La ragione è semplice ma non banale. Il gruppo tedesco E.On ha deciso di cedere le proprie reti distribuzione gas. Si tratta di circa 9.500 chilometri, e una quota di mercato di circa il 4 per cento. Alla gara si sono presentate tre cordate: una guidata dal Fondo per le infrastrutture, l’altra da Italgas/Snam Rete Gas, la terza dal gruppo bresciano indipendente Erogasmet.
F2i è una realtà ambigua, formalmente privata ma con una vocazione a quello che nei salotti buoni si chiama “l’interesse pubblico”. Nella sua compagine azionaria occupa un ruolo ingombrante – anche se non preponderante, in punto di quote – la Cassa depositi e prestiti, strumento principe dell’interventismo pubblico post-Iri. Battezzato da Romano Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa, mai rinnegato da Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, F2i è un fondo che, nato (così si disse) per fare le infrastrutture che i privati non fanno, ben presto si è rivolto al mercato alla ricerca di investimenti “normali”. Le mie perplessità sulle conseguenze di una sua vittoria nella gara le ho già espresse qui, e derivano in parte dalla sua natura semipubblica, e in parte sono confermate dalla vittoriosa partecipazione alla gara per Enel Rete Gas, oltre 30 mila chilometri e una quota di mercato poco sotto il 17 per cento. F2i sta costituendo un polo semipubblico nella distribuzione locale gas.
F2i è comunque un gentile agnellino, rispetto al secondo concorrente. Italgas non credo richieda commenti o spiegazioni particolari. Con 31 mila chilometri di rete e il 36 per cento del mercato, si tratta di gran lunga del primo operatore del mercato. Da pochi mesi, in seguito al processo di riorganizzazione dell’Eni che ha portato all’accorpamento di tutti i business regolati, la sua proprietà è stata conferita a Snam Rete Gas, che controlla anche gli stoccaggi e la rete di trasporto nazionale. Qui è disponibile una presentazione sull’impero Italgas. Va da sé che il conflitto di interessi da noi sempre denunciato, che deriva dall’allineamento degli interessi tra i gestori delle infrastrutture e l’incumbent sul mercato del gas, sarebbe ulteriormente esacerbato dall’infittimento della rete.
E’ evidente, dunque, il motivo per cui “tifiamo” Erogasmet, che è un gruppo indipendente e privato con la freschezza del newcomer, le spalle abbastanza larghe da mirare a una crescita dimensionale e contribuire al necessario processo di aggregazione, e non soffre né di conflitti di interessi derivanti dall’integrazione verticale, né si colloca in alcun limbo tra pubblico e privato (ciò detto, e con tutto il male che se ne può dire, nella nostra prospettiva meglio F2i di Italgas).
Il problema del settore della distribuzione del gas è apparentemente duplice, di fatto uno solo. Da un lato – al di là di un pugno di operatori più grandi – è estremamente frammentato, con pesanti conseguenze sulla sua efficienza economica, come viene bene argomentato nella parte analitica di questo documento di consultazione dell’Autorità per l’energia. Dall’altro, la regola è appunto l’integrazione verticale: a parte Italgas, per il resto la maggior parte delle piccole e piccolissime reti (e alcuni grandi: Genova, Torino, Milano, Roma…) sono controllate da municipalizzate che monopolizzano i mercati locali, anche (ma non solo) grazie a comportamenti opportunistici (tanto che diversi casi sono sotto il faro dell’Antitrust). Non mi dilungo sul caos delle concessioni.
L’Autorità per l’energia, nel citato documento di consultazione, propone di avviare un processo di consolidamento attraverso la leva degli ambiti. Per le ragioni che qui spieghiamo assieme a Federico Testa, è una soluzione discutibile, anche perché di fatto punta alla definizione per via regolatoria dell’ “optimal size” di imprese operanti sul mercato, sebbene si tratti di un segmento regolato. Inoltre, non credo si possa disgiungere questo aspetto dall’altro, cioè le conseguenze anticompetitive dell’integrazione verticale che sono rese patologiche dal controllo pubblico sulle municipalizzate (e su Italgas via Eni). Per uscirne vivi, è importante ripensare complessivamente la struttura del mercato, sancendo in primis il principio dell’unbundling (specie sulle infrastrutture pre-esistenti alla liberalizzazione), e poi l’uscita degli azionisti pubblici da tutto e da tutti. Se ciò è molto facile da immaginarsi per le aziende che vendono servizi, lo è forse meno per le reti e le infrastrutture: ma anche qui, come nel caso di questa proposta di Angelo Miglietta e Federico Testa che discuteremo domani a Torino, si possono trovare soluzioni ragionevoli e creative.
Il punto focale, però, è la fuoriuscita del pubblico dal business, a tutti i livelli. Per questo, tornando al punto di partenza di questa riflessione, non possiamo non tifare Erogasmet.
]]>The minister said a consortium led by Italy’s Eni SPA had agreed to Baghdad’s offer of $2/bbl for each extra barrel of oil it extracts on top of the current production of 227,000 b/d at the 4.1 billion bbl Zubair field.
Quanto Piazzale Mattei possa festeggiare, dunque, dipende essenzialmente da due questioni: la capacità di rispettare la tabella di marcia, e i termini del contratto, che – a seconda di come sono definiti – possono consentire una più o meno rapida messa a libro delle risorse. In gioco c’è il risultato 2010: se si può librare tutto e subito, Scaroni è salvo. Altrimenti, deve ancora mettere le mani su nuovi giacimenti per garantire un adeguato tasso di sostituzione delle riserve. Ma i festeggiamenti per la conquista irachena sono resi un po’ meno euforici dalla stilettata che, tramite il Corriere della sera, viene inflitta da Eric Knight, capo del fondo attivista Knight-Vinke che ha proposto il breakup dell’azienda.
Per capire l’intervista bisogna fare un passo indietro. Ieri, il Financial Times ha dato voce a Scaroni (qui il resoconto in italiano del Sole 24 Ore), il quale ha negato che lo spezzatino potrebbe creare valore. Anzi,
We think it would destroy value as a matter of fact… so big in gas is very positive for our oil business . . . The simple fact that we buy gas from Algeria, Libya and Egypt makes us the leaders in upstream [oil] in those three countries, so they represent 40 per cent of our upstream oil.
Di fronte a queste parole si possono avere due reazioni. Una è quella di Knight, che infatti, interrogato da Stefano Agnoli, risponde:
Puo anche darsi che sia così, ma guardiamo a quello che ci ha scritto l’Eni il primo settembre, peraltro sorprendendoci un po’ perché negli ultimi due anni Scaroni non ci ha mai parlat di sinergie. Dove sono i vantaggi? Nei prezzi? Anche il ministro Scajola ha ricordato che ir Italia l’energia costa pi cara. la sicurezza? L’ultimo invernol’Italia ha dovuto ricorrere agli stoccaggi in occasione dello scontro Ucraina-Russia. L’accso alle risorse russe? To- tal e altre majors lavorano in Siberia senza dare in cambio i loro clianti. I rapporti con Libia, Algeria e Egitto? E’ vero, l’integrazione Eni è stata un vantaggio, ma nel passato. I collegamenti sono stati fatti e non si potraino ripetere.
A questo si aggiunge una questione più cospicua: le sinergie – che Knight chiede a Scaroni di dimostrare valgano più di 50 miliardi di dollari, lo sconto a cui avviso viaggia il titolo Eni in virtù dell’inefficienza strutturale – se ci sono, non devono esserci. In un duplice senso. Se la sinergia deriva dall’integrazione verticale con la rete, allora qualcuno sta barando. Infatti, lo scopo della separazione societaria e di tutti i paletti regolatori che sono stati piantati dall’Autorità di settore è appunto rendere l’Eni, per così dire, neutrale rispetto all’infrastruttura, la quale dovrebbe essere qualcosa di simile a un investimento puramente finanziario, una macchina da dividendi, uno strumento di hedging contro la volatilità dei mercati. Nulla più.
In alternativa, o in aggiunta, c’è la questione del mercato di valle. Non è che i clienti dell’Eni siano suoi prigionieri, ostaggi: se il mercato è libero, possono andarsene. Della domanda, in un mercato libero, non v’è certezza: e ce n’è ancora meno oggi che la crisi ne ha prodotto il crollo, provocando sangue e lacrime alle major verticalmente integrate (l’Eni, per dire, compra a prezzi da take or pay e vende, almeno in parte, a prezzi da mercato spot). Se c’è sinergia – meglio: se può esserci sinergia – è solo in quanto il mercato è bloccato, e quindi consente il formarsi di extraprofitti monopolistici. Lo mostra anche l’attenta indagine di Jacopo Giliberto e Sissi Bellomo, che sul Sole 24 Ore di martedì hanno evidenziato che, sebbene il gas che prima mancava adesso sia troppo,
Qualche opportunità di risparmio in più, almeno in teoria, è per le imprese, che posson rifornirsi sui mercati spot a prezzi dimezzati ma soltanto all’estero, perché in Italia il Punto di scambio virtuale non è ancora abbastanza liquido.
Quella di Scaroni, insomma, è una smentita che afferma. Tanto più che l’ipotesi del breakup non è una novità assoluto. Pare che, all’epoca della privatizzazione, Franco Bernabé (che era stato messo a capo di Metanopoli proprio con l’obiettivo di portarla in borsa) abbia dovuto resistere contro la proposta, che si stava facendo strada, di quotare la sola Agip, cioè la divisione esplorazione & roduzione. E pare che vi fossero anche stati contatti informali tra il governo italiano e francese per valutare le prospettive di un’integrazione con Elf, per farne una sorta di campione europeo nel settore oil & gas. Tant’è che la proposta ebbe qualche ulteriore eco pochi anni dopo, quando fu Total ad acquisire Elf. Non se ne fece niente, ma l’idea non era e non è peregrina. Specie se può aiutare a risolvere le congestioni regolatorie.
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Perché, allora, a nessuno è venuto in mente di comportarsi così? Secondo quanto ha riferito Knight, il management dell’Eni ha risposto alle richieste del fondo (che ha in pancia circa l’1 per cento del Cane a sei zampe, e rappresenta altri soggetti che detengono una quota analoga) muovendo sostanzialmente due argomenti: l’integrazione verticale renderebbe l’Eni meglio equipaggiata dal punto di vista negoziale, e consentirebbe di sviluppare importanti sinergie (i principali punti della risposta si trovano qui). Non si tratta di una novità, visto che sono le due carte che sistematicamente Paolo Scaroni scopre quando le richieste di separazione di reti e stoccaggi si fanno troppo forti. Knight risponde che (1) le altre major, pur non avendo una utility a valle, riescono a chiudere contratti non peggiori di quelli dell’Eni, quindi il vantaggio competitivo deve essere davvero ridotto; e (2) dall’analisi effettuata, non sono emerse sinergie significative.
Lo studio di Knight-Vinke è importante soprattutto sotto il profilo regolatorio, perché conferma una tesi dell’Autorità per l’energia, che aveva riscontrato una dinamica simile nell’Enel dopo la cessione di Terna: la perdita della presa monopolistica sui mercati non è necessariamente fonte di indebolimento per gli ex monopolisti. Anzi, togliendogli la certezza del ricavo li spinge a farsi più competitivi, portandoli così – paradossalmente – a rafforzarsi, mentre i consumatori possono beneficiare della concorrenza. Oltre a questo, Knight ha sottolineato più volte la precarietà finanziaria del gruppo, che trova conferma nel taglio del dividendo e dipende da un lato dalla necessità di presidiare il rating e mantenere l’indebitamento sotto controllo (un’esigenza soprattutto della oil company, che finisce per danneggiare la utility); dall’altro dall’indisponibilità dello Stato di sottoscrivere aumenti di capitale o, in alternativa, accettare una ricapitalizzazione la cui conseguenza sarebbe una sua discesa al di sotto della soglia del 30 per cento.
Questo è, secondo me, un punto cruciale. Knight ha precisato di non avere alcun interesse alla discesa dello Stato, e ha evidenziato che il suo piano è compatibile col mantenimento agli attuali livelli. Il che è tecnicamente vero. Ma lo è fino a un certo punto: non solo perché, in caso di breakup, almeno per quel che riguarda la oil company non ci sarebbe più alcuna pseudo-giustificazione “strategica” per il Tesoro. Soprattutto, però, il ceto politico non ha alcun interesse a recidere il cordone ombelicale che lo lega alla più grande industria italiana, e che gli attribuisce innumerevoli poteri e influenze (a partire dalla nomina del management). Spesso si dice che San Donato chiama, e Palazzo Chigi risponde. La realtà è molto più complessa. E se può essere vero che l’Eni esercita un ruolo guida sulla politica estera italiana (tanto da irritare gli americani), è ancor più vero che l’Eni è spesso strumento di politica industriale nelle mani del governo, per esempio quando si tratta di mantenere aperti impianti improduttivi o inefficienti, o addirittura perché all’occorrenza funziona da bancomat.
E’ questo il fattore che va introdotto per chiudere l’equazione. Chiaramente, se anche i calcoli di Knight-Vinke fossero esagerati, e dunque la creazione di valore conseguente alla riorganizzazione dell’Eni valesse 25, 10 o 5 miliardi di euro, comunque sarebbe ben superiore ai benefici presunti delle “sinergie”. Quello che, politicamente, vale più di 5, 10, 25 o financo 50 miliardi di euro è la facile accessibilità a una leva che ricorda molto da vicino, nella forma e nella sostanza, le “vecchie” partecipazioni statali. E dunque, come noi dell’IBL abbiamo sostenuto tra l’altro nel nostro Manuale per le riforme della XVI legislatura, è illusorio pensare di poter ottenere dei miglioramenti senza passare anche per la privatizzazione del gruppo.
Dice: la privatizzazione non è in agenda. Perfetto. Ma finché le cose andranno avanti così, i 50 miliardi di sottovalutazione dell’Eni saranno il minore dei mali.
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Scaroni ha costruito il suo sistema di potere proprio sull’integrazione verticale dell’Eni. Il suo obiettivo politico, prima ancora che economico o finanziario, è serrare il mercato italiano, specie nel gas, in maniera da essere ben più di un campione nazionale: ma un pilastro della stabilità nazionale. Senza l’Eni, l’approvvigionamento energetico italiano crolla come un castello di carte. Le ramificazioni dell’Eni sono pervasive: vanno dal controllo della larga parte della produzione nazionale di olio e gas al dominio sulla rete di trasporto nazionale, sui gasdotti internazionali e financo su una fetta non trascurabile delle reti di distribuzione locali. Altra colonna della politica di Scaroni è l’erogazione di dividendi ricchissimi: di cui gode in primis il maggiore azionista del gruppo, cioè lo Stato (il Tesoro al 20 per cento, la Cdp per un altro 10 per cento). Significativamente, Eni ha strappato fino a oggi una cedola più gonfia di quella concessa dalle imprese paragonabili, come mostra il seguente grafico pubblicato dal Ft.

Questa duplice caratteristica ha fatto la fortuna del sistema Eni. Da un lato, la compagnia può esercitare un potere di mercato enorme, di fronte al quale solo poche e isolate voci si sono alzate con credibilità. Dall’altro, la generosa politica dei dividendi ha creato un disincentivo fortissimo ai governi – tutti i governi – contro l’opportunità di intervenire in senso pro-competitivo. I dividendi pagati dall’Eni funzionano come una sorta di entrata parafiscale, in cambio della quale viene tollerata l’attuale posizione dominante che è garantita dall’inadeguatezza normativa e regolatoria. Si è arrivati al paradosso che, come ha raccontato Enrico Morando, Rifondazione comunista si è impuntata perché la legge che impone la separazione proprietaria di Snam dall’Eni non abbia una data oltre cui tale passaggio diviene obbligatorio. Se qualcuno sperava che qualcosa sarebbe cambiato con l’arrivo dell’attuale maggioranza, è rimasto deluso: più realisti del re, i parlamentari del centrodestra hanno addirittura affossato (dopo averli prorogagi) i tetti antitrust per l’azienda di Stato.
Tutto è andato liscio finché, per ragioni di necessità finanziaria, Eni non ha deciso il taglio del dividendo. Onestamente, va detto che non si poteva fare altrimenti, e che forse la riduzione avrebbe dovuto essere ancor più marcata (come alcuni consiglieri chiedevano): si è deciso per un intervento incisivo ma non rivoluzionario, più che per pragmatismo politico, per non mandare un segnale negativo al mercato, che comunque la notizia non l’ha, ovviamente, presa bene. Il punto che a noi interessa, però, è che il pragmatismo politico in questa decisione non è entrato: causando non pochi problemi a Tremonti, che sull’equilibrio dei conti pubblici si sta giocando tutto.
Quindi, l’attacco di Knight-Vinke fornisce un’interessante perturbazione rispetto alla quale è possibile misurare la febbre del nostro ceto politico. Scontata la reazione di Scaroni, di cui ha dato ampio conto Stefano Agnoli sul Corriere. Significativo l’atteggiamento delle principali riviste di settore: Quotidiano Energia ha ospitato un mio commento (disponibile anche qui), mentre la Staffetta Quotidiana ha commentato la notizia con un tono sostanzialmente attendista (oggi sul tema parla anche, con toni molto critici, Marcelo Colitti). Questo vuol dire poco, nel senso che comunque siamo al pour parler. Però vuol dire che, almeno in quel pezzo di mondo, la provocazione di Eric Knight è stata presa sul serio, e non ha trovato ostilità preconcetta.
Diversa la prospettiva politica. Perché l’Eni è spesso percepita come un centro di potere troppo autonomo, ma è e resta un sancta sanctorum delle partecipazioni statali. Su Libero di oggi, Sandro Iacometti riferisce di un Tremonti infastidito, ma per ora non risultano reazioni ufficiali (anche perché di ufficiale, vale la pena ripeterlo, non c’è ancora quasi nulla, ma è un quasi che fa la differenza). Chi si espone è Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo economico, che difende lo status quo, liquidando il tutto come “un certo movimento nel mondo economico e istituzionale angloamericano [che] non vede con simpatia alcune iniziative intraprese in questi mesi dall’Eni”. E’ una lettura in parte corretta, se si considerano la botta dell’antitrust europeo sui gasdotti internazionali e il fastidio americano per il coinvolgimento nel South Stream. Il primo affondo potrebbe essere parato tramite la cessione dei tubi a Cassa depositi e prestiti (Dio ce ne scampi), il secondo facendo appello al realismo politico. Il vero problema che Scaroni deve affrontare non è tanto l’uno o l’altro, ma la convergenza di Bruxelles e Washington, a cui adesso si sono aggiunte le borse (che hanno premiato il titolo Eni nel momento in cui Knight-Vinke ha fatto coming out).
Paolo (Scaroni) si è mosso, ed era scontato che l’avrebbe fatto. Intanto, Giulio (Tremonti) è sembrato più taciturno del solito.
]]>Entrambi hanno le loro ragioni. Ortis vede un mercato che, a sei anni dalla completa apertura (avvenuta nel 2003, in anticipo di quattro anni sul termine ultimo fissato dalla Commissione europea) resta ingessato e scarsamente competitivo, e del quale l’operatore dominante controlla una quota largamente maggioritaria. Quindi, nell’impossibilità di indurre una competizione “naturale”, vorrebbe produrla artificialmente attraverso un intervento oggettivamente invasivo. Scaroni, d’altra parte, rileva correttamente che, oggi, l’Italia ha più problemi col gas invenduto, che coi consumatori insoddisfatti, a causa del crollo della produzione industriale. Una gas release, dunque, potrebbe essere uno strumento accettabile in condizioni di mercato tirato, come è accaduto nel passato, mentre oggi appare meno urgente. Va però riconosciuta, al capo dell’Authority, la coerenza con cui si impegna per risolvere le criticità del nostro mercato, e lo fa coi mezzi a sua disposizione, anche se non sempre dosandone nel modo più appropriato l’utilizzo (ma questa è una questione di merito che, nello specifico, è difficile valutare, perché la domanda rilevante, rispetto alle cessioni obbligatorie di metano, non è solo “se” ma anche “come”).
Il problema vero, che è anche la fonte di frustrazione di Ortis e dell’Autorità, sta nel fatto che la liberalizzazione italiana, come mostra anche il nostro Indice delle liberalizzazioni (PDF), è incompiuta. Il tema di fondo, insomma, è la separazione proprietaria delle infrastrutture di rete dall’incumbent, che può utilizzare le informazioni in suo possesso e pianificare gli investimenti in modo tale da, di fatto, erodere gli spazi di competizione possibile, e questo a prescindere dal controllo dei gasdotti internazionali (che era e in parte è un ostacolo alla concorrenza, ma lo sarà sempre meno man mano che nuovi terminali di rigassificazione e nuove pipeline in mano ad altri soggetti entreranno in funzione).
Purtroppo, la politica sembra sorda a questo fatto – anche perché, tramite i lauti dividendi e le donazioni più o meno spontanee, il Tesoro è di fatto compartecipe e corresponsabile di questa rendita. Forse la gas release non è lo strumento migliore e questo non è il momento più adatto, ma i grandi nodi restano irrisolti.
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