La Fiom è durissima nel respingere l’accordo. Giorgio Cremaschi, presidente nazionale del comitato centrale della Fiom, è stato il primo giorni fa a dirsi contrario al referendum e l’ha definito illegittimo. Perché non è nella disponibilità della maggioranza dei dipendenti di Mirafiori tirarsi fuori dal contratto nazionale, sostiene Cremaschi, ma solo tutti i metalmeccanici italiani potrebbero a maggioranza deciderlo. Quali visioni di fondo e valori si contrappongono, in questo no? Tentiamo di capirlo al di là delle scomuniche, perché si tratta di temi decisivi per la vita del Paese, non solo per Mirafiori che è comunque un simbolo pregiato dell’intera storia industriale italiana.
La tesi di Cremaschi e di chi dice no è che il contratto nazionale, le sue norme su retribuzioni e utilizzo degli impianti, turni e straordinari, retribuzioni e diritti sindacali, non sono nella disponibilità dei singoli lavoratori. Solo le parti nazionali – sindacati e imprese – possono insieme definirli e modificarli. Altrimenti, se passa il principio per il quale gli orari come lo sciopero possono essere ridefiniti per consenso maggioritario nelle singole aziende, è come rinunciare una volta per tutte al motivo ideale per il quale nacquero i contratti nazionali: come espressione cioè della solidarietà che i lavoratori più forti, attraverso la loro lotta, davano a quelli più deboli, cioè più esposti ad offerte inferiori delle imprese e al loro ricatto.
Storicamente, è stato esattamente così, è illogico negarlo. Ma c’è un motivo altrettanto vero, per superare questa impostazione. La storia è andata avanti. E, come sempre, la storia la fa chi a sfide nuove risponde con soluzioni nuove. Non siamo né ai primi del Novecento, né negli anni Cinquanta e Sessanta. L’Italia resta un Paese in cui per fortuna la manifattura continua a pesare assai più che in altri Paesi avanzati, e questo dà forza al nostro export e realizza il più della crescita italiana. Ma è tramontata l’illusione che esistesse un percorso obbligato per il quale le imprese piccole diventavano medie, le medie grandi, e gli operai sempre di più e sempre più standardizzate nei loro processi organizzativi come nelle condizioni di lavoro.
Da decenni, sappiamo che non è così. La crisi ci ha messo poi duramente di fronte a una realtà completamente diversa. Quella di grandi Paesi che ci sono concorrenti diretti nella manifattura sui mercati esteri, che sono più competitivi di noi per via di relazioni industriali completamente diverse. Basate su grandi accordi aziendali e non nazionali di categoria, perché le esigenze di adeguamento al mutare della domanda di ogni prodotto e modello sono diverse. E spesso, per esempio negli Stati Uniti come in Germania, intese aziendali agevolate dal fatto che l’impresa di trova di fronte un sindacato unico, non l’eterogenea pluralità di sigle che nella realtà italiana sono figlie della complicata evoluzione ideologico-politica del nostro paese.
E’ di fronte a questa realtà e alla sfida che essa rappresenta per l’impresa italiana – ripeto per tutta quella italiana, non solo per Mirafiori e la Fiat – che occorre definire regole nuove. Questa volta “dal basso”, azienda per azienda e stabilimento per stabilimento, invece che dall’alto come avvenne quando sindacati e masse operaie giustamente affermarono il proprio diritto di fronte a un’impresa abituata a a trattarli non con giustizia ma al più con paternalismo. Ed è per questo che serve e servono i referendum, in modo che siano tutti i lavoratori a decidere, sulle intese definite tra aziende e sindacati. Definite anch’esse maggioritariamente. Perché questo è ciò che esprime la grande novità rispetto al passato, il non consentire più un diritto di veto a chi dice no nella convinzione che senza unanimità nulla possa cambiare.
Era una regola che la stessa Fiat per molti anni ha difeso, e che indusse il presidente di Confindustria Montezemolo a non fare un passo per anni, quando la Cgil si alzò dal tavolo per i nuovi assetti contrattuali. Oggi, continuare con quel metodo significherebbe uscire da settori interi della produzione e della concorrenza sui mercati. Sarebbe questa, la conseguenza di continuare e pensare che in materia di lavoro esistono solo diritti collettivi, e non diritti individuali, con lavoratori liberi di esprimere il loro sì o il loro no a più turni per più salario detassato, con l’aliquota unica del 10%, salario che altrimenti non ci sarebbe. Ma liberi anche di esprimere il loro sì alle nuove norme contro l’assenteismo di comodo e le finte malattie, quei fenomeni che in alcuni stabilimenti Fiat esistono e che con i diritti dei lavoratori non c’entrano nulla.
Dopo Pomigliano, il Patto di natalòe per Mirafiori può essere una nuova data storica. L’accordo di Natale per un’Italia che non abbassa la testa sui mercati, e che veda aziende, sindacati e lavoratori capaci di condividere a maggioranza e di vincere insieme le sfide del mondo nuovo. Ora bisogna vincere nelle urne. Per Bonanni e Angeletti non sarà facile, bisognerebbe autotassarsi per dargli una scorta aggiuntiva. Prevedo infatti lo scatenarsi du una guerra ideologica durissima.
]]>La situazione di Fiat in Italia si fa sempre piú complicata. Non vi sono solo evidenti problemi nella produzione, con una mancanza di competitività cronica del nostro Paese, ma anche da un punto di vista delle vendite i dati sono sempre piú difficili per l’azienda guidata da Sergio Marchionne. L’Unrae ha pubblicato oggi i dati relativi al mese di ottobre. Il mercato è in “profondo rosso”, avendo registrato una caduta del 28,8 per cento lo scorso mese, mentre da gennaio ad ottobre 2010 le automobili vendute sono diminuite del 7 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Fiat si comporta peggio del mercato con una riduzione delle vendite del 39,9 per cento nel mese di ottobre e del 15,1 per cento nei primi 10 mesi dell’anno. Si possono trarre due conclusioni da questi dati alquanto preoccupanti.
Il doping di Stato del febbraio 2009 sta rivelando tutti i suoi difetti. Incentivare e sussidiare artificialmente il mercato è possibile farlo per un periodo limitato. Il consumatore anticiperà il proprio acquisto, creando di fatto una crisi peggiore nel medio periodo.
La seconda considerazione riguarda la casa automobilistica di Torino: Fiat non solo produce solo 600 mila veicoli in Italia, sui circa 4 milioni di veicoli che produrrá all’anno con Chrysler, ma anche le vendite nel nostro Paese sono scese a livelli molto bassi. Se l’Italia incide per circa il 15 per cento dal lato produttivo sull’intera Fiat, anche la quota di mercato dell’Italia sulle vendite globali della casa automobilistica torinese è scesa al 15 per cento.
Un’azienda quando decide di produrre in un determinato paese, non guarda solo ai costi produttivi, ma soprattutto alle possibilità di sviluppo del mercato. È stato questo il caso di Volkswagen, che mentre in Cina in tre trimestri ha venduto quasi 1,5 milioni di automobili in crescita di circa il 39 per cento, in Germania, dove il mercato è depresso dopo un anno pieno di sussidi pubblici dati dal Governo Merkel, il 2009, venderà meno di un milione di autoveicoli. L’intero gruppo di Wolfsburg ha venduto nei primi tre trimestri in tutta Europa circa 2,1 milioni di veicoli, in contrazione di circa il 4 per cento. Se tale andamento dovesse continuare, nel 2012 il primo mercato per il gruppo Volkswagen sará quello cinese. La casa automobilistica tedesca non è andata in Cina a produrre perché i costi di produzione sono evidentemente piú bassi, ma è andata nella Repubblica Popolare per prendere le opportunità che arrivavano da quel mercato.
Volkswagen può insegnare una cosa alla Fiat e una ai sindacati e alla classe dirigente italiana. Alla Fiat indica quale è la direzione da prendere per il futuro. Lo sviluppo del mercato non arriverá piú da Europa e Stati Uniti, dove comunque è importante avere una forte presenza, ma è necessario andare verso l’Asia.
I sindacati e la politica, invece, non devono pensare alla delocalizzazione come una “fuga” dall’Italia. In Germania si producono quasi 10 volte il numero di veicoli prodotti in Italia, nonostante la Cina sia ormai essenziale per la principale casa automobilistica tedesca. Bisogna pensare ad adottare una contrattazione a livello aziendale, come proposto da Sergio Marchionne a Pomigliano d’Arco e Melfi, senza pregiudizi. Non è un caso che il 40 per cento dei contratti in Germania siano di livello aziendale e non legati ad un contratto nazionale.
Quando Marchionne chiede maggiore flessibilità negli impianti produttivi e salario legato alla produttività, non significa voler scappare dall’Italia.
Certo una parte del sindacato, la Fiom, si sta impegnando per abbassare il livello di investimento presente in Italia.
Non è anche colpa del sindacato e di una contrattazione antiquata se nessuna impresa automobilistica estera produce in Italia?
Fare affermazioni populistiche contro la delocalizzazione in Serbia non serve a nulla. Meglio flessibilizzare i contratti come chiede Marchionne.
Parlare meno ed agire di piú dovrebbe essere il motto per l’Italia.
]]>Il contratto disdettato da Federmeccanica era l’ultimo sottoscritto dalla Fiom. Dopo l’accordo interconfederale sul salario decentrato di produttività, sottoscritto dalle associazioni imprenditoriali e da tutti i sindacati con l’eccezione della Cgil, si è aperta una nuova stagione di rinnovi contrattuali secondo le nuove regole. Per l’industria meccanica, l’intesa è stata raggiunta il 15 ottobre 2009. Senza la firma della Fiom, che nega l’intesa abbia valore di contratto e si è sempre riservata di impugnarlo di fronte al giudice del lavoro. Malgrado l’intesa preveda un aumento retributivo medio di 112 euro, con la prima tranche dell’aumento regolarmente versata sarà in busta paga nel gennaio 2010, con l’aggiunta sempre nel gennaio scorso ai circa un milione e 300mila lavoratori metalmeccanici di una tranche ulteriore, come elemento di perequazione per chi non ha la contrattazione integrativa.
Il motivo per il quale la Cgil non ha firmato l’intesa generali sui nuovi assetti contrattuali,e poi la Fiom altrettanto solitariamente non ha sottoscritto il nuovo contratto dei meccanici, sta nel fatto che sia l’intesa generale che quella di comparto introducevano due istituti che per quel sindacato sono inaccettabili. Il primo è la contrattazione decentrata come scelta generale su quote crescenti di salario, in cambio di più produttività. La seconda è la facoltà di procedere a deroghe nei confronti del contratto nazionale: deroghe da contrattare col sindacato, ma deroghe azienda per azienda, stabilimento per stabilimento, deroghe per comparti – come quello dell’auto, in cui insiste Fiat – o deroghe estese addirittura all’intero settore. Scelte che innovano in profondità la rigidità della vecchia contrattazione, incentrata sull’intangibilità del contratto nazionale sia per la parte normativa, sia per la parte salariale. Due novità che mettono di comune intesa – impresa e sindacati – lo scambio tra produttività e salario come sfida necessaria da condividere: per rilanciare la manifattura italiana, per metterla in condizione di agganciare al meglio la ripresa mondiale secondo le specifiche esigenze di miglior utilizzo degli impianti, dei turni, degli orari, che solo in ciascuno specifico insediamento produttivo possono essere meglio sfruttati, non in un solo contratto per tutti siglato a Roma.
La convinzione condivisa tra Confindustria e maggioranza dei sindacati è che solo così, nel mondo globalizzato, possiamo continuare a restare la quinta potenza industriale mondiale difenendo i posti di lavoro – spesso tendiamo a dimenticarlo, che siamo i quinti al mondo dopo Cina, Usa, Giappone e Germania, e pur nella crisi difendiamo bene la nostra posizione mentre tutte le altre nazioni avanzate sono in caduta libera, con l’eccezione tedesca.
Con il caso Fiat-Pomigliano è venuto il primo banco di prova delle nuove regole. E si è toccato con mano che la maggioranza dei lavoratori e dei sindacati, sia pur di fronte alla durissima polemica della Fiom, ancora una volta hanno detto sì. A questo punto, di fronte al rischio che Fiom si riservasse impugnative a raffiche delle nuove intese in nome del vecchio contratto del 2008, Confindustria fa un altro passo: e cioè, questa è la vera decisione di ieri, apre subito un tavolo con tutti i sindacati che hanno condiviso i passi sin qui compiuti per definire insieme le ampie deroghe contrattuali consentite dagli accordi del 2009. La prima riunione per l’auto è già convocata per il 15 settembre. Confindustria e Fiat sono sulla stessa linea di Cisl, Uil, Ugl, Fismic. Non c’è nessuna violazione di legge e tanto meno di Costituzione. C’è un cammino a tappe condiviso, per entrare insieme nel mondo nuovo. Non c’è nessun attacco ai diritti del lavoro, né tanto meno alcun disconoscimento del legittimo diritto della Fiom e della Cgil a non riconoscersi nelle nuove regole. Purché questo non voglia più dire però che basta il no di una sola organizzazione – per quanto storicamente importante non maggioritaria da sola nel mondo del lavoro italiano – per bloccare tutto. Per troppi anni è stato così. Con regole che restavano arcaiche, perché a dettare il passo era chi andava più lento.
E’ ovvio che Fiom e Cgil a questo punto alzino ulteriormente il tono della polemica. E’ ovvio allo stesso modo che Confindustria, Fiat e tutti gli altri sindacati debbano stare attenti a evitare passi falsi, a concordare ogni sviluppo senza prestare il fianco. Ce’ da temere che l’instabilità politica aggiunga benzina sul fuoco. Ma la rivoluzione cominciata a Pomigliano può responsabilmente e gradualmente oggi estendersi in tutta Italia. Se vincerà il futuro sul passato, Pomigliano diventerà finalmente il simbolo nazionale di un riscatto coraggioso, invece che di una scommessa mancata.
PS. per l’ultimo pst scritto qui e pubblicato anche su Panorama, “Houston, qui Fiom abbiamo un problema”, l’organizzazione sindacale ha deciso di non piotermi più cosniderare un interlocutore giornalistico, motivo per il quale alla trasnmisisone di domani mattina su radio24dedicata a questo temi non avrò nessuno chje porti al voce dell’unico sindacato dissenziente. Sono convinto di non aver diffamato nessuno, esponendo la mia critica. Considero un triste segno dei tempi, che di fronte al dissenso che essa rivendica, la Fiom decida di considerarmi invece un reietto perché io la esprimo nei suoi confronti.
]]>Nel tesissimo rapporto tra Fiat e Fiom, questa pronunzia prelude al reintegro che mi aspetto altrettanto puntuale degli altri licenziamenti assunti dall’azienda per casi analoghi in altri stabilimenti. Sono decisioni che a Marchionne piaceranno poco o nulla. Confermeranno e rilanceranno la combattività della Fiom, che si è battuita per il no ai 18 turni a Pomigliano, il nmo alla newco, e tanto più per il no alla deroga nazionale estesa a tutti gli stabilimenti a cui la Fnuova Fiat programmaticamente mira entro il prossimo ottobre. Non verrà niente di buono da un rilancio dell’irrigidimento Fiom, perché è destinato a mettere in difficoltà tutte le altere confederazioni, che hanno ben diverso atteggiamento di fronte alle richieste Fiat, e che si mostrano sin qui ben diversamente consapevoli, del rischio concreto che l’azienda faccia saltare i 20 miliardi di investimento pluriennale riservati all’Italia.
Il terzo punto riguarda proprio l’esito finale della partita. Marchionne non ha mai nascosto, negli incontri riservati, che il suo giudizio è molto scettico, sulla capacità dell’Italia come sistema-paese di saper garantire alla Fiat la cornice adeguata per la produttività più elevata che serve all’azienda. La magistratura del lavoro è pronta molto probabilmente a sostenere a spada tratta eventuali impugnative contro le newco, in caso di deroghe contrattuali non sottoscritte da Fiom. Per Federmeccanica diventerebbe sempre più urgente la disteta del contratto dei meccanici che scade al 2011, con tanto di caduta automatica dei diritti sindacali e di distacco della Fiom, che non ha firmato il contratto successivo e che resterebbe vigente fino all’anno successivo. In un quadro infuocato come quelolo dell’instabilità politica e di governo che si è aggiounta, il reintegro dei tre lavoratori di Melfi non rallegra solo la Fiom e il fronte del no a una produttività più elevata. E’ una tanica di benzina avvicinata al fuoco.
]]>E’ certo un po’ singolare, che la Commissione intervenga tanto coattivamente sulla base del principio di non discriminazione tra uomo e donna nel solo settore pubblico, partendo dall’assunto che l’articolo 157 del Trattato lo imponga ai governi e non alle imprese private quando essi operano come datori di lavoro. Soprattutto quando questa misura paritaria resta poi indifferente al vero dato concreto, e cioè all’età pensionabile in quanto tale. In Francia è uguale nel pubblico impiego tra uomini e donne, ma il tetto è a 60 anni. In Germania anche è uguale, ma è a 67 anni. In un’Europa in cui tutti i debiti pubblici ballano sotto la sferza dei mercati, non sarebbe il caso di iniziare a uniformare almeno alcune delle regole del welfare, piuttosto che continuare a tessere una coperta di colori diversi? E lo dico io che non sonoun armonizzatore europeo, figuriamoci.
In ogni caso, il miliardo e mezzo risparmiato è più strutturale, cioè permanente, degli oltre 5 miliardi risparmiati con lo slittamento in avanti delle finestre di anzianità e vecchiaia disposta per i prossimi anni dalla manovra del governo: rischia infatti non solo di tradursi in una mera dilazione di pagamento che non incide strutturalmente sui conti intergenerazionali, ma se i lavoratori dipendenti accentueranno la pensione in base ai conti di anzianità il rischio è che al netto la manovra abbia un saldo strutturale assai inferiore del prospettato, per non dire in un vero e proprio aggravio.
Questa considerazione dovrebbe spingere tutti – maggioranza e opposizione, organizzazioni d’impresa e sindacati – a capire che invece di protestare gli uni contro gli altri alla ricerca di consensi da protesta, è il caso di tornare a concentrarsi sul nodo complessivo di un intervento strutturale, sulla materia previdenziale. E’ verissimo che il governo aveva disposto un meccanismo di adeguamento futuro dei coefficienti di trasformazione al prolungamento delle attese di vita. Ma questo capitava prima della crisi dei debiti sovrani europei, una crisi che è ben lungi dall’aver esaurito i suoi effetti e che anzi ci accompagnerà stabilmente, perché non riguarda solo i Paesi che hanno truccato i conti come Grecia e Ungheria, ma l’eccesso di debito pubblico in accumulo da parte di tutti nell’area del mondo che oggi più stenta la ripresa della crescita.
Diamo un occhio allora al volumone appena edito dalla Direzione Affari Economici e Finanziari della Commissione Europea, 190 pagine di sole tabelle comparate dedicate all’invecchiamento della popolazione dei Paesi membri. Il Tasso di fertilità italiano resterà tra i più lontani in Europa dal garantire la stabilità demografica: servirebbero 2,1 nati per donna, mentre con le proiezioni attuali passeremo dagli 1,39 attuali a 1,49 nel 2040. Rispetto agli 1,84 di Filnandia, Svezia e Regno Unito, e 1,95 della Francia. Ma nel 2040 avremo i tutta Europa la più alta aspettativa di vita rispetto a tutti, gli uomini a 83,7 anni, le donne a 88. Il che significa il record di anni medi successivi al pensionamento, di godimento del beneficio previdenziale. Saremo per questo il Paese Ue con il più alto saldo necessario di stranieri nuovi lavoratori ogni anno, per garantire nuovi contributi previdenziali: ne serviranno in media tra i 230 e i 250 mila aggiuntivi ogni anno, di qui al 2040, cioè 7 milioni e mezzo di nuovi immigrati da assorbire in 30 anni. In Germania, il Paese leader europeo, la media è esattamente di 100 mila unità in meno ogni anno: fatevi voi il conto , delle tensioni a cui ciò sottoporrà il modello già tanto discusso di accoglienza e integrazione che riserviamo agli immigrati nelle nostre città e campagne.
Avremo nel 2040 il più basso tasso di popolazione in età di lavoro, tra i 15 e i 64 anni, sul totale della popolazione: solo il 57%, rispetto al 61% del Regno Unito, al 59,6% della Spagna, al 62% della Polonia, al 60% di Norvegia e Svezia. Insieme ai tedeschi, saremo l’unico Paese europeo in cui il totale degli ultrasessantacinquenni sarà allora da solo un terzo della popolazione: ed è per questo che la Germania ha già da tempo fissato a 67 anni l’età pensionabile, e l’alzerà ulteriormente.
Saremo il Paese, dice la Commissione europea, in cui al 2040 coi ritmi attuali e legislazione invariata la partecipazione delle donne al mercato del lavoro continuerà ad essere drammaticamente fanalino di coda continentale: si alzerà solo dal 52% dov’è oggi a un misero 57%, rispetto al 77% tedesco, al 73% spagnolo, al 70% francese, al 75% britannico e all’80% svedese. Saremo dunque il Paese col più alto tasso di dipendenza degli anziani over 65enni dai più giovani: il 54%, rispetto al 37% britannico, al 41% della Norvegia, al 44% della Francia.
Potrei continuare a lungo, ma mi ifermo qui. Politica e sindacato sin qui hanno preferito impostare il confronto sulle pensioni, dopo la riforma Dini, esclusivamente parlando della cosiddetta “gobba”, cioè dell’innalzamento quei 15-16 punti di Pil che già spendiamo in pensioni(il 14% al netto dell’assistenza gestita dall’Inps), prima che rientri poi alla stessa percentuale attuale. La Commissione europea dice che i 14 punti Pil in pensioni attuali al 2040 saliranno al 15,6% (più l’assistenza dell’Inps attuale, saremmo al 18-19% di Pil), e che la cifra salirebbe poi di tre punti di Pil secchi, se ipotizzassimo che l’Italia non ce la farà ad ospitare i milioni di qui ad allora i milioni di immigrati aggiuntivi che prima abbiamo indicato.
Spenderemmo più di 20 punti di Pil solo in previdenza, essendo il Paese col più basso numero di attivi, solo 112, per ogni 100 pensionati, rispetto ai 130 della Francia , ai 163 della Spagna, ai 171 della Svezia, ai 240 dell’Olanda. E avremo infatti pensioni tra le più povere d’Europa, con un tasso di sostituzione stimato al 2040 solo del 56% della retribuzione riscossa lavorando.
C’è bisogno d’altro, per capire che difendere il più a lungo possibile i bassi tetti pensionabili è un errore per tutti, e che servono da subito forti incentivi alla previdenza integrativa? Invece, quel che si è fatto è usare il Tfr dei lavoratori per sostenere i conti dell’INPS….
]]>Giulio Tremonti ha affermato, tra le altre cose:
Credo che sia meglio avere un posto di lavoro fisso. La variabilità del posto per alcuni è un valore in sé, per me no. La stabilità del lavoro è alla base dello stato sociale, per organizzare la continuità della vita in una società come la nostra. La globalizzazione ha modificato la qualità del lavoro trasformando il lavoro fisso e creando anche tipologie diverse di lavoro, non era evitabile, non si poteva fare diversamente, è stato fondamentale che ci fosse una legislazione che ha tenuto conto di questo processo.
Esultanza dei segretari di Cgil, Cisl e Uil presenti. Epifani ha girato il giudizio del ministro a Confindustria. Cremaschi ha subito chiesto misure contro i precari. La questione, per quanto mi riguarda, non è politica. Su alcune questioni di merito, quando e se hanno ragione i sindacati e l’economia nel suo complesso ci guadagna in efficienza e giustizia, la ragione bisogna dargliela anche e se Confindustria non è d’accordo. Idem dicasi per tesi e argomenti sostenuti dall’opposizione. È proprio nel merito, che non sono d’accordo.
In altri Paesi avanzati assai prima che da noi, la flessibilità del mercato del lavoro – in entrata e in uscita – si è affermata come fenomeno assai prima della piena globalizzazione, avvenuta con la caduta del muro prima, e l’ingresso della Cina nel WTO con Clinton. È un processo dipeso da due grandi processi, entrambi accelerati nei Paesi OCSE dalla crisi petrolifera del 1974. In primis, la terziarizzazione crescente sul totale del valore aggiunto prodotto, nonché sul totale degli occupati rispetto all’industria. Inoltre, per la contrazione dei tempi del vantaggio competitivo, in molto settori della stessa manifattura, rispetto alla maggior elasticità della domanda interna e internazionale, in un mondo nel quale il dollaro diventava fluttuante, e le materie prime a prezzo assai volatile. Quelle due condizioni persistono e persisteranno. La globalizzazione – che persisterà anch’essa, il G20 di Pittsburgh è un G2 travestito composto da Usa e Cina – le ha solo ampliate di estensione e accresciute d’intensità. La sfida per i Paesi avanzati NON è quella di demonizzare la flessibilità del lavoro, necessaria per aderire a quella dell’impresa impegnata ad accrescere il valore aggiunto competendo serratamente non solo sui costi ma per più qualità. Bensì quella di adeguare il sistema delle tutele alla flessibilità stessa. Così si consente ai giovani di pianificarsi una famiglia: non continuando con un mercato del lavoro rigido nell’entrata e nell’uscita come quello disegnato dal vecchio Statuto dei lavoratori, e con tutele incentrate ancora sul lavoratore a posto fisso della grande e media industria. Non solo si può fare, come testimoniato da molti Paesi. Ma è anche esattamente lo scenario indicato per il governo di cui Tremonti fa parte, nel Libro verde di Sacconi, presentato l’anno scorso, dove la flexsecurity basata sulla sussidiarietà bilaterale era l’obiettivo prioritario da realizzare. Di quelle rigidità è figlio il darwinismo sociale che Tremonti attacca, non della flessibilità del lavoro.
In seconda battuta, in Italia più che altrove, serve la flessibilità. Perché da noi il tasso di occupazione giovanile resta tra i più basso in Europa, tra i 25 e i 29 anni da noi gli occupati sono al 64% rispetto al 75,5% di media europea. E perché da noi l’elasticità intergenerazionale dei redditi è tra le più basse in Europa, cioè è più bassa la possibilità di migliorare la propria condizione economica di partenza. Il valore italiano del coefficiente – più alto è, meno mobilità sociale determina – è attualmente 0,48 in Italia rispetto allo 0,50 nel Regno Unito, nei Paesi scandinavi è 0,17. In altre parole: col posto fisso, da noi, si perpetua per tutta la vita la disparità dei punti di partenza che da noi è più elevata che altrove. Mentre solo con la formazione continua ricorrente – abbiamo meno laureati degli altri, un giovane italiano su quattro appartiene alla generazione NEET, non in education employment or training – e alternando posti di lavoro diversi, ci si può candidare all’ascensore sociale.
Infine: non sarà la crisi attuale, a far tornare al posto fisso. Né nel mondo avanzato, né nei Paesi ex in via di sviluppo che oggi trainano l’economia mondiale. È dimostrato dal trend evolutivo di tutti i Paesi in via di sviluppo. Credere che l’Italia possa diventare essa la riproposizione fuori tempo della Germania bismarckiana e guglielmina potrà essere anche popolare. Ma è un’illusione. Pericolosa, perché conferma e incoraggia in partiti e sindacati del nostro Paese proprio quei ritardi di visione che andrebbero pazientemente combattuti.
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