Sulla morte del G8, l’unico foro in cui l’Italia aveva un ruolo da comprimario primattore, ho già scritto ieri sera per il Messaggero di oggi. Che davvero si debba prendere alla lettera l’impegno che il “Framework for Strong, Sustainable, and Balanced Growth” esponga nel G20 a una peer review incrociata che faccia rientrare gli eccessi di deficit commerciale americano e del saldo di parte corrente che lo pareggia, obbligando gli USA a importare di meno e la Cina a consumare di più, mi sembra un classico sogno alla Obama anche se mi rendo conto sia molto conveniente credere che siamo davvero alla svolta del XXI secolo. Mi accontenterei di vedere, di qui a fine anno come promesso, prender corpo in dettagli concreti le proposte del FSB sugli otto punti che sono poi la ciccia essenziale: i requisiti di capitale bancario da rafforzare in amount and quality, con cuscinetti anticlici per evitare effetti contrari (qui c’è il problema tedesco, che per l’Europa a leva tuttora maggiore degli USA è pesante, e voglio vedere come si risolve); un nuovo standard di liquidità cross border da introdurre, per evitare asfissie future del’interbancario; i criteri di macrostabilità per gli intermediari che pongano rischi sistemici a prescindere dal Paese in cui siano incardinati; un set comune tra IASB e FASB, Usa e Ue sui criteri contabili-patrimoniali; l’adesione da parte FASB a standard comunque condivisi; la stretta annunciata a hedge funds e agenzie di rating; le camere di clearing per i derivati OTC, con innalzamento dei margini per partecipare al loro mercato; il rilancio della securitization su basi più solide. Lascio da parte la proposta sui compensi bancari, perché quella è fuffa per politici alla ricerca di applausi.
La parte più concreta, dunque, è affidata ai lavori coordinati da Draghi, ed entro fine anno si vedranno le prime proposte, da attuare tra fine 2010 per i requisiti di capitale bancari e 2012 per i derivati. Vedere per credere. Ma Draghi sale, eccome se sale.
]]>Sul primo punto, mi limito a segnalare il post di John Taylor sul suo blog. Il FMI ha finora impegnato in prestiti solo il 7 % dei 750 milardi di diritti speciali di prelievo che gli erano stati straordinariamente assegnati all’inizio dell’aprile scorso, molto meno ancora di quanto non avvenne nella raffica di crisi finanziarie dei Paesi emergenti, nella seconda metà degli anni Novanta. In più, oggi l’economia mondiale è trainata proprio da quei Paesi, e non sono le crisi potenziali dell’Est Europa o Russia a giustificare una simile panoplia di risorse a disposizione. Si inizi a tagliare, perché troppi denari a disposizione di enti pubblici alla ricerca di ruolo sono sempre una ghiotta occasione per sprechi inutili.
Quanto al ruolo della BRI o BIS se seguite l’acronimo inglese, segnalo dalla bellissima Quarterly Review appena uscita:
- questa proposta in materia di derivati Over The Counter, volta a creare camere di compensazione assai meno ideologicamente vincolanti dei tanti deliri proibizionisti fioriti ultimamente sulle bocche di tanti insospettabili economisti ammazza-finanza;
- questa analisi su una possibile eventuale metodologia per classificare i diversi tipi di intermediari finanziari in classi di rischio macrosistemico, con esempi concreti rispetto al situazione attuale mondiale;
- infine questa ricerca su come e perché il costo dell’equity bancario divenisse sempre meno sensibile, nel quindicennio 1990-2005, al crescere del rischio sul mercato e di mercato.
]]>Oggi sul Sole Guido Tabellini spende considerazioni di buon senso, contro l’accanimento demagogico. Ma anche lui resta “corto” di evidenze probatorie. Vi propongo allora di consultare quello che a mio giudizio è attualmente la più seria, documentata e recente ricerca sul tema della supposta inferenza bonus-crisi. I due autori, Fahlenbrach e Stultz della Ohio University, scrivono nell’abstract conciso le conclusioni alle quali sono giunti.
We investigate whether bank performance during the credit crisis of 2008 is related to CEO incentives and share ownership before the crisis and whether CEOs reduced their equity stakes in their banks in anticipation of the crisis. There is no evidence that banks with CEOs whose incentives were better aligned with the interests of their shareholders performed better during the crisis and some evidence that these banks actually performed worse both in terms of stock returns and in terms of accounting return on equity. Further, option compensation did not have an adverse impact on bank performance during the crisis. Bank CEOs did not reduce their holdings of shares in anticipation of the crisis or during the crisis; further, there is no evidence that they hedged their equity exposure. Consequently, they suffered extremely large wealth losses as a result of the crisis.
Su queste basi, credere che le remunerazioni siano state cause, invece che effetti, mi pare un po’ azzardato.
]]>Grandi banche con modelli di governance di quelli che noi amici del mercato prediligevamo, cioè più shareholder friendly, hanno performato peggio. Quelle appartenenti a Paesi in cui i regolatori avevano posto requisiti di capitale più rigorosi, hanno performato meglio. In alcuni casi – per questo sottogruppo – hanno registrato perdite azionarie maggiori nei primi mesi, ma solo perché regolatori forti e indipendenti hanno imposto ricapitalizzazioni energiche, invece di pensare a salvataggi dei peggiori e ad abbassare la disciplina patrimoniale per tutti gli altri, come avvenuto in Paesi dove il regolatore è meno indipendente rispetto alla politica (e il meno tra tutto, oggi, è quello americano!). I regolatori “forti” hanno preferito perdite maggiormente addossate agli azionisti, e aumenti di capitale onerosi per loro, piuttosto che addossare i costi della minor disciplina patrimoniale bancaria al contribuente. Le banche più forti sul Tier1 e con più depositi sono candidate nel medio periodo a risultare premiate: ma se nel dopo Lehman il vantaggio doveva andare a quelle con asset più liquidi e maggiori impieghi ordinari, il compromesso a sostenere le peggiori realizzato da grandi regolatori come quelli americani rischia invece di rimettere in posizione di vantaggio chi incentra il proprio modello soprattutto sul propriety trading e che ancor oggi può contare su una disciplina patrimoniale e su una supervisione più lasca di quella di modello italiano. Ecco da dove nasce il perdurante successo di Goldman Sachs.
Questo altro paper, più per addetti ai lavori,offre un suggerimento sul quale sono particolarmente d’accordo. I due economisti svedesi che ne sono autori mettono sotto il microscopio la disciplina dei requisiti di capitale prevista da Basilea II, alla luce di un’analisi approfondita delle diverse componenti del rischio. Mentre la componente “continua” del rischio corrisponde a quella generalmente stimata e scontata dal mercato, quella erratica collegata al “rischio d’evento” è pressoché totalmente ignorata da Basilea II, nonché volutamente estranea ai molteplici modelli di VaR autoelaborati dalle grandi banche USA (e non solo,vedi D e CH). Il risultato paradossale è che il rischio “d’evento” pesa fino al 30% del rischio di portafoglio complessivo delle aziende small caps – classicamente in settori diversi da quello finanziario, i cui libri sono passati sotto severo esame dalle banche per decidere se concedere o meno credito – mentre pesa meno dell’1% per le grandi banche, da cui la crisi si è originata proprio per questo. I regolatori e il Financial Stability Board guidato da Mario Draghi potrebbero utilmente dedurne che occorrono requisiti di capitale variabili per tipo di asset finanziario intermediato con diverso rischio di solvibilità e di prenditore, imponendo alle banche commerciali – che lavorano con denaro dei depositanti – una total disclosure in materia. Negli Usa, al momento – ma ripeto non solo lì- non si è visto niente di tutto questo, sinora.
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