Ebbene, l’anno venturo, complice l’aumento della produzione di energia ecologica sul totale, l’Umlage schizzerà verso l’alto (da 2,047 cent a 3,530 per kWh; qui il grafico) e con ogni probabilità l’aumento della bolletta si aggirerà intorno ai 70 euro all’anno per famiglia.
Tra i tanti motivi del repentino aumento della produzione di energie rinnovabili (ma ricordiamo sempre che il solare contribuisce per l’1% alla produzione nazionale di energia teutonica!), il quotidiano economico Handelsblatt cita anche la corsa all’acquisto di un pannello fotovoltaico da parte di moltissimi tedeschi, desiderosi di sfruttare le cd. feed-in-tariffs prima dei tagli destinati ad entrare in vigore nel mese di ottobre 2010 (-3%), a gennaio 2011 (fino a -13%) e a gennaio 2012 (fino a -21%).
Una piccola eterogenesi dei fini, insomma, destinata forse a rientrare quando i tagli saranno stati implementati una volta per tutte. Solo allora vi sarà forse una discesa della curva totale delle sovvenzioni al solare, che nel 2011, nonostante le tariffe meno generose, toccherà verosimilmente livelli superiori al 2010, a fronte però di una potenza installata maggiore.
L’approvazione del taglio alle sovvenzioni per il fotovoltaico deciso dal Parlamento tedesco lo scorso agosto è infatti solo il primo passo verso la definitiva cancellazione dei sussidi, prevista entro il 2030. Al proposito, gli strepiti degli ambientalisti (e di alcuni curiosi banchieri delle Landesbanken, che paventano una possibile depressione del settore a causa della concorrenza cinese) sono del tutto ingiustificati, tanto più alla luce dei grafici e delle tabelle che gli stessi ecologisti amano esibire per dimostrare che ormai il solare è sempre più concorrenziale. Delle due l’una. O il solare è competitivo e allora i sussidi non servono più e vanno pian piano ridotti. Oppure il solare non è competitivo e perciò deve continuare a rimanere a carico di tutti i contribuenti. Tertium non datur.
]]>1) Come ricordammo già in questo articolo per AGI-Energia dell’ottobre scorso, i sussidi al solare sono ormai unanimemente considerati inefficienti (non dai Verdi, vabbé..) rispetto a quanto erogato per altre fonti di energia rinnovabile. Anche gli investimenti nel settore sono assai stagnanti e quasi tutti di fonte pubblica, mentre questo non è il caso dell’eolico, relativamente più concorrenziale e con una quota di investimenti privati molto più elevata, come ricordano anche dall’IW di Colonia. Manca ancora il voto del Bundesrat, ma siamo in dirittura d’arrivo. Bene.
2) L’FDP avrebbe voluto un’abolizione totale, sul modello di molti altri stati europei. Come accaduto altrove, ha dovuto piegarsi e accettare soltanto una ulteriore riduzione del periodo di coscrizione obbligatoria. Vena militarista dei democristiani? Niente affatto; o meglio, non solo. Eliminando il servizio militare, si sarebbero tagliate le ali anche ai nove mesi (già ridotti nel 2004 dai tredici precedenti!) di servizio civile, potente mezzo di ammortizzazione sociale. Con 10 euro al giorno- alla faccia del precariato!- decine di migliaia di studenti svolgono servizi di prima necessità in case di riposo, ospedali, enti pubblici e privati. Un esercito di parastipendiati pubblici che non si esaurisce mai. Privarsene non sarebbe affatto popolare. Ed Angie bada alla sostanza.
]]>Le lobby ambientaliste hanno avuto, in Italia, un’influenza che va ben al di là del peso elettorale dei partiti “verdi”. Il loro maggior successo è stato la vittoria al referendum antinucleare del 1987, che ha sancito la fine di un’avventura tecnologica che aveva visto il nostro paese, per una volta, all’avanguardia, con ingenti costi economici e ambientali. Oggi la Terra Promessa sembra stare nelle energie rinnovabili, presentate come la panacea di ogni male: non solo energia pulita, a zero emissioni, ma anche un mezzo per spingere l’economia, anzi, la creazione di una “new new” economy (per non confonderla con la precedente “new” economy), detta, per l’appunto, “green economy”, alternativa e Pareto-superiore alla “vecchia” economy. Insomma, un gioco dove tutti hanno da guadagnarci, sia in termini di salute che ambientali, economici e occupazionali. Gli endorsement non mancano sia a sinistra che a destra, passando per il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e la Commissione Europea. Eppure, il sospetto che non siano tutte rose e fiori, che ci siano delle insidie dietro l’angolo e’ molto concreto. Un nostro studio prova a fare ordine. Nel Working Paper “Are Green JObs Real Jobs?” cerchiamo di far luce sull’efficacia della “green economy”, come strumento per creare posti di lavoro; per prima cosa abbiamo cercato dei riferimenti alle esperienze dei paesi più “impegnati”, ossia Danimarca, Germania e Spagna, scoprendo una recente letteratura che, a distanza di vari anni dall’inizio dell’incentivazione, cerca di tirare le somme, con risultati soprendenti: miliardi di euro (73,8 e 28,7 rispettivamente per Germania e Spagna) spesi, e il paradosso di un paese che deve esportare la sua energia quando tira vento (la Danimarca) per mantenere in equilibrio la rete di trasmissione. Successivamente ci siamo concentrati sull’Italia, analizzando i vari programmi a sostegno delle rinnovabili, dal CIP6 (sui cui soltanto recentemente si è indagato a fondo) ai Certificati Verdi sino alle più recenti Tariffa Omnicomprensiva (feed-in tariff) e Conto Energia. La bolletta? Solo il CIP6 è costato non meno di 46,6 miliardi di euro e costerà altri 30 mld fino al 2020, con discutibili risultati in termini di promozione dell’energie rinnovabili (va detto per chiarezza che la maggioranza di queste risorse hanno sovvenzionato le fonti cosiddette “assimilate”). Ma neanche gli altri sistemi di incentivazione scherzano: il Conto Energia è costato ben 400 milioni di euro in soli due anni e l’Authorità per l’Energia stima che il costo degli incentivi salirà a di circa 6-7 miliardi al 2020.
A fronte di questa montagna di denaro sottratto ai consumatori, quale risultato? Il nostro studio stima che, a secondo degli scenari, potrebbero essere creati fra 55 e 112 mila posti di lavoro (si tratta probabilmente di sovrastime, che poggiano sulle valutazioni dei posti attualmente esistenti nell’eolico e fotovoltaico a loro volta, riteniamo, sopravvalutate), assumendo che il potenziale massimo stimato dal governo nel 2007 (9.500 MW per fotovoltaico e 22.500 MW per eolico) venga raggiunto. L’indicatore per apprezzare l’efficienza dell’investimento in termini di impatto occupazionale netto, già usato per simili scopi in Spagna, è il rapporto tra lo stock medio di capitale per lavoratore (sussidi) destinati alle energie rinnovabili e lo stock medio per lavoratore del settore manufatturiero e dell’economia in generale. Risulta dunque che se le stesse risorse fossero lasciate al mercato, per ogni “green job” potrebbero essere creati 6,9 posti nel settore manufatturiero e 4,8 nell’economia in media.
Ciò non significa necessariamente che un “green job” ne distrugga 4,8 o 6,9, bensì che l’industria verde è ad alta intensità di capitale, dunque difficilmente potrà risolvere problemi occupazionali in maniera efficiente. Meglio lasciare questo denaro nelle tasche di cittadini e imprese (la tariffa A3 vale il 4,3% della bolletta media) e lasciar fare al mercato che saprà allocarlo in maniera migliore. Nulla da togliere al fatto che le energie rinnovabili abbiano moltissimi pregi, tra i quali un possibile impatto positivo sull’ambiente, ma come volano dell’economia proprio non ci siamo.
E pensare che per cifre dello stesso ordine di grandezza oggi c’è una nazione allo sbando e un’Unione Europea sul orlo della dissoluzione…
]]>In spite of record growth rates over the past five years, high costs (solar energy can be four times as expensive as traditional gas-fired electricity) and the economic downturn mean solar has not become a mainstream energy source. While many solar companies were profitable before the economic downturn, boosted by government subsidies, the credit squeeze and fall in energy demand has hit them along with the rest of the power sector.
Traduco liberamente:
Nonostante la crescita record degli ultimi cinque anni, il costo folle (almeno quattro volte più di una tradizionale centrale a gas) e la recessione hanno impedito al solare di diventare una fonte energetica di primaria importanza. La crisi del credito e il crollo della domanda di energia hanno colpito il solare così come il resto del settore elettrico, a dispetto del fatto che molte imprese solari fossero assai profittevoli prima della recessione, imbottite com’erano di sussidi pubblici.
In breve: il solare, essendo una fonte farlocca e costosissima che nessuno degnerebbe anche solo di uno sguardo in condizioni di mercato, sta in piedi grazie ai dindi rapinati ai consumatori, ma adesso neppure quelli bastano più. Dio ci salvi dalle buone intenzioni.
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Qui l’aggettivo faraonico calza a pennello. Non soltanto perché siamo nell’Africa sahariana, ma anche e soprattutto per la natura del progetto. Su imbeccata del Club di Roma, un consorzio di giganti del settore energetico tedesco- tra cui persino le tanto vituperate RWE, E.on e Siemens- ha lanciato stamane un’iniziativa a dir poco imponente quanto a costi di investimento e rischio di impresa: raccogliere energia solare direttamente dove il sole batte di più (che si tratti di un’implicita ammissione che piazzare pannelli a Lubecca serve a poco?), ossia nel deserto, per poi trasportarla in Europa.
L’obiettivo consiste nel soddisfare la sempre maggiore domanda energetica, nell’aiutare l’ambiente e nel contribuire a realizzare l’ormai fantomatica indipendenza energetica (sic) dell’Europa continentale dal cattivo zar Putin. Peccato che il Sahara non sia esattamente terra di nessuno, ma corrisponda a fette di territorio più o meno grandi, appartenenti a Stati non proprio “democratici”. Al di là del buonismo di maniera sugli standard di democraticità di questi paesi (più importante è capire il grado di affidabilità che essi garantiscono per la continuità dell’opera), ci permettiamo modestamente di ricordare che l’approccio al progetto trasuda di un colonialismo un po’ d’antan. Ricordate la boutade di Tremonti sulle centrali in Albania? Ecco, il substrato culturale non è poi molto diverso. Tutti paiono preoccuparsi dei benefici che un’opera simile produrrà per i cittadini tedeschi ed europei, senza porsi l’interrogativo fondamentale. A questi paesi africani sta bene? Non vogliono niente in cambio?
In secondo luogo, resta ignota l’entità dell’esborso e il nome dei soggetti che dovranno sobbarcarselo. Per quanto riguarda il primo, pare che la cifra si aggiri intorno ai 400 miliardi in uno spazio di quarant’anni…Cifre che fanno girare la testa, anche agli oltranzisti delle rinnovabili… Per quanto attiene i secondi, noi avremmo già un’ideuzza. La parola inizia per c, finisce per i e ha dodici lettere… Resta solo da capire di quale paese.
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