L’agenzia del turismo del Cantone di Zug raccomanda soprattutto il tramonto sul lago, «un’esperienza da non mancare». Oppure la vista dei giochi di luce sulla facciata della stazione ferroviaria, opera del californiano James Turrell. Difficile però che qualche centinaio di grandi «corporation» di tutto il mondo e di ricchi contribuenti siano confluiti verso la campagna, i laghi e i monti della Svizzera centrale solo per le attrazioni locali. Diciamola subito: a Zug si va perché si pagano poche tasse, e le aliquote fiscali per le aziende sono tra le più basse della Svizzera, e quindi d’Europa. Tra il 9 e il 15%.
Ma non solo: il «tax ruling» locale dà alle società che decidono di installarsi nel Cantone la possibilità (teorica ovviamente) di confezionare bilanci che sarebbe un eufemismo definire incompleti e poco trasparenti. Qualche esempio di illustri «clienti fiscali»? A Zug, e nei suoi dintorni, hanno deciso di spostare la propria sede mondiale o europea grandi multinazionali americane. Così nel giro di pochi chilometri quadrati si ritrovano Foster Wheeler, Noble, Amgen. Il colosso del trading Glencore. Persino la Transocean, la società petrolifera responsabile del disastro del Golfo del Messico nell’estate scorsa, ha sede a Zug. Le grandi corporation sfruttano le agevolazioni cantonali, e così anche i loro manager.
I gasdotti
L’attrazione esercitata dalla Svizzera e da Zug non ha effetto solo sulle aziende occidentali. Gli oligarchi russi spuntati dopo la dissoluzione della vecchia Urss hanno ampiamente sfruttato le «opportunità» concesse dalle leggi e dal tax system elvetico. Le società intermediarie al 50% tra Gazprom e l’Ucraina nel corso del conflitto del gas dell’inverno 2005-06 (come la Centragas Holding) avevano sede in Svizzera, e ora sono da tempo liquidate. Per il colosso moscovita del gas, tuttavia, l’abitudine di servirsi dello Stato alpino per i propri affari è diventata un’usanza consolidata. Come nel caso del progetto South Stream, oggetto dei preoccupati «cable» delle ambasciate americane rivelati da Wikileaks. Il memorandum tra l’Eni di Paolo Scaroni e i russi viene siglato il 23 giugno 2007. Il 18 gennaio 2008 viene costituita la South Stream Ag, posseduta al 50% ciascuno da Gazprom e da Eni International Bv. Dove? A Zug naturalmente. Nello stesso luogo dove, dal dicembre 2005, si trova anche il veicolo societario per il gasdotto «Nord Stream», il fratello gemello sul fondale del mar Baltico che dovrà bypassare la Polonia, e che vede tra i soci la tedesca E.On e come presidente l’ex cancelliere Gerhard Schröder. Ancora: quando all’incirca un anno fa i russi chiudono il negoziato con la Serbia per il transito del South Stream si comportano nello stesso modo. Creano al 50% con Srbijagas la South Stream Serbia Ag, infilano in consiglio il capo di Gazpromexport Alexander Medvedev (solo omonimo del presidente Dmitri), quello di Srbijagas Dusan Bajatovic, e dove la piazzano? A Zug naturalmente. Curioso: in Serbia l’aliquota sui profitti «corporate» è già al 10%, e di meno in Europa non si trova, se si fa eccezione per il Montenegro (9%). Per i russi, evidentemente, in queste scelte giocano altri fattori, primo fra tutti la riservatezza, se si vuole utilizzare anche in questo caso un eufemismo. In Svizzera, dettaglio non da poco, le società non quotate in Borsa non hanno alcuno obbligo di deposito del loro bilancio, che rimane a disposizione esclusivamente dell’amministrazione finanziaria.
Costi a forfait
Focus su Zug, dunque. Dove ci si può immaginare che su mandato di Gazprom e Eni un esperto professionista locale abbia costituito la joint-venture in tre-quattro giorni e con una spesa di 7-8 mila franchi. «Diciamo che le autorità cantonali – commenta Tommaso di Tanno, docente di diritto tributario a Siena – hanno una “capacità dialettica” assai elevata nel negoziato con aziende e contribuenti facoltosi». Con vantaggi fiscali di tutto rilievo: una tassa federale dell’8,5% sugli utili alla quale se ne aggiunge una cantonale del 6,5%, che tuttavia le holding non pagano, visto che a Zug possono godere di regimi «privilegiati». Il tutto grazie alla «concorrenza fiscale» interna alla Svizzera, che fa sì che tra i quaranta luoghi migliori in Europa per non pagare le tasse una ventina siano cantoni elvetici. Ma, soprattutto, a far premio c’è la «flessibilità» sulla redazione dei bilanci, che per quanto riguarda attivi e profitti devono semplicemente soddisfare dei «principi di ordinata presentazione». Senza l’obbligo, quindi, di uniformarsi a standard internazionali riconosciuti, come quelli Ias o quelli americani Gaap. E in particolare – nel caso di aziende che operano «estero su estero» come è e sarà il caso di South Stream – è possibile trattare direttamente con l’amministrazione fiscale un forfait sui costi da riconoscere in bilancio. Una quota percentuale prefissata sui ricavi, detratta la quale resta l’imponibile su cui pagare le tasse. Un sistema che come si può facilmente immaginare lascerebbe un’autostrada davanti a chi volesse mettere in atto pratiche poco trasparenti o addirittura al di là della legge, come consulenze facili, o addirittura la costituzione di fondi. Questione delicata, e all’Eni comunque percepita, visto che nei bilanci la quota del 50% in South Stream Ag (che non è consolidata) compare con una sintetica noterella a margine: la società, si precisa, come altre partecipate svizzere del gruppo risulta ricadere nella «black list» stilata dal ministro Giulio Tremonti nel 2001. Tuttavia essa dichiara che «non si avvale di regimi fiscali privilegiati». Corretto, ma se alla fine South Stream Ag pagherà sugli utili l’aliquota svizzera «senza privilegi» (15%), o quella italiana, pare tutto sommato una questione secondaria rispetto alle domande che pone l’adozione di un sistema, diciamo così, «flessibile» di redazione dei bilanci.
Arriva Gazprombank
Sul versante Nord delle Alpi, però, negli ultimi tempi la partita Gazprom non si è giocata solo sulle joint-venture per i gasdotti. Da un anno e mezzo a questa parte, infatti, in Svizzera ha fatto la sua comparsa anche il braccio finanziario del monopolista di Mosca: Gazprombank, terzo istituto di credito della Russia, dove la casa madre energetica conta per il 41% del capitale e controlla sostanzialmente il board, presieduto da Andrey Akimov. Nel giro di pochi mesi Gazprombank ha messo a segno un paio di manovre che si intersecano con i vecchi scenari noti anche in Italia (caso Mentasti) e lasciano il sospetto che, forse per volontà del Cremlino, si siano ormai regolati diversi affari del passato. A metà 2009 Gazprombank ha acquistato da Vtb, la seconda banca russa, il controllo della Russian Commercial Bank, uno storico crocevia degli interessi russi in Europa occidentale. Ma meglio sarebbe dire che Gazprombank ha provveduto a un vero e proprio salvataggio della Rcb, visto che in pochi mesi ha dovuto sborsare tra garanzie e fondi supplementari 160 milioni di dollari. Rcb, dal 2006, era la controllante del fondo del Liechtenstein Idf, a sua volta controllante della Centrex austriaca ai tempi dello sfumato affare Mentasti. L’uno-due di Gazprombank, che sostiene di aver approfittato dell’occasione per accaparrarsi una banca che ha piena licenza operativa in Europa, ha di fatto azzerato anche i conti sospesi degli anni precedenti. Tra i fondi dei clienti della Rcb si è assistito nel corso del 2009 a una migrazione particolare: 600 milioni di dollari che risultavano attivi su Cipro, dove opera una Russian Commercial Bank Cyprus, sono improvvisamente rientrati verso Mosca. E in questi movimenti non sembrano essere coinvolti interessi esclusivamente russi.
di Stefano Agnoli
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Sta succedendo che Eni si trova, oggi, a pagare il conto di una troppo lunga resistenza contro la corrente della storia e del mercato. Sicché, in questo inizio di 2010, nel mezzo della recessione, grandina sul gruppo italiano e grandina sul valore del titolo, sceso dai circa 18,5 euro di inizio anno ai 16,50 di lunedì, e risalito a 17 proprio sulla scorta delle indiscrezioni su Snam. Lo stesso titolo di Snam si è impennato al diffondersi della notizia, salendo da 3,45 euro – valore attorno al quale oscillava da un po’ – fino ai 3,5 di adesso.
Grandina sulle partecipazioni ai gasdotti internazionali, messi nel mirino dalla Commissione europea a causa dei presunti comportamenti anticompetitivi. La soluzione individuata – la cessione al mercato dei gasdotti dal Nordeuropa, la vendita a un ente “amico” come la Cassa depositi e prestiti del Tag, il mantenimento degli attuali diritti di transito – non è del tutto soddisfacente, ma di certo innesca un movimento centrifugo che porta, fatalmente, il core business dell’azienda più lontano dalla gestione delle infrastrutture (a chi, contro questo argomento, cala la carta South Stream rivolgo una domanda: dal punto di vista dell’Eni, il business di South Stream sta nell’esercizio del gasdotto, o nella sua realizzazione? Cioè, il protagonista dell’eventuale operazione sarà Eni nel senso della oil company, Eni nel senso della utility, Eni nel senso del gestore di infrastrutture, o Eni nel senso di Saipem?). Grandina, analogamente e con insistenza maggiore, sul fronte regolatorio italiano, dove l’Autorità per l’energia non perde occasione per ricordare la propria posizione a favore dell’unbundling proprietario.
Grandina, infine, dagli azionisti, insoddisfatti dalla performance finanziaria del gruppo. Su tutti, il fondo attivista Knight-Vinke, che con le sue lettere ha sollevato un vespaio di polemiche e ha spinto il management dell’Eni a prendere posizione difensiva, salvo poi aggiustare progressivamente la posizione. Dal niet iniziale, senza se e senza ma, Paolo Scaroni è passato a riconoscere che l’integrazione verticale “non è un dogma” (qui la risposta soddisfatta di Eric Knight) fino, appunto, alle indiscrezioni odierne.
Se il piano illustrato da Corriere e Staffetta sarà confermato, di fatto si tratterà di un significativo passo verso le richieste del fondo americano. Mentre, infatti, sulla stampa si alternavano letture più o meno complottiste dell’operazione Knight, presentato ora come uno speculatore fesso (che avrebbe deliberatamente agito per distruggere il valore della sua partecipazione in Eni), ora come un agente dello Stato Imperialista delle Multinazionali, Scaroni e i suoi facevano i propri conti. Conti molto semplici che, secondo la maggior parte degli analisti, rispecchiano grosso modo l’analisi di Knight Vinke: la struttura anomala dell’Eni nasconde un valore che potrebbe emergere con una più razionale distinzione delle attività e allocazione del debito (che andrebbe messo sulle spalle della GasCo., cioè la parte utility dell’Eni, e della NetCo., cioè il gestore delle reti, e tolto dai piedi della OilCo., la compagnia petrolifera tradizionale che è il cuore pulsante dell’azienda). In questo modo, secondo Knight, potrebbero emergere fino a 50 miliardi di valore, con soddisfazione di tutti.
Con soddisfazione, in primis, di Knight, che ha in mano direttamente l’1 per cento dell’Eni, parla esplicitamente a nome di un altro 1 per cento in pancia al fondo Calpers, e dice di rappresentare una fetta di azionisti che complessivamente possiede un quarto del capitale sociale del gruppo. Facciamogli pure la tara e diciamo che, in realtà, solo la metà, ossia il 12,5 per cento, è d’accordo: questo ne farebbe comunque il secondo azionista, subito dopo il Tesoro che controlla direttamente il 20 per cento dell’Eni, e attraverso la Cdp un altro 10 per cento. Insomma: quella di Knight è una voce che non si può ignorare e alla quale i fatti e le decisioni di Scaroni sembrano, contro ogni aspettativa, dare ragione.
L’ho scritto e lo ripeto: l’anno prossimo scade il mandato di Scaroni. La sua poltrona appare solida ma, forse, non lo è così tanto, e forse lui stesso mira a un cambiamento. In ogni caso, sia che l’amministratore delegato dell’Eni voglia restare, sia che voglia andarsene, chiudere la gestione con un colpo di teatro gli darà fiche migliori che non passare per l’uomo della conservazione. Lasciare il controllo di Snam, se la cessione andrà a favore del mercato e non degli amici di amici, potrebbe essere la mossa con cui Scaroni rimescola le carte e crea valore. Per gli azionisti dell’Eni e per il suo stesso futuro.
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Perché, allora, a nessuno è venuto in mente di comportarsi così? Secondo quanto ha riferito Knight, il management dell’Eni ha risposto alle richieste del fondo (che ha in pancia circa l’1 per cento del Cane a sei zampe, e rappresenta altri soggetti che detengono una quota analoga) muovendo sostanzialmente due argomenti: l’integrazione verticale renderebbe l’Eni meglio equipaggiata dal punto di vista negoziale, e consentirebbe di sviluppare importanti sinergie (i principali punti della risposta si trovano qui). Non si tratta di una novità, visto che sono le due carte che sistematicamente Paolo Scaroni scopre quando le richieste di separazione di reti e stoccaggi si fanno troppo forti. Knight risponde che (1) le altre major, pur non avendo una utility a valle, riescono a chiudere contratti non peggiori di quelli dell’Eni, quindi il vantaggio competitivo deve essere davvero ridotto; e (2) dall’analisi effettuata, non sono emerse sinergie significative.
Lo studio di Knight-Vinke è importante soprattutto sotto il profilo regolatorio, perché conferma una tesi dell’Autorità per l’energia, che aveva riscontrato una dinamica simile nell’Enel dopo la cessione di Terna: la perdita della presa monopolistica sui mercati non è necessariamente fonte di indebolimento per gli ex monopolisti. Anzi, togliendogli la certezza del ricavo li spinge a farsi più competitivi, portandoli così – paradossalmente – a rafforzarsi, mentre i consumatori possono beneficiare della concorrenza. Oltre a questo, Knight ha sottolineato più volte la precarietà finanziaria del gruppo, che trova conferma nel taglio del dividendo e dipende da un lato dalla necessità di presidiare il rating e mantenere l’indebitamento sotto controllo (un’esigenza soprattutto della oil company, che finisce per danneggiare la utility); dall’altro dall’indisponibilità dello Stato di sottoscrivere aumenti di capitale o, in alternativa, accettare una ricapitalizzazione la cui conseguenza sarebbe una sua discesa al di sotto della soglia del 30 per cento.
Questo è, secondo me, un punto cruciale. Knight ha precisato di non avere alcun interesse alla discesa dello Stato, e ha evidenziato che il suo piano è compatibile col mantenimento agli attuali livelli. Il che è tecnicamente vero. Ma lo è fino a un certo punto: non solo perché, in caso di breakup, almeno per quel che riguarda la oil company non ci sarebbe più alcuna pseudo-giustificazione “strategica” per il Tesoro. Soprattutto, però, il ceto politico non ha alcun interesse a recidere il cordone ombelicale che lo lega alla più grande industria italiana, e che gli attribuisce innumerevoli poteri e influenze (a partire dalla nomina del management). Spesso si dice che San Donato chiama, e Palazzo Chigi risponde. La realtà è molto più complessa. E se può essere vero che l’Eni esercita un ruolo guida sulla politica estera italiana (tanto da irritare gli americani), è ancor più vero che l’Eni è spesso strumento di politica industriale nelle mani del governo, per esempio quando si tratta di mantenere aperti impianti improduttivi o inefficienti, o addirittura perché all’occorrenza funziona da bancomat.
E’ questo il fattore che va introdotto per chiudere l’equazione. Chiaramente, se anche i calcoli di Knight-Vinke fossero esagerati, e dunque la creazione di valore conseguente alla riorganizzazione dell’Eni valesse 25, 10 o 5 miliardi di euro, comunque sarebbe ben superiore ai benefici presunti delle “sinergie”. Quello che, politicamente, vale più di 5, 10, 25 o financo 50 miliardi di euro è la facile accessibilità a una leva che ricorda molto da vicino, nella forma e nella sostanza, le “vecchie” partecipazioni statali. E dunque, come noi dell’IBL abbiamo sostenuto tra l’altro nel nostro Manuale per le riforme della XVI legislatura, è illusorio pensare di poter ottenere dei miglioramenti senza passare anche per la privatizzazione del gruppo.
Dice: la privatizzazione non è in agenda. Perfetto. Ma finché le cose andranno avanti così, i 50 miliardi di sottovalutazione dell’Eni saranno il minore dei mali.
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Partiamo, comunque, dai risultati dell’asta: dei 5 miliardi di metri cubi di gas disponibili, ne sono stati ceduti circa un quinto: per i lotti semestrali, ne sono stati assegnati 91 su 340, mentre per quelli di durata annuale si è arrivati a 53 su 285. Tra i maggiori beneficiari dell’operazione, l’Ilva, il gruppo tedesco E.On, e poi Burgo e Phlogas: che da sole avrebbero messo le mani su circa metà del totale venduto. Il prezzo di aggiudicazione è stato pari a circa 20,2 centesimi / metro cubo: sotto il mercato italiano (che viaggia sui 25-26) ma sopra i valori europei (15-17). Ora, i destinatari teorici del provvedimento – da Confindustria ad Aiget – si lamentano, mentre l’Eni minaccia ricorso.
Secondo la ricostruzione di Dagospia, si tratta del risultato di un diabolico disegno del presidente dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis, contro il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ossia colui che più di tutti ci ha messo la faccia. Sebbene tra i due non scorra buon sangue, non credo che Ortis potesse arrivare a tanto; né che, ammesso che ci sia la sua manina, anche a condizioni più favorevoli le cose sarebbero andate diversamente. La gas release è uno strumento da usare con estrema cautela, come avevo scritto tempo fa: in condizioni molto particolari può aiutare a sbloccare il mercato, ma in generale è un intervento a gamba tesa sul mercato. L’Italia ha spesso avuto, nel passato, caratteristiche tali da giustificare manovre autoritative: in fin dei conti, il mercato del gas è dominato da un (ex) monopolista (ex) pubblico, che controlla tutti i punti di accesso internazionali (Rovigo deve ancora entrare in funzione), nonché la rete nazionale e gli stoccaggi. Bene.
Il quadro è stato però alterato dalla crisi: che, tra i suoi portati, ha determinato un crollo della domanda industriale di gas e un crollo della domanda di elettricità (quindi della domanda di gas per il termoelettrico). Per la prima volta, il mercato è strutturalmente lungo: la questione che Paolo Scaroni deve affrontare, oggi, è più come sbarazzarsi del gas che comunque è obbligato ad acquistare dai suoi fornitori, più che ritagliarsi il margine grasso a cui era abituato. Per lui, insomma, come per tutti, contano oggi i volumi: tanto che i maligni, come ha punzecchiato Quotidiano Energia, mormorano che all’Eni avrebbe fatto comodo il successo dell’operazione.
Cosa ha prodotto, insomma, tutto questo tran tran? Direi più feriti che vincitori. Gli unici a guadagnare veramente, infatti, sono i grossi utilizzatori, che giustamente cantano vittoria. Per il resto, però, si vedono macerie. Macerie, anzitutto, a Via dell’Astronomia, che su questo punto aveva minacciato tuoni e fulmini e si ritrova con un pugno di mosche. Macerie a San Donato, che vende poco gas e a basso prezzo: né volumi né margini. E macerie, soprattutto, in Via Veneto, dove alberga il regista politico dell’iniziativa, Scajola, che, volendo giocare di sponda con gli industriali, è riuscito a far incazzare sia Emma Marcegaglia, sia Paolo Scaroni.
Ecco, infine, la possibile coda: l’Eni potrebbe far ricorso contro la gas release. La minaccia è affidata a Domenico Dispenza, capo del Gas & Power, che ne parla con toni bellicosi al Corriere. In questo caso, il principale destinatario sarebbe proprio Scajola, ma inevitabilmente qualche schizzo colpirebbe anche il suo collega-nemico, Giulio Tremonti. Che vedrebbe allargarsi il fronte polemico contro quello che è il più importante gruppo industriale italiano nonché la principale partecipata del Tesoro: lo scazzo sulla gas release va messo in fila con una serie di attriti reciproci, che vanno dal taglio del dividendo (Scaroni contro Tremonti) alla “tassa sulla Libia” (Tremonti contro Scaroni) con annesso possibile ricorso.
In questo contesto, allora, la divergenza tra Tremonti e Scaroni si sovrappone a quello tra Scajola e Ortis, che oltre tutto origina proprio dalla “vivace dialettica” tra Ortis e Scaroni; mentre è nota la scarsa empatia tra Scajola e Tremonti (che ha avuto pure risvolti energetici: come nella riforma della borsa elettrica, voluta da Roberto Calderoli con spalla tremontiana, e nelle osservazioni spedite dal Tesoro al Mse sul ddl sviluppo e in particolare sull’atomo, il più caldo tra i dossier sulla scrivania di Scajola). Facendo un po’ di ordine nel gioco delle coppie, si osserva che gli unici a non essersi ancora incornati sono Ortis e Tremonti, mentre Scajola e Scaroni potrebbero trovarsi, loro malgrado, nella stessa barca.
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Scaroni ha costruito il suo sistema di potere proprio sull’integrazione verticale dell’Eni. Il suo obiettivo politico, prima ancora che economico o finanziario, è serrare il mercato italiano, specie nel gas, in maniera da essere ben più di un campione nazionale: ma un pilastro della stabilità nazionale. Senza l’Eni, l’approvvigionamento energetico italiano crolla come un castello di carte. Le ramificazioni dell’Eni sono pervasive: vanno dal controllo della larga parte della produzione nazionale di olio e gas al dominio sulla rete di trasporto nazionale, sui gasdotti internazionali e financo su una fetta non trascurabile delle reti di distribuzione locali. Altra colonna della politica di Scaroni è l’erogazione di dividendi ricchissimi: di cui gode in primis il maggiore azionista del gruppo, cioè lo Stato (il Tesoro al 20 per cento, la Cdp per un altro 10 per cento). Significativamente, Eni ha strappato fino a oggi una cedola più gonfia di quella concessa dalle imprese paragonabili, come mostra il seguente grafico pubblicato dal Ft.

Questa duplice caratteristica ha fatto la fortuna del sistema Eni. Da un lato, la compagnia può esercitare un potere di mercato enorme, di fronte al quale solo poche e isolate voci si sono alzate con credibilità. Dall’altro, la generosa politica dei dividendi ha creato un disincentivo fortissimo ai governi – tutti i governi – contro l’opportunità di intervenire in senso pro-competitivo. I dividendi pagati dall’Eni funzionano come una sorta di entrata parafiscale, in cambio della quale viene tollerata l’attuale posizione dominante che è garantita dall’inadeguatezza normativa e regolatoria. Si è arrivati al paradosso che, come ha raccontato Enrico Morando, Rifondazione comunista si è impuntata perché la legge che impone la separazione proprietaria di Snam dall’Eni non abbia una data oltre cui tale passaggio diviene obbligatorio. Se qualcuno sperava che qualcosa sarebbe cambiato con l’arrivo dell’attuale maggioranza, è rimasto deluso: più realisti del re, i parlamentari del centrodestra hanno addirittura affossato (dopo averli prorogagi) i tetti antitrust per l’azienda di Stato.
Tutto è andato liscio finché, per ragioni di necessità finanziaria, Eni non ha deciso il taglio del dividendo. Onestamente, va detto che non si poteva fare altrimenti, e che forse la riduzione avrebbe dovuto essere ancor più marcata (come alcuni consiglieri chiedevano): si è deciso per un intervento incisivo ma non rivoluzionario, più che per pragmatismo politico, per non mandare un segnale negativo al mercato, che comunque la notizia non l’ha, ovviamente, presa bene. Il punto che a noi interessa, però, è che il pragmatismo politico in questa decisione non è entrato: causando non pochi problemi a Tremonti, che sull’equilibrio dei conti pubblici si sta giocando tutto.
Quindi, l’attacco di Knight-Vinke fornisce un’interessante perturbazione rispetto alla quale è possibile misurare la febbre del nostro ceto politico. Scontata la reazione di Scaroni, di cui ha dato ampio conto Stefano Agnoli sul Corriere. Significativo l’atteggiamento delle principali riviste di settore: Quotidiano Energia ha ospitato un mio commento (disponibile anche qui), mentre la Staffetta Quotidiana ha commentato la notizia con un tono sostanzialmente attendista (oggi sul tema parla anche, con toni molto critici, Marcelo Colitti). Questo vuol dire poco, nel senso che comunque siamo al pour parler. Però vuol dire che, almeno in quel pezzo di mondo, la provocazione di Eric Knight è stata presa sul serio, e non ha trovato ostilità preconcetta.
Diversa la prospettiva politica. Perché l’Eni è spesso percepita come un centro di potere troppo autonomo, ma è e resta un sancta sanctorum delle partecipazioni statali. Su Libero di oggi, Sandro Iacometti riferisce di un Tremonti infastidito, ma per ora non risultano reazioni ufficiali (anche perché di ufficiale, vale la pena ripeterlo, non c’è ancora quasi nulla, ma è un quasi che fa la differenza). Chi si espone è Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo economico, che difende lo status quo, liquidando il tutto come “un certo movimento nel mondo economico e istituzionale angloamericano [che] non vede con simpatia alcune iniziative intraprese in questi mesi dall’Eni”. E’ una lettura in parte corretta, se si considerano la botta dell’antitrust europeo sui gasdotti internazionali e il fastidio americano per il coinvolgimento nel South Stream. Il primo affondo potrebbe essere parato tramite la cessione dei tubi a Cassa depositi e prestiti (Dio ce ne scampi), il secondo facendo appello al realismo politico. Il vero problema che Scaroni deve affrontare non è tanto l’uno o l’altro, ma la convergenza di Bruxelles e Washington, a cui adesso si sono aggiunte le borse (che hanno premiato il titolo Eni nel momento in cui Knight-Vinke ha fatto coming out).
Paolo (Scaroni) si è mosso, ed era scontato che l’avrebbe fatto. Intanto, Giulio (Tremonti) è sembrato più taciturno del solito.
]]>I cinque miliardi di metri cubi di gas a prezzo “calmierato” rappresentano una bella decurtazione di utili all’Eni. Godono i grandi gruppi energivori, i veri destinatari prioritari di tale misura. L’incredibile, per tanti versi, è che ciò avvenga su decisione del Tesoro, azionista di controllo dell’Eni. La presidente di Confindustria rende felici i suoi associati, e non si duole della botta a Scaroni. Tremonti, per parte sua, incamera consensi e dà una bottarella pure lui, a uno Scaroni forse considerato un po’ troppo autonomo e pronto a disporre ormai di Silvio sulla scena internazionale senza neanche chiedere il permesso…
]]>Sul tema torna oggi il presidente francese, che ha promesso (o minacciato?) di portare al G8 dell’Aquila un progetto di accordo
tra paesi produttori e consumatori su un orientamento generale di prezzo da dare al mercato, anche su una forchetta di prezzo che garantirebbe la continuità degli investimenti senza penalizzare le economie consumatrici.
L’idea di Scaroni fa leva su un meccanismo a suo modo di mercato (l’ingresso di un attore in grado di acquistare o rilaciare grandi quantità di greggio, così da influenzare il mercato rallentando le dinamiche “naturali”). E’ ovvio che si tratterebbe di un soggetto pesantemente invadente, ma tutto sommato esso agirebbe secondo logiche trasparentemente speculative (comprare a poco e vendere a tanto). In un certo senso, dunque, Scaroni propone di far emergere un attore speculativo talmente forte da trainare il mercato nel senso ritenuto desiderabile (da chi?). Non è un sistema entusiasmante, ma almeno ne sono chiare logica, funzionamento e scopi, se non altro in termini del tutto generali.
Al contrario, l’idea di Sarkozy è molto più radicale e distorsiva, e potrebbe avere un effetto devastante. Di fatto, il presidente francese propone di costruire una sorta di Opec globale, che includa tutti i maggiori soggetti (paesi produttori e consumatori e aziende) in una sorta di mostro che riassuma in sé tutte le fattispecie anticoncorrenziali note in letteratura. Per di più, non è per nulla chiaro il modo in cui tale mostro dovrebbe muoversi. Qualunque cosa abbia in mente Sarkozy, ricorda da vicino il metodo dei “posted price”, che ha retto i mercati petroliferi dall’inizio degli anni ’50 fino all’epoca degli shock petroliferi. Come spiega Leonardo Maugeri nel suo The Age of Oil (p.58 dell’edizione americana),
Prendendo spunto dell’abitudine delle compagnie petrolifere di pubblicare i prezzi del loro greggio, i paesi produttori chiesero e ottennero un “posted price” stabile come punto di riferimento per il “profit sharing”. Quei prezzi divennero uno strumento artificiale per cementare gli interessi delle compagnie e dei paesi, una sorta di patto che prescindeva dalle reali condizioni del mercato. In verità, per diversi anni le compagnie preferirono ingoiare le perdite quando i prezzi reali scendevano, piuttosto che mettere in discussione i “posted price” su cui si erano accordate coi paesi produttori, allo scopo di non destabilizzare le relazioni reciproche.
Come si vede, i “posted price” furono uno strumento (efficace) di stabilizzazione del mercato in un preciso contesto storico, politico ed economico, che era totalmente diverso da quello attuale. Al di là di altre, pur importanti, differenze, era radicalmente diversa tanto la natura dei soggetti coinvolti quanto la loro forza relativa: le compagnie erano l’intermediario tra i paesi produttori e quelli consumatori, e dunque si trovavano necessariamente nella condizione di trovare un punto di mediazione ragionevole per entrambe le parti. Nel disegno di Sarkozy, invece, le compagnie (tra l’altro oggi più pubbliche che private) di fatto sarebbero destinate a diventare le reggicoda di un gioco tutto politico, fatto di proclami e dettato dalle scadenze elettorali dei leader interessati e dai rispettivi populismi.
Il meccanismo dei “posted price” ha, durante una precisa fase storica, funzionato egregiamente e garantito stabilità (petrolifera) e crescita (economica). Oggi quell’epoca è conclusa, e mutuarne gli strumenti sarebbe come voler risolvere i nostri problemi sanitari tornando alle tecnologie di mezzo secolo fa.
]]>I prezzi della benzina sono crollati, rispetto a un anno fa, l’imposizione fiscale [negli Usa] è molto bassa e gli americani sono contenti. Vorrà il signor Obama mettere un’imposizione fiscale sulla benzina simile a quella che conosciamo noi europei da decenni? Non lo so. Ma è un tema abbastanza discriminante sull’ambientalismo.
Lungi da me invocare un aumento delle imposte americane sui carburanti per autotrazione. Però Scaroni ha perfettamente ragione nell’osservare che una delle principali cause della differenza nell’efficienza del parco veicoli americano rispetto a quello europeo sta proprio nel carico tributario, che determina una differenza di ordini di grandezza tra il costo degli spostamenti in Europa e negli Stati Uniti. L’alto prezzo del “pieno” ha spinto gli europei a progettare, e acquistare, veicoli più leggeri e meno voraci. Negli Usa, invece, si è optato per un intervento regolatorio sulle imprese automobilistiche, con pochi risultati di politica ambientale, e risultati orrendi sul fronte dei processi produttivi. I cosiddetti “CAFE standard” impongono il valore medio di consumo per la flotta prodotta da ciascuna impresa. Poiché gli americani, per il loro stile di vita e il basso costo dei carburanti, tendono a volere auto molto potenti, le industrie sono costrette a introdurre sul mercato veicoli che nessuno vuole, ma che rappresentano un costo industriale molto importante e che è, a sua volta, tra i fattori scatenanti della perenne crisi di Detroit. Dal punto di vista dell’inquinamento, come spiegano Jerry Taylor e Peter Van Doren, i CAFE
regolano le emissioni per miglio di strada, non per gallone di carburante consumato. I miglioramenti nell’efficienza dei motori riducono il costo della guida e quindi fanno crescere le miglia percorse. In più, le industrie automobilistiche hanno un incentivo a bilanciare i costi associati coi miglioramenti nell’efficienza dei motori spendendo meno sul fronte delle altre forme di inquinament0, poiché attualmente hanno performance superiori a quelle imposte dalla legge.
Insomma, i CAFE sono una forma di regolamentazione sbagliata e controproducente quasi da ogni punto di vista. La questione non è solo una faccenda interna agli Stati Uniti, perché il tema teorico sottostante è quello che riguarda tutte le politiche ambientali, comprese quelle che puntano alla riduzione delle emissioni di gas serra in Europa. Sebbene dal punto di vista teorico possano esserci poche differenze sostanziali tra le varie soluzioni di policy – siano esse l’imposizione fiscale sulle esternalità, l’introduzione di schemi di cap & trade, o la definizione di standard tecnologici o di performance – nel mondo reale le differenze ci sono, eccome. L’esperienza mostra che la leva fiscale, per quanto possa risultare odiosa a noi mercatisti, è quella più efficace e, probabilmente, meno distorsivi, perché la sua applicazione tende a essere più semplice e trasparente e meno distorsiva.
Precipitando questo tema nell’attualità europea, come abbiamo fatto qualche giorno a Bruxelles durante un seminario organizzato dall’IBL, una possibile conclusione è che, se proprio dobbiamo fare qualcosa per ridurre le emissioni, l’introduzione di una carbon tax è il male minore. Due sono i temi fondamentali. Il primo riguarda le modalità di fissazione del livello del prelievo: mi pare che l’idea più geniale e corretta sia quella di Ross McKitrick, che ha suggerito una formula che ancora il livello della tassa alle temperature effettivamente misurate. In fondo, se lo scopo di tutto questo è prevenire un aumento delle temperature oltre una soglia che qualcuno giudica insostenibile, tanto vale assumere proprio quella come benchmark. Il secondo tema è invece relativo a come strutturare le politiche ambientali senza fare troppo male alle prospettive di crescita economica, fermo restando che qualunque politica climatica un po’ di male lo farà. In questo senso, c’è una certa convergenza sull’idea di introdurre una carbon tax che sia revenue-neutral, cioè progettata in modo tale che l’intero gettito sia destinato alla riduzione di altre, e più distorsive, imposte, come quella sul reddito personale.
E’ vero che una proposta del genere cammina sulle uova, perché in qualunque momento il governo potrebbe decidere di aumentare l’imposta o di destinarne il gettito ad alimentare spese che nulla hanno a che vedere col clima. Ma se non vi fidate delle promesse fiscali del governo, come potete fidarvi del governo a tal punto da affidargli la salvezza del pianeta?
]]>Entrambi hanno le loro ragioni. Ortis vede un mercato che, a sei anni dalla completa apertura (avvenuta nel 2003, in anticipo di quattro anni sul termine ultimo fissato dalla Commissione europea) resta ingessato e scarsamente competitivo, e del quale l’operatore dominante controlla una quota largamente maggioritaria. Quindi, nell’impossibilità di indurre una competizione “naturale”, vorrebbe produrla artificialmente attraverso un intervento oggettivamente invasivo. Scaroni, d’altra parte, rileva correttamente che, oggi, l’Italia ha più problemi col gas invenduto, che coi consumatori insoddisfatti, a causa del crollo della produzione industriale. Una gas release, dunque, potrebbe essere uno strumento accettabile in condizioni di mercato tirato, come è accaduto nel passato, mentre oggi appare meno urgente. Va però riconosciuta, al capo dell’Authority, la coerenza con cui si impegna per risolvere le criticità del nostro mercato, e lo fa coi mezzi a sua disposizione, anche se non sempre dosandone nel modo più appropriato l’utilizzo (ma questa è una questione di merito che, nello specifico, è difficile valutare, perché la domanda rilevante, rispetto alle cessioni obbligatorie di metano, non è solo “se” ma anche “come”).
Il problema vero, che è anche la fonte di frustrazione di Ortis e dell’Autorità, sta nel fatto che la liberalizzazione italiana, come mostra anche il nostro Indice delle liberalizzazioni (PDF), è incompiuta. Il tema di fondo, insomma, è la separazione proprietaria delle infrastrutture di rete dall’incumbent, che può utilizzare le informazioni in suo possesso e pianificare gli investimenti in modo tale da, di fatto, erodere gli spazi di competizione possibile, e questo a prescindere dal controllo dei gasdotti internazionali (che era e in parte è un ostacolo alla concorrenza, ma lo sarà sempre meno man mano che nuovi terminali di rigassificazione e nuove pipeline in mano ad altri soggetti entreranno in funzione).
Purtroppo, la politica sembra sorda a questo fatto – anche perché, tramite i lauti dividendi e le donazioni più o meno spontanee, il Tesoro è di fatto compartecipe e corresponsabile di questa rendita. Forse la gas release non è lo strumento migliore e questo non è il momento più adatto, ma i grandi nodi restano irrisolti.
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