Lo studio nasce in realtà dalla domanda se sia giusto, il tentativo di Obama in atto negli USA di estendere lo Stato e il suo prelievo fiscale sempre più verso grandezze europee. Ma poiché per dimostrare la sua risposta – che è no – deve dimostrarne la ragione, e per farlo prende in considerazione gli effetti comparati che la tassazione sul lavoro esercita in concreto sulle ore lavorate in tutti i Paesi Ocse, ecco che i dati servono benissimo a riflettere anche a casa nostra, in Italia. Perché i dati mostrano inequivocabilmente che continua ad aver ragione il buon Ted Prescott, che ci ha preso il Nobel coi suoi studi sul rapporto che l’alta pressione fiscale esercita, disincentivando l’offerta di lavoro.
Per averne evidenza, prima ancora di leggere il paper andate direttamente alle due tabelle. Nella tabella 1 trovate il totale della pressione fiscale e contributiva sul lavoro nei maggiori Paesi OCSE, nel 1960, 1980. e nel 2000. La media OCSE passa dal 25,4% del ’60, al 36% dell’80, al 41,9% nel 2000, cioè cresce in 40 anni di 16,5 punti. Gli Stati Uniti però sono il Paese che resta assolutamente sotto media, passando dal 22,1% del ’60 al 28,6% nel 2000, con un aumento di soli 6,5 punti. Tutti i Paesi europei hanno incrementi a doppia cifra e quasi sempre partendo da una base iniziale più alta: la Germania passa da 33,5% al 47,7% con un più 14,2; la Francia passa da un 36,6% al 49,7% con un più 13,1; la Finlandia da un 26% al 52,4% con più 26,4. L’Italia è il Paese con la maggior crescita del prelievo sul lavoro nel quarantennio dopo appunto Finlandia e Svezia (quest’ultima passa dal 31,6% al 59,1% con un più 27,5). Sul lavoro italiano, la pressione ficale e contributiva passa dal 25,5% del 1960 – una media pari allora a quella del Regno Unito – al 49,1% con un aumento di 23,6 punti (mentre il Regno Unito sale solo di 10 punti, e si ferma nel 2000 a un prelievo del 36%).
Qual è l’effetto sulle ore lavorate esercitato dal diverso andamento del prelievo tributario e contribuitivo? Andate alla tabella 2. In media le ore lavorate settimanalmente per persona di età 15-64 nei Paesi Ocse passano da 28,1 nel 1960 a 23,3 nel 1980 a 22,5 nel 2000: in media cioè a un aumento nel quarantennio del 16,5% di tax rate reale corrisponde una diminuzione di ore lavorate pari a -18,7% in area Ocse.
Solo che questo dato è la media di due sottoinsieme assai diversi. Da una parte ci sono gli Stati Uniti (e il Canada), in cui la limitata crescita della pressione fiscale sul lavoro pari al solo 6,5% ha prodotto un aumento delle ore lavorate del 10% tra il 1960 e il 2000 (state attenti, la cifra delle ore lavorate nel 2000 USA è sbagliata per un refuso: ripetete quella sovrastante del Regno Unito ma ho controllato, in realtà non è 23,3 ma 25,3 rispetto alle 23,7 del 1960, dunque più 10% appunto). Nei Paesi europei, invece, in media maggiore è l’aumento della pressione fiscale maggiore è il decremento di ore lavorate: in Germania il calo è del 30% passando dalle 28,7 del 1960 a 19,8; in Francia è del 35,3% passando dalle 29,8 a 19,3. In Italia il decremento è del 32,3%, passando da 31,2 ore settimanali a 21,2. L’unico Paese a fare vera eccezione alla regola è la Svezia, dove malgrado l’incremento di 27,5 punti di presione fiscale fino allo spaventoso 59%, il decremento di ore lavorate sui limita nel quarantennio al 7% cioè da 25,3 a 23,5: ma la spiegazione è che nel 1960 la media settimanale svedese era già la più bassa dell’Europa continentale, di 7,5 ore inferiore alla media britannica, d 5,9 rispetto all’Italia, di 3,4 rispetto alla Germania.
La conclusione è evidente. Più aumentano tasse e contributi, più la gente sta a casa invece di lavorare. Trovate tutta la letteratura del caso per approfondire indicata a fine saggio, se pensate che le differenze culturali abbiano un peso – ce l’hanno – come i più o meno efficienti sistemi nazionali di welfare – ce l’hanno anch’essi, e il nostro è inefficiente, basato sulle ipertutele rigide concentrate in capo ai dipendenti a tempo indeterminato. Ma l’andamento dell’Olanda, disaggregato per periodi di tempo in cui tasse e contributi sono saliti rispetto a quando la politica ha deciso di abbassarli ( a differenza degli altri Paesi dove l’aumento non ha praticamente mai conosciuto se non soste, ma senza mai invertire segno), testimonia che a ogni discesa e risalita fiscale ha corrisposto inversamente un aumento o una diminuzione delle ore lavorate. Come volevasi dimostrare.
Per questo dico: evviva il sidnacato che si decide a scendere in piazze per meno tasse. Inevitabilmente anche di qui, passa la possibilità – per me: necessità – di una maggior produttività per l’Italia. Noi diremo sicuramente che i tagli a tasse e spesa servono più incisivi, ma il sindacato in questo caso dà una mano eccome. Perché rompe finalmente un tabù storico. Era tempo, santiddio.
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Come era prevedibile, in tutti i paesi Ocse la pressione fiscale – grosso modo stabile tra il 2006 e il 2007 – si è ridotta nel 2008, a causa dell’effetto della crisi. E’ quello che si chiama “stabilizzatore automatico”: quando l’economia va male, i sistemi fiscali – per il modo in cui sono strutturati – si fanno, almeno nel breve termine, meno esosi, visto che la gente guadagna e spende meno. La media Ocse indica un calo dal 35,8 per cento al 35,2 – quindi meno 0,6 punti percentuali. In Italia, la variazione è di circa la metà: 0,3 punti percentuali, dal 43,5 al 43,2 per cento. Significa che il nostro sistema fiscale è più rigido di quello degli altri, non si accorge che il paese si è impoverito, e quindi pretende poco meno di quello che avrebbe prelevato in condizioni normali. Ma non è neppure questa la brutta notizia.
I due dati appena citati, infatti, sono congiunturali. Bene o male, siamo tutti sulla stessa barca: qui va un po’ peggio, lì va un po’ meglio, ma il mondo Ocse si muove grosso modo di pari passo. Non preoccupa più di tanto la performance relativa durante la crisi. Quello che veramente preoccupa, quello che veramente fa impressione, è il peggioramento strutturale subito dall’Italia. Guardiamo alla variazione del rapporto tra gettito fiscale e Pil nel lungo termine: l’Ocse mette a disposizione il confronto tra il 1995 e il 2007. Il fisco italiano è tra quelli che in misura più vistosa hanno aumentato le loro pretese: rispetto a metà anni Novanta, oggi si prende oltre tre punti percentuali di Pil in più. Peggio di noi, Islanda, Corea, Turchia, Spagna e Portogallo. Vi prego di osservare questo fatto: i paesi che stanno peggio nella fotografia (Belgio, Svezia e Danimarca) sono diversi da quelli che stanno peggio di noi nel film. Questo significa che l’Italia è, tra i paesi ad alta tassazione, quello che continua a inasprire il suo prelievo. Altrove, si osserva – a occhio e croce – una convergenza: le nazioni esose si moderano, alcune di quelle più moderate aumentano il prelievo per far fronte alle nuove spese. Solo in Italia le due cose coincidono.
A noi non ci ha ucciso la crisi. Noi ci siamo uccisi da soli.
]]>L’autore è un benemerito liberista, Pierre Bressard, tra le altre cose direttore dell’Institut Constant de Rebecque a Losanna, membro della Mont Pèlerin Society e della von Hayek Gesellschaft. Lo studio è prefato dal nostro carissimo Pascal Salin, che s’intrattiene sulla natura intrinsecamente oppressiva del sacro fuoco che anima di questi tempi i Paesi ad alta pressione fiscale in ambito Ocse, alimentando negli ultimi 9 mesi reiterate iniziative volte alla lotta contro i famigerati “paradisi fiscali”: denominazione nella quale si accomunano Paesi a basse tasse come Andorra, altri a ordinamenti societari meno prescrittivi come Cayman e Virgin Islands, e altri ancora che nei loro impianti costituzionali e normativi fanno del segreto bancario un pilastro a tutela della libertà, come Austria e Svizzera.
Gli stessi Paesi che a parole si battono per estendere la libertà politica nel mondo e la libera concorrenza nel mercato, formano di fatto tra loro cartelli volti a limitare e reprimere la libertà del contribuente di scegliere tra ordinamenti meno rapinosi e più efficienti, nella comparazione tra ciò che pretendono e ciò che in cambio offrono al taxpayer. “Gli Stati tornano a credere oggi di non poter tollerare alcuna libera volontà da parte dei loro ‘schiavi fiscali’”, scrive Salin, “eppure il beneficio arrecato dai Paesi a minor pressione fiscale, documentato da un’ampia letteratura, non è solo rappresentato dalla maggior libertà nei movimenti di capitale, ma altresì dal maggior accumulo di capitale che così si determina”.
Bressard smonta le pretese degli animatori della campagna in sede Ocse sulla base di quattro presupposti. Primo, la mancanza di una base legale. Secondo, il conflitto d’interesse degli “armonizzatori” fiscali. Terzo, lo squilibrio delle loro spese. Quarto, la patente contraddizione con quanto da sempre riconosciuto in decine e decine di documenti della stessa Ocse. nella Convenzione che ha dato vita all’Ocse nel 1960, non c’è traccia di competenza in materia fiscale, dunque il Forum on Harmful Tax Practices e il Commitee onm Fiscal Affairs ai quali il segretariato dell’Ocse guidato da Angel Gurria ha dato molto peso sono pura espressione della volontà di alcuni grandi Paesi europei ad alto prelievo, come Francia e Germania. Questi stessi Paesi sono del resto i maggiori finanziatori del bilancio Ocse (insieme al Regno Unito che con Gordon Brown è diventato anti paradisi fiscali anch’esso, coprono il 24,5% del bilancio, mentre la Svizzera pesa l’1,5% e il Lussemburgo lo 0,1). In più, sono Paesi che dichiarano la pretesa di una spesa pubblica pressoché incomprimibile, ma in realtà spendono in media tra il 27% e il 29% del Pil in inefficienti sistemi redistributivi, e solo tra il 5 e il 6% in scuola e formazione. Infine, da decenni le conclusioni di molti lavori promossi dall’Ocse hanno con regolare solerzia indicato che l’eccesso di imposizione fiscale scoraggia la crescita, abbatte l’accumulazione di capitale, incentiva l’evasione fiscale, accresce la dipendenza di fasce più ampie della popolazione dall’intermediazione pubblica, eleva la presa di vested e covered interests sull’allocazione di risorse pubbliche, espande prassi di arbitrarietà pubblica e illegalità privata.
Evidentemente, tanti lavori di prestigiosi economisti promossi dall’Ocse – anche di Alesina, per dirne una – sono finiti nel dimenticatoio. Per questo, Bressard elabora un nuovo indicatore comparato dell’op-pressione fiscale, con tanto di rinvio ai testi delle Dichiarazioni dei diritti dell’uomo in cui il diritto alla resistenza all’oppressione è esplicitamente indicato tra i diritti naturali: e questo sia nella tradizione americana che in quella europea. È appena il caso di ricordare quanto la libertà di “votare con i piedi”, abbandonando Paesi oppressivi e scegliendo di incardinare le proprie attività in Stati meno invadenti, abbia dato impulso alla nascita prima di ordinamenti liberali, poi di democrazie rappresentative, infine di sistemi più proclivi al benessere e alla produttività.
L’indice è costruito ponderando ben 18 indicatori diversi, come rilevati dallo stesso OCSE e dalla World Bank, afferenti a tre aree diverse: aliquote marginali delle diverse forme di imposizione e livello di decentramento fiscale; qualità ed efficienza della macchina pubblica; trasparenza, semplicità dell’ordinamento e diritti del contribuente nell’identificazione dell’imponibile e dell’imposta, come nel relativo contenzioso. Trasparenza. In conseguenza, i Paesi vengono a comporre una lista divisa in tre sottogruppi. Quelli a oppressione fiscale tenue se l’indice risulta inferiore a 4,4, media se giunge fino a 5,5, e forte se l’indice è superiore.
L’Italia batte tutti, con un indice di oppressione tributaria pari a 6. Siamo a pari demerito con la Turchia, peggio di Germania, Messico e Polonia a 5,9. La Francia sta a 5,6. Tra i Paesi a “oppressione media” il Regno Unito e gli Usa, con 5,3; Australia, Svezia e Giappone, e non troppo sorprendentemente i Paesi scandinavi che stanno sotto il 5, poiché nel loro caso le alte aliquote di un tempo sono scese, e quanto a efficienza e diritti del contribuente battono tutti . I Paesi a bassa oppressione? Canada: 4,4. Austria: 4,2. Lussemburgo: 3,4. Svizzera: 2. Inutile dire che proprio gli ultimi tre sono il vero oggetto dell’offensiva scatenata dai Paesi ad alta spesa e alte tasse. Purtroppo, anche Tremonti si è unito loro.
Conclusione: noi, se vogliamo avere più chanches di vivere un domani in un Paese meno oppressivo, i cosiddetti paradisi fiscali dobbiamo difenderli con le unghie e con i denti. È il loro esempio di successo, la condanna vivente della rapina fiscale perpetrata ai nostri danni.
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