di quota di mercato mentre in francia le francesi hanno il 60% e in Germania le tedesche hanno il 75%? Forse le difficoltà di fiat derivano anche dal fatto che gli italiani sono anti-italiani??

  14. Pier Paolo
    17 gennaio 2011 a 14:11 | #14

    Carissimo Oscar,
    nella vicenda mirafiori si o no, c’è un aspetto che non ho visto trattato. Se lo stabilimento Mirafiori avesse chiuso, gli operai interessati avrebbero avuto diritto a tutti gli ammortizzatori sociali possibili e immaginabili e forse anche a qualcuno inventato ad hoc
    Questa situazione avrebbe potuto protrarsi per parecchi anni, in questo lasso di tempo molti fra gli operari interessati sarebbero potuti andare in pensione senza più dover lavorare.
    È possibile che, fra chi ha votato no, vi sia anche chi l’ha fatto perchè pensava alla chiusura dello stabilimento come un prepensionamento?
    Io temo di si e penso anche che si possa trattare di una fetta numericamente importante, cosa ne pensi?

  15. Sergio
    17 gennaio 2011 a 14:25 | #15

    Buongiorno,

    - non sono molto d’accordo sul commeno così duro sulla Cgil in quanto negli anni questo sindacato ha firmato centinaia di accordi sindacali, molti dei quali anche con aziende del gruppo Fiat (Cnh, Iveco, …). Mi pare un giudizio un pò “variabile”: la CGIL è un sindacato “responsabile” quando dice sì, ma è un sindacato “estremista” quando dice no… L’unica verità è che la CGIL è tuttora il più organizzato e radicato sindacato italiano, e il risultato nel referendum di Mirafiori lo dimostra, e quindi urge che i dirigenti Fiat quantomeno rivedano l’accordo sulla rappresentanza così come è stato promosso sino ad ora, in quanto è impensabile escludere a priori da un’azienda un sindacato che rappresenta da solo la metà dei lavoratori, di cui la maggioranza nei plant produttivi.
    GLi accordi “alla tedesca” (visto che va di moda dire così…) si trovano nelle trattative e nell’inclusione nei processi aziendali , e non nella guerriglia “mediatica” all’italiana Fiat/Governo vs. Fiom, così come è stato il clima pre-referendum, giocando sul ricatto del salario verso i lavoratori. Saluti

  16. marziano
    17 gennaio 2011 a 15:19 | #16

    Pietro Francesco :
    Nessuno mi dà una opinione sul fatto che in Italia le auto italiane hanno il 28% di quota di mercato mentre in francia le francesi hanno il 60% e in Germania le tedesche hanno il 75%? Forse le difficoltà di fiat derivano anche dal fatto che gli italiani sono anti-italiani??

    deriva dal fatto che le auto del gruppo fiat non si possono vedere.
    a causa della scarsa esposizione concorrenza avuta dal 1975 al 1990 (IVA 38% inclusa) ma non è che dopo…

  17. Pietro Francesco
    17 gennaio 2011 a 15:37 | #17

    Grazie Marziano per la tua opinione, che conferma la mia tesi e cioè che gli italiani si auto-odiano e fanno pubblicità gratis ai marchi concorrenti. Tu sostieni che “le auto fiat non si possono vedere”. In base a cosa? E’ un’affermazione che ha basi razionali? Secondo me non ha basi razionali per due motivi: 1) le tecnologie e la sicurezza (attiva e passiva) delle auto del gruppo fiat sono oggi OGGETTIVAMENTE al pari se non superiori a quelle dei marchi concorrenti (a tal proposito non si dimentichi che la ferrari, oggettivamente riconosciuta come auto migliore del mondo, è posseduta al 90% dalla fiat); 2) il design delle auto del gruppo fiat è anch’esso riconosciuto come il migliore del mondo ed invidato da tutto il mondo che in alcuni casi lo copia e in altri cerca di soffiarci i disegnatori (vedi giugiaro e pininfarina).
    ITALIANI, SVEGLIATEVI! SMETTETELA DI AUTO-DENIGRARVI! SIAMO IL POPOLO PIU’ FESSO DEL MONDO!!

  18. diana
    17 gennaio 2011 a 15:49 | #18

    @dedi

    forse che la divisione in due società non è stata fatta a caso? La Borsa aveva apprezzato… ;-)

  19. davide
    17 gennaio 2011 a 17:51 | #19

    @Pietro Francesco
    secondo me la spiegazione di marziano non regge, come spiegare che che la corea del sud negli anni 70-80 attraverso il protezionismo dell’industria nascente sia riuscita a portorire quello che oggi è un colosso mondiale come samsung (che ha superato sony come fatturato)? la storia della concorrenza come una soluzione della ricerca della qualità superiore è una ricetta semplice, facile, ma sempre veritiera? ho i miei dubbi.
    Per quanto riguarda il fatto che la fiat in italia non riesca ad accaparrarsi i gusti degli automobilisti, è più una discussione da 4ruote, e i gusti sono gusti, non si tratta di essere pro-italiani o no, ma se vuoi un mio parare…io ho guidato auto tedesche (mercedes, audi, vw), auto francesi (renault) e anche una ford…
    mi spiace dirlo, ma caro Pietro, le fiat hanno un sacco di problemi, dopo 30 mila km cigola anche lo specchietto retrovisore, dopo 50 mila km partono le ventole dell’aria condizionata, insomma tanti piccoli problemi che sommati l’uno con l’altro non fanno pendere il favore dei consumatori verso la casa automobilistica torinese, ripeto questa è stata la mia esperienza, e i gusti sono molto personali, ma pensare che la colpa sia solo degli italiani, francamente mi pare un pochino eccessivo e fuori luogo.

  20. Filippo
    17 gennaio 2011 a 21:16 | #20

    Caro Giannino, innanzitutto la mia solidarietà. Lei è una persona competente e seria e dissentire da lei non può autorizzare nessuno a insultarla.

    Ciò premesso, temo di dissentire almeno in parte. Tutto mi sentirei di dire, tranne che i lavoratori di Mirafiori si siano trovati nell’alternativa di votare a favore di un’azienda che proponeva loro un equilibrato patto di cooperazione o di un sindacato che tentava di arruolarli in una battaglia tutta ideologica contro i Padroni. Fosse davvero questa la realtà, il No avrebbe preso il 5% dei voti.
    Invece, il voto era tra un’azienda che proponeva un aut-aut senza infingimenti, con Marchionne che diceva “il piano di investimenti sono fatti miei”, e un sindacato inchiavardato nella difesa del bunker del Contratto Nazionale. Una situazione mortificante per i lavoratori, e le facce che si vedevano in TV lo spiegavano bene.

    Cosa ci sia da festeggiare nella certificazione della fine del sindacato nazionale in Italia, io non so (a meno, ovviamente, di chiamarsi Marchionne): credo che la dignità dei lavoratori e il loro peso non potranno che diminuire ulteriormente. La teoria della “spirale al ribasso” infastidisce gli estimatori di Fiat, che però evitano, Giannino incluso, qualsiasi confronto reale tra le strategie industriali dei produttori europei che fanno profitti e quelle di Fiat: gamma, presenza sui mercati emergenti, investimenti, ecc. ecc. Dovrebbero forse riconoscere che l’unica “best practice” che la Fiat sta mettendo in pratica è l’aumento del carico di lavoro.

    Caro Giannino, lei ha scritto un bell’articolo sugli errori storici del sindacato in Italia; crede che sarebbe difficile scrivere un articolo analogo sugli errori della Fiat? Cosa proverebbe?

  21. Sergio
    17 gennaio 2011 a 22:14 | #21

    Personalmente penso che la Fiat non abbia mai fatto errori, in quanto è riuscita a far guadagnare soldi ai suoi proprietari in ogni situazione, succhiandoli principalmente dallo stato (e quindi da noi contribuenti), nonostante fosse un’azienda destinata negli ultimi anni a fallire. A loro modo quelli della Fiat sono dei geni… basti pensare che sono pure entrati in Chrisler senza tirare fuori un euro, ed ora fanno pure extra-utili in borsa…

    Senza considerare che i Governi tutti hanno usato la Fiat come un ufficio di collocamento itinerante, aprendo fabbriche in posti insensati con la Cassa del Mezzogiorno e incentivi vari (quale imprenditore sano di mente sarebbe andato a produrre auto in Basilicata, in Campania e in Sicilia, quando ha già due stabilimenti a Arese e a Torino ?). Ovviamente la Fiat non ha mai tirato fuori un soldo, tanto paga Pantalone…

    A me dell’italianità importa poco anzi nulla, soprattutto quando si parla di parassiti di stato, cioè i principali succhiatori dei miei “dané”, e quindi meglio un’azienda fallita che un’azienda mantenuta, diretamente o indirettamente, con i soldi pubblici (cioè anche miei…). Scusate, sfogo di tarda sera….

  22. capitanoachab
    18 gennaio 2011 a 16:52 | #22

    quante parole!
    E’ notoriamente la Fiom che progetta le auto Fiat che nessuno vuole acquistare! Tutto il resto è fuffa (e voglia di mostrarsi per partecipare al toto direttore del sole24 ore)

  23. Luca Scopigno
    8 febbraio 2011 a 12:49 | #23

    Sta accadendo quello che hanno sempre desiderato ma ne sono i più tenaci oppositori. I comunisti non si accontentano mai, devono sempre avere un nemico, un cattivo da contestare e combattere. Da un secolo manifestano, protestano, arrivano a uccidere per non lasciare la torta a poche, privilegiate mascelle; e far sedere a tavola i più poveri e i più bisognosi. Proprio ciò che sta accadendo ora: con la globalizzazione, sono stati ammesse al desco dei più ricchi centinaia di milioni di persone (e altre se ne aggiungeranno) che, prima, vivevano (se ci riuscivano!) di stenti o nella miseria più assoluta. Ora, invece, hanno una vita dignitosa!. Ma la pietanza, pur essendo cresciuta, è la stessa e le porzioni, ovviamente, si restringono: più grandi – molto più grandi – per i nuovi arrivati, meno abbondanti per chi era già seduto.
    E non è esattamente ciò che loro, i comunisti, le sinistre, i “difensori della giustizia sociale†hanno sempre voluto? Togliere a chi ha di più per darlo a chi non ce l’ha? Dovrebbero gioire, manifestare nelle piazze di tutto il mondo per il raggiungimento dell’obbiettivo. Semmai, indignarsi perché manca all’appello di una vita più dignitosa ancora qualche miliardo di esseri umani. E invece no, continuano a contestare, combattere e – è la nemesi – a difendere i loro privilegi: non vogliono mollare l’osso. Esattamente come i loro nemici storici: i padroni, i ricchi, i privilegiati a cui volevano togliere beni e denaro per metterli a disposizione dei più bisognosi.
    E quindi le pause in fabbrica non si toccano, i turni devono rimanere gli stessi, le assurde regole che permettono finte malattie e pensioni a baldanzosi giovanotti diventano diritti inviolabili; la scuola che sforna schiere di disoccupati ma occupa migliaia di inutili docenti diventa il simbolo della meravigliosa cosa pubblica; e guai poi a chiudere ospedali che hanno più dipendenti dei posti letto disponibili.
    Ma per quale ragione questi nostri “progressisti†non sono contenti? Primo, da bravi idealisti della più assurda utopia della storia (Jules Renard, letterato francese e socialista, sosteneva che “l’uguaglianza è l’utopia degli invidiosiâ€), non riescono a rendersi conto che, per darle a tutti, le fette di torta si restringono per i pochi che prima sbafavano. Secondo – il motivo più importante -, perché a permettere tutto ciò non sono state le loro manifestazioni di piazza, le loro mazzate, e le loro vittime, ma l’odiatissima economia di mercato. Già, perché è proprio grazie alla libera iniziativa e al libero scambio che qualche miliardo di persone mangia tre volte al giorno, ha una casa dignitosa, un salario sicuro e, soprattutto, un futuro più roseo.

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