Negli Stati Uniti, il problema è una norma del 1986, che limita la responsabilità delle compagnie petrolifere per i danni da esse arrecate. Secondo la legge, devono farsi carico del cleanup, ma non devono interamente pagare per il danno a persone, imprese o enti pubblici:
Under the law that established the reserve, called the Oil Spill Liability Trust Fund, the operators of the offshore rig face no more than $75 million in liability for the damages that might be claimed by individuals, companies or the government.
Il paradosso, come spiega bene l’articolo del New York Times linkato sopra, è che il fondo di garanzia è troppo grosso per gli incidenti ordinari, che vi attingono solo marginalmente, ma troppo piccolo per gli incidenti eccezionali, come questo. Dal fondo dovranno, in qualche maniera, uscire tra 1 e 1,6 miliardi di dollari di compensazioni varie, che Washington, specie in un momento come questo, non può permettersi di scucire. E’ anche per questa pressione assai poco prosaica che l’amministrazione Obama ha iniziato a picchiar duro: dalle accuse sulla scarsa trasparenza alle minacce vere e proprie.
Compresa l’aria che tirava, non è stupefacente la reazione di Bp:
Lamar McKay, chairman and president of BP America Inc., said there are no major regulations requiring a ‘subsea intervention plan.’ He agreed that regulations, planning and the types of capabilities and resources available for a blowout will need to be examined in the wake of the spill.
Sul piano legale, probabilmente ha ragione Bp: la responsabilità è limitata dalle legge, punto. Sul piano politico e sostanziale, ha probabilmente ragione Obama: ci sono molti modi “laterali” per rendere la responsabilità illimitata (come dovrebbe essere). Certo, la Casa Bianca non è disposta a correre rischi, e per questo ha proposto una sorta di “Robin Tax” di un centesimo per barile. Ma il punto, a me pare, è la tensione costante tra regolamentazione e responsabilità. In assenza di ogni tipo di regole – nel far west petrolifero – una compagnia petrolifera sarebbe incentivata a mettersi in sicurezza, perché dovrebbe sostenere tutti i costi degli incidenti. In un contesto pesantemente regolato, invece, l’incentivo è opposto: barare finché si può, interpretare le norme, paraculare in vario modo e, alla disperata, chiedere ancora più regole (e ancora meno responsabilità).
Chi ha a cuore l’ambiente, dovrebbe comprendere meglio questi meccanismi, anziché farsi abbagliare dal trionfo verde della politica Bp (a cui non sempre corrispondono comportamenti adeguati). Vale la pena ricordare che Bp, assieme a Enron e Lehman Brothers, è stata uno dei maggiori sponsor dell’introduzione di uno schema di cap and trade negli Usa. Due della banda dei tre sono già andati. Il disastro nel Golfo del Messico potrebbe dare una seria botta alla credibilità, se non alla sopravvivenza, del terzo.
(Hat tip: Rob Bradley, Jesse Walker)
]]>E’ chiaro che l’aumento dell’attività sessuale sia una causa di diffusione della sifilide. E’ quindi altrettanto intuitivo che qualsiasi fattore “sessuogeno” (Facebook, ma anche le vacanze, le feste private, gli amici che ti presentano loro amici e così via) faccia crescere il rischio di sifilide. Per contrastare il propagarsi del virus, quindi, si può certamente pensare a campagne di demonizzazione di Facebook – lì si arriva quando si diffondono tesi brillanti come quelle di Kelly – ma sarebbe quanto meno opportuno affiancare a queste il divieto di raduni, il coprifuoco serale, l’introduzione del reato del sesso prematrimoniale ed extraconiugale e qualsiasi altra misura utile a inibire il sesso.
A questi profeti di sventura che hanno trovato in Facebook il capro espiatorio dei mali del mondo, non sappiamo opporre altro che la solita, banale e stantìa alternativa: la promozione della cultura della precauzione e della responsabilità, a partire dall’uso del preservativo.
Articolo pubblicato anche su Libertiamo.it
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