È utile e istruttivo, da questo punto di vista, dare un’occhiata a come assai diversamente si guardi oggi al concreto apporto cinese alla crescita mondiale, ora che gli Usa stentano e stenteranno per anni a ricollocare la propria domanda interna ai livelli precrisi. Se leggete il post di Brian Hoyt sul blog della World Bank, vi renderete conto che nell’istituto guidato da Robert Zoellick tutti si danno un gran da fare a credere che la Cina stia facendo il meglio e ancor di più, per sostituire la domanda americana come locomotiva mondiale. Se leggete invece l’intervento di Markus Jaeger sulla Voxeu, potete toccare con mano che a logica dei numeri che più piacciono al FMI dice un’altra cosa. I Paesi BRICs contano oggi circa il 14% del Pil mondiale a fronte del 24% USA, e il prodotto cinse è circa la metà di quello americano. Continuando crescere del 6-7% annuo, anche se gli USA si riprendessero verso il 2% a fine 2010, i cinesi rappresenterebbero al 2014 l’85% del GDP USA. Ma di qui ad allora ciò significa che se i cinesi potrebbero arrivare ad assicurare fino a un 30% della crescita aggiuntiva planetaria nei prossimi anni, ciò non comporterà affatto la sostituzione della domanda USA ai fini della crescita dei Paesi avanzati, non solo di quelli asiatici, che si stanno tutti riorganizzando e aderendo all’invito cinese di esportare essi nel mercato domestico con la stella rossa. Ma soprattutto europei. Insomma: la Cina approfitta della crisi Usa e ne guadagna in leadeship. Ma di qui a dire che essa prenderà il posto dell’America, ce ne passa di acqua sotto i ponti.
]]>Un quarto fattore che potrebbe contribuire alla contrazione degli scambi è l’aumento delle misure protezioniste. Qualunque crescita di questo tipo di misure minaccerà le prospettive di ricupero e prolungherà la crisi. Il rischio di una crescita del protezionismo è fonte di preoccupazione.
Preoccupazione puntualmente confermata dagli eventi, tanto che – a dispetto dei richiami del capo della Wto, Pascal Lamy, e degli impegni solenni, formali e inutili di G8 e G20 – i provvedimenti che, a vario titolo, ostacolano gli scambi sono letteralmente esplosi nel 2009. Nel secondo trimestre 2009, la Wto ha registrato 83 nuovi interventi da parte di 24 paesi più l’Unione europea, al netto delle restrizioni sulle importazioni di carne suina introdotte da diversi paesi come misura precauzionale contro la nuova influenza. Un rapporto della Banca mondiale dello scorso marzo ci aveva del resto avvertiti che il protezionismo era in crescita in 17 dei 20 membri del G20, gli stessi che a ogni occasione stigmatizzano la chiusura del commercio internazionale.
E’ comprensibile che, in un momento di difficoltà, le pressioni sui governi da parte delle imprese travolte dalla crisi si faccia forte, addirittura insostenibile. Ma la difesa della libertà di scambio a livello internazionale è uno di quei temi su cui non è tollerabile o giustificabile alcuna marcia indietro. E non solo perché mantenere l’attuale livello di – diciamo – liberalizzazione può apparire come un sacrificio ma lo è, se lo è, solo nell’immediato, perché nel lungo termine costituisce una garanzia di ricupero più rapido. Soprattutto, il protezionismo non è mai temporaneo: una volta introdotti, i dazi sono complicatissimi da rimuovere, anche perché, tranne che in pochi casi, il loro effetto non viene direttamente percepito dai consumatori.
Il punto fondamentale è che un dazio è una specie di tassa e sussidio, assieme: tassa sui consumatori, che sono costretti a pagare di più ciò che potrebbero avere per meno, e sussidio alle imprese protette, che così vedono alzarsi l’asticella della competizione sul prezzo. Non riesco a immaginare un solo dazio – compresi quelli ambientali e quelli antidumping – che possa avere un effetto positivo. Un dazio è sempre un cedimento della società a favore dell’intervento governativo, ed è sempre un’opera di redistribuzione dai consumatori ad alcune imprese. Per questo essi vanno combattuti con ogni forza e per questo bisogna guardare con simpatia e sostegno alla mossa della Cina.
Basterà? Sicuramente no, anche perché i poteri della Wto sono, all’atto pratico, effettivamente contenuti e inadeguati. Non basterà, e per sconfiggere il protezionismo serve il consolidarsi di coalizioni liberoscambiste all’interno dei singoli paesi. Ma tutto fa brodo, e se Pechino ha delle armi legali per proteggere le sue imprese e i nostri diritti, è bene che le usi.
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