CHICAGO BLOG » sindacati http://www.chicago-blog.it diretto da Oscar Giannino Thu, 23 Dec 2010 22:50:27 +0000 it hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.0.1 Fiat: i dieci minuti della rivoluzione /2010/10/24/fiat-i-dieci-minuti-della-rivoluzione/ /2010/10/24/fiat-i-dieci-minuti-della-rivoluzione/#comments Sun, 24 Oct 2010 15:55:36 +0000 Andrea Giuricin /?p=7359

Dieci minuti fanno la rivoluzione? Questo è l’interrogativo che l’Italia si pone in questi ultimi giorni. Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, ha un’altra volta spostato il limite del rapporto tra sindacati e mondo imprenditoriale. L’azienda torinese ha infatti deciso di cambiare le pause di lavoro anche nell’azienda di Melfi, dopo averlo proposto a Pomigliano d’Arco. In particolare, i nuovi ritmi di lavoro, prevedono un aumento del numero delle pause di lavoro del 50 per cento, da due a tre, ma un dimezzamento del tempo medio di ogni pausa, da 20 minuti a 10 minuti. Nel complesso il tempo lavorato aumenta di 10 minuti, con un contemporaneo incremento anche delle retribuzioni. Dieci minuti sono quelli che separano la Fiat dai sindacati, viste le reazioni non certo rassicuranti non solo della FIOM, ma anche della UILM e della FIM Queste reazioni non stupiscono; quel che stupisce è la forza con la quale Marchionne ha deciso unilateralmente le nuove condizioni contrattuali che entreranno in vigore dal 31 gennaio del 2011. L’azienda di Melfi è uno dei cinque stabilimenti italiani che producono le poco più 600 mila veicoli l’anno con oltre 20 mila dipendenti. In Polonia, lo stabilimento di Tichy, ormai famoso per la delocalizzazione al contrario a favore di Pomigliano della Nuova Panda, produce lo stesso numero di veicoli dell’Italia intera in un solo stabilimento e con un terzo dei dipendenti.

Questo semplice dato è alla base del ragionamento di Fiat, che al fine di aumentare la produttività in Italia, cambia il metodo di lavoro. Le tre pause accorciate servono ad introdurre una maggiore produttività, ma l’azienda si impegna a retribuire il maggior lavoro agli operai.

La reazione dei sindacati è abbastanza ovvia, dato che in Italia si è abituati a passare per tavoli di concertazione per ogni minimo cambio contrattuale. Marchionne su questo punto è poco italiano e l’ha lasciato capire negli ultimi cinque mesi. Il progetto di investire 20 miliardi di euro nel piano “Fabbrica Italia” per aumentare il numero di veicoli prodotti nel nostro Paese ad oltre 1 milione di unitá, puó essere completato solo se cambiano i rapporti sindacali.

Pomigliano d’Arco è stato l’esempio della volontà di puntare sull’Italia da parte della Fiat, con un investimento di diverse centinaia di milioni di euro per produrre la Nuova Panda nello stabilimento campano.

Non è certo un momento facile per Fiat, alle prese con la crescita negli Stati Uniti e con un mercato europeo in caduta libera.

La stessa trimestrale presentata al mercato la settimana scorsa ha mostrato due facce della medaglia. Da un lato, l’auto che continua a vedere una contrazione delle vendite e una previsione di scendere a meno di 2 milioni di veicoli venduti, contro i 2,15 milioni del 2009; dall’altro lato CNH ed Iveco che mostrano incrementi dei ricavi nel terzo trimestre 2010 di oltre il 22 e 15 per cento rispettivamente.

Lo stesso mercato dell’auto vede il segmento lusso in forte recupero, mentre è proprio Fiat Group Auto che registra i maggior problemi. Lo stesso Brasile, uno dei punti di forza del gruppo, registrerà un 2010 stagnante con una crescita del 2 per cento nelle vendite.

Fiat ha quindi bisogno di aumentare la produttività per restare competitiva a livello globale. E questo può essere fatto soprattutto in Italia e non in Polonia e Brasile, dove gli stabilimenti hanno già un’efficienza molto elevata.

L’aumento della produttività passa attraverso il nuovo orario di lavoro ed in questo caso non vengono ridotti i costi. Infatti lo stipendio aumenterà proporzionalmente all’aumento dei minuti lavorati.

I dieci minuti sono importanti per la Fiat e per aumentare la produttività degli stabilimenti italiani. Non si parla di abbassare lo stipendio a livelli polacchi, ma si parla di aumentare lo stipendio per l’incremento dei minuti lavorati.

Ancora una volta Marchionne, cambiando il modo di proporsi ai sindacati, provoca uno shock all’Italia; uno shock salutare.

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Il paradosso italiano /2010/10/05/il-paradosso-italiano/ /2010/10/05/il-paradosso-italiano/#comments Tue, 05 Oct 2010 09:17:55 +0000 Andrea Giuricin /?p=7212 Paradossi. Ieri è stato nominato Paolo Romani come Ministro allo Sviluppo Economico, proprio il giorno anteriore al quale si certifica un grande cambiamento nelle relazioni sociali. L’incontro tra Confindustria e sindacati per parlare di nuovi contratti nella meccanica arriva al termine di un semestre nel quale i rapporti tra le parti sociali hanno registrato un forte passo in avanti e all’Italia è mancato un Ministro.

La posizione “dura” di Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, nello scontro di Pomigliano d’Arco ha avuto un impatto molto forte. Lo scambio, maggiore efficienza con maggiore flessibilità per riportare parte della produzione di autoveicoli in Italia ha avuto successo. La Fiom, contraria al nuovo accordo, si è ritrovata isolata, grazie alla disdetta del contratto della meccanica ad inizio settembre da parte di Federmeccanica.

Un nuovo rapporto quello tra Fiat e i sindacati, ma anche un nuovo rapporto tra le imprese e i sindacati, come fortemente voluto da Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria.

Sergio Marchionne in questi cinque mesi di vacanza del ministro allo Sviluppo Economico ha fatto molti cambiamenti. Il più importante è l’introduzione delle deroghe nel contratto “Pomigliano”. L’amministratore delegato di Fiat ha poi continuato nella sua scelta di chiudere l’improduttivo stabilimento di Termini Imerese e è andato avanti su tutti i fronti, dallo spin-off del gruppo al Piano “Fabbrica Italia”.

I venti miliardi d’investimenti per il nostro paese sono certamente un fatto positivo, dopo anni di disinvestimento nel settore auto motive.

La produzione di autoveicoli si è dimezzata in meno di un decennio, non a causa della crisi economica, ma per i diversi svantaggi competitivi che l’Italia ha insiti nel suo sistema produttivo. Una tassazione troppo elevata, una burocrazia lenta, incertezza del diritto e sindacalizzazione elevata sono elementi che non hanno mai permesso l’arrivo d’investimenti stranieri nel nostro paese. Sergio Marchionne ha proposto un patto ai sindacati, che hanno avuto il coraggio di accettare (ad eccezione della Fiom): cambiare i contratti per avere maggiore flessibilità ed efficienza in cambio di maggiori risorse sull’Italia.

E questa scelta arriva nel momento in cui Fiat diventa sempre più globale, con il peso di Chrysler nel gruppo che è sempre maggiore.

I dati di settembre indicano proprio questo. Mentre in Europa c’è una caduta delle vendite del gruppo Fiat, con una diminuzione delle quote di mercato, negli Stati Uniti, Chrysler sta riuscendo a cavalcare la piccola ripresa delle vendite. Da inizio anno il mercato americano è cresciuto del 10 per cento, mentre Chrysler del 14,6 per cento. Certo la comparazione è con il pessimo 2009, anno del sorpasso cinese sugli USA, ma indica che finalmente la casa di Detroit sta riconquistando quote di mercato. La market share è salita nei primi nove mesi dell’anno dal 9,2 al 9,5 per cento; un piccolo passo in avanti.

La sfida americana rimane difficilissima da vincere e le incognite sono elevatissime, anche perché l’introduzione del marchio Fiat negli USA non è facile. Un dato su tutti: il segmento delle piccole utilitarie è l’unico oltreoceano, insieme al “small SUV”, che ha registrato una contrazione delle vendite da inizio anno di quasi il 3 per cento, andando in contro tendenza rispetto al mercato.

Per questa ragione Fiat ha bisogno di risorse fresche da investire negli USA (su questo punto uscirà un’analisi domani su Chicago-Blog). Se il mercato americano è essenziale per Marchionne, altrettanto importante è modificare i rapporti contrattuali in Italia.

Su questo punto le evoluzioni degli ultimi cinque mesi sono state importantissime.

Il paradosso italiano è questo: ci sono state maggiori innovazioni nei rapporti contrattuali e sindacali in cinque mesi senza Ministro allo Sviluppo Economico che negli ultimi dieci anni.

È proprio uno strano paese, l’Italia.

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Tirrenia: la migliore delle aziende possibili /2010/09/09/tirrenia-la-migliore-delle-aziende-possibili/ /2010/09/09/tirrenia-la-migliore-delle-aziende-possibili/#comments Thu, 09 Sep 2010 11:50:18 +0000 Andrea Giuricin /?p=6982 Non si è fatta attendere la risposta dei sindacati al focus pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni. C’era da aspettarselo, dato che le accuse ai sindacati e alla gestione tragica dell’azienda erano state molto forti. Ma di critiche forti al processo di privatizzazione farsa ce ne era il bisogno, come quelle di Oscar Giannino sulle colonne di Chicago-blog. Tirrenia è arrivata a quello che ormai era prospettato da anni. Un’azienda pubblica decotta, che era andata avanti per decenni solo grazie ai sussidi pubblici. In parte questi erano “legalizzati” sotto la sigla OPS, oneri di pubblico servizio.

Gli OPS sono strumenti utilizzati dallo Stato per garantire la continuità territoriale e dare un servizio universale, teoricamente. Spesso sono utilizzati dagli Stati per salvaguardare le compagnie di bandiera, come succedeva anche nel trasporto aereo.

La stessa Antitrust aveva bacchettato duramente lo scorso anno i sussidi che Caremar, la controllata di Tirrenia, riceveva per le tratte nel Golfo di Napoli. Gli oneri di servizio pubblico potrebbero avere un senso per i collegamenti invernali alle Lipari, ma certo non nel Golfo di Napoli, dove libere imprese private offrivano servizi di collegamento.

Lo Stato, tramite Tirrenia, ha dunque sovvenzionato una concorrenza sleale nei confronti degli armatori privati.

Le dichiarazioni di Giuseppe Caronia, segretario generale della UIL Trasporti non possono che sorprendere.

Concordo solo su una dichiarazione: “l’incapacità di quanti avrebbero altrimenti dovuto per tempo provvedere” che ha permesso “che la governance sia stata inadeguata, considerato che (Tirrenia) è rimasta nelle stesse mani per quasi 3 decenni”.

L’impresa non si è distinta per efficienza, dato che la conclusione di questa gestione è stata quella di portare i libri in tribunale, nonostante che, tra il 2005 e il 2009, Tirrenia abbia ricevuto oltre un miliardo di euro di sussidi e contributi.

Che la flotta sia tra le più giovani? Il dato riportato da Confitarma indica una situazione differente.

Oltrettutto, come segnalato nel focus, anche la flotta giovane ha dei problemi. A fine anni ’90, l’acquisto di quattro traghetti veloci, è stato un insuccesso totale. Queste imbarcazioni consumavano troppo, tanto che il management dopo un lustro circa ha deciso di fermarle nei porti italiani, piuttosto che farle solcare i mari italici.

Questi traghetti hanno un’etá inferiore alla media della flotta di Tirrenia, ma non brillano di particolare efficienza.

La soluzione è quella di licenziare tutti i dipendenti? Probabilmente si, ma permettere una loro reintegrazione nelle nuove imprese che nasceranno grazie al fallimento di Tirrenia o nei gruppi che acquisteranno le parti dell’azienda.

Si ricorda che la liberalizzazione del trasporto aereo, ha portato al fallimento di alcune compagnie di bandiera, tra le quali Alitalia, ma nonostante questo il mercato ha registrato un raddoppio del traffico in 10 anni, con evidenti benefici per il numero di occupati nel settore.

Spiace sentire dunque il segretario generale UIL Trasporti non discutere sulle proposte dell’IBL, ma di porsi sul piano dello scontro.

E spiace maggiormente che la vicenda Alitalia non abbia insegnato nulla.

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TPL: I danni dello statalismo /2010/03/17/tpl-i-danni-dello-statalismo/ /2010/03/17/tpl-i-danni-dello-statalismo/#comments Wed, 17 Mar 2010 09:57:46 +0000 Marco Mura /?p=5409 La gara d’appalto può selezionare le società più competitive? La proprietà pubblica incide negativamente sulla produttività? E quanto incide su quest’ultima il fatto che l’azienda sia a proprietà mista, totalmente pubblica o totalmente privata?
È a queste tre domande che cerca di dare una risposta questo paper focalizzato sul trasporto pubblico locale, scritto per la Fondazione Eni Enrico Mattei da Andrea Boitani, Marcella Nicolini e Carlo Scarpa. Lo studio raffronta gli schemi su titolarità della proprietà e i criteri di scelta delle società su un campione di 72 imprese europee, per il periodo che va dal 1997 al 2006.
La risposta, naturalmente, è che, sì, le aziende aggiudicatarie del servizio attraverso gara d’appalto hanno un tasso di produttività più elevato, mentre la proprietà pubblica ha un impatto fortemente negativo. Inoltre, per quanto riguarda le società miste, la partecipazione statale incide in maniera inversamente proporzionale sulle performance aziendali. Le società a prevalenza pubblica (la cui quota pubblica è definita dallo studio superiore all’85%) risentono della tendenza ad essere gestiti con criteri manageriali burocratici. Sopra l’85% del capitale sono quelle meno produttive in assoluto.
Lo studio mette in luce la debolezza dei sistemi a rete fissa (tram e metropolitane) diminuisce le aspettative di produttività. Generalmente le linee tramviarie non riescono a intercettare un numero di passeggeri sufficiente a coprire i rilevanti costi fissi necessari a operare il servizio: le aziende che più traggono profitto sono quelle che gestiscono il servizio sotterraneo senza però possedere l’infrastruttura. A incidere negativamente sulla produttività aziendale, il trasporto di superficie e l’offerta di collegamenti per le aree extraurbane.
Il divario di produttività tra le aziende interamente pubbliche e quelle miste, aumenta sensibilmente nel segmento del solo servizio di trasporti di superficie. Il che ha a che fare con l’alta densità delle città e dunque con la densità del traffico che interessa le strade su cui operano i mezzi delle società di trasporto pubblico. Un paradosso, è evidente, dalle stesse scelte statali. Dalla pianificazione urbanistica – fondata su quel concetto di “smart growth” che tanto furba non sembra – che impila centinaia di miglia di persone, sottovalutando, quando non ignorando del tutto, il problema della scarsità di parcheggi e quello del congestionamento delle strade, le cui proporzioni sono talmente evidenti che la “concorrenza sleale” praticata dai mezzi che godono di quelle regalie chiamate corsie preferenziali stenta a strappare consumatori a quell’ultimo baluardo della libertà individuale che è l’automobile.
Che poi, per ritornare al nostro paper, un’azienda affiliata a un grande gruppo – meglio se multinazionale – abbia una produttività maggiore di una singola è evidente. Come nel caso di Arriva, una società totalmente privata che con i suoi oltre 15mila autobus e 580 treni, offre oltre un miliardo di corse ogni anno ai passeggeri di ben dodici Paesi europei, dalla Svezia all’Italia, dal Portogallo alla Polonia. E che miete profitti su ogni fronte senza operare in mercati protetti o tramite aggiudicazioni dirette.
La riflessione conclusiva del paper riguarda la lentezza del processo di riforma del trasporto pubblico locale, attribuita a una percezione eccessiva dei costi della privatizzazione e dei costi politici di quella che nel nostro Paese sembra davvero una riforma impossibile, come evidenziava anche Andrea Giuricin nell’Indice delle liberalizzazioni 2009 in un capitolo che mette a nudo le vistose inefficienze del settore trasporti pubblici. Il mantenimento del potere economico e politico rende i costi del servizio doppi rispetto all’Inghilterra, benchmark nel settore.
Se i bandi di gara fanno bene alla concorrenza in Europa, nel Belpaese il problema delle gare a evidenza pubblica è che quasi sempre si concludono con la vittoria dell’incumbent. Fatto per nulla sorprendente, considerato che chi gestisce il servizio ed effettua la scelta è lo stesso soggetto che detta le condizioni. Spesso concepite ad arte, specialmente grazie alle rigide prescrizioni sul mantenimento dell’occupazione, fatto da cui – evidentemente – scaturiscono precise conseguenze.
Secondo quanto riportato dal volume Comuni S.p.A., Il capitalismo municipale in Italia – una ricerca sulle municipalizzate realizzato sempre dalla FEEM, dove troviamo ancora Scarpa tra gli autori – con i suoi quasi 80mila dipendenti, quello del trasporto pubblico locale è il settore a più alta intensità di lavoro, contro quote d’attivo e ricavi poco oltre il 10%. I dati del 2005 parlano di 5.810 milioni di euro, suddivisi per 100 imprese. Quasi la metà dei 10.570 milioni delle 67 imprese fornitrici di elettricità e gas.
Il rapporto tra margine operativo lordo e ricavi è del 6,66%, peggiorato solamente da quello nel settore ferrovie (le aziende municipali sono in tutto sette, di cui una – le Ferrovie Nord di Milano – quotata in borsa) e farmacie. Sì farmacie, municipalizzate: la sorprendente conferma dell’alta socializzazione sanitaria del nostro paese.
Il costo del lavoro incide significativamente sui bilanci delle municipalizzate di questo settore: il rapporto costo del lavoro/ricavi  è un esorbitante 53,97%, davanti – pur con una certa distanza – al 46,51 del settore ferrovie.
Che la colpa sia da imputarsi alla scarsità di autisti? O sarà colpa della politicizzazione (il lavoro di uno, il voto di una famiglia) e dell’ottusità di un certo sindacalismo oltranzista che si ostina a rivendicare aumenti salariali e garanzie del tutto slegate dall’andamento e dalle ipotesi di andamento delle imprese datrici di lavoro? Peraltro, senza mai – si aggiunga per inciso – riuscire a intercettare la solidarietà di un pubblico, al contrario sempre più indispettito a ogni ennesima paralisi delle città.
Sia chiaro, «nessuno contesta l’interesse collettivo a che questo servizio [TPL] sia erogato, e che questo avvenga a condizioni che ne favoriscano una fruizione ampia, ma – ci associamo toto corde al punto di vista degli autori del volume Comuni S.p.A. –  il fatto che questo fine venga conseguito in modo così sistematico tramite imprese pubbliche protette da una qualunque pressione competitiva, piuttosto che tramite imprese private soggette a regole pubbliche, alimenta legittimi dubbi».
Su una sola cosa non ci sono dubbi: lo statalismo non può essere la panacea ai mali da esso stesso creati.

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Termini Imerese: l’Italia a fine corsa con la politica dei sussidi? /2010/01/14/termini-imerese-l%e2%80%99italia-a-fine-corsa-con-la-politica-dei-sussidi/ /2010/01/14/termini-imerese-l%e2%80%99italia-a-fine-corsa-con-la-politica-dei-sussidi/#comments Thu, 14 Jan 2010 13:11:23 +0000 Andrea Giuricin /?p=4751 Lo sciopero di Termini Imerese nello stabilimento della Fiat è cominciato in concomitanza con l’inizio del Salone dell’Automobile di Detroit, l’appuntamento del settore più importante nel Nord America. La chiusura dell’impianto produttivo siciliano è ormai quasi una certezza e la casa automobilistica non ha intenzione di cambiare i propri piani.Le affermazioni di Sergio Marchionne, amministratore delegato del gruppo torinese in risposta alle motivazioni dello sciopero sono molto forti: “Siamo un’azienda privata e non un Governo”. La frase evidenzia la fermezza dell’azienda di fronte all’ennesimo blocco che colpisce gli stabilimenti italiani. Le relazioni tra sindacati e Fiat sono sempre più tese, dato che la casa automobilistica non solo ha annunciato la chiusura dello stabilimento siciliano, ma ha messo anche in dubbio la continuazione dell’attività a Pomigliano d’Arco.
Tutti questi accadimenti molto italiani e molto difficili da far digerire alle parti sociali e al Governo arrivano proprio nel momento in cui Marchionne annuncia il rilancio del marchio Chrysler negli Stati Uniti. Entro la fine del 2010 è previsto il lancio di nuovi modelli e il Salone di Detroit è un po’ il punto di svolta. Il marchio americano, che nel corso del 2009 ha perso ulteriori quote di mercato nel mercato nord americano, dove è sceso all’8,9 per cento, ha bisogno di un cambio molto forte. Il produttore è diventato il quinto a livello statunitense, superato sia da General Motors e Ford, che dai produttori giapponesi Toyota e Honda.
Fiat sta razionalizzando la gestione di Chrysler e il rilancio del gruppo americano sarà molto difficile, nonostante l’enorme sperpero di denaro pubblico che le amministrazioni americane hanno immesso nella casa automobilistica.
La razionalizzazione che il gruppo dirigente Fiat sta compiendo è necessaria in vista di un mercato, che dopo la crisi, sarà ancora più competitivo. Sempre meno gruppi saranno sulla scena di un mercato sempre più globale. Nell’anno in cui la Cina è diventata il primo paese per numero di veicoli venduti è ormai chiaro che le case automobilistiche devono aggregarsi per rispondere alle sfide competitive globali.
E l’Italia e la Fiat non potranno sfuggire a questa nuova sfida che la globalizzazione del mercato automotive impone. Se da un lato Fiat sta provando a diventare un attore globale, il sistema Italia dell’automotive sembra non essere in grado di rispondere ad un mondo sempre più competitivo.
In Italia nel 2008 sono state prodotte 659 mila autovetture, tutte costruite dalla casa automobilistica nazionale. Nessun gruppo straniero ha investito in Italia per produrre autoveicoli e questa tendenza è ormai in atto da diversi anni.
Fiat s’internazionalizza sempre più nella produzione di veicoli, non solo per il costo del lavoro esageratamente alto, ma soprattutto per gli enormi vincoli burocratici che affliggono il nostro Paese. La mancanza d’investimenti stranieri non è, infatti, una prerogativa del solo mondo automotive, ma è una triste costante che percorre tutto il tessuto produttivo italiano.
Nel momento in cui Fiat cerca di agganciarsi alla globalizzazione e si avvicina lentamente ai mercati di sbocco, il nostro paese rimane incapace di reagire. Per anni le uniche politiche pubbliche nel settore, da parte di tutti i Governi, sono state quelle di fornire incentivi per stimolare la domanda. Il 2009 è stato il tipico anno dove i sussidi pubblici hanno dopato le vendite che altrimenti avrebbero visto una caduta molto più accentuata del sostanziale pareggio registrato.
Spendere centinaia di milioni di euro l’anno per sussidiare le vendite serve a poco per rilanciare la produzione italiana che necessiterebbe invece di un cambio di marcia. Riforme generali che aiuterebbero tutto il mondo produttivo – come quelle proposte nel volume “Dopo” (Ibl Libri) – darebbero anche al settore automotive quello slancio per trovare investitori.
I sindacati continuano a chiedere a Fiat e al Governo di aumentare la produzione di autoveicoli, senza capire che il mondo è cambiato. Il mondo sindacale potrebbe porsi una semplice domanda: perché la Repubblica Ceca o il Belgio producono più automobili dell’Italia?
È necessario fare riforme importanti per portare le case automobilistiche straniere a produrre in Italia.
Senza di queste, l’Italia è a fine corsa.

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Fiat e i sindacati nel pallone /2009/11/30/fiat-e-i-sindacati-nel-pallone/ /2009/11/30/fiat-e-i-sindacati-nel-pallone/#comments Mon, 30 Nov 2009 17:09:53 +0000 Andrea Giuricin /?p=4011 L’incontro tra i sindacati della FIAT e il Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola, in merito alla situazione di Termini Imerese, si è aperto nel modo peggiore. Le parole di  Antonino Regazzi, segretario generale della UILM, che ha affermato di ritenere necessario che “Fiat indichi quali siano le condizioni per aumentare la produzione a 1,5 milioni di auto l’anno” indicano che i sindacati sono completamente al di fuori del mondo produttivo italiano.

Lo scorso anno in Italia sono stati prodotti 659 mila autoveicoli, contro i 5,5 milioni usciti dalle fabbriche tedesche, i 2,2 milioni francesi e i 1,9 milioni inglesi. Tutte queste vetture sono state prodotte dalla casa automobilistica torinese perché, in Italia, nessun gruppo straniero ha il coraggio di investire (forse anche a causa dell’atteggiamento dei sindacati).

In Italia si producono meno auto della Repubblica Ceca e del Belgio e il settore automobilistico è in declino. Fiat ormai ha deciso di diventare un gruppo multinazionale e va a produrre dove le condizioni sono migliori. Condizioni migliori non significano solo costo del lavoro, ma soprattutto semplificazione burocratica e facilità nel fare business.

I sindacati non si sono mai chiesti perché in Gran Bretagna o Spagna, dove non esiste più un gruppo automobilistico nazionale, si producano 3 volte il numero di veicoli che in Italia?

Questa domanda è da rivolgere anche ai diversi governi italiani, che per anni hanno incentivato il settore auto dal lato della domanda. Gli incentivi auto 2009, che hanno dopato il mercato perché in gran parte hanno anticipato una domanda futura, sono costati circa 400 milioni di euro, ma non hanno avuto effetti da un punto di vista produttivo.

I governi Italiani hanno incentivato la domanda, ma mai si sono posti il problema di come aiutare la produzione. Questo doveva essere fatto cercando di favorire l’installazione di produttori esteri, con una semplificazione burocratica e con una maggiore certezza nelle condizioni di business. Non è mai stato fatto e ora ci si trova davanti ad un declino che difficilmente potrà essere recuperato.

Questo non significa che sia impossibile invertire la rotta. Ma al posto di spendere centinaia di milioni di euro in politiche di incentivazione alla domanda, il governo dovrebbe fare delle riforme strutturali per favorire l’arrivo di investitori esteri nel nostro paese.

Una di questa riforma strutturale forse riguarda proprio il mondo sindacale, che con le affermazioni di Regazzi ha mostrato di non comprendere le problematiche italiane.

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L’IVA tedesca, quella francese e la concorrenza /2009/11/13/liva-tedesca-quella-francese-e-la-concorrenza/ /2009/11/13/liva-tedesca-quella-francese-e-la-concorrenza/#comments Fri, 13 Nov 2009 12:07:32 +0000 Giovanni Boggero /?p=3745 Nel corso del dibattito tenutosi al Bundestag per discutere del programma del nuovo governo Merkel, il neocapo dell’opposizione socialdemocratica Frank-Walter Steinmeier ha giocato di sponda con il sindacato (alzi la mano chi pensa ancora che quello tedesco sia migliore di quello italiano), tuonando contro i “regali natalizi alle catene alberghiere”, che l’esecutivo giallo-nero starebbe per apprestarsi a distribuire. L’ironia, legata alla riduzione dell’aliquota IVA dal 19% al 7% per ristoranti ed alberghi, mi pare del tutto fuori luogo. Al di là del fatto che la misura risponde all’esigenza di non lasciar indietro la Germania rispetto ad altri paesi europei, l’IVA, per quanto ne sappiamo noi, è un’imposta neutra, ovvero che grava sul consumatore e non sul soggetto passivo d’imposta, che può detrarre quanto pagato allo Stato nella dichiarazione dei redditi. Ai microfoni del’Handelsblatt, il leader del sindacato del settore NGG Möllenberg, nell’intento di convincere l’uditorio che la misura “non garantirà riduzioni di prezzi per gli utenti”, finisce per ammettere che però “già oggi gli albergatori ricevono indietro il denaro versato”. E allora: where is the beef? Prosegue Möllenberg: “Chiediamo che si proceda sul modello francese” per la gastronomia. A che cosa si ispira il modello francese ? Ad un misto tra controllo dei prezzi e richiesta del pizzo. Lo Stato francese, in cambio della rinuncia a circa 2,5 miliardi di euro, ha obbligato per legge i ristoratori ad abbassare i prezzi, applicando uno sconto del 5% su tutti i prodotti della carta oppure uno sconto di quasi il 12% su sette prodotti. Ancora una volta il mercato è visto come un giocattolino con tanti ingranaggi, che i governi di turno devono spostare o aggiustare per farlo funzionare correttamente. Chissà che in Germania il taglio avvenga, senza do ut des e che tocchi invece alla concorrenza il compito di gestire l’andamento dei prezzi.

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Mercato del lavoro: l’unica gabbia è il sindacato /2009/09/22/mercato-del-lavoro-lunica-gabbia-e-il-sindacato/ /2009/09/22/mercato-del-lavoro-lunica-gabbia-e-il-sindacato/#comments Tue, 22 Sep 2009 15:22:56 +0000 Serena Sileoni /?p=2921 Pochi giorni fa, secondo quanto riportato da un comunicato ANSA del 19 settembre, Raffaele Bonanni avrebbe detto a proposito di gabbie salariali: “Non delegheremo mai a nessuno di stabilire il salario per i lavoratori, che è frutto di accordi tra noi e gli imprenditori”.
L’affermazione sembra quanto meno avvilente e indicativa di un analfabetismo delle libertà economiche individuali di cui gli italiani restano ancora preda.

Quando andiamo a comprare un bene, siamo liberi di scegliere se accettare il prezzo offerto dall’acquirente e rivolgerci eventualmente ad un altro, o dobbiamo affidarci a categorie solo astrattamente rappresentative dei nostri interessi per comprarlo?

Quello del lavoro non è forse un mercato come gli altri, in cui il bene di cui si contratta il prezzo è la prestazione del lavoratore? E allora perché altri all’infuori dell’alienante (lavoratore) e dell’acquirente (datore) dovrebbero imporne il “giusto” prezzo? Perché mai il mercato del lavoro non dovrebbe funzionare secondo la regola basilare del mercato, secondo cui il prezzo è determinato dall’incontro fra chi compra e chi acquista (e non da chi pretende di esserne rappresentante)? “Padrone” e “operaio” non sono forse entrambi nella posizione di vantare una pretesa, l’uno di prestazione del lavoro dietro compenso, l’altro, in maniera speculare, di ottenimento del lavoro previa prestazione?

Si dirà, comprensibilmente, che datore e lavoratore non vantano una pretesa identica e contraria, se non altro perché, mentre un imprenditore può sopravvivere per lo più anche senza impegnare la prestazione di un operaio, quest’ultimo non può sopravvivere a lungo nello stato di disoccupazione. Tuttavia, se il mercato non è perfetto, non sono certo gli interventi governativi e sindacali a renderlo tale. Anzi, essi producono un effetto distorcente delle condizioni di domanda e offerta. In particolare, se viene meno l’autonomo e individuale confronto tra datore e lavoratore, si possono originare aspre contrapposizioni di categoria, si creano costi aggiuntivi destinati a gravare più sul lavoratore che sul datore, si rischia di sclerotizzare il libero scambio del bene-lavoro, finendo per cristallizzarne il costo su parametri esterni alla volontà delle parti, e quindi anche in contrasto con l’interesse specifico del lavoratore.

Ancora una volta, non è il geloso mantenimento delle posizioni sindacali a garantire il lavoratore (dati gli effetti alteranti che la contrattazione e le rivendicazioni sindacali sono in grado di produrre), ma potrebbe essere lo stesso spontaneo agire dei lavoratori a poter compensare le diverse preferenze temporali tra datore e lavoratori.

Si obietterà che queste sono riflessioni meramente astratte rispetto alla dura realtà. 
Facciamo tre esempi per dimostrare il contrario, che liberamente traiamo e attualizziamo dalla Sesta serata delle Serate di Rue Saint Lazare di Gustave de Molinari, ora riproposte dalla Liberilibri con prefazione di Nicola Iannello e postfazione di Carlo Lottieri (una presentazione più esaustiva del problema  si può leggere qui).

In primo luogo, in caso di offerta di lavoro in eccesso, sono più convincenti coalizioni spontanee e private di lavoratori, maggiormente in grado di garantire adeguate forme di sostegno a disoccupati e inoccupati, in luogo di quelli che lo stesso De Molinari chiama, con una punta di ossimorica ironia, “sistemi di carità legale”. Diversamente da quanto può sembrare prima facie, questa non sembra una proposta tanto astrusa, se è vero che gli iscritti agli ordini professionali in Italia hanno sistemi di previdenza e assistenza alternativi rispetto a quelli statali, che costituiscono delle casseforti molto più stabili e garantite. E la storia, con le Società di Mutuo Soccorso, ci incoraggia a credere in questa soluzione spontanea di ammortizzatori solidaristici.

Si obietterà: «Perché mai i lavoratori dovrebbero finanziare questi ammortizzatori “privati” per i loro colleghi disoccupati? Solo l’intervento statale, che ha a cuore l’interesse pubblico, può sanare un fallimento di mercato». Tuttavia, basta un semplice calcolo matematico (che De Molinari fa pallottoliere alla mano) per evidenziare come sia nell’interesse individuale dei lavoratori occupati sostenere una fetta di disoccupati che si estromette dal mercato in cambio di un sostegno privato, eliminando così quell’eccesso di offerta di lavoro che porta ad abbassare il valore del lavoro, e dunque il salario.

In secondo luogo, De Molinari invita a una maggiore flessibilità nella ricerca “spaziale” del posto di lavoro.

Anche qui si replicherà, con Adam Smith: «L’esperienza sembra mostrarci che un uomo è, tra tutti i bagagli, il più difficile da trasportare».

Tuttavia, a ben vedere, la maggior parte dei costi che l’uomo deve sopportare per spostarsi è data dalla regolamentazione (e dunque di nuovo dallo Stato) sulla circolazione: permessi di soggiorno, passaporti, licenze abitative, oneri per i passaggi di proprietà, etc. Certo, si tratta di una regolazione che risponde ad altre esigenze (come quelle di sicurezza, ad esempio) ma una semplificazione di queste restrizioni legali alla libertà di movimento, come Schengen ha dimostrato, è un sicuro volano dell’economia, soprattutto oggi, quando le condizioni e i tempi di viaggio sono certamente migliori rispetto al Settecento di Adam Smith e il sacrificio affettivo dell’allontanamento dai propri cari diviene quindi più facilmente superabile.

In terzo luogo, anche quelle che possono essere considerate un ulteriore fallimento del mercato, ovvero le asimmetrie informative, possono indubbiamente essere rimosse attraverso un ordine spontaneo, che a sua volta produce occupazione, come l’introduzione delle agenzie di collocamento in competizione tra loro ha dimostrato anche in Italia.

Quella testarda convinzione per cui, in condizioni di libero mercato, alle prestazioni del lavoratore non corrisponderebbe un riconoscimento economico adeguato, a causa di una sorta di tirannia dell’imprenditore-capitalista, sembra davvero un retaggio di cui liberarsi, per il bene dei lavoratori stessi.

La corretta retribuzione del lavoro non è una questione né di contratto nazionale, né di contratto integrativo aziendale, né tantomeno di gabbie salariali, ma di spontaneo incontro tra la domanda e l’offerta.

Questa vorremmo che fosse la semplice considerazione da cui partire per ogni dibattito sul mercato del lavoro.

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Sani esempi di Paesi dove il 60% invoca meno tasse /2009/09/13/sani-esempi-di-paesi-dove-il-60-invoca-meno-tasse/ /2009/09/13/sani-esempi-di-paesi-dove-il-60-invoca-meno-tasse/#comments Sun, 13 Sep 2009 16:48:41 +0000 Oscar Giannino /?p=2673 Questa settimana nel Regno Unito avviene il rituale appuntamento annuale settembrino delle Trade Unions, la conferenza annuale nella quale il premier laburista annuncia i punti salienti della propria politica economica. Vi ricordo che attualmente i sindacati nel Regno Unito raccolgono solo il 16% dei loro iscritti dal settore privato, mentre tre dipendenti pubblici su cinque ne hanno la tessera in tasca. Con Gordon Brown, le Unions sono tornate a contare di più nel dilaniato Labour Party, felice di aver archiviato i lunghi anni blairiani che qui in Italia qualcuno definirebbe “mercatisti”, ma in rotta con l’elettorato che nelle suppletive ormai non esita ad attribuire ai candidati laburisti il quarto posto nelle preferenze dopo i Tories, i liberali, e i nazionalisti. Un buon esempio di come i media potrebbero trattare fasi politiche convulse della vita nazionale viene oggi dal  Sunday Times. Invece di dedicare paginate alle vischiosità caleidoscopiche interne della lotta a coltello aperta tra correnti del Labour e del sindacato – come si fa qui da noi a proposito di escort o di Fini versus Berlusconi – il quotidiano ha organizzato un bel sondaggio, dal quale emerge che il 60% dei cittadini britannici non hanno dubbi. Di fronte al maxi deficit pubblico browniano da 175 miliardi di sterline quest’anno, invocano come soluzione i tagli di spesa e di tasse. Solo il 21% pensa che si debba coprire la spesa attuale aggiuntiva alzando le imposte. Quando si dice un Paese serio. Ma a cominciare dalla stampa. Pensate che sarebbe davvero molto diverso, se il Corriere o il Sole commissionassero un sondaggio qui in Italia sugli stessi temi? Io penso di no.  A patto naturalmente di non confezionare le risposte alla domanda in maniera capziosamente filotassaiola.

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Cernobbio, che cosa attendersi /2009/09/02/cernobbio-che-cosa-attendersi/ /2009/09/02/cernobbio-che-cosa-attendersi/#comments Wed, 02 Sep 2009 18:03:47 +0000 Oscar Giannino /?p=2441 Tradizionalmente, la tre giorni di Cernobbio nel primo fine settimana di settembre è l’occasione per dare il la alla ripresa del confronto tra gli attori della politica economica, imprese e sindacati. Mi limito a segnalare qui, come dati di partenza, l’aggiornamento ultimo effettuato da Barry Eichengreen e Kevin O’Rourke sul confronto tra l’attuale crisi mondiale e quella del 1929, in termini di produzione mondiale e dei maggiori paesi sia sviluppati sia emergenti, di andamento dei mercati finanziari e del commercio mondiale. In sintesi, la caduta del commercio mondiale è maggiora ora che allora, come prodotto la caduta è del tutto analoga, mentre i mercati finanziari mondiali hanno perso a oggi – malgrado il rally da inizio  marzo recentemente in via di attenuazione – molto ma molto più che nel ’29. Se ci si ferma al mercato finanziario americano, lo S%P500 a parità di durata temporale della crisi sta più su oggi che nell’equivalente periodo post 29, ma la differenza – e il contesto complessivo del mercato USA – non è certo tale da poter far pensare a nessuno che davvero stia risorgendo il sole. Sono davvero curioso di vedere se a Cernobbio prevarrà l’ottimismo a sfida di questi dati incontestabili, o se al contrario la ripresa del confronto metterà al centro qualche grano di realismo. Nel qual caso, bisognerebbe pensare a qualche misura strutturale.È ovvio che Giulio Tremonti, che chiuderà i lavori domenica, lanciando il tema della compartecipazione su cui ha già ottimamente scritto Alberto Mingardi, ha scientemente messo in difficoltà Confindustria. La base confindustriale non può ritenere che coi chiari di luna attuale il problema numero uno sia la compartecipazione dei dipendenti agli utili – quali? – d’impresa. In più, Tremonti lo ha fatto sapendo bene che, al contempo, in vista dei nuovi contratti – su meccanici, alimentaristi e chimici i primi rounds di prova del salario di produttività secondo livello non promettono al momento nulla di buono – nonché in previsione delle tensioni per l’esaurimento delle prime 52 settimane di CIG, gli imprenditori chiedono contemporaneamente alla Marcegaglia di non forzare nei confronti della CGIL, perché non vogliono proprio esporsi ai suoi scioperi, con tutti i guai con i quali sono alle prese in azienda.

Ed è proprio con Epifani, invece, che la Marcegaglia si troverà a confronto diretto a Cernobbio, come ultimo atto del programma prima delle conclusioni affidate a Tremonti. Il quale è su una posizione a propria volta diversa da Sacconi: il ministro dell’Economia è andato di persona all’ultimo appuntamento precongressuale della CGIL e ci tiene a proporsi come “attento a sinistra” in nome della coesione politica e sociale; il ministro del Welfare non nasconde di preferire che si vada avanti senza la CGIL, finché questa non si cosparga di polvere il capo. Poiché in CGIL si è manifestata un’ala di dirigenti che vorrebbe evitare l’isolamento ai tavoli conseguente a un incaponimento del no pregiudiziale tipo Fiom, è evidente che Confindustria e il governo, a seconda di come a Cernobbio moduleranno aperture o chiusure a Epifani, si candidano anche a dare o a negare una mano alla tesi che in CGIL si definisce più “riformista”.

Personalmente, non mi spiacerebbe che Confindustria facesse un bell’esempio tra la situazione italiana e quella francese. Oggi Laurence Parisot,  presidente del Medéf che equivale alla nostra Confindustria, ha annunciato che malgrado la timida ripresa del Pil transalpino nel secondo trimestre 70 mila piccole  e medie imprese francesi rischiano di chiudere. E dire che in Francia il governo ha annunciato sgravi fiscali alle imprese per quasi 12 miliardi di euro. Temo che Tremonti non sia proprio disposto, a sgravi fiscali aggiuntivi. La sua intenzione è dare massima disponibilità solo per l’estensione degli ammortizzatori in deroga. Per il resto, tra Tremonti-ter – di cui manca ancora la circolare applicativa per chiarire le categorie ATECO dei beni su cui investire per gli sgravi – moratoria di un anno sui prestiti e Fondo di Granzia alle PMI – 1,5 bn euro annunciati, in realtà la Corte dei Conti non ha ancora dato l’ok a poco più di 160 mio per il 2009 – il ministro dell’Economia ritiene di aver già fatto tutto il necessario, se non di più. Il ministro è prudente, non solo per contenere il deficit, ma anche considerando l’attuazione di alcuni degli strumenti varati. Per esempio, non c’è stata una gran corsa per attingere alle risorse messe a disposizione dalla Convenzione ABI-CDP dello scorso maggio. Furono stanziati 8bn euro – di cui 3 immediatamente accessibili – come plafond per il finanziamento delle PMI, messi a disposizione delle banche da Cassa Depositi e Prestiti.  Ma le prime adesioni alla Convenzione sono solo di queste ultime settimane, e complessivamente le banche che hanno aderito non vanno oltre un ristretto elenco: UBI Banca, Unicredit, Credito Valtellinese, Credito Sportivo, ICCREA. Neanche il 30% dei 3 miliardi a disposizione risulta sin qui erogato. Quanto alla Convenzione ABI-SACE per il rilascio di garanzie volte ad agevolare lo smobilizzo di crediti vantati dalle imprese verso la Pubblica Amministrazione, l’attuazione dell’accordo prevedeva convenzioni tra la SACE e le singole banche. Ma, a oggi, non è ancora stata sottoscritta alcuna convenzione. Neanche una.

Si può capire dunque la prudenza di Tremonti. Eppure essa, a mio giudizio, è sbagliata. La base industriale manifatturiera ed esportatrice italiana - finché non riparte il commercio estero – è esposta al rischio di una  morìa a mio giudizio superiore a quella francese. Il problema non è più o tanto l’accesso al credito. Il problema è la base patrimoniale, cioè l’ipocapitalizzazione mediamente assai diffusa nella piccola impresa italiana: oggi, la espone in migliaia di casi all’ipotesi di interruzione della continuità aziendale. Nell’intervista a Panorama che trovate in edicola venerdì, Emma Marcegaglia rilancia l’idea di un fondo volto a ripatrimonializzare le PMI italiane. Qui e qui ce ne siamo già occupati: due mesi fa. È un’idea che ho ulteriormente affinato, ma ci tornerò nei prossimi giorni.

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