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Posts Tagged ‘think tanks’

Quei ponti fra la conoscenza ed il potere

28 gennaio 2010

Come ogni anno James McGann dell’Università della Pennsylvania, già autore di numero studi sui think tank , ha pubblicato il rapporto mondiale “Go-To Think Tanksâ€. I lettori di Chicago Blog sono ormai familiari con il mondo dei “serbatoi di pensieroâ€. Come scrive Mc Gann:

Think tanks, or public policy research institutions, have begun to prove their utility in the domestic policy sphere as information transfer mechanisms and agents of change by aggregating and creating new knowledge  through collaboration with diverse public and private actors.

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Pasquale Annicchino Senza categoria, mercato ,

Cicchitto e il calabrone

20 novembre 2009

Mentre l’ornitorinco di Montezemolo distribuisce sonaglini e cotillon, idee niente costano troppo, si accende il dibattito sul “tempo delle fondazioniâ€.

L’ultima nata è REL (Riformismo e Libertà). Ne è promotore il deputato del PDL Fabrizio Cicchitto. L’articolo di Mattia Feltri su La Stampa riassume bene per gli interessati lo stato dell’arte (vedi anche Il Foglio). Prosegui la lettura…

Pasquale Annicchino liberismo, mercato ,

Montezemolo e l’ornitorinco

6 ottobre 2009

Dalle 15.30 di domani sarà possibile seguire in diretta la presentazione della nuova creatura di Luca Cordero di Montezemolo: Italiafutura. Molto si è scritto e molto si è detto a proposito dell’ advocacy group guidato da Andrea Romano. Come da tradizione di questo blog non entriamo nelle beghe della politica.  Qualche riflessione sulla nuova creatura montezemoliana appare però opportuna. Prosegui la lettura…

Pasquale Annicchino Senza categoria, liberismo, mercato ,

Ancora sui think-tank…

2 luglio 2009

Ricevo da Pasquale Annicchino e volentieri pubblico:

Il fiorire di iniziative think-tankistiche, o presunte tali, ha aperto un importante dibattito che l’Italia affronta da una posizione di assoluta retroguardia.

Negli interventi precedenti Alberto Mingardi ha giustamente messo in evidenza l’importanza che i think tank americani hanno nel “calare nella realtà concreta idee a livello di policies“. Si domanda ancora Mingardi: “Da noi (…) quand’è che si parla nei vari centri studi?”. La risposta di Mingardi (con sua buona pace) è simile a quella che avrebbe dato il marxista eterodosso Bordieu. Nei think tank italici si parla “quando si fa salotto”.

Strategie di investimento sociale che gli agenti sviluppano per trarne profitti materiali e simbolici. Il capitale sociale diventa così la base del capitalismo di relazione.

La realtà americana, presa a modello, è stata invece caratterizzata dalla presenza di veri e propri intellectual enterpreneurs capaci di investire nel valore delle idee e di coordinare gruppi di intellettuali e di network enterpreneurs spesso lontani l’uno dall’altro. La traduzione di questa “ricerca di base” in opzioni di policy è stato successivamente il compito dei political enterpreneurs. La differenza con la realtà italiana è che alla “dimensione non elettorale dell’attività politica” (Teles, 2008) è stata sempre garantita ampia indipendenza. Questo ha permesso il formarsi di centri studi autorevoli ed in concorrenza fra loro nel dibattito pubblico.

Se si osserva il paesaggio italiano nulla di nuovo appare sotto il cielo. Strani ircocervi si affacciano all’orizzonte e sembrano convergere nel nuovo mantra: l’esperienza doxica di Stato e di partito. Se le “idee hanno delle consequenze”, i pochi che lavorano su quelle e non dal “Bolognese” hanno poco da temere.

Bibliografia “think-tankista” minima:

Weidenbaum M. L., The competition of ideas: the world of Washington think tanks, New Brunswik, NJ, Transaction Publishers, 2009

Teles S. M., The rise of the Conservative legal movement, Princeton, Princeton University Press, 2008

Stone D.,  Denham A., Think tank traditions: policy research and the politics of ideas, New York, New York Universityb Press, 2004

Ricci D., The transformation of American politics: the new Washington and the rise of think tanks, New Haven, Yale University Press, 1993

Smith J.A., The idea brokers: think tanks and the rise of the new policy elite, New York, Free Press, 1991

Carlo Lottieri Senza categoria , , ,

Amarcord liberista

29 giugno 2009

Colin Robinson, autore di un recente libro su Arthur Seldon, suo predecessore come Editorial Director dell’Institute of Economic Affairs di Londra, ha scritto un interessante articolo sull’ultimo Spectator, sull’importanza di Seldon e in generale dell’IEA, nell’Inghilterra anni Sessanta-Settanta. Per gli appassionati del tema, sono cose abbastanza note, ma trovo molto interessante, ancorché amaro, questo commento di Robinson:

‘Think tanks’ have proliferated in the last 30 years. But there is no ferment of ideas comparable to that in the late 1970s. The newer think tanks, often associated with political parties, accept the prevailing economic and political consensus and propose marginal changes, invariably involving more government spending and more government intervention. Sometimes they claim to be searching for a ‘big idea’. They bear no resemblance to the IEA of Seldon and Harris, which wanted to overturn the consensus, not reinforce it. Moreover, Harris and Seldon were not in search of a big idea. They already knew, when they started work at the IEA, what that idea was — a return to market liberalism. Their mission, which they accomplished, was to explain how that goal could be achieved by a reforming government which wished to leave people freer to make their own choices.

Sadly, there is no Seldon now. But, even if Arthur were still here, would his ideas be heeded, as they were in the late 1970s? Regrettably, that period now seems like an isolated, atypical episode when British politicians were seeking ideas and were willing to accept a set of principles as a basis for action.

C’è di che riflettere, per noialtri. Chi si occupa di politica culturale tende ad avere una visione troppo ottimistica o della politica (spieghiamo le cose ai policy maker: capiranno!) o dell’opinione pubblica (convinciamo la maggioranza, i decisori si adegueranno). C’è una idea di causa-effetto molto chiara, ben oltre le soglie accettabile di ingenuità. Un po’ è un legato illuminista, un po’ è il ricordo di alcune esperienza di successo, nelle quali le idee hanno orientato il corso delle scelte pubbliche. In UK le storie gemelle della Fabian Society e dell’Institute of Economic Affairs. Da noi, a loro modo, le strategie di marca gramsciana che hanno spinto in quella direzione chi voleva penetrare oltre le trincee della società civile. In che misura il mondo è lo stesso e in che misura è cambiato? Quelle tattiche hanno ancora un senso? Basta cambiare i mezzi (dagli Hobart Papers dell’IEA all’alluvione di papers su Internet), o forse la fiducia nel “potere delle idee” è solo un pensiero autoconsolatorio degli intellettuali, cui piace la sensazione di essere al centro del mondo? E ancora, battersi sul terreno di gioco dell’opinione pubblica produce risultati, oppure ha avuto casualmente senso solo in un momento storico nel quale c’era una classe politica a tal punto assieme alfabetizzata e sfiduciata nell’ideologia allora dominante, da essere pronta ad assorbire le idee di qualche altro “scribacchino defunto”? Sono tutte domande che devono tormentare chi spera nel “proselitismo liberista”, ma non può accontentarsi di spolverare i trofei di altre battaglie.

Alberto Mingardi liberismo , , ,