CHICAGO BLOG » think tanks http://www.chicago-blog.it diretto da Oscar Giannino Thu, 23 Dec 2010 22:50:27 +0000 it hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.0.1 Quei ponti fra la conoscenza ed il potere /2010/01/28/quei-ponti-fra-la-conoscenza-ed-il-potere/ /2010/01/28/quei-ponti-fra-la-conoscenza-ed-il-potere/#comments Thu, 28 Jan 2010 07:48:28 +0000 Pasquale Annicchino /?p=4942 Come ogni anno James McGann dell’Università della Pennsylvania, già autore di numero studi sui think tank , ha pubblicato il rapporto mondiale “Go-To Think Tanks”. I lettori di Chicago Blog sono ormai familiari con il mondo dei “serbatoi di pensiero”. Come scrive Mc Gann:

Think tanks, or public policy research institutions, have begun to prove their utility in the domestic policy sphere as information transfer mechanisms and agents of change by aggregating and creating new knowledge  through collaboration with diverse public and private actors.

In buona sostanza i think tank agiscono come “ponti fra la conoscenza d il potere”. E’ bene leggere nel dettaglio i dati presentati dalla ricerca di McGann. La prima cosa interessante da segnalare è la continua crescita del numero di think tank presenti nel mondo. Esistono oggi oltre 6300 think tank in 169 Paesi. Il dato è da valutare  tenendo conto della crescita del numero nel corso degli anni.

Per ciò che concerne la diffusione su scala geografica, Europa (28%) ed U.S.A. (30%) fanno registrare il numero più alto di think tank. C’è da dire che le strategie, il mercato delle idee e l’impatto dei think tank nelle due realtà sono totalmente diversi. Da segnalare l’aumento dei think tank in Cina.

Veniamo ai nomi. Ottimo posizionamento per la Brookings Institution (prima al mondo, prima negli Stati Uniti). La Chatman House si segnala come miglior think tank non americano. Tra i primi dieci negli Stati Uniti, oltre alla già menzionata Brookings, segnaliamo ilCarnegie Endowent for International Peace (2°), la Heritage Foundation (5°), Il Cato Institute(7°). Solo nono l’American Enterprise Institute. Da segnalare l’ottima prestazione del Center for American Progress dell’obamiano John Podesta premiato come il think tank che ha avuto il maggior impatto sulle public policies. E’ da queste parti che bisogna guardare per capire le mosse dell’amministrazione Obama.

Quattro le istituzioni italiane presenti nella classifica: l’istituto Bruno Leoni 36° in classifica, e poi l’Istituto affari internazionali, l’Aspen Institute ed il Centre for Economic and International Studies.

C’e’ un trend chiaro che emerge dal rapporto: anche nel mondo dei think tank la globalizzazione ha fatto e sta facendo la differenza. Entrare in un network per scambiare informazioni, best practices e soluzioni di policy da adattare alle singole realtà nazionali è indispensabile per sopravvivere nel mercato globale delle idee.

L’Italia non se la passa bene. A parte le iniziative di alcuni capitani coraggiosi, sembra che attori pubblici e privati in questo, come in altri settori abbiano fatto una scelta sul dove andare. O meglio, hanno optato per la più agevole delle soluzioni. Quella di non partire.

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Cicchitto e il calabrone /2009/11/20/cicchitto-e-il-calabrone/ /2009/11/20/cicchitto-e-il-calabrone/#comments Fri, 20 Nov 2009 21:40:03 +0000 Pasquale Annicchino /?p=3856 Mentre l’ornitorinco di Montezemolo distribuisce sonaglini e cotillon, idee niente costano troppo, si accende il dibattito sul “tempo delle fondazioni”.

L’ultima nata è REL (Riformismo e Libertà). Ne è promotore il deputato del PDL Fabrizio Cicchitto. L’articolo di Mattia Feltri su La Stampa riassume bene per gli interessati lo stato dell’arte (vedi anche Il Foglio).L’aspetto interessante, da segnalare per i lettori, è che con la caduta del muro di Berlino e il lento declino dell’egemonia culturale marxista, la destra avrebbe una naturale vocazione allo sviluppo di una contro-egemonia. Certo, le sacche di resistenza ci sono. Berlusconi in una famosissima puntata di Ballarò fece riferimento alle “scuole elementari, alla magistratura e alle università”. Prendiamo  il prendibile, ma è impossibile negare che in alcune parti della società la cultura di sinistra è ancora dominante. Per carità nulla di strano, solo il risultato di un graduale processo gramsciano di conquista e seduzione.

Tutto il contrario di quello che avviene ora all’interno del centrodestra italiano. Fondazioni temporanee che nascono legate ad esigenze del breve, brevissimo, periodo senza un progetto. Così ogni capo corrente crea la sua creatura. Produzione d’idee poche, però si fidelizzano le truppe.

Paradossalmente, un “vero” successo politico si può creare solo mediante la competizione al di fuori del ring elettorale e partitico. Per comprenderci, l’attuale nomina di molti giudici conservatori alla Corte Suprema americana non è avvenuta solo per i due mandati di Bush. La doppia elezione di Bush è stata possibile perché istituzioni deputate a produrre una cultura per il movimento conservatore hanno, dagli anni ’80, fatto il loro mestiere investendo nel mercato degli uomini e delle idee. Insomma, per vincere in politica non basta vincere le elezioni.

Tutto il contrario di quello che stiamo vedendo in Italia. Il centrodestra d’altronde non si fida degli intellettuali.

Come il calabrone che per il suo peso, la sua forma e le caratteristiche fisiche dell’aria non potrebbe volare, l’apparato di fondazioni che gravita attorno al PDL sembra destinato ad una sicura implosione futura. Eppure come il calabrone per ora il PDL vola. Chissà fino a quando.

 

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Montezemolo e l’ornitorinco /2009/10/06/montezemolo-e-lornitorinco/ /2009/10/06/montezemolo-e-lornitorinco/#comments Tue, 06 Oct 2009 11:21:11 +0000 Pasquale Annicchino /?p=3133 Dalle 15.30 di domani sarà possibile seguire in diretta la presentazione della nuova creatura di Luca Cordero di Montezemolo: Italiafutura. Molto si è scritto e molto si è detto a proposito dell’ advocacy group guidato da Andrea Romano. Come da tradizione di questo blog non entriamo nelle beghe della politica.  Qualche riflessione sulla nuova creatura montezemoliana appare però opportuna. 

 

Cos’e’ Italiafutura?

A dire il vero a chi scrive non è ancora chiaro di cosa stiamo parlando. La mission, la struttura e l’organizzazione non risultano ancora del tutto chiare. Andrea Romano ha parlato di “fantasia del complotto”, chiarendo che Italiafutura vuole dedicarsi al “futuro del paese”. Dal comunicato di Romano però non si evince nulla: un principio ispiratore, delle linee guida, un modello. Niente.

Italiafutura non è un think tank

Questo blog si è già occupato del ruolo sempre più influente dei think tanks nell’ambito della elaborazione delle public policies. Non solo. I think tanks sono spesso luoghi di aggregazione e palestre per la futura classe dirigente.  Mentre l’istituzione universitaria è travolta da una crisi di legittimità sempre più importante, che diviene crisi scientifica e d’influenza, in molti paesi le agili strutture dei think tanks riescono a rispondere meglio alla richiesta di analisi della politica. Il mercato delle idee ha i suoi tempi e le sue regole che sembrano agevolare sempre più queste istituzioni che riescono ad essere produttrici di contenuti, venditrici di prodotti ed anche istituzioni che contribuiscono alla costruzione della reputazione di giornalisti ed esperti (Mingardi). La struttura di Italiafutura non sembra però, ad oggi, rispondere a quella tipica di un think tank di matrice anglosassone. E’ stato d’altronde lo stesso Romano a parlare di un advocacy group. Definizione ancora tutta da scoprire.

La modernità anglosassone non è fatta per noi

Dunque non un think tank. Ad opinione di chi scrive, in questo caso, come in altri, le caratteristiche formali di una istituzione vanno poi a determinarne le policies sostanziali. Le forti connessioni con istanze partitiche, le esigenze forse dettate da contingenze momentanee, l’assenza di una visione della società che vada poi a determinare la mission dell’istituzione non depongono a favore dell’iniziativa montezemoliana. Un vero think tank concepito sul modello anglosassone ha bisogno non solo di amici degli amici che versano qualche euro , ma di forti idee e di indipendenza rispetto alle istanze partitiche. Altrimenti si diventa un centro studi, un’agenzia di propaganda e la credibilità va sotto zero.  Lo ha spiegato bene Andrew Rich, già autore di Think tanks, Public Policy and the Politics of expertise (Cambridge, 2004).

Italica modernità

Come l’ornitorinco di Eco, Italiafutura non rientra nella categoria  tradizionalmente utilizzata per descrivere istituzioni della stessa specie. Forse abbiamo solo bisogno di rivedere i nostri schemi classificatori. O forse Italiafutura rientra troppo bene nello schema dell’italica modernità dove, per dirla con Prezzolini: “I fessi  hanno dei principi, i furbi soltanto dei fini”.

 

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Ancora sui think-tank… /2009/07/02/ancora-sui-think-tank/ /2009/07/02/ancora-sui-think-tank/#comments Thu, 02 Jul 2009 17:32:38 +0000 Carlo Lottieri /?p=1335 Ricevo da Pasquale Annicchino e volentieri pubblico:

Il fiorire di iniziative think-tankistiche, o presunte tali, ha aperto un importante dibattito che l’Italia affronta da una posizione di assoluta retroguardia.

Negli interventi precedenti Alberto Mingardi ha giustamente messo in evidenza l’importanza che i think tank americani hanno nel “calare nella realtà concreta idee a livello di policies“. Si domanda ancora Mingardi: “Da noi (…) quand’è che si parla nei vari centri studi?”. La risposta di Mingardi (con sua buona pace) è simile a quella che avrebbe dato il marxista eterodosso Bordieu. Nei think tank italici si parla “quando si fa salotto”.

Strategie di investimento sociale che gli agenti sviluppano per trarne profitti materiali e simbolici. Il capitale sociale diventa così la base del capitalismo di relazione.

La realtà americana, presa a modello, è stata invece caratterizzata dalla presenza di veri e propri intellectual enterpreneurs capaci di investire nel valore delle idee e di coordinare gruppi di intellettuali e di network enterpreneurs spesso lontani l’uno dall’altro. La traduzione di questa “ricerca di base” in opzioni di policy è stato successivamente il compito dei political enterpreneurs. La differenza con la realtà italiana è che alla “dimensione non elettorale dell’attività politica” (Teles, 2008) è stata sempre garantita ampia indipendenza. Questo ha permesso il formarsi di centri studi autorevoli ed in concorrenza fra loro nel dibattito pubblico.

Se si osserva il paesaggio italiano nulla di nuovo appare sotto il cielo. Strani ircocervi si affacciano all’orizzonte e sembrano convergere nel nuovo mantra: l’esperienza doxica di Stato e di partito. Se le “idee hanno delle consequenze”, i pochi che lavorano su quelle e non dal “Bolognese” hanno poco da temere.

Bibliografia “think-tankista” minima:

Weidenbaum M. L., The competition of ideas: the world of Washington think tanks, New Brunswik, NJ, Transaction Publishers, 2009

Teles S. M., The rise of the Conservative legal movement, Princeton, Princeton University Press, 2008

Stone D.,  Denham A., Think tank traditions: policy research and the politics of ideas, New York, New York Universityb Press, 2004

Ricci D., The transformation of American politics: the new Washington and the rise of think tanks, New Haven, Yale University Press, 1993

Smith J.A., The idea brokers: think tanks and the rise of the new policy elite, New York, Free Press, 1991

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Amarcord liberista /2009/06/29/amarcord-liberista/ /2009/06/29/amarcord-liberista/#comments Mon, 29 Jun 2009 11:47:48 +0000 Alberto Mingardi /?p=1233 Colin Robinson, autore di un recente libro su Arthur Seldon, suo predecessore come Editorial Director dell’Institute of Economic Affairs di Londra, ha scritto un interessante articolo sull’ultimo Spectator, sull’importanza di Seldon e in generale dell’IEA, nell’Inghilterra anni Sessanta-Settanta. Per gli appassionati del tema, sono cose abbastanza note, ma trovo molto interessante, ancorché amaro, questo commento di Robinson:

‘Think tanks’ have proliferated in the last 30 years. But there is no ferment of ideas comparable to that in the late 1970s. The newer think tanks, often associated with political parties, accept the prevailing economic and political consensus and propose marginal changes, invariably involving more government spending and more government intervention. Sometimes they claim to be searching for a ‘big idea’. They bear no resemblance to the IEA of Seldon and Harris, which wanted to overturn the consensus, not reinforce it. Moreover, Harris and Seldon were not in search of a big idea. They already knew, when they started work at the IEA, what that idea was — a return to market liberalism. Their mission, which they accomplished, was to explain how that goal could be achieved by a reforming government which wished to leave people freer to make their own choices.

Sadly, there is no Seldon now. But, even if Arthur were still here, would his ideas be heeded, as they were in the late 1970s? Regrettably, that period now seems like an isolated, atypical episode when British politicians were seeking ideas and were willing to accept a set of principles as a basis for action.

C’è di che riflettere, per noialtri. Chi si occupa di politica culturale tende ad avere una visione troppo ottimistica o della politica (spieghiamo le cose ai policy maker: capiranno!) o dell’opinione pubblica (convinciamo la maggioranza, i decisori si adegueranno). C’è una idea di causa-effetto molto chiara, ben oltre le soglie accettabile di ingenuità. Un po’ è un legato illuminista, un po’ è il ricordo di alcune esperienza di successo, nelle quali le idee hanno orientato il corso delle scelte pubbliche. In UK le storie gemelle della Fabian Society e dell’Institute of Economic Affairs. Da noi, a loro modo, le strategie di marca gramsciana che hanno spinto in quella direzione chi voleva penetrare oltre le trincee della società civile. In che misura il mondo è lo stesso e in che misura è cambiato? Quelle tattiche hanno ancora un senso? Basta cambiare i mezzi (dagli Hobart Papers dell’IEA all’alluvione di papers su Internet), o forse la fiducia nel “potere delle idee” è solo un pensiero autoconsolatorio degli intellettuali, cui piace la sensazione di essere al centro del mondo? E ancora, battersi sul terreno di gioco dell’opinione pubblica produce risultati, oppure ha avuto casualmente senso solo in un momento storico nel quale c’era una classe politica a tal punto assieme alfabetizzata e sfiduciata nell’ideologia allora dominante, da essere pronta ad assorbire le idee di qualche altro “scribacchino defunto”? Sono tutte domande che devono tormentare chi spera nel “proselitismo liberista”, ma non può accontentarsi di spolverare i trofei di altre battaglie.

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