Vent’anni fa cadeva il Muro. Appena un anno dopo la Germania tornava ad essere unita. Benché l’anniversario della cosiddetta Wiedervereinigung cada il 3 ottobre del 2010, molti quotidiani tedeschi hanno dato spazio in questi giorni ad un bilancio provvisorio dell’esperienza unitaria. In particolare, è l’aspetto economico ad interessare stampa ed opinione pubblica. Per l’occasione l’Istituto dell’economia tedesca di Colonia (IW) ha presentato uno studio, che a mio modesto avviso, risulta un po’ troppo ottimista. Secondo i ricercatori del centro, i nuovi Bundesländer avrebbero ormai quasi del tutto colmato la distanza che li separava da quelli della Germania Ovest e in pochi anni i migliori Länder dell’Est potrebbero superare quelli più poveri dell’Ovest. Nel 2008 il PIL per abitante negli ex-territori dell’Est ammontava infatti a circa il 68,5% di quello dell’Ovest. Il direttore generale dell’istituto, Michael Hüther, ha categoricamente smentito che il caso della ex-DDR possa oggi ancora essere assimilato a quello del Mezzogiorno nostrano. Ciò è solo in parte vero. E si può innanzitutto desumerlo dall’esclusione ad hoc dall’oggetto dello studio del Land di Berlino, la cui precaria situazione economica e sociale avrebbe ulteriormente peggiorato l’esito del bilancio. Certo, le infrastrutture ad Est reggono il passo con quelle dell’Ovest, ma questo al prezzo di fiumi di denaro fluiti in questi anni da una parte all’altra del paese grazie al cosiddetto Solidarpakt. Sono proprio i circa 1500 miliardi di euro versati all’Est (pari al debito odierno della Repubblica federale), che non ci permettono di prendere sul serio quei famosi blühende Landschaften, annunciati da Helmut Kohl il 1 luglio del 1990. Come notava Hans-Werner Sinn in uno strepitoso editoriale dedicato al tema e pubblicato sulla FAZ qualche settimana fa, una buona fetta del PIL dell’Est è costituito dalle retribuzioni dei pubblici dipendenti, tenute artificialmente alte rispetto a quelle dell’Ovest. L’esplosione della spesa per la burocrazia è un tema di estrema attualità anche in Germania. Tanto che persino nel nuovo Koalitionsvertrag tra SPD e Linke per il Land del Brandeburgo, si accenna alla necessità di tagliare qualche migliaio di posti di lavoro nel settore dei servizi pubblici. Ad aver trainato la crescita dell’Est- comunque del tutto modesta se paragonata a quella degli Stati rimasti anch’essi rimasti a lungo nell’orbita sovietica – è stata la piccola e media impresa sorta tra Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia. Tale nuovo polo industriale è però nato, laddove la “distruzione creatrice” di schumpeteriana memoria ha potuto effettivamente realizzarsi. Dei 4.300.000 posti di lavoro esistenti nella DDR di fine anni Ottanta, ne sono stati “risparmiati” appena 860.000. Di qui l’alta disoccupazione che ha fatto da sfondo ai primi dieci anni della riunificazione e che ancora oggi, anche se in misura progressivamente minore, continua a caratterizzare il tessuto economico dell’Est. Meno esposta alla concorrenza internazionale, la Germania orientale fonda la sua prosperità sulle piccole imprese, non avendo sede in nessuna delle nuovi regioni alcun colosso industriale di rilievo. All’indomani del crollo della Repubblica democratica, si pensò che la privatizzazione delle aziende dell’Est avrebbe coperto gran parte dei costi della riunificazione. Così non fu e lo Stato si è pian piano ritrovato con le mani bucate. I motivi sono in primo luogo politici e abbiamo già avuto modo di elencarli in questo post di qualche mese fa. Falsare i prezzi e i salari tarandoli sul modello occidentale, questo è stato il più grande errore all’indomani della Wiedervereinigung, giustificato dall’esigenza che i cittadini dell’Est non fuggissero a frotte dalla loro terra, alla ricerca di lavoro ad Ovest. E così i salari ad Est sono saliti in questi anni più della produttività, che nei nuovi Bundesländer rimane per l’appunto assai bassa. Idem per le prestazioni sociali, del tutto sproporzionate al livello di vita della Germania orientale. In ultimo, va considerato come molte imprese sorte negli ultimi vent’anni ad Est siano il frutto di un boom artificiale, pompato dalla mano pubblica. Nel suo eccezionale reportage sul tema, il settimanale Wirtschaftswoche cita in particolare due settori: quello delle energie rinnovabili e quello dell’auto. Tutto ciò non significa che i territori dell’ex DDR non abbiano fatto un passo in avanti. Nessuno lo nega. Anzi, laddove il mercato ha avuto spazio, le cose sono migliorate -si pensi ad esempio alle condizioni ambientali-. E per capirlo basta recarsi oggi in quei luoghi. Il punto è un altro. Siamo sicuri che tutto quel popò di fondi pubblici fosse inevitabile? Alla luce dell’esperienza dei paesi limitrofi (e non solo), permettetimi sinceramente di dubitarne.
* Sullo stesso tema anche Tonia Mastrobuoni per Il Riformista.
]]>Qui il link ad un breve post sul tema dell’istituto economico di Colonia
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Nelle scorse settimane il think tank tedesco Initiative Neue Soziale Marktwirtschaft, in collaborazione con l’istituto economico IW di Colonia, ha pubblicato l’indice annuale sul grado di benessere e sviluppo economico facente capo a ciascuno dei 409 distretti della Repubblica federale. L’analisi è stata condotta in maniera piuttosto accurata, prendendo in considerazione trentanove indicatori diversi- tra i quali attrattività del mercato del lavoro, tasso di disoccupazione, potere d’acquisto, produttività, costo del lavoro, infrastrutture, capitale umano e stato delle finanze pubbliche. Ne emerge un quadro (consultabile “graficamente” qui) che non si presta certo ad ambigue interpretazioni: città come Monaco, Stoccarda e Francoforte sul Meno rimangono, con i loro sobborghi, il traino economico del paese. I cosiddetti nuovi Bundesländer, i cui confini sono stati tracciati a seguito della riunificazione del 1990, continuano ad arrancare, se è vero che gli ultimi dieci posti del ranking sono tutti occupati da distretti dell’ex Germania Est, area nella quale il tasso di disoccupazione rimane tutt’ora doppio rispetto a quello occidentale. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà: il sud-ovest della Germania bilancia ancora oggi gli scompensi dovuti ad un amalgama malriuscito. Nel corso di un suo recente intervento presso Biennale Democrazia, Hans Vorländer, politologo dell’Università di Dresda, ha ricordato molto bene come l’ex repubblica democratica abbia in effetti tentato di attutire i rigori e le difficoltà derivanti dalla riunificazione, adagiandosi comodamente sulle spalle di un altro Sozialstaat - quello della Germania federale- e rinviando così l’appuntamento con il libero mercato e il capitalismo. Certo, come gli stessi curatori dello studio non mancano di rimarcare, anche ad Est qualcosa è cambiato e la cortina comincia lentamente a farsi più sottile. Dal 2000 ad oggi si nota un incoraggiante progresso di certe aree (evidenziate in blu, pagina 12) un tempo depresse, in particolare nel Brandeburgo, in Sassonia (il cui sistema scolastico primario è stato recentemente ritenuto il migliore dell’intera Germania) e in Turingia. Lipsia, ad esempio, città da cui nel 1989 ebbero inizio i moti insurrezionali contro il regime della DDR, è tornata ad essere un centro fieristico internazionale di enorme prestigio; Jena, giunta prima nella classifica limitata all’Est, ha una delle università migliori della Repubblica federale e le sue industrie tecnologiche sono tornate a fiorire. Infine Dresda ha ormai una vasta e dinamica rete di piccole e medie imprese. A questo iniziale, ma ancora debole riscatto dell’Est, si è d’altra parte accompagnato un relativo “declino”- si parva licet- di certe altre zone, come quelle intorno ad Hannover, a Colonia e alla stessa Francoforte sul Meno. Solo la Baviera e alcune parti dell’Assia e della Renania Palatinato sembrano aver tenuto il passo. Ora la crisi (come evidenziato in quest’ultimo grafico) minaccia di compromettere ulteriormente la stabilità economica degli agglomerati più produttivi dell’Ovest, mentre sembra non esporre l’Est, assai meno attivo nel campo dell’export, ad un rischio di tracollo. La povertà, si potrebbe dire, protegge l’Est. Assai magra consolazione.
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