E’ il nocciolo della politica praticata da Obama e Bernanke, secondo i quali un dollaro debole aiuta a ridurre la disoccupazione USA, che nel suo aggregato ristretto è al 9,6% e in quello allargato, comprendente cioè gli “scoraggiati” a diverso titolo, sale al 16% e oltre. Tuttavia, è un assunto fallace.
Nigel Gault, chief economist al desk americano di Global Insight, ha rielaborato la relazione tra andamento del dollaro e occupati nell’ultimo decennio. Dal 2001, il dollaro ha visto il suo valore deprezzarsi del 31% rispetto a un basket comprendente le cinque maggiori valute nel commercio mondiale. L’export americano negli stessi anni è aumentato del 45%. Ma l’occupazione manifatturiera americana è diminuita negli stessi anni di un terzo, scendendo da 16,4 a 11,7 milioni. Se ci fermiamo all’ultimo trimestre cioè agli effetti sul breve, da giugno a settembre il dollaro è sceso del 10% rispetto alle stesse valute, e l’export americano a settembre è salito dello 0,3%, al livello più alto nell’ultimo biennio. Ma la disoccupazione non diminuisce.
Per almeno due ordini di ragioni. La prima che l’export dei Paesi avanzati verso i Paesi che “tirano”, Cina e Asia innanzitutto, è soprattutto ad alto valore aggiunto, e dunque prodotta laddove macchine, automazione e tecnologie inevitabilmente continueranno a sostituire intensità di lavoro umano. La seconda ragione è che più aumenta l’export in quei Paesi più aumenta il totale di occupati delle imprese esportatrici in quei Paesi stessi: assai più che nei mercato domestici in cui le imprese esportatrici sono radicate. Secondo le cifre elaborate dall’United States Bureau of Economic Analysis il totale dei dipendenti all’estero delle aziende americane esportatrici è più che raddoppiato, negli anni 1998-2008 con l’ingresso della Cina nel WTO, passando da 5 a 10,5 milioni. Occupare dipendenti in Paesi a basso costo del lavoro aiuta a realizzare margini che son più che mai preziosi per investire di più nella qualità di innovazioni, processi e prodotti che vengono “pensati” e sperimentati nei paesi avanzati di provenienza. E più il processo diventa esteso e radicato, meno ovviamente sui bilanci aziendali incide il fattore valutario sulla competitività complessiva delle ragioni di scambio.
E’ esattamente lo stesso fenomeno avvenuto su scala europea per le grandi imprese tedesche delocalizzando nell’Est europeo non appartenente all’euro, a inizio degli anni 2000. Oggi come oggi, per BMW o Mercedes e Audi che hanno triplicato la loro produzione locale in Cina, il fattore cambio dell’euro è praticamente del tutto indifferente rispetto agli enormi margini che realizzano con oltre 500mila vetture di classe elevata vendute su quel mercato nel 2010.
Se tutto ciò è vero per l’economia USA, dove il 65% della crescita viene dalla domanda interna e solo un terzo dall’export, è a maggior ragione vero per noi, dove avviene l’esatto opposto. Chi si augura un euro debole per esportare meglio ha ragione nel breve, basta che sia chiaro che con l’occupazione l’effetto cambio c’entra poco o nulla: per quella serve essere più produttivi, non artifici monetari che nel mondo globalizzato servono più che altro da maschere agli alti debiti pubblici dei governi. Maschere che del resto non reggono più, in America come in Europa.
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Lo studio nasce in realtà dalla domanda se sia giusto, il tentativo di Obama in atto negli USA di estendere lo Stato e il suo prelievo fiscale sempre più verso grandezze europee. Ma poiché per dimostrare la sua risposta – che è no – deve dimostrarne la ragione, e per farlo prende in considerazione gli effetti comparati che la tassazione sul lavoro esercita in concreto sulle ore lavorate in tutti i Paesi Ocse, ecco che i dati servono benissimo a riflettere anche a casa nostra, in Italia. Perché i dati mostrano inequivocabilmente che continua ad aver ragione il buon Ted Prescott, che ci ha preso il Nobel coi suoi studi sul rapporto che l’alta pressione fiscale esercita, disincentivando l’offerta di lavoro.
Per averne evidenza, prima ancora di leggere il paper andate direttamente alle due tabelle. Nella tabella 1 trovate il totale della pressione fiscale e contributiva sul lavoro nei maggiori Paesi OCSE, nel 1960, 1980. e nel 2000. La media OCSE passa dal 25,4% del ’60, al 36% dell’80, al 41,9% nel 2000, cioè cresce in 40 anni di 16,5 punti. Gli Stati Uniti però sono il Paese che resta assolutamente sotto media, passando dal 22,1% del ’60 al 28,6% nel 2000, con un aumento di soli 6,5 punti. Tutti i Paesi europei hanno incrementi a doppia cifra e quasi sempre partendo da una base iniziale più alta: la Germania passa da 33,5% al 47,7% con un più 14,2; la Francia passa da un 36,6% al 49,7% con un più 13,1; la Finlandia da un 26% al 52,4% con più 26,4. L’Italia è il Paese con la maggior crescita del prelievo sul lavoro nel quarantennio dopo appunto Finlandia e Svezia (quest’ultima passa dal 31,6% al 59,1% con un più 27,5). Sul lavoro italiano, la pressione ficale e contributiva passa dal 25,5% del 1960 – una media pari allora a quella del Regno Unito – al 49,1% con un aumento di 23,6 punti (mentre il Regno Unito sale solo di 10 punti, e si ferma nel 2000 a un prelievo del 36%).
Qual è l’effetto sulle ore lavorate esercitato dal diverso andamento del prelievo tributario e contribuitivo? Andate alla tabella 2. In media le ore lavorate settimanalmente per persona di età 15-64 nei Paesi Ocse passano da 28,1 nel 1960 a 23,3 nel 1980 a 22,5 nel 2000: in media cioè a un aumento nel quarantennio del 16,5% di tax rate reale corrisponde una diminuzione di ore lavorate pari a -18,7% in area Ocse.
Solo che questo dato è la media di due sottoinsieme assai diversi. Da una parte ci sono gli Stati Uniti (e il Canada), in cui la limitata crescita della pressione fiscale sul lavoro pari al solo 6,5% ha prodotto un aumento delle ore lavorate del 10% tra il 1960 e il 2000 (state attenti, la cifra delle ore lavorate nel 2000 USA è sbagliata per un refuso: ripetete quella sovrastante del Regno Unito ma ho controllato, in realtà non è 23,3 ma 25,3 rispetto alle 23,7 del 1960, dunque più 10% appunto). Nei Paesi europei, invece, in media maggiore è l’aumento della pressione fiscale maggiore è il decremento di ore lavorate: in Germania il calo è del 30% passando dalle 28,7 del 1960 a 19,8; in Francia è del 35,3% passando dalle 29,8 a 19,3. In Italia il decremento è del 32,3%, passando da 31,2 ore settimanali a 21,2. L’unico Paese a fare vera eccezione alla regola è la Svezia, dove malgrado l’incremento di 27,5 punti di presione fiscale fino allo spaventoso 59%, il decremento di ore lavorate sui limita nel quarantennio al 7% cioè da 25,3 a 23,5: ma la spiegazione è che nel 1960 la media settimanale svedese era già la più bassa dell’Europa continentale, di 7,5 ore inferiore alla media britannica, d 5,9 rispetto all’Italia, di 3,4 rispetto alla Germania.
La conclusione è evidente. Più aumentano tasse e contributi, più la gente sta a casa invece di lavorare. Trovate tutta la letteratura del caso per approfondire indicata a fine saggio, se pensate che le differenze culturali abbiano un peso – ce l’hanno – come i più o meno efficienti sistemi nazionali di welfare – ce l’hanno anch’essi, e il nostro è inefficiente, basato sulle ipertutele rigide concentrate in capo ai dipendenti a tempo indeterminato. Ma l’andamento dell’Olanda, disaggregato per periodi di tempo in cui tasse e contributi sono saliti rispetto a quando la politica ha deciso di abbassarli ( a differenza degli altri Paesi dove l’aumento non ha praticamente mai conosciuto se non soste, ma senza mai invertire segno), testimonia che a ogni discesa e risalita fiscale ha corrisposto inversamente un aumento o una diminuzione delle ore lavorate. Come volevasi dimostrare.
Per questo dico: evviva il sidnacato che si decide a scendere in piazze per meno tasse. Inevitabilmente anche di qui, passa la possibilità – per me: necessità – di una maggior produttività per l’Italia. Noi diremo sicuramente che i tagli a tasse e spesa servono più incisivi, ma il sindacato in questo caso dà una mano eccome. Perché rompe finalmente un tabù storico. Era tempo, santiddio.
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Secondo quanto riferisce il Financial Times, dal mese prossimo la Casa Bianca chiederà ai beneficiari del Recovery Act di comunicare quanti posti di lavoro sono stati salvati grazie all’assistenza pubblica (a oggi, 143 miliardi di dollari). I destinatari di questa richiesta sono in larga misura i governi degli Stati sull’orlo del fallimento, che dovranno spiegare quali progetti hanno finanziato coi trasferimenti federali – dai ponti verso il nulla alle cattedrali nel deserto – e in quale misura ciò ha contribuito a contrastare la disoccupazione. Ora, questa è alchimia pura. Per almeno due ragioni: la prima è che non può esserci alcun double check sui dati forniti. La seconda, cruciale, è che in ogni caso non esiste il controfattuale: se quei soldi non fossero stati offerti agli stati ma fossero stati ri-iniettati nell’economia (o non prelevati dalle tasse), quante persone sarebbero state occupate e perché?
L’assoluta inaffidabilità delle cifre che verranno prevedibilmente sparate da Obama come la dimostrazione del suo successo, è tale che la rubrica Lex vi dedica un gustoso colonnino. Gli autori di Lex sottolineano che questo è un modo inelegante di distrarre l’opinione pubblica dalle questioni davvero importanti, come l’incapacità dell’economia americana di ripartire e il tasso drammatico di sottoutilizzo della capacità industriale a stelle e strisce.
In realtà, comunque, questa idea balzana non è nuova: se ne parla già da mesi. L’esigenza del governo americano di iniettare fiducia nell’elettorato è superiore alla sua onestà, evidentemente: e quindi sufficiente a spingere gli economisti del governo a generare dati non importa quanto falsi, ma rassicuranti. Vale oggi, dunque, il commento di Greg Mankiw di qualche mese fa:
]]>Here is the question I would have asked: “Going forward, what macroeconomic data would you have to observe before you concluded that the stimulus bill has been a failure? Or will you conclude, no matter how bad things get, that the economy would have been in even worse shape without the stimulus? And if the latter is the case, aren’t these quarterly reports just a bit surreal?”
Tra tali tecniche figura il modello di Birth/Death, introdotto nel 2001 per volere dell’Amministrazione Bush, che intendeva in tal modo correggere la tendenza delle indagini statistiche a sottovalutare la creazione di nuova occupazione all’uscita dalle recessioni, quando il tasso di natalità delle imprese tende ad aumentare. Ma il Birth/Death Model, durante le fasi recessive, tende a sovrastimare la creazione di nuova occupazione. La correzione di luglio del modello ha così aggiunto al totale 32.000 nuovi impieghi, circa 7.000 in più di quelli calcolati nel luglio 2008, e vi è più di un motivo per ritenere che si tratti di un’aggiunta scarsamente realistica.
Alcuni osservatori hanno poi fatto notare che il settore auto e quello dei pubblici dipendenti addetti alle operazioni di censimento (le cui assunzioni stanno avvenendo in queste settimane), hanno contribuito al dato ufficiale per ben 100.000 nuovi impieghi, veri o immaginari. In particolare, su base non corretta per la stagionalità, il settore auto ha perduto 8.000 posti, ma dopo le correzioni del BLS avrebbe addirittura creato 28.000 nuovi impieghi. Un differenziale positivo di 36.000 posti ottenuto con un tratto di penna. A questo proposito, la correzione per la stagionalità del settore auto è particolarmente robusta nel mese di luglio perché è in quel mese che si verificano le chiusure per manutenzione di impianti, e ciò determina la messa in libertà del personale, una sorta di cassa integrazione che si riflette nella riduzione del numero di occupati. Quest’anno, come noto, le travagliate vicende di Chrysler e GM hanno stravolto il pattern di stagionalità, ma non la correzione. Tra qualche mese, al momento delle revisioni annuali, scopriremo la verità. Si aggiunga poi che lo scorso luglio il dodicesimo giorno del mese (che è quello in cui avviene la chiusura delle rilevazioni statistiche) è caduto di domenica, e questo ha costretto il BLS a campionare per solo una settimana, aggiungendo disturbo statistico.
Possiamo quindi affermare che, sulla rilevazione del mese scorso della Establishment Survey (quella compiuta mensilmente su circa 400.000 strutture produttive non agricole, pubbliche e private), si è abbattuta una tempesta perfetta di circostanze destinate a produrre, più che un rumore, un vero e proprio frastuono statistico. Ciò non equivale a confutare l’ipotesi di stabilizzazione dei livelli di attività economica, che è probabilmente in atto, ma solo a ricordare che alcuni eventi rari possono aver ridotto la significatività delle metodologie di rilevazione. Oltre naturalmente alla più generale constatazione che l’occupazione è un indicatore ritardato del ciclo economico, e che già l’ultima lieve recessione (quella del 2000-2001) è stata caratterizzata dal fenomeno della jobless recovery, circostanza che deve indurre a studiare più approfonditamente le dinamiche dei mercati del lavoro per meglio comprendere se e a che tipo di discontinuità ci troviamo di fronte.
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