It lies in the essence of owning that all rights belong to the owner except insofar as they belong to another person as a result of some acts performed by the owner M.N. Rothbard
Il diritto di ciascuno non vive nel vuoto, ma interagisce con le pretese degli altri alla ricerca obbligata di un equilibrio F.M. Nicosia
Il grande pregio della corposa monografia sulla proprietà data alle stampe ormai dieci anni or sono da Ugo Mattei è senza dubbio quello di aver contribuito a spezzare il recinto della diffidenza verso l’analisi economica del diritto nel nostro paese. Troppo a lungo, infatti, dottrina e giurisprudenza italiane hanno fondato la loro attività di ricerca sulla “regola migliore”, entro gli stretti confini della forma codicistica. Il contributo della Economic Analysis of Law -di casa Oltreoceano, ben poco qui da noi- ha di certo portato una ventata d’aria fresca, cambiando in parte il paradigma con il quale il giurista italico guarda alle norme e alla loro evoluzione.
Una è la tesi centrale del volume. L’Occidente è spaccato a metà tra sistemi di common law e di civil law. Inutile dire che lo sia quindi anche il modo di intendere la proprietà. Alla concezione tipica del diritto romano, corroborata poi dalle codificazioni napoleoniche e dalla pandettistica tedesca, di una proprietà come dominium, semplice controllo materiale e fisico di un soggetto su un oggetto usque ad inferos usque ad sidera, si contrappone una visione più sfumata e complessa, per certi versi immateriale dell’essere proprietari, riassumibile nell’espressione bundle of sticks. La proprietà è insomma un mazzo di prerogative, che possono essere fatte circolare disgiuntamente le une dalle altre (la proprietà del terreno non necessariamente deve ricomprendervi anche il sottosuolo; la proprietà del bosco a fini di legnatico non deve necessariamente ricomprendere quelli di caccia e così via). Tale tradizione, a ben vedere, non è del tutto estranea al panorama continentale, se si pensa a tutto quel florilegio di istituti, tipici dell’era medievale e poi spazzati via con un tratto di penna dalla Rivoluzione francese.
Tale bipartizione, di grande aiuto nel mettere a fuoco la staticità dell’assetto proprietario del nostro codice (si pensi ai rapporti di vicinato), scade invece nell’aporia, quando manca di segnare lo spartiacque “hayekiano” tra liberalismo di stampo anglosassone e liberalismo continentale. Il binomio proprietà-libertà viene infatti attaccato quale stolido assioma, creato da quel “matrimonio infausto tra naturalismo e positivismo statalista” che fu la Rivoluzione francese. In realtà, benché il paradigma proprietario della common law sia diverso da quello continentale, ciò non significa che in quel fascio di facoltà, poteri, soggezioni e obblighi il binomio proprietà-libertà non possa comunque trovare una sua conferma. Lo ricorda anche Carlo Lottieri nella sua cristallina introduzione al volume Il diritto dei proprietari: una concezione liberale della giustizia, edito da Facco/Rubbettino: la proprietà definisce l’ordine dei titoli legittimi. Null’altro. Il problema nell’assunto di Mattei è insomma a monte, nell’idea di una libertà liberale intesa come assoluta (la licenza di Hobbes) e di una proprietà liberale intesa come monade. In realtà, la riflessione libertaria- Rothbard su tutti- è la prima a ribaltare tale visione macchiettistica, riconoscendo la proprietà come limite. Un limite alla libertà altrui e un limite alla propria. In questo consiste il tanto vituperato “binomio”, che recupera così quella tara di dimensione relazionale, più volte lamentata da Mattei.
In conclusione, è vero che i diritti di proprietà non sono mai definiti una volta per tutte e che quindi pretendere di delimitare a priori le reciproche interferenze tra sfere proprietarie è spesso un atto ingegneristico sterile, d’altro canto è altrettanto vero che tale caleidoscopio di fasci e prerogative non può che trovare molti limiti in sé stesso (si pensi alla figura del residual claimant), senza quindi sfociare in un novero imprecisato, quasi “relativista” di pretese; come, ad esempio, quella del ladro che pretende di entrare in casa mia o quella del lavoratore che pretende di avere una qualche proprietà sul suo posto di lavoro. In parole povere, dire che la proprietà non è una monade non equivale a dire che “tutto va bene”. A differenza delle cavillose norme sulle distanze, il divieto di immissio in alienum non può essere in sé e per sé derubricato a segno distintivo di quella concezione giusnaturalistica, “volta a concepire un sistema di proprietari titolari di diverse monadi non comunicanti”. Il divieto di immissio in alienum è corollario del concetto di proprietà privata. Se buttiamo a mare quello, buttiamo a mare la proprietà, sia quella “fisicista” continentale, sia quella “immateriale” anglosassone. A condividere in parte questo nichilismo di fondo v’è però anche l’approccio efficientista (e falsamente wertfrei) della Scuola di Chicago e del teorema di Coase, uno dei cui presupposti è l’irrilevanza della distribuzione dei titoli di proprietà. Allo stesso modo, il movimento delle enclosures nell’Inghilterra del XVIII secolo fu dettato da pure motivazioni di efficienza, che spesso si riverberarono in ingiustificate e brutali espropriazioni. Altro che liberalismo. In nessun conto fu tenuto l’homestead- il “preuso” si direbbe oggi qui da noi- dei piccoli coltivatori e allevatori delle campagne inglesi.
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Penso però che, come sempre accade, il dibattito poggi su presupposti sbagliati, spesso fondati sul pregiudizio, e ignori ancora una volta l’aspetto fondamentale della questione, cioè i diritti di proprietà. Il proprietario di un terreno non può allontanare un cacciatore dalla sua proprietà (a meno che non abbia trasformato la stessa in “fondo chiuso” – un’operazione decisamente costosa) e non ha diritto a nessun tipo di indennizzo o di pagamento per i beni che gli vengono sottratti (la selvaggina). E’ questo nonsenso, la trasformazione di una proprietà privata in bene di uso comune, a generare tutte le contraddizioni del caso.
Anche se non ho nulla contro la caccia e i cacciatori, il fatto che all’inizio di settembre (e domani magari già in agosto) i terreni che circondano gli appartamenti dove i miei ospiti vengono a cercare tranquillità si trasformino in zona di guerra fin dalle prime ore del mattino mi infastidisce profondamente. Ma la soluzione più semplice sarebbe quella di darmi la possibilità di decidere autonomamente se, come e quando sui miei terreni si può andare a caccia, invece di regolamentare dall’alto il diritto di altri di usufruire gratuitamente di ciò che mi appartiene. Ogni proprietario, entro limiti che rispettino, ovviamente, la salvaguardia dell’ambiente, dovrebbe poter stabilire il “proprio” calendario venatorio in modo da poterne ricavare un utile sia permettendo che vietando l’ingresso ai cacciatori.
E’ probabile che la possibilità di imporre un prezzo per andare a caccia in una proprietà privata avrebbe come conseguenza la riduzione della caccia indiscriminata (indiscriminata proprio perché gratuita) che in alcuni periodi dell’anno decima letteralmente la fauna selvatica, e a guadagnarne sarebbero proprio i veri appassionati della caccia, oltre che i proprietari, e lo stesso ambiente naturale.
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Il fantomatico leone educato a cibarsi di solo tofu apparso in un celebre episodio della serie animata Futurama
Con formula ruvida ma efficacie, Murray Rothbard si dichiarava ben disposto a riconoscere i diritti degli animali nel momento in cui essi li avrebbero rivendicati presentando una petizione in tal senso. Cosa che – a ragione, evidentemente – escludeva, proprio in virtù e a conferma dell’impossibilità di considerare questi nostri pari. (L’etica della Libertà, capitolo 21 , I “diritti” degli animali). E facendo notare anche, anticipando una prevedibile e scontata obiezione, che sebbene vero che neppure gli infanti siano in grado di rivendicare i propri diritti, questa non è che una condizione passeggera, in quanto – adulti senzienti in fieri – non ci vorrà molto prima che lo siano.
Non va neppure ignorato che gli animali, non soltanto non rispettano i diritti e le pretese dell’uomo, ma neppure quelle degli altri animali stessi. D’altro canto, è vero che non c’è nessuna crudeltà nel gesto del lupo famelico che sbrana la prima pecora che gli capita sotto tiro: è la natura che ha disposto che così debba accadere. Il che è la stessa cosa che vale per l’uomo, con l’importante differenza, certo, che costui è un essere indeterminato (per cui può decidere ad libitum se cibarsi di carne ovina, bovina, equina, e via discorrendo, secondo le preferenze individuali e gli usi delle diverse società) e razionale (e dunque… trova più sicuro e soddisfacente macellare, lavorare e cucinare prima di nutrirsi).
Non si capisce davvero, considerando questi semplici aspetti fondamentali, quale considerazione si potrebbe riservare alle presunte pretese degli animali. Una seria introspettiva sul proprio essere e un’onesta riflessione razionale sul creato e sulla loro natura non dovrebbero lasciare spazio per dubitare dell’unicità dei tratti distintivi di socialità e razionalità del genere umano, che ne giustificano la presenza centrale e unica sulla terra. Per non parlare dell’incoerenza di chi distingue tra animali commestibili e non, tra animali da macello e animali da compagnia e, soprattutto (e per fortuna, visto che la malsana alternativa potrebbe essere quella di chi non fa differenza tra il coccolare un buffo micione e aspettarsi le fusa da un alligatore incattivito!) non propone il divieto assoluto di uccisione di qualsiasi bestia.
Parlare di “diritti degli animali” (in termini penalistici, quindi) anziché di diritti dei proprietari di animali (e dunque, in termini privatistici) si inserisce pienamente e aggrava ancora di più la confusione odierna in materia di diritti e della loro assegnazione. La tutela migliore e più razionale che un animale può avere è quella i essere considerato non un’entità para-umana a sé dotata di dignità propria, bensì la proprietà di un essere umano, e beneficiare della dignità che esattamente tale status le garantisce. I nemici dell’istituzione cardine di qualsiasi società libera e prospera sono astuti e subdoli. Ma amare la libertà significa anche non lasciarsi commuovere da situazioni emotive create ad arte e smascherare sempre la natura illiberale e contro ragione delle loro macchinazioni.
In un mondo positivista e legalista sarà forse da ingenui ostinarsi a credere e difendere il diritto naturale e il contesto umanistico antropocentrico da cui esso scaturisce. Ostinarsi a ignorare o sminuire le differenze che fanno dell’uomo qualcosa di diverso e superiore rispetto a una scimmia, un cane o un topo, è sicuramente da polli. Come si sa, animali non esattamente rinomati per la loro “intelligenza”.