Il grafico qui di fianco riproduce l’andamento delle emissioni globali, Ocse e non Ocse dal 1980 al 2006. Poi, con linee più sottili, mostro quali sono i target che i danesi vorrebbero fissare a Copenhagen: se capisco bene, taglio del 50 per cento delle emissioni al di sotto del 1990 entro il 2050, con l’80 per cento dello sforzo a carico dei paesi industrializzati. Ecco quello che tutto ciò significa. I dati sulle emissioni sono tratti dal Dipartimento per l’Energia Usa. Una precisazione: se prendo alla lettera le indicazioni danesi, il mondo sviluppato dovrebbe arrivare a emissioni negative (non solo non emettere nulla, ma anche “catturare” emissioni altrui). Infatti, oggi (2006) il mondo ha buttato in aria circa 30 miliardi di tonnellate di CO2. Di queste, 13,6 miliardi dai paesi Ocse. Il target – la metà del 1990 – sono poco meno di 11 miliardi di tonnellate. Se i paesi Ocse dovessero farsi carico dell’80 per cento della differenza tra le emissioni attuali e quelle desiderate (14,6 miliardi), finirebbero per avere emissioni negative per 1 miliardi di tonnellate di CO2. Fingiamo di non aver notato la svista e supponiamo che l’obiettivo sia quello di caricare sulle spalle del mondo industrializzato il 60 per cento dello sforzo. Ecco cosa succederebbe.
Secondo gli strateghi danesi, il mondo, Ocse e non Ocse, dovrebbe segnare un’inversione di marcia senza precedenti nella storia. C’è un aspetto ancora più comico, o tragico. Chissà se qualcuno si è chiesto cosa significa, in termini pro capite. Io ci ho provato, con una sola cautela: le statistiche sulla popolazione vengono da fonti diverse. Per i paesi Ocse, dall’Ocse. Per i paesi non-Ocse, ho sottratto le stime Ocse dalle stime Onu per la popolazione globale. Riporto, senza commenti, i dati (quelli attuali sono tratti dall’International Energy Outlook 2009 del Dipartimento dell’Energia americana).
Dunque, nel 2050 al mondo ci saranno circa 9,1 miliardi di individui. Di questi, 1,3 vivranno nei paesi Ocse. Oggi emettono 11,6 tonnellate di CO2 all’anno a testa: nel 2050, secondo i danesi, 1,9. Per capirci, poco più di quanto, nel 2006. emetteva un abitante dell’Angola. Nei paesi non-Ocse, le emissioni pro capite sono oggi pari a 2,9 tonnellate di CO2 all’anno: sebbene le emissioni complessive possano, nella testa dei danesi, diminuire in modo meno drastico in quelle nazioni, la loro popolazione crescerà più velocemente. Quindi, le loro emissioni pro capite “consentite” saranno appena 0,9 tonnellate di CO2. Più o meno come un abitante dello Swaziland nel 2006.
Dite quello che volete, ma il riscaldamento del globo mi fa meno paura di quelli che vogliono evitarlo.
]]>Veniamo da anni che hanno visto accrescersi le diseguaglianze: con i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. La conseguenza è che quanti sono costretti a consumare tutto o quasi per vivere (la parte più debole della società) ha ridotto i propri consumi, mentre la parte più ricca ha accumulato risorse, che in genere non faceva circolare.
Da qui una crisi della domanda, a cui fortunatamente gli interventi degli Stati hanno felicemente posto rimedio. Così ora l’economista francese è molto allarmato, perché teme la exit strategy, ossia il progressivo ritirarsi dei poteri pubblici dagli spazi ampiamente occupati nel corso degli ultimi due anni.
L’analisi mi appare di una povertà disarmante, ma soprattutto mi sembra veder confluire una “filosofia della miseria” d’antica data (si pensi a Proudhon) e gli schemi più triti della teoria economica dominante, latamente keynesiana. È infatti interessante constatare come il frequente incrocio non sia casuale, dato che muove – in entrambi i casi – dall’aperto rigetto di quell’antropologia che pone al centro l’uomo e la sua libertà, la sua capacità d’azione, i suoi diritti di proprietà, la sua connaturata socialità (intesa quale disponibilità alla cooperazione: nei piccoli gruppi volontariamente adottati, negli scambi di mercato, nelle strutture aziendali, ecc.).
Per capire qualcosa della crisi, allora, invece che guardare agli intellettuali di Francia, conviene volgere l’attenzione allo humour (feroce, e ferocemente libertario) di Trey Parker e Matt Stone, gli autori di South Park, che in un episodio (“Margaritville”) ampiamente celebrato dal pubblico e dalla critica – tanto che ha ottenuto pure un Emmy Award – divertono insegnando. Non lo si prenda per quello che non è, un saggio di teoria economica, ma certo il cartoon americano offre una lettura meno distante dalla realtà di quella data da numerosi accademici celebrati un po’ ovunque.
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