A conta ultimata, “Chicago-blog” ha organizzato un evento speciale su “Dopo le elezioni di Mid-Term. Quanto pesano i Tea Party? Parlano i protagonisti”, con Oscar Giannino (Direttore, Chicago-blog), C. Boyden Gray (già Ambasciatore americano presso l’Unione Europea), Matt Kibbe (Presidente, FreedomWorks). Coordina: Alberto Mingardi (Direttore Generale, Istituto Bruno Leoni).
Per l’occasione seguiremo il confronto in tempo reale. Dal “Caffè degli Atellani” di via della Moscova, 28 a Milano liveblogging dell’evento.
18.51. Il fenomeno Tea Party in Italia? Per Giannino non è importabile. Nella nostra storia manca la profondità del pensiero liberale. Nel nostro paese il diritto alla proprietà è ancora un ostacolo all’eguaglianza.
18.48. Si spiega così, quindi, come i tea parties nel nostro immaginario diventino una mera reazione ad Obama (prima balla) e il popolo degli stessi un manipolo di individui dalle caratteristiche antropologiche curiose (seconda balla).
18.45. Il fenomeno Tea Party difficile da comprendere in Italia dove è raro che un movimento parta dal basso.
18.41. Seicento gli articoli scritti prima e dopo il voto del mid-term. Solo il 10% ha superato il “test della qualità”. Le testate italiane più attendibili: La Stampa e Il Foglio.
18.35. Possibile movimento Tea Party in Italia? Cosa la stampa ha riferito sul movimeto americano e come? …Le “balle” più diffuse. Questi i punti dell’intervento di Oscar Giannino.
18.32. Termina l’intervento di Boyden Gray. Giannino impugna il microfono.
18.30. …che torna sul punto di forza dei Tea Parties: il potere dell’individuo. “Not big government, not big business, only individual power!”.
18.20. La parola passa a Boyden Gray
18.18. Termina l’intervento Matt Kibbe. Arriva Oscar Giannino.
18.13. “Look at the contract!”... “Contract from America”, s’intende. L’ “opa dei Tea Party” sul partito repubblicano.
18.06. Ancora Matt Kibbe sul senso intrinseco al movimento: mobilitare l’elettorato, creare un modo nuovo di fare politica, aggregare il consenso.
18.02. Quali sono le motivazioni che spingono a fare parte del movimento Tea Party? …La parola a Matt Kibbe.
17.54. Mingardi introduce l’incontro e i relatori: C.Boyden Gray, Ambasciatore americano presso l’Unione Europea e Matt Kibbe, presidente di Freedomworks. Due attori principali del movimento dei Tea Party che si fa interprete dello sbigottimento cittadini americani per alcune soluzioni indigeste di Obama. Raccoglie chi dice No all’aumento della spesa pubblica.
17.52. Gli ospiti si accomodano. Mingardi giustifica il ritardo: “…Minuti utili a spiegare agli ospiti stranieri come funziona l’Italia!”
17:45. La sala è già gremita. In attesa di Oscar Giannino, lasciamo i filtri a riposo per una concentrazione ottimale…
17:30. É l’ora del tè… Un tè con Oscar! Caldi i teapots, fervente l’attesa per l’incontro…
]]>Ma è davvero cosi? Esiste una sola America dell’auto, vale a dire quella salvata da Barack Obama grazie ai miliardi di sussidi pubblici e simile all’Italia anni ‘90?
L’America di cui parla Mucchetti nel suo intervento non è un esempio da seguire. Questo è certo. Salvare l’industria dell’auto di Detroit è stato uno dei maggiori errori dell’Amministrazione Democratica americana e l’unico perdente è stato il contribuente americano.
Sergio Marchionne è stato capace di entrare nel capitale di Chrysler senza sborsare un euro. Fiat possiede giá il 20 per cento delle azioni dell’ex gigante di Detroit e potrá salire al 51 per cento per “soli” pochi miliardi di dollari. Un’operazione politica, perché di questo stiamo parlando, perfetta.
Ha dunque ragione l’editorialista del Corriere della Sera?
L’America, per fortuna, non si ferma a Detroit. Esiste un’altra America, più dinamica, che ha capito da che parte girava il vento dell’auto.
Sono gli Stati del Sud, che sempre hanno avuto uno sviluppo economico inferiore rispetto al Nord e agli Stati della Costa Atlantica. Sorprenderà, ma i grandi Stati produttori di veicoli oggi si chiamano Ohio, Kentucky, Alabama. Qui vi è stata ormai da circa due decenni una rivoluzione silenziosa, che ha saputo riformare il settore dell’auto statunitense. Quattro milioni di veicoli prodotti nel momento di picco, grazie all’arrivo di investitori stranieri e non ai soldi dei contribuenti pubblici. Una sana concorrenza tra gli Stati, che il Governo Obama ha pensato di falsare grazie al salvataggio pubblico di due delle “big three”.
Nel vecchio polo automobilistico di Detroit, le posizioni sindacali e l’incapacità di cambiare di un intero “distretto” hanno portato al fallimento di GM e di Chrysler.
La soluzione adottata da Barack Obama è stata quella di iniettare decine di miliardi di dollari per tenere in piedi un sistema ormai vecchio. Questi miliardi hanno portato ad avere una Chrysler che ancora adesso, è a maggioranza azionaria dei sindacati (gli stessi che hanno portato al fallimento) e il Governo Americano.
Il costo del lavoro negli Stati del Sud degli USA nel settore auto, che producono ormai quasi il 40 per cento delle auto americane, grazie agli investimenti diretti esteri delle case automobilistiche europee, giapponesi e coreane, è inferiore di oltre il 40 per cento rispetto al distretto di Detroit.
Si parla di un settore che genera oltre 81 mila posti di lavoro diretti e oltre mezzo milione di posti di lavoro indiretti.
La concorrenza nel sapere attrarre gli investimenti è essenziale e questo l’Italia non l’ha capito, nonostante gli avvertimenti di Marchionne.
Avere una parte del sindacato che vuole bloccare Fiat, perché l’azienda porta un investimento di centinaia di milioni di euro in Italia (caso Pomigliano d’Arco) in cambio di maggiore produttività, mostra come l’Italia sia destinata a fare ulteriori passi indietro nelle classifiche di competitività citate ieri da Sergio Marchionne nella trasmissione televisiva condotta da Fabio Fazio.
L’America ha ancora tante cose da insegnare all’Italia nel settore dell’auto. L’esempio però arriva da quegli Stati del Sud degli USA che hanno saputo attrarre investimenti esteri e non arriva certo dal modello di “fabbrica di Stato” che è stato alla base della politica di Obama negli ultimi due anni.
“L’auto di Stato” non è il modello americano, è il modello Obama. L’unica certezza è che l’Italia, che per troppi anni ha sussidiato Fiat, con Marchionne ha l’opportunità di voltare pagina.
Saranno capaci i politici e i sindacati a comprendere la svolta?
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L’esplosione nella piattaforma Deepwater Horizon ha una serie di cause prossime: la sfiga e la cultura industriale di Bp, anzitutto. Ma ha anche cause remote che hanno creato un humus fertile perché le cause prossime scatenassero il disastro.
Partiamo da due situazioni estreme: nella situazione A la proprietà del sottosuolo (e delle risorse minerarie in esso contenute) è “pubblica”, nella situazione B è ”privata” (non mi interessa definire come e chi ne ha diritto allo sfruttamento, è sufficiente che sia un soggetto privato e che i suoi diritti siano chiari e riconosciuti da tutti). Nella situazione A mi aspetto fenomeni di sovra- o sotto-sfruttamento, dovuti al fatto che il governo ritiene di dover spremere la rendita mineraria oppure, all’opposto, che pensa che non sia opportuno turbare l’ecosistema con le trivelle. In entrambi i casi il risultato è socialmente inefficiente. Nella situazione B, invece, mi aspetto che le risorse vengano sfruttate nella misura in cui ciò è conveniente (dati i prezzi relativi delle risorse minerarie e dei beni ambientali, naturali e paesaggistici che, per estrarle, possono essere compromessi). Guillermo Yeatts, già manager di diverse imprese attive nella filiera petrolifera e autore dello splendido Subsurface Wealth: The Struggle for Privatization in Argentina, spiega molto bene i vantaggi di B rispetto ad A. Da un lato, in A la rendita mineraria viene sovente utilizzata per puntellare regimi corrotti e dittatoriali, mentre beneficia poco e/o male le popolazioni direttamente coinvolte dalle attività estrattive. In B, è vero il contrario. Incidentalmente, questa è la ragione per cui la scoperta di un giacimento è un dramma sociale con tinte da Guerra di Troia nella foresta Amazzonica, mentre è una bella notizia, chessò, in Oklahoma. Dove le risorse minerarie sono di proprietà pubblica, l’intero beneficio è catturato dal governo e dalle sue clientele (senza contare che i mezzi di produzione sono normalmente inefficienti). Dove invece esso è privato, il benessere tende a estendersi in un clima di relativa pace sociale.
Cosa c’entra tutto questo con Bp? In fondo, ho appena scritto che gli Usa sono più simili a B che ad A. In realtà, come spiega Rob Bradley, un po’ perché l’estensione delle terre di proprietà pubblica è enorme, un po’ perché le aree offshore ricadono sicuramente (attraverso concessioni e altre diavolerie) in questa categoria, un po’ perché la regolamentazione ha fatto il resto, negli stessi Stati Uniti è in atto un processo di surrettizia “pubblicizzazione delle risorse minerarie”. In questo contesto, il ruolo del governo centrale e del Bureau of Ocean Energy Management (l’ex Minerals Management Service) diventa sempre meno di regolazione tecnica, e sempre più di pianificazione centrale. Quel maledetto buco non ci ha lasciato solo un costoso bando sulle trivellazioni offshore: lascia anche una mole di regolamentazione in crescita, che rischia di andare ben oltre la definizione di requisiti di sicurezza più o meno stringenti (che può incentivare o disincentivare l’assunzione di rischio minerario, aumentando o riducendo i costi di ingresso, ma almeno è relativamente meno distorsiva e relativamente meno arbitraria).
Come spesso accade, insomma, la risposta a un disastro è irrazionale e sbagliata: anziché rimuoverne le cause, essa finisce per ingigantirle. Di fatto, il modo in cui l’amministrazione Obama (e altri governi in giro per il mondo) sta gestendo la faccenda lascia prevedere che, se nell’immediato avremo un giro di vite sulla ricerca ed estrazione petrolifera e quindi una produzione subottimale nei paesi Ocse, nel lungo termine potremmo incrementare il disallineamento tra gli incentivi delle compagnie petrolifere e gli interessi “pubblici” (comunque definiti). E avremo una maggiore dipendenza delle decisioni di investimento dal parere, variamente definito e variamente raggiunto, degli uffici pubblici, con l’inevitabile creazione di azzardo morale (se ho tutte le carte bollate a posto, posso fare cose che altrimenti non farei).
Ci troviamo, cioè, di fronte a un doppio effetto Peltzman: c’è un effetto Peltzman “di primo ordine” in virtù del quale imprese e governi reagiranno ai bandi occidentali spostando produzioni e investimenti nei paesi da cui, ogni giorno e ogni ora del giorno, si dice dovremmo dipendere di meno (non lo dico io, che non me ne frega niente: rilevo che quelli che diventano isterici per il petrolio iraniano e il gas russo, non dovrebbero sostenere bandi e vincoli sulle risorse Ocse…). Poi, c’è un effetto Peltzman di second’ordine in virtù del quale chi ottiene permessi si sentirà “blindato” e dunque agirà prestando relativamente meno attenzione ai rischi reali, e relativamente più attenzione agli obblighi burocratici (come è in parte successo a Bp, in fondo, seppure con una serie di aggravanti).
In breve, per minimizzare la probabilità di incidenti spiacevoli bisognerebbe privatizzare in senso proprio le risorse minerarie (cioè il sottosuolo), ridurre le regolamentazioni alla mera definizione di standard tecnici operativi, e cancellare ogni norma che possa collettivizzare i rischi (come il ridicolo limite alla responsabilità civile delle compagnie petrolifere).
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Lo studio nasce in realtà dalla domanda se sia giusto, il tentativo di Obama in atto negli USA di estendere lo Stato e il suo prelievo fiscale sempre più verso grandezze europee. Ma poiché per dimostrare la sua risposta – che è no – deve dimostrarne la ragione, e per farlo prende in considerazione gli effetti comparati che la tassazione sul lavoro esercita in concreto sulle ore lavorate in tutti i Paesi Ocse, ecco che i dati servono benissimo a riflettere anche a casa nostra, in Italia. Perché i dati mostrano inequivocabilmente che continua ad aver ragione il buon Ted Prescott, che ci ha preso il Nobel coi suoi studi sul rapporto che l’alta pressione fiscale esercita, disincentivando l’offerta di lavoro.
Per averne evidenza, prima ancora di leggere il paper andate direttamente alle due tabelle. Nella tabella 1 trovate il totale della pressione fiscale e contributiva sul lavoro nei maggiori Paesi OCSE, nel 1960, 1980. e nel 2000. La media OCSE passa dal 25,4% del ’60, al 36% dell’80, al 41,9% nel 2000, cioè cresce in 40 anni di 16,5 punti. Gli Stati Uniti però sono il Paese che resta assolutamente sotto media, passando dal 22,1% del ’60 al 28,6% nel 2000, con un aumento di soli 6,5 punti. Tutti i Paesi europei hanno incrementi a doppia cifra e quasi sempre partendo da una base iniziale più alta: la Germania passa da 33,5% al 47,7% con un più 14,2; la Francia passa da un 36,6% al 49,7% con un più 13,1; la Finlandia da un 26% al 52,4% con più 26,4. L’Italia è il Paese con la maggior crescita del prelievo sul lavoro nel quarantennio dopo appunto Finlandia e Svezia (quest’ultima passa dal 31,6% al 59,1% con un più 27,5). Sul lavoro italiano, la pressione ficale e contributiva passa dal 25,5% del 1960 – una media pari allora a quella del Regno Unito – al 49,1% con un aumento di 23,6 punti (mentre il Regno Unito sale solo di 10 punti, e si ferma nel 2000 a un prelievo del 36%).
Qual è l’effetto sulle ore lavorate esercitato dal diverso andamento del prelievo tributario e contribuitivo? Andate alla tabella 2. In media le ore lavorate settimanalmente per persona di età 15-64 nei Paesi Ocse passano da 28,1 nel 1960 a 23,3 nel 1980 a 22,5 nel 2000: in media cioè a un aumento nel quarantennio del 16,5% di tax rate reale corrisponde una diminuzione di ore lavorate pari a -18,7% in area Ocse.
Solo che questo dato è la media di due sottoinsieme assai diversi. Da una parte ci sono gli Stati Uniti (e il Canada), in cui la limitata crescita della pressione fiscale sul lavoro pari al solo 6,5% ha prodotto un aumento delle ore lavorate del 10% tra il 1960 e il 2000 (state attenti, la cifra delle ore lavorate nel 2000 USA è sbagliata per un refuso: ripetete quella sovrastante del Regno Unito ma ho controllato, in realtà non è 23,3 ma 25,3 rispetto alle 23,7 del 1960, dunque più 10% appunto). Nei Paesi europei, invece, in media maggiore è l’aumento della pressione fiscale maggiore è il decremento di ore lavorate: in Germania il calo è del 30% passando dalle 28,7 del 1960 a 19,8; in Francia è del 35,3% passando dalle 29,8 a 19,3. In Italia il decremento è del 32,3%, passando da 31,2 ore settimanali a 21,2. L’unico Paese a fare vera eccezione alla regola è la Svezia, dove malgrado l’incremento di 27,5 punti di presione fiscale fino allo spaventoso 59%, il decremento di ore lavorate sui limita nel quarantennio al 7% cioè da 25,3 a 23,5: ma la spiegazione è che nel 1960 la media settimanale svedese era già la più bassa dell’Europa continentale, di 7,5 ore inferiore alla media britannica, d 5,9 rispetto all’Italia, di 3,4 rispetto alla Germania.
La conclusione è evidente. Più aumentano tasse e contributi, più la gente sta a casa invece di lavorare. Trovate tutta la letteratura del caso per approfondire indicata a fine saggio, se pensate che le differenze culturali abbiano un peso – ce l’hanno – come i più o meno efficienti sistemi nazionali di welfare – ce l’hanno anch’essi, e il nostro è inefficiente, basato sulle ipertutele rigide concentrate in capo ai dipendenti a tempo indeterminato. Ma l’andamento dell’Olanda, disaggregato per periodi di tempo in cui tasse e contributi sono saliti rispetto a quando la politica ha deciso di abbassarli ( a differenza degli altri Paesi dove l’aumento non ha praticamente mai conosciuto se non soste, ma senza mai invertire segno), testimonia che a ogni discesa e risalita fiscale ha corrisposto inversamente un aumento o una diminuzione delle ore lavorate. Come volevasi dimostrare.
Per questo dico: evviva il sidnacato che si decide a scendere in piazze per meno tasse. Inevitabilmente anche di qui, passa la possibilità – per me: necessità – di una maggior produttività per l’Italia. Noi diremo sicuramente che i tagli a tasse e spesa servono più incisivi, ma il sindacato in questo caso dà una mano eccome. Perché rompe finalmente un tabù storico. Era tempo, santiddio.
]]>Forse è il caso di riflettere su due numeri, per capire quanto seria sia la questione dell’innalzamento della produttività da realizzare nel nostro Paese. Noi come italiani e come europei non abbiamo tanto un problema di produttività oraria a parità di qualifiche e mansioni, rispetto per esempio agli USA. Dagli anni Ottanta l’America ci ha strabattuto in produttività – a parte che per il più massiccio uso di tecnologie ITC – per due ragioni: lavoravano molti più americani che europei sul totale della popolazione in età da lavoro, e lavoravano per più ore e giorni e settimane l’anno, rispetto agli europei. Nel 1997, sul totale della popolazione tra i 15 e i 64 anni, lavorava il 73,5% degli americani, rispetto al 58,5% come media allora degli attuali Paesi dell’euroarea, quando in Italia la percentuale era del 51,3%, in Francia del 59,6%, in Germania del 63,7%.
A fine dicembre 2009, dunque incorporando gli effetti della crisi, la terribile disoccupazione americana ha abbassato il tasso di partecipazione per la prima volta da decenni ben sotto il 70%, al 67,6% per la precisione. La media dell’euroarea si è molto avvicinata agli USA, arrivando al 64,7%. Ma è una media che incorpora Paesi come la Germania al 70.9% (attenzione, nel 2009 è salita la partecipazione rispetto al 2008 malgrado la crisi, a conferma di quanto sia robusto economicamente quel Paese), la Francia al 64,2%. E l’Italia resta a uno sconsolante 57,5%. Abbiamo ancora più di 13 punti pieni percentuali di partecipazione al mercato del lavoro da recuperare, rispetto alla Germania leader europea. E’ per questo che servono regole diverse, i 18 turni, e straordinari senza scioperi contrattati da sindacati che si rendano conto di come va il mondo oggi, e di che cosa dobbiamo metterci in condizione tutti di fare per vicnere la sfida e difendere la manifattura italiana, la base per l’occupazione di oggi e di domani, il traino della crescita italiana attraverso l’export.
Questi 13 punti invece è come se non esistessero, per tutti coloro che invocano il lavoro per decreto legge o per decreto di un giudice. Mi dispiace, ma non avrei mai pensato che Chiesa e Quirinale potressero rivelarsi così irresponsabili, da incoraggiare chi chiude gli occhi di fronte alla realtà e invoca il diritto a bloccare le fabbriche.
]]>Quanto allo stato della finanza pubblica, i più interessati possono approfondire qui le più recenti proiezioni del Congressional Budget Office. Segnalo che l’ipotesi peggiore è che il debito publio si alzi fino al 500% del GDP entro il 2050-60, e che la spesa pubblica federale passi dall’attuale già record livello del 23% GDP a ben oltre il 50%. Qui trovate invece tabelle e commenti del “nostro” John Taylor in cui si compara lo scenario CBO con quello proposto invece dal congressman repubblicano Paul Ryan: il debito pubblico resta ben sotto il 100% del GDP, con una spesa che in proiezione scende sotto il 20% del GDP e tagli alle tasse. Inutile dire nche la forbice tra i due scemnari, in termini di deficit, debito e tasse, è letteralmente spaventevole: ed è questa attesa di tasse inevitabilmente bibliche, che l’economia americana tende a iniziare a incorporare nel suo atteggiamento concreto. E’ per questo che l’economia frena, dopo l’effetto effimero dei maggiori assunti nel settore pubblico tutti gli altri iniziano a fare i conti di quanto tutto questo costerà negli anni a venire. Qui trovate un’ottima grafica sugli effetti per diverso decile di reddito dei contribuenti USA del ripristino indicato da Obama a fine 2010 dei tagli alle tasse voluti da Bush: sono 3 mila miliardi di dollari di maggior gettito per l’affamta Belva pubblica, tanto per greadire l’antipasto.
Dice Larry Kotlikoff che gli USA sono già al fallimento,anche se non fa fino ammetterlo. Leggete bene, Larry insegna a Boston e non è un pazzo, perché troverete conferma che se si adotta uno schma di sostenibilità intertemporale a tempo infinito degli attuali entitlements pubblici sanitario-previdenziali, il debito pubblico USA è di 202 trillioni di dollari cioè 15 volte superiore a quello ufficiale. Ed è di fronte a questi numeri, che Obama vuole fare ancora più deficit e più tasse. Vi stupite ancora, che la ripresa americana sia in picchiata?
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Ufficialmente, il dazio è stato creato per contrastare l’effetto distorsivo dei sussidi americani alla produzione di biocarburanti che, piombando nell’ambito del pacchetto di stimolo obamiano in un periodo di prezzi calanti dei prodotti agricoli, avrebbero causato un regime di concorrenza sleale (a Genova diciamo: O corvo dixe a o merlo: “cumme t’è neigru!”). Se, comunque, il problema fosse solo questo, i dazi dovrebbero essere limitati alle importazioni dal Nordamerica. Invece, si applicano (anche se in misura inferiore) a tutti i biocarburanti importati, compresi quelli dai paesi tropicali che sono più economici e più efficienti in termini di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Il tema non è nuovo; anzi, è talmente trasparente che me ne ero già occupato in tempi non sospetti (quando ancora i biocarburanti andavano di moda e non si era sollevato il polverone sui potenziali impatti nefasti di quelli di prima generazione: le principali critiche sono riassunte qui da Elisabetta Macioce).
La triste verità è che la politica europea dei biocarburanti è una semplice e neppure troppo sofisticata foglia di fico. Se n’è accorto persino il Parlamento europeo, che è tutto dire. Se ne era accorto, soprattutto e con onestà, l’ex commissario europeo al Commercio, Peter Mandelson, che combatté una battaglia (perdente) per cancellare queste barriere. Restano dunque attuali le sue parole:
Biofuel policy is not ultimately an industrial policy or an agricultural policy – it is an environmental policy, driven above all by the greenest outcomes,” Mandelson said. “Europe should be open to accepting that we will import a large part of our biofuel resources. We should certainly not contemplate favoring EU production of biofuels with a weak carbon performance if we can import cheaper, cleaner biofuels.
Purtroppo, finché questo equivoco non sarà chiarito, una frontiera della ricerca promettente rimarrà viziata, e gli sforzi più innovativi dovranno subire l’onta della confusione con interessi meno nobili.
]]>I governi hanno mostrato più prontezza ed energia, nel valutare i rischi che si aprivano sotto i piedi europei, e la necessità di un’energica correzione di rotta su deficit e debito pubblico. Al termine del primo semestre 2010, abbiamo oramai una stima precisa delle manovre di correzione varate da tutti i Paesi europei. Se si somma il Regno Unito ai 16 Paesi dell’eurozona, la correzione complessiva del deficit tendenziale – per oltre l’80% concentrata più nel breve che nel medio termine, tra 2011 e 2013 – è infatti stata pari al 4,1% del Pil totale di riferimento. Si va dalle punte massime del -10,7% della Grecia, -8,2% della Spagna, -6,6% del Portogallo, -6% del Regno Unito, -5,3% del Belgio, -4,5% della Francia, al – 3,2% dell’Irlanda (che sembra più basso di quanto non sia in realtà, visto che bisogna sommarvi altri 2,5 punti di Pil di deficit in meno tagliati già nel 2008s ul 2009). Fino al -3% della Germania, -2,5% della Slovacchia, -2,1% dell’Olanda, e al -1,6% dell’Italia.
In questa classifica, l’Italia è tra quelli che hanno tagliato di meno, sotto di di noi c’è solo l’Austria con una manovra correttiva pari allo 0,9% del suo Pil. Ed è una collocazione rispetto alla quale vale la pena di spendere qualche parola. Se infatti pensiamo che l’Italia, col 14,2% di quota del Pil euroarea+UK, ha invece un debito pubblico pari al 23,6% complessivo (superato dalla Germania, che sta al 25%, la Francia ci segue col 21,2%, il Regno Unito sta ancora solo al 15,2%), se ne potrebbe dedurre che la manovra di stabilizzazione italiana è stata insufficiente, rispetto alla media degli altri grandi Paesi.
Ma quello che non bisogna mai dimenticare era la situazione tendenziale in corso allorché è esplosa la crisi dell’eurodebito, a metà del gennaio scorso. L’Italia era infatti a fine 2009 il Paese con minor deficit primario nell’intera lista, di poco superiore al punto di Pil, dopodiché venivano Germania e Austria intorno ai 2 punti, il Belgio a 2,5, l’Olanda a 4 punti, tutti gli altri oltre i 5 punti come la Francia, oltre i 7 come il Portogallo, quasi a 9 la Grecia, addirittura a 10 Regno Unito e Spagna e infine a 12,5 l’Irlanda. La media del deficit primario europeo e britannico era superiore ai 5 punti di Pil, cioè di 4 punti peggiore della nostra, e questo spiega perché il governo italiano per non deprimere troppo l’economia reale se la sia potuta cavare con una correzione tendenziale molto inferiore alla media.
Alcuni, come il professor Paolo Manasse che insegna Economia Internazionale a Bologna, hanno provato a formulare una simulazione nella quale l’aggiustamento di ogni Paese europeo è stato ricondotto a una situazione virtuale, e cioè rispetto a quello medio europeo se le condizioni di debito accumulato, deficit primario, effetto del cambio sul peso relativo dell’export, e bilancia di parte corrente fossero quelli dati dal distribuire a ciascun Paese per il suo peso di abitanti la somma aggregata complessiva di ciascuna di quelle grandezze. In tale simulazione, i Paesi più virtuosi per strategia antideficit di questi mesi rispetto alla media risultano nell’ordine Belgio, Portogallo, Olanda, Spagna e Germania. Mentre a risultare più distante dalla linea mediana della virtù risulta proprio l’Italia, seguita dall’Irlanda, Slovacchia e Austria.
E’ ovvio da che cosa dipenda: dal fatto che con un simile metodo il debito pubblico accumulato pesa molto più del basso deficit primario. Di conseguenza, se ne ricava che l’Italia dovrebbe tagliare tra i 2,4 e i 2,7 punti aggiuntivi di deficit rispetto al Pil in 5 anni, per ridurre più velocemente il suo debito. Ma qui il discorso si fa complicato. Perché significa non più occuparsi di exit strategy come facciamo qui, cioè di come fronteggiare il costo fiscale potenziale aggiuntivo di circa 30 punti di Pil per i Paesi del G20 a seguito della crisi. Ma di valutare quel che occorre per rimediare all’esplosiva tendenza del debito pubblico precedente alla crisi, per via del troppo welfare pubblico rispetto all’invecchiamento futuro della popolazione: un costo aggiuntivo che il FMI valuta attualmente in ben 400 punti di Pil per il G20 nel prossimo trentennio. Per questo politica e opinioni pubbliche è meglio che capiscano, che l’era dello Stato grasso è finita per un bel pezzo.
]]>A quanto ammontano i debiti pubblici mondiali? A fine 2009, l’astronomica cifra era di 34 mila miliardi di dollari, qui i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, con i 23 Paesi oltre i 100 miliardi di $ di debito, e l’aumento relativo 2007-09. Attenti che il debito USA di fine 2009 a 7,8 triliardi (1 triliardo uguale mille miliardi) di dollari è di molto sottostimato: nel debito federale ufficiale non rientra infatti, per norme contabili USA, il debito di 8,1 triliardi a fine 09 relativo a Freddie Mae e Fannie Mac integralmente pubblici, né i 4,1 triliardi relativi al debito sanitario e previdenziale pubblico. In parole povere, il debito pubblico “vero” USA batte tutti glia ltri, con oltre 20mila miliardi di dollari ed è già dunque al 115% del GDP USA, come quello italiano a fine 09. Aggiungo che nel primo trimestre 010 il debito pubblico tedesco, qui quinto dopo Giappone, USA, Italia e Francia, ci ha superato ed è a oggi il terzo al mopndo per consistenza, poi Italia quarta e segue Francia. In ogni caso, il debito pubblico totale è aumentato di oltre il 30% in due anni. Non sono pazzi, i mercati, a diffidarne. A fine anno scorso, prima dell’esplosione dell’eurocrisi, il debito pubblico era già diventato la voce di debioto più pesante al mondo, rispetto ai bonds privati.
Ma il default di Stati sovrani, è un evento raro, il timore agitato solo da liberisti lunatici? Manco per niente. Qui, la distribuizione annuale secondo il FMI dei ben 244 espisodi di default sovrani negli anni tra il 1824 e il 2004. Qui i singoli Paesi in default per anni, dal 1820 al 1920. Qui, quelli tra il 1920 e il 1980. Qui, i successivi sino al 2003. Come dite? C he a stragrande maggioranza sono Paesi latino americani e Africani, tranne poi quelli ex comunisti? Certo, certo. Ma Grecia e Spagna sono plurifallite, nella storia, mica no. E dunque, mai dire mai. Questo intero post vi dà brevi cenni sulla più recente letteratura specializzata e sulle metologie seguite su come predire le crisi sovrane. Questo è il più recente paper del FMI in materia, di Paolo Manasse, Nouriel Roubuini e Axel Schimmelpfennig.
Andiamo alla conclusione. Qui la stima fatta da CMAVision delle probabilità di default dei debiti sovrani nazionali per singolo Paese di qui a 5 anni, alla fine del primo e del secondo trimestre 2010. La metodologia è complessa, non si basa sui CDS troppo volatili, ma sui premi di liquidità rispetto ai titoli pubblici USA che come vedete il mercato continua a giudicare più sicuri di tutti stante che il dollaro è il tallone monetario globale. La stima è ulteriormente complicata perché ogni debito pubblico ha duration temporali diverse, rispetto a quella media USA. In ogni caso, come vedete a livello mondiale al 30 giugno scorso la media di probabilità di default mondiale era del 7,4%, e cioè rispetto ai 34 triliardi di debito di fine 2009 diventati intanto più di 39 triliardi, quasi 3mila miliardi di dollari erano considerati a fortissimo rischio. Ma vi invito a riflettere sul fatto che dopo la Grecia -53% di probabilità di default – Argentina al 48%, Portogallo al 23,6%, Irlanda al 20,8%, viene l’Italia con il 15,5%. Prima della Turchia, dell’Indonesia e di tutti gli altri.
Sopno io il lunatico? O chi protesta e illude dicendo che dei tagli si può e si deve fare a meno? Lo Stato è corruttore di verità e dissipatore di tempo, come sempre.
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