Cominciamo dall’ideologia. Se definiamo il liberalismo come la dottrina secondo cui ognuno dovrebbe “fare ciò che vuole con ciò che possiede”, le tasse o la spesa pubblica limitano la libertà degli individui perché non sono sotto il controllo dell’individuo, ma decise dall’elite politica (che in filosofia politica si chiama stranamente “volontà popolare”: ogni tanto penso che se la Mafia assodasse qualche alto pensatore diventerebbe presto più rispettabile). Tasse o spesa?
Le fonti di introiti dello Stato sono quattro: privilegi monopolistici, tasse (dirette e indirette), signoraggio e deficit. Se escludiamo concessioni e signoraggio, la spesa pubblica si paga con le tasse oppure accumulando debito. Se un’economia produce 100€ e la spesa pubblica è 50€, ogni cittadino ha diritto a scegliere come usare il 50% di quello che produce, mentre subisce le decisioni dell’elite politica / volontà popolare per il rimanente 50%. Che lo Stato raccolga 50€ in tasse, o emetta 50€ in bond, non cambia nulla: la percentuale di risorse controllate dallo Stato è data dalla spesa.
Alcuni dicono che i tagli alle tasse si ripagano da soli, ma questo non l’ho mai visto, mentre altri dicono che i tagli alle tasse limitano la crescita della spesa pubblica, ma anche questo mi sembra dubbio: curve di Laffer e bestie affamate esistono nell’immaginario (neo)liberale, ma un po’ meno nella realtà. In ogni caso, ridurre il peso dello Stato dell’economia richiede di tagliare quei 50€ di spesa, e non i modi in cui viene finanziata: il fine dovrebbe essere chiaro, al di là dei mezzi più o meno adeguati.
Finiamola con l’ideologia, e passiamo alle scienze politiche. Sul piano politico c’è un ottimo motivo per preferire le tasse al deficit: le tasse mostrano al cittadino quanto lo Stato costa direttamente, senza fargli fare quei complicatissimi conti sull’evoluzione del debito pubblico necessari all’equivalenza ricardiana. Purtroppo questo fattore è molto limitato, perché lo Stato crea ad hoc sistemi fiscali così complessi che è impossibile capire chi paga cosa, e, come nel gioco delle tre carte, il cittadino non capisce nulla (e viene fregato: termine tecnico per dire che in presenza di pesanti asimmetrie informative la democrazia difficilmente può funzionare).
Detto questo, credo che uno Stato serio – due parole che assieme non hanno molto senso, per parafrasare il cantante dei Megadeth – debba avere deficit nulli (salvo casi molto eccezionali) e sistemi fiscali estremamente semplici, in modo che ogni cittadino si accorga di quanto lo Stato costi. Altrimenti non è che non c’è libertà, è anche pure la democrazia funziona male (il che non è una novità: io mi stupisco che non funzioni peggio, in genere).
Le tasse sono la parte più visibile dello statalismo: proprio per questo sono il male minore. Il problema è la spesa, e dire ai cittadini “guardate che quello che ottenete (poco) è pagato da voi stessi (tanto)” è preferibile, per quel poco che serve, a sostenere politiche fiscali di deficit strutturali che avrebbero fatto inorridire un liberale senza nei, e scusate il gioco di parole.
]]>(Hat tip: L’Arengo)
]]>Infatti, il presidente americano che ha dato il maggior contributo alla riduzione della miseria negli Usa è Ronald Reagan (primo mandato), seguito da Bill Clinton nel secondo mandato e quindi ancora dal secondo mandato di Reagan. Le amministrazioni peggiori sono quelle di Jimmy Carter e di Nixon/Ford. Una curiosità: George W. Bush non fa né bene né male: nel primo mandato ha contribuito a ridurre leggerissimamente il Misey Index, nel secondo lo ha fatto aumentare leggermente. Hanke fa bene, nel commentare questo, a ricordare le parole spese da Clinton nel suo discorso sullo stato dell’unione del 1996:
The era of big government is over.
Lette 13 anni dopo, strappano un sorriso. Ma è un sorriso bonario, dovuto al senno di poi. Perché, se Clinton aveva fattualmente torto, aveva ideologicamente ragione.
]]>