Non che non permangono dei gravi errori nella politica economica del governo guidato dal leader del Partito Socialista, dato che le riforme delle Casse di Risparmio e del mercato del lavoro sono state troppo timide, ma il passo effettuato ieri non è da sottovalutare.
Possiamo distinguere tre categorie di decisioni:
- Semplificazione e abbassamento delle imposte
- Liberalizzazioni
- Privatizzazioni.
Il primo punto è coraggioso, perché si decide di abbassare in parte l’imposta sulle società al 25 per cento per quelle piccole-medie imprese che fatturano meno di 10 milioni di euro annuali (precedentemente era pari a 8 milioni di euro) e la base imponibile per l’applicazione di questo livello di tassazione sale da 120 a 300 mila euro.
Tutte le aziende avranno la libertà di scegliere l’ammortamento dell’imposta sulle società nel periodo compreso fino al 2015, in modo da diminuire in tempo di crisi la pressione fiscale.
Abbassare la tassazione d’impresa è importante per aumentare la competitività. Inoltre, come segnalato anche dalla World Bank nel rapporto Paying Taxes, la riduzione di questa imposta non diminuisce le entrate.
Si elimina inoltre l’iscrizione obbligatoria alla Camera di Commercio, che diventa solamente volontaria. Questo permetterà un risparmio di 250 milioni di euro annuali per le imprese. Si favorirà inoltre la creazione dell’impresa in 24 ore.
Il secondo punto è relativo ad un aumento della liberalizzazione del mercato del lavoro. Si permette un’entrata più libera delle agenzie di lavoro private, in un mercato del lavoro profondamente rigido che vede una disoccupazione al 20,7 per cento e una disoccupazione giovanile superiore al 43 per cento.
Sul mercato del lavoro non viene tuttavia meno una certa “vena socialista”; infatti si rafforza il piano “PRODI” di protezione e inserimento sul mercato del lavoro con circa 1500 impiegati pubblici in più per favorire l’inserimento professionale.
Il terzo punto è forse il più controverso. Il Governo Zapatero vuole compiere privatizzazioni per circa 14 miliardi di euro, che arriverebbero dalla vendita del 30 per cento delle “Lotterie di Stato” e il 49 per cento degli aeroporti (AENA).
Controverso perché il Governo vende senza perdere il controllo, volendo mantenere una politica aeroportuale nazionale e pubblica. E la gestione aeroportuale pubblica non è stata certo delle più brillanti, dato che nel 2009 AENA ha perso circa 340 milioni di euro.
Un punto aggiuntivo, ma non meno importante è il taglio della spesa che arriva dall’eliminazione del sussidio di disoccupazione di lungo periodo (dopo 2 anni di sussidi a circa l’80 per cento dell’ultimo stipendio) di 426 euro mensili.
Il passo di Zapatero è stato certamente coraggioso, ma quasi obbligatorio, viste le condizioni tempestose nelle quali la nave Spagna stava navigando nel mercato delle aste pubbliche. Bisogna ricordare che lo stesso primo ministro aveva portato il deficit all’11,1 per cento sul PIL nel 2009.
Queste decisioni sono importanti, ma le prossime settimane non saranno facili per la Spagna che si ritrova un sistema di “cajas” davvero deboli e che potrebbero “saltare” da un momento all’altro.
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La legge istitutiva dell’Autorità e successive modificazioni stabilisce che
L’Autorità è un organo collegiale costituito dal Presidente e da quattro membri. I cinque componenti l’Autorità sono nominati con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei ministri su proposta del Ministro delle attività produttive. Le designazioni effettuate dal Governo sono sottoposte al parere vincolante, espresso a maggioranza qualificata (due terzi dei componenti), dalle Commissioni parlamentari competenti.
Il collegio scade formalmente il prossimo 15 dicembre. Questo significa che i tempi per i passaggi parlamentari sono scarsi e, probabilmente, insufficienti – ammesso e non concesso che un accordo politico sui componenti sia già stato trovato. L’intervento per decreto è molto probabilmente da escludersi, dato che non si capisce in che modo sia possibile argomentare la “necessità e urgenza” di un provvedimento che da sette anni sappiamo di dover prendere. In questo senso, passa in secondo piano – anzi, in terzo o quarto piano – l’incapacità di tre parlamenti e non so quanti governi di completare un collegio che è rimasto monco da quando, il 14 luglio 2004, Fabio Pistella ha abbandonato l’Autorità per prendere la guida del Cnr.
La situazione è talmente sfarinata che l’attuale collegio, che per legge non può essere rinnovato, ha messo le mani avanti chiedendo al Consiglio di stato un parere riguardo la possibilità di una prorogatio: se sia possibile, a quali condizioni, con quali limiti. La non rinnovabilità è una componente essenziale dell’indipendenza, perché fa venir meno l’incentivo perverso dei regolatori a blandire i loro padrini politici. Allo stesso modo, come abbiamo discusso tempo fa in merito all’ipotesi di proroga del mandato di Lamberto Cardia alla Consob, la stessa prorogatio dovrebbe essere gestita con le molle, ed è accettabile solo se è chiaramente finalizzata a consentire la regolare conclusione dell’iter di conferma del nuovo collegio e, dunque, se è di durata assai ridotta – dell’ordine di pochi giorni o pochissime settimane.
La questione, insomma, non è lana caprina per giuristi, ma rappresenta un momento fondamentale per il funzionamento dei nostri mercati energetici. Infatti, le decisioni dell’Autorità vengono prese dal collegio, non dalla struttura – che ha il compito di istruire le pratiche e dare attuazione alle decisioni. A differenza della Consob – da giugno senza presidente – il collegio decade tutto assieme, quindi non è immaginabile che il regolatore energetico continui a funzionare come sta facendo attualmente il suo omologo borsistico.
Una possibile reazione è: chissenefrega. In fondo, l’unico regolatore buono è il regolatore morto, e noi stessi (per esempio nel saggio introduttivo di Sam Peltzman all’Indice delle liberalizzazioni 2010) abbiamo spesso sostenuto che liberalizzare significa deregolamentare. Poiché un regolatore acefalo significa – se non una attiva deregolamentazione – almeno un minor tasso di crescita della regolamentazione, dove sta il problema? Il problema, purtroppo, c’è ed è grande. E ha almeno due dimensioni.
La prima dimensione riguarda il fatto che la deregolamentazione “pura” è più un traguardo che uno “stato”. Quanto meno perché sussitono ancora troppe asimmetrie tra ex monopolisti e newcomer per lasciare che le cose evolvano in assenza di vincoli. Molto brevemente, queste asimmetrie – che sono l’eredità della precedente stagione di monopolio pubblico – richiedono una vigilanza attenta e un intervento talvolta odioso ma necessario per arginare i conflitti di interesse e i comportamenti abusivi (in particolare nel caso del gas, dove le infrastrutture essenziali restano in mano al non-molto-ex monopolista). Le distorsioni vanno corrette: il first best sarebbe separare le reti dagli incumbent e privatizzare tutti e tutto, ma in assenza di tali provvedimenti – oggi politicamente impossibili – il second best è un cauto ma fermo esercizio della regolamentazione. La seconda dimensione del problema dipende dal fatto che, data l’attuale struttura dei mercati energetici, in alcuni segmenti – quelli in “monopolio tecnico” – una qualche forma di regolamentazione è comunque necessaria, sia sotto il profilo tariffario, sia sotto quello tecnico, sia sotto quello della qualità del servizio.
Far venir meno la presenza del regolatore danneggerebbe l’intero mercato, la sua credibilità e il suo sviluppo, anche se fosse solo una parentesi di breve durata. I danni della regolamentazione, in un momento e in un contesto come quelli attuali, sono inferiori, per ordini di grandezza, ai danni potenzialmente derivanti dal lasciare mano libera ai nemici del mercato. Confesso di non riuscire ad appassionarmi alle questioni di cognati e di cubiste, ma trovo frustrante che tutto questo impedisca di affiancare alla schermaglia politica quotidiana una riflessione seria sui temi che meritano attenzione e serietà.
Lo dico brutalmente: fate quelle maledette nomine, e possibilmente fatele bene, selezionando uomini e donne che sappiano combattere la buona battaglia, che non siano compiacenti verso i monopolisti nazionali e locali. Fatele per evitare che le conquiste faticosamente raggiunte in termini di liberalizzazione regrediscano. Fatele per impedire che il vuoto finisca per premiare quelli che, aggressivamente e colpevolmente e non di rado forti di un supporto politico trasversale e clientelare, in tutti questi anni hanno resistito alle pressioni dell’Autorità e hanno conservato il loro artiglio monopolistico.
]]>di Luigi Ceffalo e Carlo Stagnaro
Anzitutto, visto che la faccenda dell’acqua è gonfia di richiami simbolici e identitari, la proposta va contestualizzata nello scenario politico. In questo senso, non crediamo si debba dare troppo peso alla precisazione, più volte ribadita dallo stesso Bersani, che “l’acqua è un bene pubblico e sono beni pubblici anche le strutture del servizio idrico integrato”. Non gli diamo peso a dispetto di due cose: (a) non crediamo che la “pubblicità” del bene e delle infrastrutture, e la relativa retorica, portino alcunché di buono: nella migliore delle ipotesi, non introducono miglioramenti, nella peggiore creano distorsioni; (b) lo stesso decreto Ronchi, obiettivo polemico del Pd e dei referendari (e della Lega, a cui si devono primariamente ritardi, ambiguità e incertezze) afferma con forza la pubblicità dell’acqua e delle infrastrutture (acquedotti, fognature, depuratori, ecc.). Dunque, sotto questo profilo, non c’è alcuna differenza tra i due maggiori partiti, e semmai c’è un passo indietro rispetto alla situazione precedente, che tollerava la proprietà privata delle infrastrutture. Altro che privatizzazione!
E’ però sicuramente positivo il fatto che, per la prima volta, il Pd prenda ufficialmente ed esplicitamente le distanze dai referendum. “Ufficialmente” la ragione è lo scetticismo verso lo strumento referendario, che essendo di natura meramente abrogativa è considerato (giustamente) inadeguato a correggere gli aspetti del decreto Ronchi su cui il Pd è critico. Sospettiamo che vi sia anche la consapevolezza che, qualora la logica referendaria dovesse prevalere, il paese farebbe non un passo, ma un salto indietro rispetto ai progressi faticosamente compiuti in questi anni, che in qualche maniera hanno portato quanto meno ad accettare che il servizio idrico ha una irrinunciabile dimensione industriale, che non può essere sacrificata alla mitologia delle gestioni collettive.
Il progetto affronta una molteplicità di temi, di cui non ci occupiamo perché li riteniamo marginali. La ciccia vera e propria, infatti, sta tutta in cinque articoli: il gruppo 4-5-6 (“assemblea di ambito territoriale ottimale”, “partecipazione dei comuni all’assemblea d’ambito”, “autorità nazionale di regolazione del servizio idrico”), il 9 (“affidamento e revoca della gestione”), e il 10 (“tariffa del servizio idrico integrato”).
Gli articoli 4 e 5 reintroducono le autorità d’ambito (chiamandole “assemblee di ambito”), coordinate dal presidente della regione o della provincia (a seconda dei casi) e composte dai sindaci, a cui viene conferito il compito di affidare il servizio, determinare le tariffe (sulla base di una procedura di cui parleremo tra poco), e decidere gli investimenti. Questi soggetti erano stati soppressi dal decreto Calderoli “taglia enti”, che però, passando alle Regioni il compito di individuare cosa e come dovrà prenderne il posto, finisce per risolvere la contraddizione… creando confusione.
La situazione è parzialmente raddrizzata dagli articoli 6 e 10. Il primo – che costituisce il vero punto forte del progetto e il cui recepimento potrebbe, speriamo, rappresentare un elemento di mediazione virtuosa tra il Pd e il governo – trasforma l’attuale Commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche – un ente senza risorse e senza poteri – in una vera e propria autorità di regolazione, con poteri di controllo e sanzione. Soprattutto, essa
definisce gli schemi tipo degli atti delle concessioni, delle autorizzazioni, delle convenzioni e dei contratti regolanti i rapporti tra i diversi soggetti (art.6 comma 10 lettera m)
verifica la congruità delle tariffe, i parametri e gli altri elementi di riferimento per determinare le stesse, nonché le modalità per il recupero dei costi eventualmente sostenuti nell’interesse generale in modo da assicurare la qualità, l’efficienza del servizio e l’adeguata diffusione del medesimo, nonché la realizzazione degli obiettivi generali di carattere sociale, di tutela ambientale e di uso efficiente delle risorse, tenendo separato dalla tariffa qualsiasi tributo od onere improprio; verifica la conformità ai criteri di cui alla presente lettera delle proposte di aggiornamento delle tariffe eventualmente presentate (art.6 comma 10 lettera n)
con apposito Regolamento definisce la metodologia per la determinazione della tariffa per usi civili e industriali nonché le modalità per la revisione periodica (art.10 comma 2)
L’Autorità è nominata dal governo su proposta dei presidenti delle camere, teoricamente garanzia di indipendenza anche se avremmo preferito il voto a maggioranza qualificata nelle commissioni parlamentari competenti, o qualcosa del genere. Essa, insomma, è contemporaneamente l’ente tecnico di riferimento – che, si spera, verrebbe messo in grado di raccogliere i dati che il Conviri non riesce a ottenere – e agisce in modo tale da ridurre, per quanto possibile, la discrezionalità e i pasticci delle assemblee d’ambito. In breve, la proposta del Pd prevede un quadro regolatorio nazionale di natura relativamente più tecnica e relativamente meno politica, ma rischia di vanificarne o ridurne le potenzialità mischiandone le competenze con quelle delle assemblee, che poi saranno nella pratica chiamate a prendere o eseguire le decisioni rilevanti.
Questo ci conduce all’aspetto più discutibile della proposta: quello relativo alle modalità di affidamento. Mentre il decreto Ronchi fissa il principio dell’affidamento in via ordinaria tramite gara, relegando l’affidamento diretto o in house a una casistica residuale, il Pd torna ad aprire il vaso di Pandora . Infatti, pur salvaguardando (e ci mancherebbe altro!) la possibilità di affidamento a soggetti privati che dovrebbe avvenire tramite procedura a evidenza pubblica, prevede la possibilità di conferire la gestione del servizio
a società a capitale interamente pubblico a condizione che l’ente o gli enti pubblici titolari del capitale sociale esercitino sulla società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con l’ente o gli enti pubblici che la controllano
La clausola del “controllo analogo” è un requisito necessario per la legittimità comunitaria dell’affidamento ma rischia di essere, come è stata fino a ora, l’escamotage attraverso cui può essere fatto passare qualunque cosa – cioè la preservazione di inefficienze, opacità e collateralismi attuali. Ma, se e nella misura in cui questo “qualunque cosa” passa, è davvero difficile immaginare che sia possibile trovare capacità e volontà per ammodernare le reti nel senso che pure gli stessi esponenti del Pd auspicano.
In sintesi, la proposta ha alcuni aspetti positivi (la creazione di un’autorità di regolazione, pur mitigata dal ripescaggio delle autorità, pardon assemblee, d’ambito) e altri negativi (la retromarcia sulle gare). Il migliore dei mondi possibili, per noi, sarebbe impiantare il contesto regolatorio immaginato dal Pd nel tessuto del decreto Ronchi. Di certo, però, la conferenza stampa di oggi ci rincuora perché, al di là delle valutazioni di merito, ci lascia sperare che i referendum – tra la presumibile opposizione del Pdl e quella sperabile del Pd – no pasaràn.
(Crossposted @ www.ilfoglio.it/duepiudue)
]]>L’Istituto per la Ricostruzione Industriale nacque negli anni Trenta del Novecento a seguito delle conseguenze della crisi internazionale del 1929 e si sviluppo poi successivamente nel dopoguerra, le Partecipazioni statali svolsero un ruolo rilevante nell’Italia uscita a pezzi dal secondo conflitto mondiale e presupponevano un forte ruolo dello stato nell’economia. Ancora oggi la Fincantieri è di proprietà diretta dello Stato Italiano attraverso il Ministero del Tesoro.
Negli ultimi tempi gli scenari di sviluppo della Fincantieri, la sua presenza in Liguria e nel Levante Ligure (stabilimento di Riva Trigoso) sono tornati d’attualità, a seguito delle anticipazioni, fornite da un quotidiano nazionale, circa prospettive di presunti tagli occupazionali legate alle incertezze economiche internazionali e alla carenza di commesse in determinati settori di attività. Il piano, poi smentito, prevederebbe 2.500 esuberi, la chiusura di due stabilimenti (Riva Trigoso e Castellammare di Stabia) e un’accelerazione nel graduale processo di riposizionamento del baricentro del gruppo dalla sponda tirrenica a quella adriatica (stabilimenti di Monfalcone e Marghera).
Il Secolo XIX ha dato conto delle proteste che si sono subito sviluppate, che hanno coinvolto, in modo unitario (e univoco), anche nel Tigullio, rappresentanze istituzionali, sindacali, forze politiche (di opposizione e di governo), associazione industriali e di rappresentanza di diverse categorie e perfino rappresentanti della Chiesa cattolica. Gran parte delle posizioni espresse, tendevano a difendere la situazione occupazionale esistente, la presenza dell’azienda a Riva Trigoso, chiedevano allo Stato centrale nuove commesse (o la concretizzazione di quelle già previste) per mantenere gli attuali assetti produttivi. Alcuni slogan, incolpavano l’attuale Governo e alcuni esponenti politici dello stesso, di “non aver mantenuto le promesse” e di voler affondare l’economia locale, un esponente politico di Sestri Levante ha perfino accusato la Lega Nord, di voler privilegiare, per fini elettorali, la presenza dell’azienda a Nord-Est. Non sono mancate posizioni nostalgiche e perfino “vernacolari” che rivendicavano un passato glorioso e armonico di presenza dell’industria navale del Tigullio.
Ma si può, realisticamente, solo guardare al passato? Si può solo difendere l’esistente? E’ ipotizzabile nei prossimi decenni, nel nostro territorio, una presenza dell’industria pubblica (con commesse prevalentemente pubbliche), come abbiamo conosciuto negli ultimi decenni? Credo che a questa domanda, alla luce di molti elementi, non si possa rispondere in modo positivo, le cose cambiano ed evolvono.
Pur comprendendo le ragioni di molte rappresentanze sindacali e politiche (ma stupisce l’omologazione delle posizioni fra centrodestra e centrosinistra), va anche detto che il mercato, sia civile, sia militare è in profonda crisi, molti impianti sono obsoleti e non permettono economie gestionali e il bilancio 2009 si è chiuso con un passivo di 64 milioni di Euro, e anche i primi conti economici del 2010 appaiono assai negativi, gli impianti sono sottoutilizzati.
Nel quadro nazionale di Fincantieri, lo stabilimento di Riva Trigoso, appare forse il punto più debole, un cantiere piccolo (non certo comparabile a quello di Monfalcone), fonte di molte diseconomie gestionali e organizzative e prevalentemente legato a commesse pubbliche e del settore militare. Il mutato quadro geo-politico internazionale, la riforma del servizio militare, i vincoli del bilancio che impediscono di incrementare il deficit, rendono molto improbabili ingenti commesse dello Stato italiano.
Molti linguaggi, rituali e perfino protagonisti, delle recenti manifestazioni di protesta, hanno ricalcato analoghe vicende genovesi degli anni Ottanta, ma in quegli anni il “movimento operaio” proponeva sempre alle istituzioni, scenari di sviluppo futuro e alternative credibili, che in questi casi non si sono visti. Occorre dunque chiedersi, e mi rivolgo in particolare alle forze politiche di sinistra (che spesso si dichiarano pacifiste), se non sarebbe più opportuno rinunciare al alcune (forse inutili) navi militari, per favorire lo stesso impiego di risorse pubbliche in altre spese che comunemente sono considerate più importanti, come quelle per la sanità, l’istruzione e pensioni. Mi chiedo infine, se accanto alla difesa dell’esistente, gli attori di politiche pubbliche, non dovrebbero iniziare a pre-configurare scenari e prospettive di sviluppo economico (anche di medio periodo) diverse dalla presenza di Fincantieri. Certo guardare in avanti, preconfigurare politiche e concreti scenari di sviluppo è più difficile che guardare indietro, ma le città e i territori che non sanno stare al passo con i tempi, negli attuali scenari mondiali, sono destinati al declino.
(Pubblicato su Il Secolo XIX del 19 ottobre 2010)
]]>La privatizzazione di Tirrenia è all’epilogo? Il 20 ottobre è la data ultima per fare arrivare le proposte di acquisto a Fintecna, società pubblica, controllante di Tirrenia. Manca dunque meno di una settimana al termine per la presentazione delle offerte da parte dei pretendenti dell’ex compagnia di navigazione di Stato e i primi interessamenti si stanno esplicitando. Non è facile prevedere l’esito della gara e la numerosità delle offerte, ma è certo che la suddivisione tra Tirrenia e Siremar è stato un passo essenziale per permettere di trovare una soluzione alla privatizzazione.
Tirrenia, infatti, pur avendo enormi difficoltà, è una società che con l’arrivo di capitali privati potrebbe continuare a stare sul mercato. Siremar, al contrario, sembra essere destinata a non avere futuro, perché la situazione della società che opere tratte regionali è davvero critica. Quest’ultima società dovrebbe essere lasciata al suo destino e il Governo dovrebbe fare delle gare per assegnare i sussidi per quelle tratte che davvero sono di carattere di servizio universale. Troppo spesso i contributi pubblici si sono trasformati in semplici sussidi per mantenere in vita la compagnia di navigazione pubblica.
Ma perché Tirrenia potrebbe avere un futuro mentre Siremar è destinata a fallire, o piú probabilmente e malauguratamente essere salvata da qualche Ente Locale?
Analizzando i ricavi delle due società è facile osservare una profonda differenza. I contributi pubblici incidono per circa il 25 per cento dei ricavi per Tirrenia, mentre per Siremar tale percentuale sale fino al 72 per cento. Quest’ultima compagnia è totalmente dipendente dai sussidi che riceve dallo Stato.
| Tirrenia | |||
| Dati: in milioni di Euro | |||
| Anno | Noli +CSP | Corrispettivi Servizio Pubblico | % CSP/Tot |
| 2007 | 373 | 46 | 12,3% |
| 2008 | 403 | 102 | 25,3% |
| 2009 | 335 | 80 | 23,9% |
| 2009/2008 | -16,9% | ||
| Siremar | |||
| Dati: in milioni di Euro | |||
| Anno | Noli +CSP | Corrispettivi Servizio Pubblico | % CSP/Tot |
| 2007 | 99 | 70 | 70,7% |
| 2008 | 103 | 75 | 72,8% |
| 2009 | 92 | 67 | 72,8% |
| 2009/2008 | -10,7% | ||
Non è dunque un caso che intorno a Tirrenia si stanno muovendo interessi privati, anche allettati dai contributi pubblici. E tutto il mondo degli armatori è in fermento.
È notizia di pochi giorni fa dell’acquisto da parte dell’armatore Gianluigi Aponte, proprietario di MSC Crociere, del 50 per cento di Grandi Navi Veloci, creando cosi uno dei più grandi gruppi anche a livello di traghetti in Italia.
GNV si unirà a SNAV, già di proprietà di Marinvest, la holding della famiglia dell’armatore svizzero, e questa nuova società si è detta interessata a Tirrenia.
Sulla società controllata da Fintecna c’è anche l’interesse della cordata greco-americana, di Mediterranea Holding e probabilmente di Moby. Per quanto riguarda Siremar, attualmente nessun armatore ha mostrato un interesse esplicito.
La privatizzazione Tirrenia è andata molto per le lunghe, ma potrebbe vedere a breve una soluzione.
Non si sa come finirà la privatizzazione, ma l’unica cosa certa che lascia la compagnia pubblica è un debito superiore a 600 milioni di euro, nonostante i miliardi di euro di contributi pubblici che ha ricevuto negli ultimi anni.
]]>
All’origine di questa tempesta ci sono le indiscrezioni – smentite – sul Piano industriale 2010-2014 che, per far fronte a una crisi che è contemporaneamente strutturale e congiunturale, avrebbe previsto 2.500 esuberi, la chiusura di due stabilimenti (Riva Trigoso e Castellammare di Stabia) e un’accelerazione nel graduale processo di riposizionamento del baricentro del gruppo dalla sponda tirrenica a quella adriatica (compresa l’accentuazione dei poteri decisionali a Trieste). Le interpretazioni più politiciste leggono in questa vicenda un “carotaggio” voluto dal management per saggiare le reazioni a una serie di provvedimenti che, almeno in parte, tutti sanno essere inevitabili; altri ancora vi vedono l’ennesima prova dell’influenza leghista, determinata a attirare o trattenere investimenti pubblici nelle zone elettoralmente più generose.
Può esserci del vero in queste interpretazioni, ed è sicuramente politica la scelta (se sarà fatta e nella misura in cui è già stata fatta) di portare la testa e il sistema nervoso di Fincantieri da Genova a Trieste. E’ politica anche la decisione – posto che si debbano chiudere degli impianti – di farlo a Riva e Castellammare anziché, poniamo, ad Ancona. Ma dietro queste scelte politiche c’è una razionalità industriale che è difficile negare: se la si nega, le cose non potranno che andare peggio. Soprattutto per quei lavoratori che continueranno a cullarsi nell’illusione di un posto per la vita.
La razionalità, dicevo, sta nel contesto di una crisi che è congiunturale per la cantieristica, e strutturale per Fincantieri. L’effetto della congiuntura è evidente nel bilancio 2009 (che del 2010 è solo l’antipasto): gli ordini sono in calo del 30 per cento rispetto al 2008, gli investimenti di un quarto, i margini dell’11 per cento. In crescita, soltanto indebitamento (più 135 per cento), passivo di cassa (circa raddoppiato), e il personale: che cresce del 15 per cento a causa dell’acquisizione di Fincantieri Marine Group ma, se si considera la sola capogruppo, è anch’esso in lieve calo. Per questo è alquanto bizzarro che la classe politica ligure (e, suppongo, anche quella campana) abbia accolto le indiscrezioni sul (falso?) piano industriale come un fulmine a ciel sereno. Il fulmine può esserci stato, ma il cielo era burrascoso da almeno quarant’anni.
Del possibile accorpamento degli stabilimenti liguri di Riva Trigoso e Muggiano si parla da decenni. E’ un tormentone che si ripresenta ogni volta che il barometro economico internazionale segna cattivo tempo. Finora, la baracca si è mantenuta in piedi grazie all’uso delle commesse militari in funzione anticiclica, non senza che nel periodo più recente si siano superati un difficile processo di efficientamento e lo sviluppo di produzioni di nicchia (navi da crociera e super yacht). Durante le crisi precedenti, il calo congiunturale veniva controbilancianto con le commesse pubbliche. Oggi questo non è più possibile, perché l’Italia non è in procinto di muovere guerre (e dunque se la può cavare con la flotta che ha), e soprattutto perché sono venute meno le due fondamentali leve attraverso cui il meccanismo veniva finanziato. La sovranità monetaria si è spostata a Francoforte, sicché non esiste più il bottone dell’inflazione; mentre i vincoli del bilancio pubblico impediscono di incrementare il deficit, e dunque per costruire nuove navi militari dovremmo rinunciare ad altre spese che comunemente sono considerate più importanti, come quelle per la sanità, l’istruzione e le pensioni. Per giunta, molti interventi strutturali sono stati già portati a termine, come il trasferimento della sede per la cantieristica da Genova a Trieste negli anni Ottanta e il feroce taglio dei costi. Questi si sono ridotti di circa il 40 per cento, nell’ultimo decennio, soprattutto attraverso il ricorso massiccio ad appalti esterni e l’ingresso di manodopera straniera.
E’ in quest’ottica che vanno visti anche i bilanci degli esercizi precedenti, nei periodi di vacche grasse. Le commesse pubbliche non sono mai mancate, e hanno fatto da base – anche per la, uh, chiamiamola disponibilità della Difesa a ritirare le navi in ritardo e senza troppe pretese – per un rilancio che è avvenuto soprattutto grazie alla capacità di Fincantieri di re-inventarsi come soggetto capace di stare al passo coi tempi. Venendo meno il driver di mercato, il gruppo si è istanteamente ritrovato in un passato non troppo remoto. Venendo meno – complice il rigore tremontiano – il supporto pubblico, la bolla Fincantieri è, se non scoppiata, quasi. Così, siamo allo stesso punto in cui ci trovavamo negli anni Novanta: l’azienda non regge e, dato l’outlook macroeconomico, rischia di non avere il fiato per arrivare alla ripresa.
La peculiarità del 2010, rispetto alle crisi precedenti, è appunto questa: il danno della recessione non può essere tamponato né con misure di efficienza (perché in buona parte già implementata), né facendo appello al buon cuore del Tesoro, né liberandosi di lavoratori prossimi alla pensione (già congedati tra prepensionamenti normali, speciali, e all’amianto). Se queste sono le condizioni al contorno, le mosse previste dal piano industriale “fantasma” sono, almeno in prima approssimazione, una risposta possibile.
In questo senso, c’è oggettivamente poco da fare. E’ sempre meglio un’azienda più piccola ma viva, di una grande, grossa e morta. Se i politici liguri e campani e i rappresentanti dei lavoratori non si schiodano dall’ostinata difesa dell’esistente, il crollo potrà forse essere rimandato, ma non evitato – almeno se il management è davvero convinto che questa sia la strada da percorrere. Meglio, allora, concentrarsi sui margini negoziali veri, che riguardano essenzialmente due aspetti: le modalità e i tempi del ridimensionamento. Senza dimenticare, però, che la proprietà pubblica è anche in questo caso un impaccio, perché finisce per politicizzare una scelta tecnica e industriale, fa sì che tutto venga sempre buttato in un indistinto “tengo famiglia”. E’ un’illusione, e lo è sempre più, ma è un’illusione difficile da sconfiggere. Dunque: privatizzare è necessario, come premessa per un ordinato svolgimento delle razionalizzazioni.
Partiamo dalla tempistica: forse, Fincantieri sarebbe disposta a barattare la pace sociale con un allungamento delle scadenze, per esempio rimandando il D-Day dal 2014 al 2016 o 2018. In questo modo, si potrebbe contenere l’emorragia occupazionale, sia accompagnando i dipendenti più anziani (quelli che restano) alla pensione, sia trovando soluzioni per trasferire gli altri verso gli stabilimenti più promettenti, sia incentivando uscite volontarie (sulla falsariga dell’accordo Telecom di agosto). Si potrebbero, così, minimizzare i licenziamenti unilaterali: ma, dati i numeri, è possibile che alcuni restino, senza contare l’impatto sui fornitori e l’indotto.
Qui si aprirebbe uno spazio dove una politica responsabile vedrebbe esaltato il proprio ruolo non già in quanto colonna reggente, ma crepata, dello status quo, bensì come soggetto incaricato di gestire la transizione. Qualche suggerimento, di cui il ceto politico dovrebbe far tesoro, sta nel programma elettorale di Filippo Penati, candidato del centrosinistra alla regione Lombardia. In quelle pagine, il giuslavorista e senatore Pd Pietro Ichino, adatta alla normativa vigente la sua proposta di riforma del mercato del lavoro. All’azienda viene chiesto di destinare una parte del vantaggio economico ottenuto con la maggiore flessibilità di fatto (seppure a diritto vigente) alla copertura del costo sociale derivante dalle loro scelte. Essa, cioè, dovrebbe impegnarsi a erogare servizi per la riqualificazione del lavoratore licenziato e la ricerca di un nuovo impiego (col contributo della regione); interamente a carico dell’impresa sarebbe, invece,
un congruo indennizzo economico al lavoratore licenziato e un congruo trattamento complementare di disoccupazione, che costituirà anche un potente incentivo all’efficienza dei servizi di ricerca e riqualificazione mirata: più sarà rapida la rioccupazione dei lavoratori, minore sarà il costo del trattamento complementare.
La logica di questo approccio è difendere i lavoratori, creando per loro degli “scivoli” e aiutandoli trovare una nuova, e più produttiva, occupazione. Al contrario, la tentazione di salvaguardare gli attuali stabilimenti senza riguardo alla competitività può avere costi sociali assai più consistenti dei benefici. Infatti, per mantenere livelli occupazionali altrimenti insostenibili, si rischia o di dissestare le finanze pubbliche (come nel passato), oppure di trovarsi a gestire un crollo improvviso. Il conflitto lascia solo macerie. Quella della responsabilità e della lungimiranza è una via stretta e irta di ostacoli, ma almeno non porta dove finiscono i sentieri lastricati di buone intenzioni. La smentita del piano industriale 2010-2014 non cancella le ragioni di una riorganizzazione. Bisogna augurarsi che politici e sindacalisti usino bene il tempo a loro disposizione, senza farsi trovare impreparati a un appuntamento di cui non sappiamo né il giorno, né l’ora. Ma che sappiamo prima o poi ci sarà.
]]>Queste sono solo alcune delle domande che ci si potrebbe porre a pochi giorni dal fallimento della privatizzazione di Tirrenia.
L’Alitalia dei mari, che ha accumulato perdite per 20 anni pur ricevendo circa due miliardi di sussidi pubblici nello stesso periodo, rischia ora di fare la fine della compagnia aerea.
Come giustamente ricordava Oscar Giannino, non è assolutamente un caso che sia andata a finire cosi: una vera buffonata.
In principio dovevano essere 16 le possibili società interessate alla compagnia pubblica controllata da Fintecna. Poco a poco si è arrivati ad una scrematura fino ad avere solo un pretendente, oltretutto a maggioranza pubblica (la Regione Sicilia).
Nonostante un contributo pubblico di 120 milioni di euro l’anno per 10 anni, neanche la Regione Sicilia è riuscita a trovare i fondi per non lasciare affondare Tirrenia e forse questo è l’unico aspetto positivo di tutta la privatizzazione.
Se avesse vinto la cordata del “Mediterraneo”, l’unica certezza sarebbe stata quella che i contribuenti italiani avrebbero speso ancora piú soldi per mantenere in vita una società che non ha senso.
Non ha senso perché il trasporto navale dovrebbe essere pienamente liberalizzato e se si volesse lasciare un servizio universale, questo potrebbe essere garantito tramite un’asta pubblica per l’assegnazione delle rotte. Inoltre queste rotte, nel momento della decisione dell’ammontare del sussidio pubblico, dovrebbero tenere in considerazione gli altri mezzi di trasporto più efficienti. In alcuni casi, l’aereo potrebbe essere un ottimo sostituto del viaggio via nave.
Ma torniamo alle domande poste inizialmente.
Tirrenia non à ancora morta, ma difficilmente potrà continuare in questa situazione. Se nessuna azienda ha presentato un’offerta, è perché l’Alitalia dei mari ha un debito pesantissimo e un’efficienza nulla.
Il periodo estivo, il migliore per il settore navale, probabilmente allungherà l’agonia della compagnia navale di Stato, ma appena arriverà l’autunno, difficilmente si potrà evitare la bancarotta.
Si potrebbe ironicamente proporre la stessa data di morte di Alitalia, il 29 agosto. Si spera tuttavia che il Governo non proponga salvataggi degli imprenditori di Stato (come per Alitalia), perché altrimenti il contribuente italiano potrebbe trovarsi non solo a dover pagare il debito di Tirrenia (fatto ormai certo), ma anche le conseguenze di un’eventuale chiusura alla concorrenza.
Tirrenia molto probabilmente fará la fine di Alitalia.
L’ultima domanda è molto spinosa. In Italia non siamo stati molto brillanti nelle privatizzazioni. Questo non significa che si debba rinunciare a fare le privatizzazioni, ma che bisogna imparare a farle.
Il caso di Alitalia e Tirrenia portano in sintesi due insegnamenti generali. Il primo riguarda le imprese di Stato. Lo Stato non può, non deve e non è capace di gestire un’impresa. La concorrenza uccide le imprese di Stato perché sono troppo inefficienti.
Il secondo insegnamento è che in Italia si aspetta troppo a privatizzare. In questo modo si allunga l’agonia delle imprese statali, di solito con un enorme esborso di sussidi pubblici, e si arriva ad avere aziende senza alcun valore, decotte. Non trovando il coraggio di lasciare fallire queste imprese, lo Stato decide di lasciare il debito sulle spalle dei contribuenti.
Non ci si può poi lamentare del livello elevato delle tasse, finché questa logica prevarrà in Italia.
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Catricalà inizia sottolineando come la crisi abbia una dimensione che necessariamente trascende i confini nazionali, e che dunque restituisce vigore e urgenza allo sforzo europeo di integrare i mercati degli Stati membri, ancora balcanizzati nonostante decenni di tentativi e promesse. Ciò non toglie che molto resti da fare, e possa e debba essere fatto, dai singoli governi. Il Garante avanza alcune proposte e indicazioni, che in parte riprendono la segnalazione che l’Autorità ha già rivolto (senza seguito, per il momento) al governo in base all’obbligo di indicare una set di interventi per la legge annuale per la concorrenza. E’ un peccato che, per ora, questa occasione sia andata perduta, e che l’esecutivo non abbia ritenuto utile seguire i suggerimenti di Catricalà: ma, se letta in questa chiave, la relazione di oggi costituisce un importante vademecum per le innovazioni che sono state annunciate dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Proprio in questa prospettiva, Catricalà sceglie di giocare su entrambi i tavoli: bene la riforma costituzionale – dice – purché non faccia ombra a una serie di passi, di per sé importanti, che si possono fare a costituzione vigente.
Oltre a varie osservazioni, largamente condivisibili, su mercati importanti come quelli elettrico, del gas e delle comunicazioni, Catricalà lancia una serie di sfide al governo che, se vogliamo ristabilire tassi di crescita allineati alle medie europee, l’esecutivo deve avere il coraggio di raccogliere. Anzitutto, i servizi pubblici locali: troppe regolamentazioni e troppi atteggiamenti opportunistici hanno di fatto blindato, localmente, ciò che a livello nazionale è stato liberalizzato. I comuni imprenditori sono ancora la norma, anziché l’eccezione. E se il decreto Ronchi rappresenta un deciso passo avanti, “il punto di debolezza si nasconde dietro l’angolo ed è la facilità con cui possono insinuarsi le proroghe“. Idem per i settori dei trasporti, specie quello ferroviario, giudicato da Catricalà “ancora chiuso“. E idem – ma più grave, se possibile – lo stallo nella liberalizzazione del servizio postale, resa cogente dalla scadenza comunitaria del 1 gennaoi 2011, a cui l’Italia rischia seriamente di presentarsi impreparata. Dunque, rischiamo di avere servizi postali costosi e inefficienti e, in più, di doverci giustificare per l’inadempienza con Bruxelles. Per non parlare del rischio di involuzione degli ordini professionali, la cui riforma ha davvero l’aspetto truce della controrivoluzione.
Dove Catricalà compie uno scatto deciso e, per certi versi, nuovi è nell’affondare il coltello della concorrenza nel corpaccione molle della pubblica amministrazione e, in particolare, del servizio sanitario nazionale. Vale la pena citarlo integralmente:
E’ complessa l’introduzione di meccanismi finalizzati alla corrispondenza tra i valori sociali e umani che i sistemi sanitari si propongono di tutelare, le condizioni di efficienza nell’uso delle risorse economiche impiegate e la libertà di iniziativa economica dei privati. Il modello di intervento pubblico è incentrato sull’attribuzione delle responsabilità a livello regionale, sia per l’erogazione materiale dei servizi sia per la gestione delle risorse. In questo senso l’articolazione della sanità pubblica è già federalista. In un sistema basato su pagamenti per le singole prestazioni fornite è essenziale, dal nostro punto di vista, che anche le aziende ospedaliere pubbliche adottino integralmente e senza gli adattamenti oggi consentiti il modello di bilancio imposto dal codice civile ai privati. È una condizione imprescindibile, anche se non l’unica, affinché possa svilupparsi competizione tra i grandi ospedali e i centri privati di eccellenza che erogano prestazioni sanitarie.
Un problema, quello della trasparenza nella sanità, messo nel mirino anche da Silvio Boccalatte in un paper dell’IBL.
In generale, dunque, rispetto al passato quella di Catricalà è una relazione più aggressiva, focalizzata sugli elementi necessari a riportare il paese sul sentiero della crescita. Non sempre, in una prospettiva come quella dell’IBL, le sue proposte sono pienamente condivisibili, ma ciò che conta è l’enfasi sulla necessità di più mercato, non più intervento pubblico. Un’enfasi resa indispensabile anche dalla “narrazione” prevalente della crisi, che tende a presentare lo Stato come la soluzione – quando invece l’interventismo pubblico è il problema. Sarà interessante vedere in che modo Catricalà coniugherà le sue posizioni il prossimo 12 luglio, alla presentazione dell’edizione 2010 del nostro Indice delle liberalizzazioni. Quel che è certo è che la rivoluzione della concorrenza è oggi più inderogabile che mai.
Speriamo che qualcuno ascolti Catricalà e approfitti del suo sollecito per stilare la legge annuale per la concorrenza: introducendo competizione e libertà dove oggi incombe la cappa oscura del monopolio pubblico.
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«Da alcuni anni – ha spiegato il responsabile green economy del Pd – il Comune di Stintino, insieme all’Ispra (Istituto superiore per la Protezione e la ricerca Ambientale), e con la collaborazione di numerose università italiane, ha realizzato un progetto di ricerca per il recupero e lo sviluppo del turismo sostenibile dell’area che prevede molti interventi per fermare l’erosione costiera, per valutare la pressione turistica durante i mesi di maggiore affluenza e per salvaguardare il pregevole ecosistema che caratterizza quel tratto di costa».