L’Istituto per la Ricostruzione Industriale nacque negli anni Trenta del Novecento a seguito delle conseguenze della crisi internazionale del 1929 e si sviluppo poi successivamente nel dopoguerra, le Partecipazioni statali svolsero un ruolo rilevante nell’Italia uscita a pezzi dal secondo conflitto mondiale e presupponevano un forte ruolo dello stato nell’economia. Ancora oggi la Fincantieri è di proprietà diretta dello Stato Italiano attraverso il Ministero del Tesoro.
Negli ultimi tempi gli scenari di sviluppo della Fincantieri, la sua presenza in Liguria e nel Levante Ligure (stabilimento di Riva Trigoso) sono tornati d’attualità, a seguito delle anticipazioni, fornite da un quotidiano nazionale, circa prospettive di presunti tagli occupazionali legate alle incertezze economiche internazionali e alla carenza di commesse in determinati settori di attività. Il piano, poi smentito, prevederebbe 2.500 esuberi, la chiusura di due stabilimenti (Riva Trigoso e Castellammare di Stabia) e un’accelerazione nel graduale processo di riposizionamento del baricentro del gruppo dalla sponda tirrenica a quella adriatica (stabilimenti di Monfalcone e Marghera).
Il Secolo XIX ha dato conto delle proteste che si sono subito sviluppate, che hanno coinvolto, in modo unitario (e univoco), anche nel Tigullio, rappresentanze istituzionali, sindacali, forze politiche (di opposizione e di governo), associazione industriali e di rappresentanza di diverse categorie e perfino rappresentanti della Chiesa cattolica. Gran parte delle posizioni espresse, tendevano a difendere la situazione occupazionale esistente, la presenza dell’azienda a Riva Trigoso, chiedevano allo Stato centrale nuove commesse (o la concretizzazione di quelle già previste) per mantenere gli attuali assetti produttivi. Alcuni slogan, incolpavano l’attuale Governo e alcuni esponenti politici dello stesso, di “non aver mantenuto le promesse” e di voler affondare l’economia locale, un esponente politico di Sestri Levante ha perfino accusato la Lega Nord, di voler privilegiare, per fini elettorali, la presenza dell’azienda a Nord-Est. Non sono mancate posizioni nostalgiche e perfino “vernacolari” che rivendicavano un passato glorioso e armonico di presenza dell’industria navale del Tigullio.
Ma si può, realisticamente, solo guardare al passato? Si può solo difendere l’esistente? E’ ipotizzabile nei prossimi decenni, nel nostro territorio, una presenza dell’industria pubblica (con commesse prevalentemente pubbliche), come abbiamo conosciuto negli ultimi decenni? Credo che a questa domanda, alla luce di molti elementi, non si possa rispondere in modo positivo, le cose cambiano ed evolvono.
Pur comprendendo le ragioni di molte rappresentanze sindacali e politiche (ma stupisce l’omologazione delle posizioni fra centrodestra e centrosinistra), va anche detto che il mercato, sia civile, sia militare è in profonda crisi, molti impianti sono obsoleti e non permettono economie gestionali e il bilancio 2009 si è chiuso con un passivo di 64 milioni di Euro, e anche i primi conti economici del 2010 appaiono assai negativi, gli impianti sono sottoutilizzati.
Nel quadro nazionale di Fincantieri, lo stabilimento di Riva Trigoso, appare forse il punto più debole, un cantiere piccolo (non certo comparabile a quello di Monfalcone), fonte di molte diseconomie gestionali e organizzative e prevalentemente legato a commesse pubbliche e del settore militare. Il mutato quadro geo-politico internazionale, la riforma del servizio militare, i vincoli del bilancio che impediscono di incrementare il deficit, rendono molto improbabili ingenti commesse dello Stato italiano.
Molti linguaggi, rituali e perfino protagonisti, delle recenti manifestazioni di protesta, hanno ricalcato analoghe vicende genovesi degli anni Ottanta, ma in quegli anni il “movimento operaio” proponeva sempre alle istituzioni, scenari di sviluppo futuro e alternative credibili, che in questi casi non si sono visti. Occorre dunque chiedersi, e mi rivolgo in particolare alle forze politiche di sinistra (che spesso si dichiarano pacifiste), se non sarebbe più opportuno rinunciare al alcune (forse inutili) navi militari, per favorire lo stesso impiego di risorse pubbliche in altre spese che comunemente sono considerate più importanti, come quelle per la sanità, l’istruzione e pensioni. Mi chiedo infine, se accanto alla difesa dell’esistente, gli attori di politiche pubbliche, non dovrebbero iniziare a pre-configurare scenari e prospettive di sviluppo economico (anche di medio periodo) diverse dalla presenza di Fincantieri. Certo guardare in avanti, preconfigurare politiche e concreti scenari di sviluppo è più difficile che guardare indietro, ma le città e i territori che non sanno stare al passo con i tempi, negli attuali scenari mondiali, sono destinati al declino.
(Pubblicato su Il Secolo XIX del 19 ottobre 2010)
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All’origine di questa tempesta ci sono le indiscrezioni – smentite – sul Piano industriale 2010-2014 che, per far fronte a una crisi che è contemporaneamente strutturale e congiunturale, avrebbe previsto 2.500 esuberi, la chiusura di due stabilimenti (Riva Trigoso e Castellammare di Stabia) e un’accelerazione nel graduale processo di riposizionamento del baricentro del gruppo dalla sponda tirrenica a quella adriatica (compresa l’accentuazione dei poteri decisionali a Trieste). Le interpretazioni più politiciste leggono in questa vicenda un “carotaggio” voluto dal management per saggiare le reazioni a una serie di provvedimenti che, almeno in parte, tutti sanno essere inevitabili; altri ancora vi vedono l’ennesima prova dell’influenza leghista, determinata a attirare o trattenere investimenti pubblici nelle zone elettoralmente più generose.
Può esserci del vero in queste interpretazioni, ed è sicuramente politica la scelta (se sarà fatta e nella misura in cui è già stata fatta) di portare la testa e il sistema nervoso di Fincantieri da Genova a Trieste. E’ politica anche la decisione – posto che si debbano chiudere degli impianti – di farlo a Riva e Castellammare anziché, poniamo, ad Ancona. Ma dietro queste scelte politiche c’è una razionalità industriale che è difficile negare: se la si nega, le cose non potranno che andare peggio. Soprattutto per quei lavoratori che continueranno a cullarsi nell’illusione di un posto per la vita.
La razionalità, dicevo, sta nel contesto di una crisi che è congiunturale per la cantieristica, e strutturale per Fincantieri. L’effetto della congiuntura è evidente nel bilancio 2009 (che del 2010 è solo l’antipasto): gli ordini sono in calo del 30 per cento rispetto al 2008, gli investimenti di un quarto, i margini dell’11 per cento. In crescita, soltanto indebitamento (più 135 per cento), passivo di cassa (circa raddoppiato), e il personale: che cresce del 15 per cento a causa dell’acquisizione di Fincantieri Marine Group ma, se si considera la sola capogruppo, è anch’esso in lieve calo. Per questo è alquanto bizzarro che la classe politica ligure (e, suppongo, anche quella campana) abbia accolto le indiscrezioni sul (falso?) piano industriale come un fulmine a ciel sereno. Il fulmine può esserci stato, ma il cielo era burrascoso da almeno quarant’anni.
Del possibile accorpamento degli stabilimenti liguri di Riva Trigoso e Muggiano si parla da decenni. E’ un tormentone che si ripresenta ogni volta che il barometro economico internazionale segna cattivo tempo. Finora, la baracca si è mantenuta in piedi grazie all’uso delle commesse militari in funzione anticiclica, non senza che nel periodo più recente si siano superati un difficile processo di efficientamento e lo sviluppo di produzioni di nicchia (navi da crociera e super yacht). Durante le crisi precedenti, il calo congiunturale veniva controbilancianto con le commesse pubbliche. Oggi questo non è più possibile, perché l’Italia non è in procinto di muovere guerre (e dunque se la può cavare con la flotta che ha), e soprattutto perché sono venute meno le due fondamentali leve attraverso cui il meccanismo veniva finanziato. La sovranità monetaria si è spostata a Francoforte, sicché non esiste più il bottone dell’inflazione; mentre i vincoli del bilancio pubblico impediscono di incrementare il deficit, e dunque per costruire nuove navi militari dovremmo rinunciare ad altre spese che comunemente sono considerate più importanti, come quelle per la sanità, l’istruzione e le pensioni. Per giunta, molti interventi strutturali sono stati già portati a termine, come il trasferimento della sede per la cantieristica da Genova a Trieste negli anni Ottanta e il feroce taglio dei costi. Questi si sono ridotti di circa il 40 per cento, nell’ultimo decennio, soprattutto attraverso il ricorso massiccio ad appalti esterni e l’ingresso di manodopera straniera.
E’ in quest’ottica che vanno visti anche i bilanci degli esercizi precedenti, nei periodi di vacche grasse. Le commesse pubbliche non sono mai mancate, e hanno fatto da base – anche per la, uh, chiamiamola disponibilità della Difesa a ritirare le navi in ritardo e senza troppe pretese – per un rilancio che è avvenuto soprattutto grazie alla capacità di Fincantieri di re-inventarsi come soggetto capace di stare al passo coi tempi. Venendo meno il driver di mercato, il gruppo si è istanteamente ritrovato in un passato non troppo remoto. Venendo meno – complice il rigore tremontiano – il supporto pubblico, la bolla Fincantieri è, se non scoppiata, quasi. Così, siamo allo stesso punto in cui ci trovavamo negli anni Novanta: l’azienda non regge e, dato l’outlook macroeconomico, rischia di non avere il fiato per arrivare alla ripresa.
La peculiarità del 2010, rispetto alle crisi precedenti, è appunto questa: il danno della recessione non può essere tamponato né con misure di efficienza (perché in buona parte già implementata), né facendo appello al buon cuore del Tesoro, né liberandosi di lavoratori prossimi alla pensione (già congedati tra prepensionamenti normali, speciali, e all’amianto). Se queste sono le condizioni al contorno, le mosse previste dal piano industriale “fantasma” sono, almeno in prima approssimazione, una risposta possibile.
In questo senso, c’è oggettivamente poco da fare. E’ sempre meglio un’azienda più piccola ma viva, di una grande, grossa e morta. Se i politici liguri e campani e i rappresentanti dei lavoratori non si schiodano dall’ostinata difesa dell’esistente, il crollo potrà forse essere rimandato, ma non evitato – almeno se il management è davvero convinto che questa sia la strada da percorrere. Meglio, allora, concentrarsi sui margini negoziali veri, che riguardano essenzialmente due aspetti: le modalità e i tempi del ridimensionamento. Senza dimenticare, però, che la proprietà pubblica è anche in questo caso un impaccio, perché finisce per politicizzare una scelta tecnica e industriale, fa sì che tutto venga sempre buttato in un indistinto “tengo famiglia”. E’ un’illusione, e lo è sempre più, ma è un’illusione difficile da sconfiggere. Dunque: privatizzare è necessario, come premessa per un ordinato svolgimento delle razionalizzazioni.
Partiamo dalla tempistica: forse, Fincantieri sarebbe disposta a barattare la pace sociale con un allungamento delle scadenze, per esempio rimandando il D-Day dal 2014 al 2016 o 2018. In questo modo, si potrebbe contenere l’emorragia occupazionale, sia accompagnando i dipendenti più anziani (quelli che restano) alla pensione, sia trovando soluzioni per trasferire gli altri verso gli stabilimenti più promettenti, sia incentivando uscite volontarie (sulla falsariga dell’accordo Telecom di agosto). Si potrebbero, così, minimizzare i licenziamenti unilaterali: ma, dati i numeri, è possibile che alcuni restino, senza contare l’impatto sui fornitori e l’indotto.
Qui si aprirebbe uno spazio dove una politica responsabile vedrebbe esaltato il proprio ruolo non già in quanto colonna reggente, ma crepata, dello status quo, bensì come soggetto incaricato di gestire la transizione. Qualche suggerimento, di cui il ceto politico dovrebbe far tesoro, sta nel programma elettorale di Filippo Penati, candidato del centrosinistra alla regione Lombardia. In quelle pagine, il giuslavorista e senatore Pd Pietro Ichino, adatta alla normativa vigente la sua proposta di riforma del mercato del lavoro. All’azienda viene chiesto di destinare una parte del vantaggio economico ottenuto con la maggiore flessibilità di fatto (seppure a diritto vigente) alla copertura del costo sociale derivante dalle loro scelte. Essa, cioè, dovrebbe impegnarsi a erogare servizi per la riqualificazione del lavoratore licenziato e la ricerca di un nuovo impiego (col contributo della regione); interamente a carico dell’impresa sarebbe, invece,
un congruo indennizzo economico al lavoratore licenziato e un congruo trattamento complementare di disoccupazione, che costituirà anche un potente incentivo all’efficienza dei servizi di ricerca e riqualificazione mirata: più sarà rapida la rioccupazione dei lavoratori, minore sarà il costo del trattamento complementare.
La logica di questo approccio è difendere i lavoratori, creando per loro degli “scivoli” e aiutandoli trovare una nuova, e più produttiva, occupazione. Al contrario, la tentazione di salvaguardare gli attuali stabilimenti senza riguardo alla competitività può avere costi sociali assai più consistenti dei benefici. Infatti, per mantenere livelli occupazionali altrimenti insostenibili, si rischia o di dissestare le finanze pubbliche (come nel passato), oppure di trovarsi a gestire un crollo improvviso. Il conflitto lascia solo macerie. Quella della responsabilità e della lungimiranza è una via stretta e irta di ostacoli, ma almeno non porta dove finiscono i sentieri lastricati di buone intenzioni. La smentita del piano industriale 2010-2014 non cancella le ragioni di una riorganizzazione. Bisogna augurarsi che politici e sindacalisti usino bene il tempo a loro disposizione, senza farsi trovare impreparati a un appuntamento di cui non sappiamo né il giorno, né l’ora. Ma che sappiamo prima o poi ci sarà.
]]>Personalmente, con grande rispetto per la persona e le attribuzioni del Capo dello Stato, per esempio non ho condiviso il suo intervento sulla vicenda Fiat-Melfi, e avete letto qui perché. Al Quirinale sapevano benissimo che intervenendo a favore dei tre licenziati sostenendo la tesi del pieno reintegro non solo economico ma anche alla linea di produzione – senza precedenti in giurisprudenza,per un’ordinanza favorevole ai ricorrenti ex articolo 28 e non 18 dello Statuto dei lavoratori – si introduceva un precedente di fatto e non di diritto, s sfavore del diritto dell’industria a considerare giustamente lesivi scioperi legittimi sì, ma illegittimi se bloccano interi stabilimenti violando la libertà di chi invece vuol lavorare.
Su un altro piano, meno rilevante poiché siamo nel campo della piena libertà d’opinione politica e non in quello dell’attesa di sentenze, le dichiarazioni del Presidente della Repubblica lanciate dai giornali come “serve una seria politica industriale, che dia prospettive ai giovani”. Dichiarazioni, a mio modestissimo giudizio, da leggere su tre piani diversi.
Il primo è quello del richiamo al governo affinché nomini il successore di Claudio Scajola al dicastero delle Attività Produttive. Richiamo motivato e comprensibile, visto che dall’uscita di scena dell’ex ministro sono trascorsi mesi. Si possono avere valutazioni diverse intorno ai possibili candidati che secondo le indiscrezioni d stampa il premier avrebbe nel tempo presentato al Quirinale, ma sta di fatto che in effetti la vacatio di mesi non è un vantaggio per il Paese. Ricordo tra tutti il dossier della politica energetica e la scelta di tornare al nucleare, che rischia di restare impantanata visto che fondamentali pre condizioni come l’Agenzia per la sicurezza nucleare, senza di cui non vi è scelta dei siti potenziali, sono rimasti sinora bloccate.Il richiamo ha avuto oltretutto effetto, visto che poche ore fa Berlusconi ha garantito che la prossima settimana avverrà la nomina.
Altro paio di maniche è invece quello che riguarda la dizione stessa di “politica industriale”, e il richiamo ai giovani disoccupati. Su questo, non credo sia mancare di rispetto al Quirinale se si opina che sono parole attraverso le quali si esprime la cultura politica alla quale appartiene per lunga militanza il Presidente. Dire “politica industriale” può concretamente significare infatti due cose. Se si guarda all’esperienza europea, è un richiamo al modello francese, cioè a quello in cui governo e Stato fissano con propria priorità una serie di settori definiti “strategici”, su cui concentrano incentivi e ai quali danno obiettivi, esercitando sul loro raggiungimento una fortissima influenza diretta. Ma non è il modello scelto dal nostro Paese, e anzi praticamente da nessun Paese europeo, anche se pure in Germania nella crisi si sono viste pesanti eccezioni alla regola per la quale gli incentivi e gli aiuti sono temporanei e riguardano la generalità delle imprese, lasciando alla libera concorrenza del mercato l’opportunità di raggiungere i migliori risultati di cui è capace. Altrimenti, nel contesto italiano, “politica industriale” significa il ritorno a quella che si faceva prima dello smantellamento della Prima Repubblica: perché in realtà il modello successivo, quello di bandi aperti a tutti voluto da Bersani e lasciato in eredità a Scajola sotto la sigla di “Industria 2015”, in realtà ha avuto e presenta oggi un bilancio tutt’altro che esaltante.
Non credo affatto che sia il dirigismo di Stato, a risolvere il problema storico della cronica sottoccupazione al Sud di giovani e donne. Il Presidente ha pieno diritto, eventualmente, di pensarlo. Ma resta a tutti, a quel punto, il diritto di criticare e non essere d’accordo. Lo Stato, con il suo prelievo fiscale su lavoro e famiglia oltre che su imprese e con le sue regole del mercato del lavoro, per noi è la causa della maggior disoccupazione giovanile e femminile, non la soluzione.
]]>Ma c’è qualcuno che ha il coraggio di suggerire che forse Termini Imerese deve chiudere? Il ministro Claudio Scajola parla di “follia”. Il Partito democratico non è molto presente nel dibattito, assai più occupato a nominare la segreteria formale e quella ombra. Ma parlando con la nuova squadra economica di Bersani, sono tutti d’accordo: la fabbrica non deve chiudere.
Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, ha già spiegato perché quella fabbrica non serve: costa troppo, ogni auto nasce con una tassa da 1000 euro incorporata. E visto che il gruppo cerca di concentrare la produzione e diminuire l’eccessiva capacità produttiva installata, taglia lo stabilimento meno efficiente (o meglio, smette di produrci automobili, cosa ci farà resta un mistero).
A questo punto ci sono due opzioni di politica industriale: si costringe la Fiat a tenere aperto la stabilimento scaricando, di fatto, sulla fiscalità generale i costi in eccesso in cambio della garanzia che i 1500 posti di lavoro sopravviveranno. Oppure si lascia che la Fiat faccia quello che vuole, usando i soldi pubblici per gli ammortizzatori sociali e per immaginare una politica industriale post-grande industria, per salvare il tessuto economico che sta davvero collassando, quello delle piccole imprese e dei professionisti. Non c’è una soluzione giusta e una sbagliata, ma sono due opzioni da valutare. Invece, su questo dossier, sembra che non ci sia alcuna differenza tra maggioranza e opposizione: il governo è soltanto più esplicito nel dire che la Fiat è in debito perché ha ricevuto gli incentivi alla rottamazione. A una distorsione del mercato, pur legittimata in parte da distorsioni analoghe di cui beneficiavano i concorrenti, si risponde pretendendone un’altra.
Eppure si dovrebbe discutere di cosa succederebbe se la Fiat agisse soltanto con logiche di mercato, delocalizzando e producendo a costi competitivi in Serbia invece che a Termini o a Pomigliano, vendendo auto che costerebbero meno (sia nella produzione che in termini di sussidio pubblico).
Siamo sicuri che l’Italia, nel complesso, ne soffrirebbe? Ci sono i lavoratori, si obietta. Certo: e infatti di loro deve occuparsi lo Stato, sostenendo chi perde il posto, operazione forse più economica di mantenere aperto un intero stabilimento.
]]>La questione è molto semplice: la maggior parte delle fonti rinnovabili sono per nulla competitive. Sono, cioè, talmente distanti dai costi che caratterizzano le fonti tradizionali (nucleare compreso) che non c’è modo di dimostrare, razionalmente, che sia sensato incentivarle. Infatti, delle due l’una. Se l’obiettivo è quello di ridurre le emissioni, allora non c’è motivo di scegliere una (o poche) vie, e soprattutto di definire ex ante (attraverso una serie di obiettivi vincolanti) quale sia il mix di strumenti necessari a raggiungere tale fine. Noi non sappiamo se e in quale combinazione sole, vento, efficienza, nucleare, eccetera possano essere impiegati nel modo migliore. L’unica strada per conoscere la risposta è il mercato: e, dunque, ammesso e non concesso che si voglia “fare qualcosa” per ridurre le emissioni, occorre creare uno spazio concorrenziale dove, per quanto le emissioni (non le fonti che le producono) siano penalizzate, tutte le alternative siano poste in competizione tra di loro e con le fonti carbon-based. La via più semplice è quella di istituire una carbon tax costruita in modo tale che il suo gettito sia impiegato per ridurre altre imposte più distorsive, come abbiamo proposto tempo fa e come parrebbe sostenere anche il capo del Pd, Dario Franceschini.
Se invece ridurre le emissioni non è l’unico obiettivo, e magari neppure il più importante, allora è tutto un altro paio di maniche: usciamo dal campo della politica ambientale per muoverci sul più insidioso territorio della politica industriale. In questa prospettiva, ha senso – oggi – incentivare le rinnovabili? La risposta standard è che sì, ha senso, perché solo così potremmo imitare l’esempio virtuoso di paesi come la Germania che hanno creato una forte industria domestica e hanno così dato vita a 240 mila nuovi posti di lavoro. Una analisi piuttosto ampia della questione dei green jobs è disponibile qui. Il punto che mi pare rilevante, però, è che perseguire quella strategia oggi mi sembra sbagliato (in ottica industriale) proprio perché la Germania l’ha già fatto. Pensare che nel settore delle rinnovabili non esistano economie di scala, e che quindi moltiplicando di n volte la produzione si moltiplicheranno di n volte anche i posti di lavoro, è un’ingenuità pericolosa. Tra l’altro, è evidente che l’impatto economico netto delle politiche di incentivazione alle fonti non può che essere negativo, a meno che un paese non sappia diventare esportatore di tecnologia, cioè non riesca a esercitare un’azione di lobbying così efficace (per esempio a livello europeo) da spingere tutti gli altri paesi a costringere i loro sistemi industriali ad acquistare prodotti farlocchi dal suo (ogni riferimento al pressing di Berlino su Bruxelles è decisamente voluto). Piuttosto, sarebbe meglio incentivare l’innovazione, che tra l’altro costa meno, anche perché si potrebbe indirettamente sperare di risolvere il problema ricordato sopra: che le attuali fonti rinnovabili sono patacche. Le rinnovabili possono avere speranze solo se diventano ragionevolmente competitive.
Detto questo, sono scettico perfino sugli incentivi all’innovazione. Per due ragioni, una generale e una specifica. Quella generale è che gli incentivi quasi sempre beneficiano i soggetti sbagliati o addirittura indirizzano la ricerca nella direzione meno promettente. Meglio lasciar fare al mercato, garantendo poi una giusta remunerazione degli investimenti attraverso forme di detassazione (non solo nel campo delle fonti verdi, ovviamente) e con l’impegno credibile a una forte tutela della proprietà intellettuale. In seconda battuta, credo abbia ragione Alberto Clò, che pur muovendo da una prospettiva diversa da quella “mercatista”, ha detto una cosa molto giusta (cito a memoria):
]]>In un momento di crisi come quello attuale, è assurdo parlare di rinnovabili. Sia perché l’effetto sui consumi energetici è talmente vasto da far saltare tutte le nostre previsioni sul consumo. Sia perché, soprattutto, se non ci sono i soldi per gli ammortizzatori sociali, mi sembra normale che non ci siano neppure per le fonti rinnovabili. Dico di più: se non ci sono i soldi per gli ammortizzatori, quelli per le rinnovabili non ci devono essere. Dobbiamo ri-imparare a stabilire delle priorità.