CHICAGO BLOG » Tremonti http://www.chicago-blog.it diretto da Oscar Giannino Thu, 23 Dec 2010 11:09:36 +0000 it hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.0.1 No eurobond, tre cose servono all’Italia /2010/12/07/no-eurobond-tre-cose-servono-allitalia/ /2010/12/07/no-eurobond-tre-cose-servono-allitalia/#comments Tue, 07 Dec 2010 17:35:39 +0000 Oscar Giannino /?p=7802 Dunque come previsto all’Ecofin la Germania ha detto no. No sia al rafforzamento dell’EFSF: tradotto, significa non c’è capienza per salvare Portogallo e Spagna. Sia alla proposta Tremonti-Juncker di eurobond avanzata ieri sul FT. Il ministro italiano dell’Economia ha dichiarato di essere ottimista, anche l’EFSF l’Italia lo propose a fine 2008 e molti risero, poi la Grecia in panne nella primavera 2010 obbligò a vararlo. Lo stesso avverrà per gli eurobond, pensa Tremonti. Vedremo al Conmsiglio Europeo e al summit dei capi di Stato e  di governo che lo segue. A me non pare probabile che le cose si smuovgano, e oltretutto la proposta di un’Agenzia del Debito Europeo che rilevi debito dei membri eurozona fino al 40% del Pil comune e cioè di ciascun membro, mantiene due punti che non mi sono affatto chiari e che anzi mi appaiono temibili. Continuo a pensarla come Roberto Perotti oggi sul Sole. Era meglio ristrutturare il debito greco a febbraio, avviare cioè un semidefault che avrebbe scoraggiato a insistere tutti gli altri membri “eurodeboli”. Congiuntamente credo che il problema irrisolto sia quello delle banche innanzitutto tedesche e francesi, come ho scritto ieri. E che comunque l’Italian dovrebbe fare tre cose, subito e di suo, senza confidare negli eurobond.

I due punti non chiari – a me almeno – della proposta Tremonti-Juncker riguardano: i tassi ai quali si praticherebbe lo swap tra debito nazionale e debito dell’EDA; il premio ai più deboli.  I tassi d imercato cioè spread compresi sono esclusi, naturalmente, in sede ci conversione. I proponenti hanno parlato di conversione  “alla pari”, e hanno aggiunto che anzi andrebbe assicurato un premio ai Paesi sotto stress. E’ come dire che aboliamo dal 50 al 100%b il potere del mercato di esprimere un giudizio sui diversi premi di rischio Paese: non si tratta di essere tedeschi, per respingere un’idea di questo tipo. E’ evidente che incoraggia comportamenti irresponsabili, da parte della politica fiscale e di bilancio a livello nazionale.  La seconda proposta non chiara riguarda il proposto meccanismo di sostegno da parte dell’EDA al finanziamento di almeno il 50% dei nuovi titoli che sarebbero emessi dagli Stati membri, e anche qui si propone di giungere fino al 100% dui finanziamento in caso di stress. Un secondo e temibile premio all’azzardo morale dei governi.

Veniamo all’Italia. Tremonti, tra manovra pluriennale estiva e correzioni nella legge di stabilità per il 2011, ha frenato il deficit tendenziale dello 0,9% di Pil per il 2011, e dell’1,5% sia nel 2012 che nel 2013. Altri hanno dovuto fare sforzi multipli di tali grandezze. La spiegazione del perché siano stati “costretti” a fare più dell’Italia si chiama avanzo primario. Il saldo primario è la differenza tra uscite e entrate, al netto della spesa per interessi sul debito. Tra i 16 paesi dell’eurozona l’Italia è in testa. Positivo nel 2008 (+2,5% del Pil) il saldo primario italiano ha girato, causa recessione, per la prima volta dal 1991 in territorio negativo nel 2009 (-0,6%). Per il 2010, si dovrebbe chiudere di poco sotto lo zero. Per tornare ad avanzo primario positivo nel 2011. Livelli nettamente migliori della media dell’eurozona, pari a -3,6% nel 2010 e a -2,9% nel 2011. Tra i big, la Germania registrerà disavanzi primari nel 2010 e 2011 del -2,3% e -2%, la Francia del -5,4% e -4,5%. Terribili gli andamenti dell’Irlanda (-8,8% e -7,6%), Spagna (-7,6% e -7,2%). Meglio la Grecia post massicci tagli primaverili(-4,0% e -4,1%).

Ma il premio di rischio dei titoli pubblici dipende da altre due cose: dalla crescita, dall’ammontare di interessi da pagare sul debito. Eccoli, i talloni d’Achille del nostro Paese. L’aumento del Pil italiano è dell’1,1% quest’anno e l’anno prossimo, previsto in lieve miglioramento nel 2012 all’1,4%. La serie tedesca è 3,7%, 2,2% e 2%. Quella francese +1,6% in 2010 e 2011, 1,8% nel 2012. Quando la crescita di un Paese è inferiore agli oneri sul debito, o l’avanzo primario compensa la differenza oppure il debito pubblico sale ancora. Noi siamo su quella via: ma tutti quelli che gridano contro Tremonti, al centro e a sinistra, vogliono più spesa pubblica.

Infine, gli interessi sul debito. Siamo più esposti alle oscillazioni degli spread di altri che hanno avanzi primari peggiori. Per diluire il più possibile gli interessi del debito ed accrescere la durata media dei titoli emessi noi teniamo in media quattro aste al mese, due di titoli a breve e due a durata medio-lunga. L’ammontare è minore delle maxi aste concentrate in pochi mesi adottate dai più nell’eurozona. Una strategia ottima quando è basso lo spread, come nel primo decennio dell’euro. Quando il mercato balla, più emissioni si traducono in più occasioni per il mercato di premere il doppio pedale tra basso prezzo nominale di acquisto e alto rendimento. Per questo siamo finiti sopra i 200 punti base, la settimana scorsa.

In conclusione: la finanza pubblica italiana è apparentemente più sotto controllo che tra i nostri partner, come pura dinamica di spesa comparata. Ma la bassa crescita e l’esposizione alla volatilità consigliano tre cose. Non abbassare la guardia, cioè spendere meno e non di più. Molto meno, per abbattere le tasse. E, se possibile, una manovra di rientro straordinario del debito. Il patrimonio immobiliare liquidabile pubblico – escluso tutto ciò che è vincolato, non parliamo di Colosseo e Pompei – vale circa 500 miliardi. Cederne anche solo due terzi, con veicoli e procedure di mercato, abbassa il debito pubblico di 20 punti di Pil, al di sotto della media dell’eurozona l’anno prossimo. Sarebbe la fine dell’eccezione italiana, la premessa per concentrarsi sulla vera sfida: crescere di più.

eniamo all’Italia.

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Tremonti rilancia gli eurobond. Sarà dura, perché.. /2010/12/06/tremonti-rilancia-gli-eurobond-sara-dura-perche/ /2010/12/06/tremonti-rilancia-gli-eurobond-sara-dura-perche/#comments Mon, 06 Dec 2010 11:08:38 +0000 Oscar Giannino /?p=7787 All’Eurogruppo di stasera e all’Ecofin di domani Tremonti e il presidente dell’Eurogruppo Juncker riproporrano gli eurobond europei, questa volta non per rilanciare gli investimenti pubblici ma anche e sprattutto per swappare titoli dei Paesi a rischio nell’eurozona. Ho dei fortissimi dubbi che per i tedeschi la proposta sia accettabile.  E una controproposta, dovessi essere io al tavolo.

Che cosa continua a non funzionare, nelle regole europee sin qui stabilite dopo il caso greco e quello irlandese? Che cosa non convince ancora, dopo che la Germania di Angela Merkel e la Francia di Sarkozy hanno formalmente confermato che il loro patto di Deauville diverrà proposta formale e ufficiale al Consiglio europeo, e cioè che dopo il 2013 l’attuale fondo di stabilità finanziaria EFSF varato dopo il salvagente alla Grecia diventi un meccanismo stabile – per questo serve una modifica al trattato europeo – al quale comparteciperanno anche le banche private? Non si era detto nel corso degli ultimi mesi che i salvataggi avvenivano in realtà solo per tuteklare non gli euromembri a rischio ma le banche stesse di Germania e Francia, visto che sono imbottite di titoli sovrani europei che fino a qualche mese fa avevano premi di rischio diversificati solo nell’ordine delle decine e non di centinaia punti base? Perchè non considerare allora favorevolmente, l’idea tedesca degli haircuts, cioè che le banche stesse si espongano in caso di rischio default dei Paesi di cui hanno comprato i titoli, a tagli degli interessi attesi se non a una rinuncia di parti stesse del capitale stesso impegnato?

La prima cosa che i mercati hanno capito, sapendo far di conto, è che tali haircuts più che tagli di capelli finirebbero per essere tagli di teste. Un analista di JPMorgan la settimana scorsa ha calcolato che una decurtazione pari a non più del 20% del valore di rimborso dei titoli pubblici dei Paesi a rischio – cioè Grecia e Irlanda, Portogallo e Spagna – basterebbe oggi come oggi a determinare l’azzeramento del capitale proprio delle maggiori banche francesi.

La seconda cosa che i mercati hanno capito, sapendo sempre far di conto sin qui ancora una volta meglio di regolatori e governi, è che i tassi d’interesse ai quali si dovranno sottoporre gli euromembri “deboli”, per effetto delle nuove regole tedesche, spingono in realtà questi paesi non a salvarsi, ma semplicemente al baratro. Per fare un solo esempio: poiché l’Irlanda è tenuta a pagare un rendimento del 5,8% sul prestito fattole dal Fondo Monetario internazionale e dall’EFSF.  Nelle condizioni attuali e proiettate nel triennio delle finanze pubbliche irlandesi, questo significherà che al 2014 i soli oneri sul prestito rappresenterebbero il 25% del totale delle entrate di Dublino. Una condizione di default peggiore di quella rischiata per i soli salvataggi bancari.

L’Irlanda si troverebbe a trasferire ogni anno il 10% del suo reddito nazionale tra interessi sui prestiti vecchi e nuove emissioni: siamo a proporzioni analoghe a quelle dei debiti di guerra imposti alla Germania a Versailles dopo la prima guerra mondiale, tra le grida di Keynes che per una volta vide giusto, ammonendo che così facendo si mettevano solo le basi per un nuovo conflitto europeo che sarebbe invece poi diventato mondiale. Persino uno dei pochi sinceri europeisti americani, come il liberal Barry Eichengreen che insegna economia e scienze politiche a Berkeley, ha scritto sdegnato sull’Handesblatt che questo bel pasticcio gli ha fatto cambiare idea sull’euro, perché se le classi dirigente europee sono così “corte di leadership” allora la moneta unica è destinata a saltare.

Di fronte alla malaparata degli spread impazziti di Spagna e Portogallo – e per la prima volta anche dei BTP italiano sopra i 200 bps sul BUND -  i governi europei riservatamente si sono inginocchiati di fronte al board della BCE, implorandola di informare i mercati che la banca centrale è pronta a comprare quantità industriali di titoli dei Paesi a rischio, fino a piegare il mercato nella sua speculazione se necessario. Cosa che la BCE ha sia pur riottosamente accettato di dire, contraria com’è alla monetizzazione del debito massicciamente praticata invece dalla FED.

Senonché anche questa terza cosa i mercati rischiano di capirla come una nuova circostanza aggravante. Se la BCE copre con acquisti, tanto vale per fondi monetari, banche che devono disintermediare titoli pubblici ed hedge funds scatenarsi a briglia sciolta sull’aumento degli spreads e scommesse sui relativi futures, è come dire al mercato che ci sono di aggio possibile 1000 basis points per la Grecia, 800 per l’Irlanda, 5 o 600 per Portogallo e Spagna, e magari fino a 380 o 400 per gli stessi titoli italiani, forbici amplissime in cui far razzia con la stessa facilità con cui si possono rubare le offerte dalle cassette in Chiesa. Per di più senza rischiare di rimetterci nulla della carta che ti resta in mano, dopo gli acquisti calmieratori della BCE.

Quali ricette, allora? Gli europeisti inguaribili, quelli che fanno finta che la Germania non abbia solidi limiti costituzionali e politici al salvataggio altrui, predicano e ripetono che bisogna far nascere la fiscalità congiunta europea. S’illudono, a mio giudizio.  Dui tutto abbiamo bisogno, tranne che di un fisco armonizzato. In Italia, le tasse devono scenddere se vogliamo sopravvivere e crescere.

C’è poi il, fronte degli eurorealisti comunque ottimisti, in cui militano Tremonti e  Juncker con la loro idierian proposta “eurobond salvacicale”.  Non si è riusciti a far decollare gli eurobond per finanziare la crescita e gli investimenti fuori dai limiti al deficit posti dal Patto di stabilità, non credo che nasceranno più facilmente a copertura di chi ha bolle scoppiate da curare. Il ministro Schauble, appena promosso dal Financial Times primo nella graduatoria europea di credibilità, ha già detto che ècpntrario.

I mercatisti come me, contrari a ogni armonizzazione fiscale che significherebbe solo eternare tasse altissime per tutti invece di farle scendere, pensano invece che è molto meglio occuparsi del problema vero: cioè le banche che hanno in pancia i titoli. I mercati scommettono che le banche tedesche e francesi non si toccano, a costo di far saltare l’euro. Meglio ripatrimonializzare direttamemente quelle banche allora, come i tedeschi con la loro opacità sugli attivi e gli stress test farsa non hanno voluto fare, che obbligare paesi interi a trasferire fette inaudite di ricchezza dei contribuenti a quelle stesse banche per anni a venire.

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Ritardati pagamenti PA: punire i politici /2010/10/27/ritardati-pagamenti-pa-punire-i-politici/ /2010/10/27/ritardati-pagamenti-pa-punire-i-politici/#comments Wed, 27 Oct 2010 12:57:51 +0000 Oscar Giannino /?p=7404 Evviva, la pubblica amministrazione è finalmente obbligata a saldare i suoi debiti in 30 giorni come termine ordinatorio, ed entro 60 al massimo perentoriamente. Dopodiché scattano interessi dell’8%. E’ la direttiva approvata tre giorni fa dal Parlamento Europeo, e subito si è stappato champagne. Nell’Italia odierna la media dei pagamenti della PA è salita dai 128 giorni del 2009 ai 140 quest’anno, attestano Confindustria e Rete Italia. Con settori in cui si superano i 180, afferma l’Associazione Nazionale dei Costruttori. E sacche di debito insoluto – per esempio nel settore sanitario, in alcune Regioni del Centrosud – in cui il ritardo arriva a 800, 900 e anche più di 1000 giorni. E’ uno scandalo italiano che si misura in anni, non in settimane. La classica misura dell’inefficienza, approssimazione e illegalità corruttrice dello Stato italiano. Ho un’ideuzza a sorpresa, per attuare la norma…

Il rispetto alla lettera della nuova regola porterebbe in poche settimane dai 50 ai 70 miliardi di euro nelle casse delle imprese. Per molte di loro, una boccata d’ossigeno decisiva. Per non poche, la differenza tra sopravvivere e continuare a dipendere dalla sola moratoria bancaria. Ma è inutile illudersi. E non solo perché Strasburgo lascia a ogni governo sino al 2013 per la messa in regola.

Il realista pensa che resterà una grida manzoniana. L’ottimista testone – eccomi – aggiunge: a meno che… Vediamo. Per realismo, va ricordato che le norme di contabilità pubblica prevedono che il debito pubblico sia tale solo alla scrittura di un mandato di pagamento, o della concessione di una garanzia reale che riconosca il debito come escutibile o scontabile in banca o su un mercato secondario (come capita ai Bot). La contabilità pubblica è per cassa, non per competenza. A molti sembrerà strano, ma se avete vinto una gara bandita dalla PA per la prestazione di un servizio o l’acquisito di un bene, ai sensi del diritto privato siete tutelati a ricevere il compenso dovuto. Ma per la contabilità pubblica quel debito della PA non esiste sinché non viene certificato o pagato almeno in parte. Poiché moltissime Autonomie locali non riescono fronteggiare i debiti per i vincoli del Patto di stabilità interno, il rispetto testuale dei 30 giorni porterebbe automaticamente all’emersione di debito pubblico per 3 o 4 punti aggiuntivi di Pil. Si può immaginare la giusta contrarietà di Tremonti.

A meno … a meno di immaginare un meccanismo che unisca tre diversi pilastri – rigore, trasparenza e prevenzione – facendo contenti sia imprese sia Tesoro. Qualunque garanzia pubblica sul debito insoluto oltre i 60 giorni può essere reperita nell’ambito della Cassa Depositi e Prestiti, il cui bilancio sta fuori dal recinto del debito pubblico per Bruxelles, esattamente come per gli analoghi istituti tedesco e francese. L’intero debito sarebbe immediatamente bancabile senza aggravi per il Tesoro. Per le Autonomie non in linea col patto di stabilità, si imporrebbe però un controllo di legittimità preventivo da parte della sezione specializzata della Corte dei Conti. E infine una doppia penalizzazione automatica: sui futuri impegni di spesa dell’Ente pubblico fino a regolarizzazione del debito avvenuta, ma anche – sorpresa! – in termini patrimoniali e personali per gli assessori e i politici che deliberano spese senza aver denari in cassa. Solo se rendiamo responsabili coloro che spendono in deficit, limitandoli e colpendoli a tempo nel loro patrimonio, evitiamo che a risponderne siano poi gli incolpevoli successori. E non ditemi per favore che a quel punto è come dire che politica la possono fare solo i ricchi, perché bastano sanzioni commisurate allo stock di patrimonio detenuto e al reddito dichiarato, oltre che alle attività partecipate o controllate. Che ne pensate?  Non è dal basso, che bisogna fare efficienza e rigore?

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L’algebra di Maastricht e il Club Mediterranée /2010/10/03/lalgebra-di-maastricht-e-il-club-mediterranee/ /2010/10/03/lalgebra-di-maastricht-e-il-club-mediterranee/#comments Sun, 03 Oct 2010 19:55:26 +0000 Ugo Arrigo /?p=7195 Al recente Ecofin è stata presentata una proposta molto semplice per garantire precisi percorsi di rientro dagli elevati rapporti debito pubblico/Pil che caratterizzano diversi paesi dell’Unione, tra i quali in primo luogo l’Italia: gli stati con un rapporto debito/Pil superiore al 60% dovranno ridurre l’eccedenza del proprio dato  rispetto al 60% di almeno un ventesimo all’anno. In caso di inadempimento scatterebbero sanzioni automatiche piuttosto drastiche. Per l’Italia, destinata a breve a raggiungere il 120% nel rapporto debito/Pil l’approvazione di questa regola comporterebbe tappe annuali di riduzione del 3% (le più elevate tra gli stati, assieme alla Grecia): nel primo anno di applicazione  dovrebbe quindi scendere al 117%, nel secondo al  114% e così via.

E’ interessante notare che questa regola non richiede di portare il bilancio pubblico in attivo o in pareggio neppure agli stati caratterizzati, come l’Italia, da bassa crescita del Pil ed elevatissimo stock di debito rispetto al Pil. Essa è quindi meno impegnativa rispetto alla regola che la Germania si è data da sola e ha inserito nella sua carta costituzionale: il vincolo del pareggio di bilancio che decorrerà tra quattro anni (come ha ricordato Oscar Giannino). Per quanto riguarda le conseguenze specifiche sul saldo del bilancio pubblico che essa ammette, occorre fare ovviamente delle ipotesi sulla dinamica del Pil. Assumiamo, per semplificare i calcoli, che nell’anno base il Pil italiano sia uguale a 100 e il debito pubblico a 120. Ipotizziamo anche  che nell’anno successivo, il primo dell’applicazione della regola, il Pil salga a 103. Un aumento del 3% in termini nominali è plausibile negli anni post recessione:  potrebbe ad esempio derivare da un incremento dell’1,2% in termini reali e da un deflatore del Pil (la componente prezzi) all’1,8%.  In presenza di un Pil pari a 103 l’obiettivo del rapporto debito/Pil al 117% si raggiunge con un ammontare del debito pubblico pari a 120,5 (infatti 120,5 diviso 103 è uguale a 1,17). Il fatto che il debito pubblico possa aumentare da 120 a 120,5 conferma che non è necessario portare il bilancio pubblico in attivo e neppure in pareggio. Esso può anzi restare in disavanzo purché sia estremamente moderato: solo mezzo punto percentuale rispetto al Pil. Purtroppo per arrivarci bisogna partire dai cinque punti di disavanzo dell’anno corrente e recuperarne quattro e mezzo.

Formuliamo anche un’ipotesi più ottimistica, una crescita del Pil nominale del 4% (ad esempio derivante da crescita reale del 2% e da deflatore al 2%): in tale ipotesi l’obiettivo del rapporto debito/Pil al 117% si raggiunge con un ammontare del debito pubblico pari a 121,7 (infatti 121,7 diviso 104 è uguale a 1,17) ed è ammissibile un disavanzo pubblico pari a poco più di un punto e mezzo di Pil (stiamo anche assumendo che il fabbisogno del settore pubblico, differenza tra tutte le uscite monetarie di un periodo e tutte le entrate, il quale fa crescere il debito coincida col disavanzo del conto consolidato). Formuliamo infine un’ipotesi ancora più ottimistica, una crescita del Pil nominale del 5%: in tale ipotesi l’obiettivo del rapporto debito/Pil al 117% si raggiunge con un ammontare del debito pubblico pari a 122,9 (infatti 122,9 diviso 105 è uguale a 1,17) ed è ammissibile un disavanzo pubblico di pochissimo inferiore al 3% del Pil.

A questo punto è possibile riepilogare due fatti di rilievo: 1) la regola proposta all’Ecofin è meno stringente del pareggio costituzionale tedesco poiché ammette disavanzi, anche se lievi; 2) la regola è tanto meno stringente quanto più un paese si dimostra in grado di far crescere la sua economia. Rimane una domanda: in che relazione si pone questa nuova regola rispetto alla vecchia regola di Maastricht di disavanzi non superiori al 3% del Pil?

Per rispondere bisogna fare un passo indietro, al famoso trattato del 1992 il quale aveva introdotto le due regole auree del rapporto debito/Pil non oltre il 60% e del disavanzo/Pil non oltre il 3% . La nuova proposta all’Ecofin riconferma con enfasi la prima e sostituisce la seconda con i venti gradini annuali di rientro. Fa la cosa giusta? A mio avviso si; vediamo perché. Come si fa a raggiungere nel tempo l’obiettivo del debito/Pil al 60% (che è evidentemente obiettivo non di breve ma di medio/lungo periodo)?  Un modo molto semplice potrebbe essere il seguente: teniamo anno dopo anno sempre al 60% il rapporto tra la variazione annuale dello stock del debito e la variazione del Pil nominale. La prima grandezza, tuttavia, è il fabbisogno del settore pubblico (che noi abbiamo ipotizzato coincidere col disavanzo). Se dividiamo ambedue le grandezze per il Pil nominale otteniamo la seguente regola aurea: per raggiungere nel lungo periodo un rapporto debito/Pil al 60% è sufficiente mantenere al 60% ogni anno il rapporto tra il disavanzo/Pil e il tasso di crescita del Pil nominale. Così se il Pil nominale cresce del 5% all’anno il disavanzo/Pil  non deve eccedere il 3%, se il Pil cresce al 4% il disavanzo/Pil non può eccedere il 2,4% e se il Pil cresce al 3% il disavanzo/Pil non può eccedere l’1,8%.

Purtroppo il trattato di Maastricht  non ha formulato la regola sul deficit/Pil in questa forma flessibile, ma la ha fissata al tetto del 3% ipotizzando implicitamente che fosse plausibile nel tempo una crescita del Pil nominale al 5% annuo. In questo modo è stato compiuto un errore: nel tempo l’Unione ha verificato anno per anno che i singoli paesi rispettassero la regola del 3% ma per i paesi la cui crescita del Pil nominale è risultata inferiore al 5% l’adempiere a questa regola non è stato in grado, ne poteva, condurli all’obiettivo del 60% nel rapporto debito/Pil. Ad esempio, un paese il cui Pil nominale cresce sempre al 3% annuo e rispetta sempre la regola del 3% nel rapporto deficit/Pil converge nel tempo ad un rapporto debito/Pil del  100%, ben più elevato del 60% richiesto dal trattato di Maastricht (e questo è stato all’incirca il caso dell’Italia in questo decennio).

A questo punto si è compreso il senso della proposta formulata all’Ecofin: correggere un rilevante errore contabile nelle regole del trattato e fare in modo in futuro che il processo di convergenza verso un valore ritenuto sostenibile nel rapporto debito/Pil sia realizzato da tutti i paesi, indipendentemente dallo loro crescita economica. Espresso in altri termini: impedire che i paesi a bassa crescita, come l’Italia, possano sfuggire  a tale processo di risanamento.

La proposta ha trovato l’opposizione di Tremonti e della francese Christine Lagarde, che il Financial Times collocava un anno fa rispettivamente al quarto e primo posto tra i migliori ministri economici dell’Unione. Non ne hanno capito la ratio? O hanno preferito fare orecchie da mercante (anzi da rappresentante di paese dell’evidentemente ricostituito Club Mediterranée)? Difficile credere alla prima ipotesi. Ma in questo modo si perde un treno importante per il risanamento della finanza pubblica italiana, la possibilità di un vincolo esterno pesante, una ragione per dire come nel 1996:  “dobbiamo farlo perché l’Europa ce lo impone”.

Non si può non essere d’accordo con Oscar: “Credo che l’Italia avrebbe dovuto coraggiosamente fare una scelta diversa. Abbracciare l’idea di essere pronta a far scendere il proprio debito pubblico anche di 3 o 4 punti l’anno come regola standard per diversi anni: avrebbe imposto nuove dismissioni di patrimonio pubblico, e operazioni straordinarie sul debito che sono assolutamente necessarie oltre che più che possibili, senza ricorrere a finanza creativa … In più, l’alleanza coi Paesi seri e rigorosi avrebbe levato argomento alle pretese tedesche di essere unico pivot di quest’Europa senz’anima, che con regole deboli resterà ancor più debole e con minor crescita, peggio esposta ai venti del’instabilità e priva ancor più di una politica di stabilità non solo comune, ma, soprattutto, davvero operante”

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Il silenzio sul patto di stabilità europeo /2010/09/28/il-silenzio-sul-patto-di-stabilita-europeo/ /2010/09/28/il-silenzio-sul-patto-di-stabilita-europeo/#comments Tue, 28 Sep 2010 17:23:59 +0000 Oscar Giannino /?p=7161 L’Italia ufficiale ha la testa a quanto domaniaviene in parlamento, dopo due mesi di rodeo che ha dissipato gran parte di quel po’ di credibilità che questo governo aveva conquistato evitando quanto meno all’Italia di finire sulla graticola nella crisi dell’eurodebito. La vicenda non mi appassiona, ho sin qui anche per radio praticamente evitato di occuparmene. E’ un raro ma emblematico caso di totale mancanza di consapevolezza di quali possano essere le serie priorità di un Paese. E, per quanto mi riguarda e qualunque sia la verità sui 40 metri quadri a Montecarlo, mostra che qualunque sia la forma di governo da noi la storia della Fronda francese è un eterno classico, principi  in lotta contro re nella convinzione di dover ereditare il regno, ma a costo di rovinare il regno una volta che si smarrisce il senso delle proporzioni e della misura. Ai nostalgici della Prima Repubblica, ricordo che era l’esatto copione della lotta tra correnti Dc, e che di quella inedia di governo sono figli debito e discredito italiano. Forse è anche per questo, che in Italia stamane solo il 24 ore come giornale finanziario, e la Stampa, dedicavano attenzione all’Ecofin fuor da ristretti articolini nelle pagine di economia. L’Europa non è affato uscita dall’allarme della crisi che ne ha attanagliato significato e futuro da febbraio a maggio, eppure quasi nessuno s’interessa al nuovo Patto di stabilità europeo che dovrebbe fissare le nuove regole comuni per evitare di precipitare nel baratro. Penso sia un grave errore. E non mi convince affatto la posizione assunta dall’Italia. Da mesi abbiamo lasciato qui sulla vetrina del blog un videoeditoriale sul patto di stabilità, in cui sottoloineavo che l’Italia faceva bene a puntare i piedi perché nel calcolo del debito fosse compreso non solo quello pubblico ma anche quello delle famiglie. Detto questo, puntare insieme alla Francia a sanzioni deboli e discrezionali significa non capire quanto debole resti la capacità decisionale della poitica italiana, in asenza di vincoli stringenti, su deficit e debito pubblico.

Prima di entrare nel merito, una semplice questione di metodo. Perché Comuni, Province e Regioni hanno giustamente – dopo molte riottosità- dovuto sottoporsi alle decisioni assunte dal governo in materia di rispetto del patto di stabilità interno, con norme nuove come il rientro coatto del deficit sanitario e il relativo comissariamento, e norme stupide come il divieto ai Comuni virtuosi di riutilizzare nell’esercizio successivo per opere pubbkiche  gli avanzi di bilancio ristornati? Perché o Tremonti faceva così, oppuire la finanza pubblica italiana continuava a fare acqua in periferia malgrado le toppe poste alle paratie dello scafo centralista, e la pressione fiscale elevatissima. La domanda è allora: perché le Autonomie devono ccettarlo dal centro, mentre il governo centrale non deve accttare una disciplina altrettanto ferma e automatica imposta dall’Europa?

Ho due risposte secche. Nel merito, non accettare norme europee di correzione automatica di deficit e debito  è un errore. Nel metodo, penso anche che sia sbagliato, battersi insieme alla Francia contro Germania, Olanda, Regno Unito e BCE a favore del fatto che la discrezionalità delle sanzioni dipenda da maggioranze politiche in sede di Consiglio europeo.

Credo che l’Italia avrebbe dovuto coraggiosamente fare una scelta diversa. Abbracciare l’idea di ssere pronta a far scendere il proprio debito pubblico anche di 3 o 4 punti l’anno come regola standard per diversi anni: avrebbe imposto nuobve dismisisoni di patrimonio pubblico, e operazioni straordinarie sul debitop che sono assoluitamente necessarie oltre che più che possibili, senza ricorrere a finanza creativa. Le operazionidi dismisisone sono le classiche manovre di accompagnamento necessarie a conforto di un cambio di sistema fiscale – come quello comunque in corso atribuendo autonomia impositiva e responsabilità di spesa alle Autonomie – e vieppiù lo sarebbero qualora si andasse a una seria manovra di ridimensionamento delle aloiquote marginalie  e mediane e del totale reale di spesa pubblica sul Pil come noi pensiamo necessario per avere più crescita, più libertà e meno Stato corrotto e corruttore. In più, l’alleanza coi Paesi seri e rigorosi avrebbe levato argomento alle pretese tedesche di essere unico pivot di quest’Europa senz’anima, che con regole deboli resterà ancor più debole e con minor crescita, peggio esposta ai venti del’instabilità e priva ancor più di una politica di stabilità non solo comune, ma, soprrattuto, davvero operante.

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Il dubbio di Gubbio, la ramanzina di Cortina, e i conti di Tremonti /2010/09/19/il-dubbio-di-gubbio-la-ramanzina-di-cortina-e-i-conti-di-tremonti/ /2010/09/19/il-dubbio-di-gubbio-la-ramanzina-di-cortina-e-i-conti-di-tremonti/#comments Sun, 19 Sep 2010 13:43:13 +0000 Carlo Stagnaro /?p=7084 Dopo il dubbio di Gubbio sullo spezzatino dell’Enel, la ramanzina di cortina su eolico e nucleare: che il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, stia facendo i conti con l’energia? Se è così, ha probabilmente bisogno di un ripasso. Qui la prima puntata. Questa è la seconda.

Durante il suo intervento alpino, il ministro ha affrontato due questioni legate all’organizzazione del nostro mercato elettrico. Nel primo passaggio, ha espresso una dura condanna nei confronti dell’energia eolica; nel secondo, ha spiegato perché senza il nucleare siamo fottuti. In entrambi i casi, ha detto alcune cose giuste utilizzando gli argomenti sbagliati.

Partiamo dall’eolico. Sulla questione, a dire il vero, Tremonti era già intervenuto tempo fa, gettando l’industria del vento nello scompiglio, e oggi lo fa rilanciando l’argomento e riciclando la battuta (ma un grande maestro un giorno mi spiegò che l’importante non è cambiare battute: è cambiare pubblico). Parto dalla battuta:

Non dobbiamo credere a quelli che raccontano le balle dei mulini a vento, le balle dell’eolico, vi siete mai chiesti perchè in Italia non ci sono i mulini a vento?

La battuta esprime una semplice verità, naturalmente, cioè che l’Italia non è un paese ventoso. Si potrebbe però rispondere che il progresso tecnico consente di sfruttare con profitto anche zone meno ventose del passato, e anche questo è un po’ vero, un po’ no. Il problema è se l’energia dal vento sia (o possa essere competitiva) in assenza di sussidi. Nella maggior parte dei casi, non lo è, ma questa è un’opinione: l’unico modo per avere una risposta è lasciare alle imprese del settore la scelta se impiantare oppure no le torri eoliche, e farlo senza distorcerne gli incentivi con sussidi che, tra l’altro, sono spesso troppo alti e sempre troppo incerti (aggiungo: sono alti perché sono incerti). Comunque, Tremonti va oltre e aggiunge:

Il business dell’eolico è uno degli affari di corruzione più grandi e la quota di maggioranza francamente non appartiene a noi.

Non mi è chiaro se con “non appartiene a noi” Tremonti si riferisca all’industria italiana o alla sua parte politica (nel qual caso la cosa sarebbe quanto meno discutibile). Fatto sta che nelle parole di Tremonti si nasconde una verità fattuale – che attorno all’eolico siano volate e stiano volando tangenti – la quale, però, richiede di essere interpretata. In altri termini: la corruzione è intrinsecamente legata all’eolico? Se così fosse, dovremmo trovare episodi più o meno simili anche in altri paesi, e in particolare in quelli che più hanno investito nel vento, come Germania e Danimarca. Invece non è così. Come la mettiamo? La mettiamo che l’eolico è spesso un veicolo di corruzione non perché questa vada via col vento, ma perché i processi autorizzativi e i meccanismi burocratici per ottenere un’autorizzazione sono così opachi, così imprevedibili e così discrezionali da aprire una enorme finestra di opportunità per imprenditori disonesti, politici di facili costumi, e infiltrazioni mafiose di varia umanità. Che poi le regioni del Sud siano relativamente più ventose è una ulteriore circostanza facilitante, ma non la prima né la più importante. Se dunque Tremonti vuole affrontare seriamente la faccenda, deve fare alcune cose molto semplici: semplificare radicalmente i processi autorizzativi, scambiare questa razionalizzazione con una riduzione dei sussidi (la disponibilità ad accettare lo scambio è un indice interessante di quanto l’industria rinnovabile creda realmente nelle sue capacità), e disboscare le distorsioni esistenti. (Me ne sono occupato, senza esplicito riferimento all’eolico, anche qui). Per fare questo, non serve volare alto (anche perché poi è facile cadere): basta mettersi di buzzo buono e lavorare. Azzardo una scommessa: se mai il ministro ci provasse, dovrebbe scontrarsi con le fortissime resistenze della sua stessa base di amministratori (lo stesso accadrebbe se lo facessero gli altri, beninteso). Non è un’opzione, invece, “rottamare” l’eolico: fosse per me tutti i sussidi finirebbero domani mattina, e l’eolico dovrebbe battersi con le sue armi, ma non è possibile perché a questo siamo obbligati dalle direttive europee. Se proprio s’ha da fare, allora, tanto vale farlo bene.

Non comprendere che la corruzione non sta nell’eolico, ma nelle procedure spinge il ragionamento su una direttrice sbagliata. Infatti, Tremonti trae le sue conseguenze:

Un punto che ci penalizza è quello del nucleare: noi importiamo energia. Mentre tutti gli altri paesi stanno investendo sul nucleare noi facciamo come quelli che si nutrono mangiando caviale, non è possibile.

Ci sono  varie mine da disinnescare, in queste poche parole. Primo: non è vero che “tutti gli altri paesi stanno investendo sul nucleare“. Alcuni sì, altri no; di quelli no, la maggior parte non ci investono perché l’hanno già fatto. Inoltre, investire sul nucleare non gli impedisce di investire sulle rinnovabili, e viceversa. Non è che io mi ci trovi moltissimo a fare il difensore delle energie verdi, e non lo voglio fare, ma per sostenere una tesi corretta bisogna anzitutto partire da dati fattuali veri. Secondo: il nostro caviale non sono, tecnicamente, le rinnovabili, ma il gas. E il gas non è caviale in senso assoluto, anzi, è un combustibile straordinario di fondamentale importanza in un mix di generazione elettrica. Però ha il suo ruolo, mentre noi lo facciamo giocare in tutte le posizioni. Sicché lo impieghiamo non solo per fare le cose che sa fare bene, ma anche per quelle che sa fare meno bene e in modo molto costoso (la generazione “di base”, che altrove viene affidata a fonti con una diversa proporzione tra costi fissi e variabili quali il carbone e il nucleare). Noto per inciso che la vera competizione, se le cose stanno così, è tra nucleare e carbone (o, al limite, tra nucleare e gas): non può essere, per ragioni tecniche ed economiche, tra nucleare e rinnovabili (come abbiamo cercato di spiegare qui e come non si stanca di dire Chicco Testa).

Ultimo e più importante. Al contrario di quanto sembra sostenere Tremonti, non è vero che siamo poco competitivi perché importiamo energia: è vero che importiamo perché siamo poco competitivi. Se i prezzi elettrici in Italia fossero relativamente alti a causa delle importazioni, basterebbe smettere di importare e produrre in casa. Invece, per una molteplicità di ragioni (tra cui le più importanti sono le opposizioni contro i combustibili appropriati per la generazione di base, le inefficienze della rete e una serie di ruggini normative) il nostro costo di generazione è troppo elevato, e dunque importiamo una quota di energia dall’estero. Se le importazioni servissero a coprire deficit di capacità, la loro quota crescerebbe nelle ore di picco: invece, il grosso è di notte. Ora, è possibile che inserendo il nucleare nel nostro mix avremmo costi (non necessariamente prezzi) più competitivi, ed è possibile che questo andrebbe a scapito delle importazioni. Ma il nesso logico è il contrario di quello ipotizzato da Tremonti e, anzi, a parità di altri elementi avrebbe moltissimo senso aumentare la nostra dipendenza dall’estero e, in particolare, dalla Francia (così come avrebbe senso per la Francia, in altre ore del giorno, aumentare la dipendenza dalle importazioni dall’Italia).

Quello energetico è un settore importante e complesso. Non capire, però, che – in un contesto liberalizzato – si importa perché costa meno non tradisce una incompleta comprensione delle questioni energetiche. Tradisce o l’incompleta comprensione che due più due fa quattro, o la scelta consapevole di chiudere gli occhi di fronte a questa banale verità nel nome del populismo.

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Mengozzi bond, avvistati i rimborsi /2010/09/17/mengozzi-bond-avvistati-i-rimborsi/ /2010/09/17/mengozzi-bond-avvistati-i-rimborsi/#comments Fri, 17 Sep 2010 14:48:23 +0000 Camilla Conti /?p=7075 Meglio tardi che mai.  Dal ministero è finalmente arrivato un segnale di fumo sui Mengozzi bond. Secondo quanto riportato ieri da MF, unico quotidiano a occuparsi della vicenda negli ultimi mesi, il Tesoro avrebbe chiesto agli intermediari finanziari presso i quali sono depositate le vecchie azioni e le obbligazioni Alitalia di trasferire entro il prossimo 30 settembre su un conto del ministero dell’Economia (presso la Banca d’Italia) i titoli in loro possesso.

«Successivamente al trasferimento e completate le verifiche previste», hanno scritto da via XX Settembre, «il ministero provvederà all’emissione di nuovi titoli di Stato senza cedola con scadenza 31 dicembre 2012 e all’assegnazione degli stessi agli intermediari finanziari che, a loro volta, li attribuiranno ai singoli beneficiari sulla base di indicazioni relative ai quantitativi specifici che saranno fornite dallo stesso ministero».

Ricordiamo che agli obbligazionisti, come previsto dal decreto legge del governo dell’agosto di un anno fa, andrà un rimborso pari al 70% del valore nominale fino a un massimo di 100 mila euro. Agli azionisti, invece, lo Stato restituirà il 50% del valore medio dei titoli durante l’ultimo mese di Borsa, con una soglia limite che nel caso delle azioni è di 50 mila euro. I rimborsi erano stati promessi da Tremonti a dicembre dell’anno scorso.

Chissà se il nostro pungolo è servito a scuotere il palazzo. Ci piace pensarlo.

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Lo spezzatino indigesto di Tremonti /2010/09/14/lo-spezzatino-indigesto-di-tremonti/ /2010/09/14/lo-spezzatino-indigesto-di-tremonti/#comments Tue, 14 Sep 2010 09:56:59 +0000 Carlo Stagnaro /?p=7037 Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, si è recentemente lamentato delle privatizzazioni all’italiana. In particolare, ha detto:

L’apparato produttivo del Paese ha perso la sua massa critica. Ci devono spiegare perche’ le privatizzazioni sono state fatte cosi’. Lo ’spezzatino’ indica quali erano gli appetiti… L’unica struttura dimensionale all’altezza la conservano i gruppi che sono ancora dello Stato. Mi chiedo a cosa sia servito, ad esempio, lo spezzatino dell’Enel, mentre la Francia oggi puo’ contare in questo settore su un colosso di dimensioni internazionali.

A parte che, l’ultima volta che ho controllato, l’Enel – sia pure spezzatinata – aveva ancora lo Stato come azionista di controllo, forse il ministro non si è accorto di alcuni, trascurabili risultati che sono stati raggiunti negli ultimi anni.

Anzitutto, la storia. Enel nasce nel 1962 con la nazionalizzazione dell’energia elettrica, e assorbe tutta la pluralità di operatori privati allora esistenti. Sopravvivono solo un pugno di municipalizzate. Rimane un ente di Stato fino al 1992, quando viene trasformata in società per azioni (il cui capitale è interamente nelle mani del Tesoro). Gli anni fino al 1998 sono un periodo di profonda riorganizzazione, durante i quali la trasformazione da “ministero” a società deve prendere, e prende, sostanza. Sono anche gli anni in cui matura il progetto (poi abortito) dell’Enel “multiutility”, ma questa è una storia diversa (e sovrapposta). Contemporaneamente, il paese inizia a dotarsi degli strumenti richiesti dalle direttive europee in vista della liberalizzazione: la stessa Autorità per l’energia diventa operativa nel 1997, sotto la guida di Pippo Ranci.

La svolta è però nel 1999, quando il decreto Bersani apre formalmente il mercato alla concorrenza, imponendo tra l’altro un tetto antitrust del 50 per cento alla quota di mercato dell’Enel. Da qui nasce l’esigenza dello spezzatino: esso viene fatto per “liberare” i consumatori dal monopolio. L’effettiva libertà di scelta è ancora lontana, ma il frutto non può essere distinto dall’albero. E alle radici dell’albero c’è questa scelta che è virtuosa e, come vedremo, conveniente. Ma, prima ancora dello spezzatino, Enel viene quotata in borsa. Questo è l’inizio della “privatizzazione”: l’anno è il 1999, cioè l’anno del decreto Bersani, l’anno in cui lo Stato deve far tornare i conti per entrare nell’euro, l’anno in cui tutte le decisioni successive vengono, se non prese, almeno impostate.

Lo spezzatino si sostanzia col conferimento di un pacchetto di centrali a tre GenCo – Eurogen, Elettrogen, Interpower – attraverso le quali Enel aliena circa 15.000 MW di potenza. Teoricamente i tre portafogli vengono composti in modo “equo”, cioè in modo tale da non mantenere i gioielli nel recinto Enel e le carrette al di fuori. Non sempre le ciambelle riescono col buco, e non tutti i buchi sono delle dimensioni adatte, ma – ancora una volta – il meglio è nemico del bene e qui, indubbiamente, di bene stiamo parlando. I primi acquirenti delle Genco sono, rispettivamente, Edipower (2002), un consorzio tra Endesa Italia e Asm Brescia (2001), e un consorzio tra Acea ed Electrabel-Suez (2002). Successive riorganizzazioni societarie, e soprattutto l’incredibile e (per quel che ne so) senza precedenti ondata di investimenti che dopo il 2003 ha rinnovato gran parte della flotta esistente ha infine plasmato il mercato e determinato la struttura dei principali attori. Una sorta analoga segue la rete di trasmissione nazionale, conferita inizialmente a una società del gruppo Enel (Terna) e gestita da un organismo pubblico (il Grtn): il sistena troverà la sua razionalità nel 2004, con l’alienazione di Terna e la sua “privatizzazione” e la conseguente unificazione di proprietà e gestione. Anche qui, l’ultima volta che ho controllato Terna aveva lo Stato come azionista di controllo. Sempre l’ultima volta che ho controllato, negli anni in cui tutto questo avveniva (2001-2004) il presidente del consiglio era Silvio Berlusconi e il ministro dell’Economia era Giulio Tremonti, che nella sua “lettera d’addio” (quando a Via XX Settembre fu sostituito da Domenico Siniscalco) rivendicò i risultati raggiunti:

nel periodo in cui ho avuto l’onore di servire il Paese come ministro dell’Economia nel governo Berlusconi, l’Italia ha operato circa un terzo delle privatizzazioni operate in tutto il mondo, in pari periodo, e ha centrato il record europeo delle privatizzazioni.

(Hat tipo: Goffredo Galeazzi).

Il resto non è storia ma cronaca, o qualcosa che sta nel mezzo. Enel è cresciuta sana e robusta (seppure indebitata per l’importante campagna di acquisizioni) e oggi si definisce ”una multinazionale dell’energia”: non sono sicuro che, potendo scegliere tra l’essere azionista di Enel o di Edf (il presunto esempio positivo nella citazione iniziale di Tremonti), il ministro dell’Economia preferirebbe il gruppo francese. L’apparente paradosso è che, contemporaneamente, sono cresciute sia Enel, sia i concorrenti, tanto che oggi esistono almeno cinque gruppi di grandi dimensioni nella generazione elettrica (Enel, Edison, Eni, Edip0wer, E.On) e svariati altri di dimensioni medie o piccole.

La privatizzazione e lo spezzatino si sono sviluppati di pari passo con la progressiva apertura del mercato, che dal 1 luglio 2007 riguarda tutti i consumatori, compresi quelli domestici. Come spieghiamo nell’Indice delle liberalizzazioni, il mercato ha così raggiunto un grado di apertura dignitoso sia in assoluto, sia rispetto ai benchmark più sfidanti (nel nostro caso, la Gran Bretagna). Con o senza benefici per i consumatori? La risposta sta non solo nei risultati raggiunti in termini di “switch” (cioè l’effettiva mobilità dei consumatori) che non sono disprezzabili, ma anche e soprattutto nel mutamento generale che privatizzazione e liberalizzazione e spezzatino hanno imposto al settore. Il bilancio di questi anni sta nella presentazione della relazione annuale del Presidente dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis:

A questi fini serve pure completare e sostenere le liberalizzazioni e le regolazioni che hanno già garantito risultati importanti: nel settore elettrico del nostro Paese, ad esempio, una riduzione di oneri stimabile in più di 4,5 miliardi di euro all’anno, rispetto al 1999. A questo dato ha contribuito, per il 40%, la riduzione di componenti tariffarie regolate e, per il 60%, la pressione competitiva che ha indotto investimenti per impianti nuovi e più efficienti.

Ciascuno è libero di valutare autonomamente questi dati – se siano positivi o negativi, meglio o peggio di quanto si attendeva – ma sarebbe sbagliato ignorarli. E’ appena il caso di osservare che, nonostante l’aumento esponenziale dei prezzi dei combustibili nel periodo pre-crisi, i prezzi dell’energia elettrica in Italia sono restati (in termini reali) costanti o moderatamente crescenti, e ciò per effetto proprio della cornice competitiva che è stata creata. Dunque, per tornare al punto di partenza, è difficile sostenere che la somma di privatizzazione, spezzatino e liberalizzazione abbia penalizzato l’Italia. E sarebbe ingeneroso pensare che la sola liberalizzazione, senza la (parziale) privatizzazione e senza lo spezzatino, avrebbe sortito risultati altrettanto significativi in così poco tempo. Chi è sfiorato da questo dubbio, dovrebbe chiedersi perché nulla del genere si sia verificato nel contiguo settore del gas, dove – a una liberalizzazione formale – non ha corrisposto il tentativo di “smontare” il monopolio dando respiro alla concorrenza (in parte, va riconosciuto, perché i fondamentali del business sono diversi: ma non così diversi da impedire un’evoluzione parallela). Questo non significa che tutto va bene: significa che tutto va meglio (e potrebbe andare ancora meglio se applicassimo, con più convinzione, gli insegnamenti di questo decennio). Per usare una formula abusata, rovesciandola, molto resta da fare, ma molto è stato fatto. Con errori e ingenuità, ma nondimeno nella direzione giusta e con conseguenze concrete.

Il ministro Tremonti ci ha abituati al suo gusto per la provocazione, ma la provocazione non può prescindere da una base fattuale che, nel caso in questione, esiste, è facilmente accessibile e si suppone sia nota al responsabile dell’Economia, quanto meno nella sua veste di azionista di Enel (e percettore di dividendi forse perfino troppo lauti). Dunque, la domanda di Tremonti non è retorica. Il ministro si chiedeva “a cosa sia servito… lo spezzatino dell’Enel”. E’ servito a creare un’azienda seria, un mercato che funziona abbastanza bene, e un sistema elettrico che non ha nulla da invidiare, e molto da insegnare, ai competitor europei.

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Il Sud, il federalismo e le cattive abitudini PdL /2010/08/18/il-sud-il-federalismo-e-le-cattive-abitudini-pdl/ /2010/08/18/il-sud-il-federalismo-e-le-cattive-abitudini-pdl/#comments Wed, 18 Aug 2010 11:45:08 +0000 Oscar Giannino /?p=6825 L’attacco ferragostano dell’onorevole Bossi ha avuto il merito di puntare il dito su una verità che finora raccontavano solo i giornali. La verità è che, nella frattura tra Berlusconi e PdL da una parte e Fini e la neonata Futuro e Libertà dall’altra, il Mezzogiorno è il tema decisivo e centrale. Più della giustizia, più delle tasse, più di tutto il resto. Ad alcuni poteva sembrare che fosse suggestione, che si trattasse di esagerazione. Al contrario l’accusa di Bossi – “Fini e si suoi vogliono un po’ di soldi da sprecare al Sud” – conferma che, quando si tratta di indicare alla propria base il problema numero uno della frattura nel centrodestra , è proprio al Sud che ci si riferisce. Tanto che è anche già cominciata la rituale serie di pensosi editoriali di grandi testate d’informazione, che da una parte riconoscono il problema e dall’altro invocano sia i colonnelli di Berlusconi sia quelli di Fini ad evitare una deriva pericolosa: quella, cioè, di una gara improvvisa tra chi più si posiziona davanti all’elettorato del Mezzogiorno invocando la propria primazia, nell’impedire che l’agenda del governo finisca per svantaggiare ulteriormente il Sud. E’ un rischio concreto? Sì che lo è, almeno a mio avviso. Ma, per come si son messe le cose tra PdL e Fini, non credo affatto che si possa risolvere con qualche generico e moralistico appello a moderare i toni. Partiamo da tre dati di fatto. Il primo è che tutti i sondaggi mostrano che la stragrande maggioranza di elettori del Sud hanno la convinzione che in questi anni il Nord abbia avuto la meglio, nelle attenzioni concrete del governo e nelle risorse. E’ vero, non è vero? Non è vero, visto che finora le cose sono ontinuate più o meno esattamente come in passato, Tremonti ha  stretto i cordoni della borsa ma non aveva titolo per cambiare criterio di alocazione delle riorse. Ha dato dei “cialtroni” agli amminitratori del Sud , spreconi e recriminanti, questo sì. Cosa che ha confermato a moltisimi elettori del Sud la falsa mpressione di essere spodestati. E’ purtroppo secondario che di fatto non si cambiato pressoché nulla, quel che conta per delle forze politiche desiderose di contarsi e pesare è che l’elettorato che mirano a rappresentare la pensi così.

Secondo. Da 16 anni la Lega ha saputo vendere al Nord con crescente successo e consenso la convinzione che solo con il federalismo spinto – pur senza mai entrare in particolari e numeri, ciò che solo in realtà fa la differenza – aupicato da Bossi e dai suoi, il Nord riequilibra a proprio vantaggio l’eccesso di risorse che dà allo Stato rispetto a quelle che si vede tornare indietro, pur spendendo in media meno e meglio. Rispetto a questo, in 16 anni nel Sud il consenso elettorale, alle politiche come per le Autonomie, ha visto le diverse componenti tanto della sinistra quanto della destra ripetere in realtà – al di là del colore delle bandiere – esattamente la stessa cosa. E cioè che, appunto, quello a sé era il miglior voto per equilibrare quello dato al Nord alla Lega. Gli elettori del Sud pensano la Lega sia debordante nel centrodestra non tanto perché neghino gli aiuti finanziari straordinari che in realtà Tremonti ha autorizzato solo in casi eccezionali nel Mezzogiorno, ma perché se lo son sentiti ripetere da anni in primis dai candidati alle elezioni dello stesso PdL

E’ da questi due dati di fatto, che deriva il terzo. Se rottura finale dovesse essere tra Berlusconi e Fini, come i toni sembrano sin qui continuare a indicare, allora è ovvio che a essere in condizione di avvantaggiarsi della cosa alle elezioni, presto o tardi che siano, sono proprio Bossi da una parte al Nord, e al Sud Fini e i suoi, seguaci e futuri alleati.

Sono Berlusconi e il PdL, nelle condizioni attuali, a rimetterci di più. Bossi al Nord avrebbe buon gioco a dire agli elettori di centrodestra che è meglio votare direttamente Lega, visto che in caso contrario il federalismo vien promesso vien promesso, ma poi di fatto ancora una volta come sempre non arriva mai. Al Sud. a Fini a quel punto converrebbe far AntiLega con Lombardo e Micciché e, aggiungo, con tutte le Poli Bortone inascoltate dai colonnelli PdL, e che se sinora sembrano più vicine a Berlusconi è sol perché da quella posizione – sulla carta, la più forte – si è poi in migliori condizioni, per trattare poi al momento buono gli sviluppi più convenienti. Un PdL che non portasse a casa i premi di maggioranza in Sicilia e anche solo poco più che in Sicilia, nel resto del Mezzogiorno, con la Lega in crescita ulteriore al Nord comunque al Senato non avrebbe la maggioranza, con l’attuale legge elettorale.

Per evitare questo rischio, meglio sarebbe stato se Berlusconi e la Pdl negli anni scorsi avessero parlato al Mezzogiorno una lingua chiara e univoca. Capace cioè di ammettere che nel Mezzogiorno in media c’è un eccesso di spesa pubblica discrezionale, e cioè acquisti stipendi e sussidi dove il rapporto tra Sud e Nord è di 125 a 100, perché la politica ha preferito moltiplicare i redditi indotti dal settore pubblico, alla ricerca di voti. Ma altresì aggiugendo che in ogni caso c’è Sud e Sud, visto che sommando tutte le componenti Puglia e Campania figurano più tra tre le creditrici che le debitrici rispetto a Calabria, Basilicata e Sicilia dove il riequilibrio è inevitabile e deve essere pure molto energico. E, infine, ribadendo come garanzia agli elettori che l’orizzonte temporale della convergenza verso la virtù sarebbe stato adeguato: diciamo da 5 ma anche fino 10 anni, per chi vi è più distante come Calabria e Sicilia.

Difficile immaginare che, essendo mancata questa chiarezza per 16 anni, venga proprio ora e sia scritta nel punto “Mezzogiorno” che Berlusconi ha ormai pronto, da sottoporre a Fini prima che, a inizio settembre, l’annuncio ormai scontato di un partito nuovo diventi anche la tomba della maggioranza. Per questo continuo a pensare che se Berlusconi non ha già deciso comunque di provare la via elettorale, allora non solo sul Sud dovrà indicare impegni il più possibile precisi – il punto non sono gli 80 miliardi fondi FAS e di coesione europea di cui si occupa Fitto e che bisogna sperare vengano sbloccati su poche priorità vere condivise dalle Regioni che hanno potre di veto, invece che su mille progettoi inutili, il punto sono i numeri del federalismo che sin qui mancano nei decreti attuativi della delega -  ma soprattutto dovrà anche essere disposto a concedere che sia un esponente finiano, a rappresentare quegli impegni nell’agenda, nella composizione e nelle attribuzioni del governo stesso.

Per me, sbaglierò ma resta del tutto improbabile. In quel caso, comunque la pensiate su Fini rispetto al patto elettorale sottoscxritto due anni fa con gli elettori, il PdL può però prendersela solo con se stesso.

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Contro i demagoghi delle “liste fiscali”: viva la Svizzera e il Liechtenstein /2010/08/11/contro-i-demagoghi-delle-liste-fiscali-viva-la-svizzera-e-il-liechtenstein/ /2010/08/11/contro-i-demagoghi-delle-liste-fiscali-viva-la-svizzera-e-il-liechtenstein/#comments Wed, 11 Aug 2010 09:50:04 +0000 Oscar Giannino /?p=6755 Questo post farà girare le scatole a molti. A tutti coloro che invocano le manette agli evasori, cioè alla nettissima maggioranza, tra gli italiani. So di essere assolutamente minoritario io, a sdegnarmi tutti i giorni della propaganda messa in atto abilmente dall’Agenzia delle Entrate per creare consenso di massa alle pretese rapinatrici del fisco statale. Propaganda alla quale tutti i media – tutti, di qualunque orientamento – cedono volentieri, perché è ovvio che aumentano i lettori e gli ascoltatori, se li si pettina per il verso più facile, quello di presentare ogni giorno scandalosi dati e casi di evasori fiscali. Così è più facile ottenere l’obiettivo di far dimenticare a tutti il vero enorme e intollerabile scandalo: quanto e come lo Stato distrugga ricchezza, attraverso l’astronomico 48% di Pil a cui ammonta il totale delle sue entrate a vario e diverso titolo. per questo vi faccio una domanda fuori dai denti. Ma a voi stanno simpatici, Heinrich Kieber ed Hervé Falciani, i presunti erori che hanno girato ai grandi paesi europei le liste di presunti evasori annidati in banche di Paesi come Svizzera e Liechtenstein? A me, per niente. Per quanto mi riguarda,  il loro posto è la galera. Non la bella vita che stanno conducendo protetti da servizi segreti e polizia  in amene località marine e montane. Il loro merito, agli occhi dei grandi Stati europei che gli hanno anche allungato quasi 5 milioni di euro a testa? E’ semplice. Hanno volgarmente tradito le aziende per cui lavoravano, e la fiducia di migliaia di clienti che a quelle aziende si affidavano. Ma lo hanno fatto per una scelta cinica che si è rivelata giusta: hanno capito che, nella crisi, economica e finanziaria, gli Stati si sarebbero comportati come dei lupi famelici. E ora Kieber, Falciani e almeno un altro paio di colleghi i cui nomi non sono ancora noti, se la godono contenti. Mntre migliaia  di cittadini e imprenditori incolpevoli subiscono grazie a loro brutali linciaggi mediatici, pur essendo in piena regola con le leggi tributarie. Come è appena capitato in Italia alla famiglia Aleotti, industriali farmaceutici proprietari della Menarini. Gettati tra le fauci avide del giustizialismo tributario italiano con titoloni sparati sui 475 milioni di euro all’estero. Aggiungendo sono in piccolo all’ultima riga, per i pochi che se ne sono ricordati, che i denari in questione sono perfettamente in regola e sono puntualmente rientrati con lo scudo-Tremonti.

Quale abietto rivolgimento della legge e dell’ordine è avvenuto, se dei criminali godono oggi della riconoscenza statale, mentre le vittime dei loro reati se la devono vedere con Procure e roghi mediatici? Purtroppo, la storia dimostra che gli Stati sono sempre affamati di entrate fiscali. Nella crisi, la loro fame è cresciuta a livelli record.  L’evasione fiscale era una tiritera di solito riservata alla politica e al dibattito pubblico italiano e greco. Ma da due anni a questa parte, si scopre una verità scomoda e che in Italia molti tentano ancora di negare, e cioè che l’evasione fiscale – io preferisco parlare di autoprotezione dalle esose pretese statali, quando avviene  attraverso tutte le armi previste dalla concorrenza degli ordinamenti fiscali internazionali – non è affatto una prerogativa italiana, ma è diffusissima ovunque. E’ allora che sono entrati in campo i colleghi in mezzo mondo di Attilio Befera, il brillantissimo capo dell’Agenzia delle Entrate italiane, che dall’inizio della crisi sta battendo tutti i record di accertamenti fiscali e di individuazione di redditi sottratti al fisco, e ci riesce malgrado il maxi scudo di rientro dei capitali varato nell’autunno 2009 e protratto fino all’aprile scorso, grazie al quale sono stati regolarizzati oltre 100 dei circa 550 miliardi di capitali italiani stimati in “Paesi sospetti”.

Ma naturalmente, i Paesi che fino al 2008 quasi non esistevano sui media internazionali se digitavate “evasione fiscale”, hanno deciso che se guerra all’evasione doveva essere per tagliare meno spesa pubblica, allora doveva trattarsi di guerra vera. Non la faticosissima trafila del redditometro italiano, milioni di dati presuntivi sugli indicatori di reddito disponibile da processare per arrivare poi a migliaia di ispezioni in uffici di professionisti, lavoratori autonomi e aziende. O gli inollerabili studi di settore, che aspettano ancora di essere aggiornati ai dati della crisi e alle curve di costo territoriali – lo Stato è rapido a promettere, lentissimo a mantenere, solo le tasse le vuole tutte e subito quando dice lui – col risukltato che quest’anno oltre il 50% dei soggetti sottoposti risuklteranno “non congrui”.

No, Germania e Francia hanno scelto una via diversa. La guerra moderna nasce dai testi di Clausewitz e dalle vittorie di Napoleone. Entrambi predicano velocità e fini anteposti ai mezzi. E’ per questo, che tedeschi e francesi hanno deciso di non andare per il sottile. Hanno fatto scendere in campo i loro servizi segreti, i meglio indicati per individuare in poche settimane i traditori al miglior offerente delle banche per cui lavorano. Kieber e Falciani rappresentano un classico, sotto questo profilo. Quarantadue anni il primo e trentotto il secondo, avevano puntualmente tentato di vendere a banche  concorrenti il database che avevano illegalmente trafugato relativo a migliaia di clienti degli istituti per cui lavoravano, addetti a delicate procedure informatiche. Succede regolarmente: non è che le funzioni di security tecnologica dei database “sensibili” portino a brutte tentazioni solo nelle società telefoniche italiane, come avvenne col caso Tavaroli. Polizie e servizi occidentali hanno le liste di tutti coloro che sono addetti a tali funzioni, e quando iniziano a fare strani viaggi all’estero per incontrare emissari della concorrenza e provare a vendere i dati per la cui riservatezza sono pagati,  è un giochetto intervenire, minacciare di sbatterli in galera per uno dei tanti articoli del codice che stanno violando, e convincerli a dare ai servizi stessi ciò che avevano trafugato. E’ esattamente quel che i tedeschi del BND hanno fatto con Kieber, assicurandosi una lista di oltre 15 mila clienti che detenevano oltre 130 miliardi di euro presso veicoli finanziari creati e amministrati dalla LGT in Lichtenstein, e quel che i servizi francesi hanno fatto con Falciani, che se la spassa in Costa Azzurra avendo girato loro dati e consistenze di decine di migliaia di clienti della sede centrale di Ginevra  del colosso HSBC, l’ottava banca mondiale britannica di nome e mezza cinese ormai di fatto. Oltre quattro milioni a testa, questo il prezzo del loro tradimento di Stato. Che vale a Falciani anche l’aggiunta di quanto ricava per sospiratissime interviste sui migliori giornali continentali, colloqui in cui si spaccia per benefattore dell’umanità e non risponde sul perché e il percome i servizi francesi lo avessero messo nel mirino dopo un abboccamento a vuoto a Beirut a nome di istituti di credito concorrenti al suo, proprio per metterne alla prova la determinazione alla frode.

I valori e i delitti cambiano, al mutare delle circostanze. Capita così che Padre Dante riservasse ai traditori di chi si fida il nono cerchio dell’Inferno e il gelo eterno del Cocito, cioè la parte più profonda a simboleggiarne una nefandezza ben più grave di quella di incontinenti e ladri, simoniaci e barattieri. Ai tempi nostri, lo Stato si fa volentieri Dio e manda i traditori in Paradiso. Con l’imbarazzo di dover ammettere di avere nel corso di una medesima vicenda cambiato drasticamente idea. È quello che avviene per esempio in queste settimane in Germania. Dove il Land dello Schleswig Holstein ha deciso di aggiungere anche la propria iniziativa a quella dei servizi federali, e si è offerto di comprare una nuova lista di evasori presunti da un funzionario infedele della LLB, un’altra banca sempre del Liechtenstein. Il piccolo particolare è che la banca del principato aveva denunciato il furto tre anni fa, e allora le autorità federali germaniche avevano pienamente cooperato al recupero dei dati, costato 9 milioni di euro alla banca per il riscatto, nonché alla successiva condanna presso un tribunale tedesco del traditore medesimo, per la bellezza di 5 anni e 3 mesi. Si capisce bene che risulta un po’ difficile giustificare come 3 soli anni fa si finisse per anni in carcere, per lo stesso delitto che viene oggi indotto, strapagato e glorificato dai servizi segreti del medesimo Paese.

Non solo in Italia, i media hanno potentemente contribuito coi loro titoloni alla campagna propagandistica su queste liste che il fisco nazionale tedesco e francese, italiano e britannico hanno alimentato, al fine di assicurare dovunque consenso alle pressioni fiscali in aumento. Con risultati in realtà abbastanza diversi. Il Regno Unito si è attenuto alla regola che il Revenue and Custom Service dovesse istruire regolari istruttorie, senza poter contare sulla valenza probatoria dei dati giunti da liste che Francia e Germania hanno condiviso con gli altri Paesi OCSE.  Francia e Germania hanno usato il pugno di ferro, tagliando la testa a capi di grandi aziende come le Poste germaniche. In Italia, la parte nazionale della lista Kieber  è stata distribuita all’inizio tra ben 23 Procure: ma le eventuali ipotesi di reato erano comunque pressoché sempre prescritte, e in ogni caso la provenienza illecita dei dati ha portato ad archiviazioni di massa. Ci hanno pensato Befera e i suoi, a integrare coi nomi delle liste i 170 Paperoni italiani sconosciuti e nel mirino dal 2009 di accertamenti straordinari, e i circa 30 mila sospettati di attività finanziaria non in regole nei paradisi societari.

Il vero risultato è ciò che gli Stati si proponevano sin dall’inizio, oltre al consenso mediatico delle opinioni pubbliche: indurre il principato del Liechtenstein a smontare circa 15 mila tra Anstatlt e Stiftung, i veicoli fiduciari inventati ai tempi di Weimar da due geni benemeriti della finanza europea antistatalista,  Wilhelm Beck ed Heinrich Kuntze; indurre la svizzera UBS a consegnare agli americani – che non hanno pagato nulla – migliaia di nomi di clienti statunitensi, mentre Credit Suisse e altri grandi istituti sono stati costretti a un giro di vite dopo il caso HSBC. In piccolo, l’Italia ha mostrato e mostra i denti a San Marino. Era la concorrenza di piccoli Paesi che assicurano la riservatezza dei dati e hanno poche pretese fiscali, a dare davvero fastidio ai grandi dissipatori di denari dei contribuenti.   E questo obiettivo, dopo 80 anni di acquiescienza,  è stato raggiunto dai grandi Paesi europei con maggior efficacia  del falò d’immagine riservato ai presunti evasori. Riflettete su questo, voi tanti scandalizzati permanenti che credete davvero alla favola che le tasse si possano abbassare solo quando l’ultimo evasore sarà stanato: è una frottola gigantesca, perché ogni euro recuperato fa solo aumentare la pressione fiscale complessiva e non fa scendere la pressione su di me e tanti di voi che le imposte le pagate regolarmente.

Per quanto mi riguarda, se il governo come sembra andrà a carte quarantotto tra accuse reciproche a chi è più puttaniere e raggiratore – un dibattito che a me ispira complessivamente ormai puro ribrezzo, e che descrive l’orizzonte etico-culturale di questi leader e dei loro accoliti – bisognerà che qualcuno ricordi con tutta la durezza del caso che non è più degno di alcuna fiducia, chi da tanti anni ha preso i voti con la promessa di abbassare le tasse, per poi far regolarmente aumentare la pressione fiscale. non c’è chiacchiera contro gli evas

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