CHICAGO BLOG » Milano http://www.chicago-blog.it diretto da Oscar Giannino Thu, 23 Dec 2010 22:50:27 +0000 it hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.0.1 Milano si agita, ma manca il progetto. di Mario Unnia /2010/07/02/milano-si-agita-ma-manca-il-progetto-di-mario-unnia/ /2010/07/02/milano-si-agita-ma-manca-il-progetto-di-mario-unnia/#comments Fri, 02 Jul 2010 13:39:01 +0000 Guest /?p=6427 Riceviamo da Mario Unnia e volentieri pubblichiamo:

Un entusiasmo progettuale percorre la città dopo tanto letargo. Il Manifesto per Milano promosso dal Corriere della Sera è emblematico: all’elenco chilometrico delle adesioni seguono incontri e assemblee di cittadini che fanno richieste sproporzionate alle risorse e ai tempi necessari. C’è poco da aspettarsi da questa progettazione collettiva se non un’attivazione dell’opinione pubblica a scopo politico, in vista delle elezioni, e forse un incremento delle vendite della testata.

La voce del popolo in quanto tale ha raramente prodotto qualcosa di significativo e di valido, e d’altro canto le classi dirigenti affidabili non hanno bisogno di adunate per sapere cosa fare. E, se non bastasse, è di qualche giorno l’ultima trovata, ‘Sìamo Milano’, che vede riuniti creativi, artisti, intellettuali, o pseudo tali.

In questo clima si sono mossi anche i Radicali con l’iniziativa dei cinque referendum per la qualità dell’ambiente e della vita a Milano. Rispetto all’attivismo velleitario del Manifesto la proposta è migliore sotto il profilo metodologico. Ma purtroppo il referendum consultivo di indirizzo, previsto nello statuto del Comune di Milano, è ben poca cosa. Il Comune entro 60 giorni dall’esito deve dire se è d’accordo e provvedere (i tempi e i modi li sceglie lui, naturalmente), se non è d’accordo deve spiegare il perché. Dunque anche questo strumento di attivazione popolare può dare origine a infiniti dibattiti prima e dopo la consultazione, ma come tutte le modalità di democrazia diretta può favorire una decisione del governo,  però senza vincolarla.

Piuttosto, domandiamoci quale profilo di città evocano i cinque quesiti – mobilità sostenibile, non cementificazione delle aere Expo, riapertura dei Navigli, alberi e verde pubblico, energia pulita. La domanda non è peregrina, e rinvia ad una ricerca fatta dall’associazione ‘Primato Milano’ e presentata nel settembre 2005 in vista delle elezioni comunali. Si trattò di una consultazione tramite questionario scritto di esponenti qualificati della comunità professionale di Milano: l’argomento era duplice, il profilo di metropoli che si immaginava a dieci anni, nel 2016, e di conseguenza il profilo del candidato Sindaco che ne poteva essere il coerente attuatore. I rispondenti furono 230, pari al 53% dei contattati.

Tralascio il profilo del candidato e vengo al profilo della città. Se ne delinearono tre, e ne trascrivo una sintesi dal rapporto finale

Fast Town, la città che compete (indice di convergenza 56%)
Una città con vocazione competitiva, europea, cosmopolita. Centrata sull’ intreccio tra nuova industria e finanza, comprende le attività di ricerca, progettazione, formazione, servizi, e l’apparato terziario, costituito da finanza, borsa, headquarters, authorities. I business portanti sono moda, design, salute, media, università, e il terziario finanziario privato, banche, assicurazioni, fondi e sim. La città privilegia un governo programmatorio e un elevato efficientismo pubblico. Le città di riferimento, citate per la nuova industria, sono Barcellona, Lione, Francoforte, Monaco, e, per la finanza, Londra, Francoforte, Zurigo. Francoforte sembra riflettere l’intreccio “nuova industria e finanza” indicato dagli intervistati.

È tuttavia il modello di città non è esente da contraddizioni. Infatti, è una città mono-dimensionale che rischia di non vedere o addirittura di contrapporsi alle esigenze, ai valori, alle culture, alle etnie diverse o emergenti. È una città che può subire i meccanismi degenerativi della competizione. Da ultimo, è una città più interessata al lavoro che alla qualità della vita. L’impegno nel raggiungimento degli obiettivi economici può mettere in secondo piano il valore della socialità.

Slow Town, la città che vuole la qualità della vita (indice di convergenza 35%)
È un modello di città ‘alternativo’. È una città che auspica e persegue una diversa qualità della vita, valorizza il patrimonio storico-culturale anche come fonte di business, è orientata all’estetica, alle comunità che la costituiscono, al ‘punto di vista del cittadino medio’. È sensibile alle culture e agli stili di vita diversi ed emergenti, al volontariato, in parte alternativa alla tradizione milanese. Lo sviluppo è affidato prioritariamente alle attività culturali ed educative, al turismo, all’entertainment, al non profit. La città privilegia un governo concertativo e caratterizzato dai processi corali/assembleari di gestione del pubblico. Le città citate per la bellezza, il comfort e la qualità della vita sono Ginevra, Amburgo e Copenaghen.

Ma si porta dietro anch’essa alcune rilevanti contraddizioni. Innanzitutto non ha chiaro il profilo di una classe dirigente adatta al suo progetto e privilegia una governance fondata sul metodo della concertazione che comporta eccessive lentezze decisionali. Tende, poi, a non affrontare il problema del come promuovere nuove e adeguate  fonti di ricchezza. E, da ultimo, rischia una diaspora ed uno spezzettamento dei valori.

Hard Town, la città che funziona (Indice di convergenza: 9%)
È sostanzialmente una città austera. Ricerca una fase di assestamento, dopo le stagioni dello sviluppo e della crisi, ed è orientata alla manutenzione migliorativa della situazione esistente. L’obiettivo del buon funzionamento della città prevale sulla volontà competitiva. L’opzione minimalista è suggerita da un realismo conformista. L’equilibrio attuale tra attività e servizi non è soddisfacente, ma non va stravolto, bensì  migliorato. La città privilegia l’efficientismo di una classe dirigente burocratica. Le città di riferimento sono Barcellona e Monaco (evidentemente per ragioni diverse da quelle che sono un riferimento obbligato per la Fast Town) e Stoccolma.
Anche questo modello di città non è esente da contraddizioni. Si tratta, infatti, di un modello di città sostanzialmente anonima, che tende ad essere utilizzata dai cittadini come un bene strumentale e non mostra forti aperture culturali verso il nuovo e il diverso. Di più: è una città che si considera ‘fredda’ ai valori del business, non supporta prioritariamente l’attività imprenditoriale.

E veniamo alle conclusioni. Il lettore può divertirsi a confrontare, a distanza di cinque anni, la Milano di oggi con i tre profili individuati allora dalla ricerca, e scegliere quello che più si avvicina alla realtà odierna. Può anche essere un esercizio utile.

Tornando al documento,  è certamente datato, ma mantiene una sua validità. Innanzitutto ricorda che occorre individuare, attraverso opportuni sondaggi, non una lista di singoli problemi pratici, che sono ben noti a tutti, bensì ‘visioni’ o ‘profili’ della città di Milano. Ciò che manca nel dibattito popolare del Manifesto per Milano e anche nei referendum dei Radicali. I cinque referendum riguardano appunto singoli problemi pratici, ma non delineano un profilo coerente che si richiami, ad esempio, alla Slow Town.

Inoltre ricorda che è velleitario pensare ad una città che ‘armonizzi’ i tre profili indicati: ne risulterebbe un compromesso, e Milano è segnata da una serie di falliti compromessi. Gli alberi in piazza del Duomo o davanti al Cenacolo sono l’ultimo delirio compromissorio. La vocazione della città non può che essere una, preminente, e questa ne definisce la specificità.

Infine, un avvertimento: ogni modello di città richiede una classe dirigente funzionale alla sua vocazione. La scelta della classe dirigente ad hoc presuppone idee chiare nella cittadinanza: ma non sono i Manifesti  né i referendum di basso profilo quello che aiuta i cittadini alla scelta migliore.

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Manifesto per Milano, chi conta non ha firmato /2010/05/15/manifesto-per-milano-chi-conta-non-ha-firmato/ /2010/05/15/manifesto-per-milano-chi-conta-non-ha-firmato/#comments Sat, 15 May 2010 13:56:39 +0000 Guest /?p=5995 Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Mario Unnia

Il coraggio e l’orgoglio, questo il motto del Manifesto per Milano, pubblicato a doppia pagina sul Corriere della Sera di giovedì 15 maggio. C’è un ‘decalogo’ di buoni propositi, con titoli tipo ‘Ritrovare l’anima’, oppure ‘Guardare oltre’, e ancora ‘La paura da vincere’, e in più cinque ‘progetti’: naturalmente solidarietà, naturalmente ambiente, naturalmente salvare Milano, naturalmente cultura del fare, naturalmente Expo. Come si vede, fotocopie di fotocopie. Ma la sorpresa viene dall’elenco dei firmatari detti ‘protagonisti’, che si sono accodati ai tre estensori del Manifesto. Ci si trova di tutto e il contrario di tutto, destra sinistra e centro, in maggioranza gente di teatro, di stampa, di accademia, di scienza, di mondo. E a pag. 18, in bella mostra, il sindaco Moratti e il cardinale Tettamanzi, mallevadori, par di capire, dell’intero progetto. Insomma, vengono in mente il vescovo e il podestà, i due unici poteri delle città medioevali. Stando alle firme, i poteri che contano sono restati fuori.

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Il federalismo polis-centrico. Di Mario Unnia /2010/04/08/il-federalismo-polis-centrico-di-mario-unnia/ /2010/04/08/il-federalismo-polis-centrico-di-mario-unnia/#comments Thu, 08 Apr 2010 07:05:19 +0000 Guest /?p=5618 Riceviamo da Mario Unnia e volentieri pubblichiamo.

Quale il ruolo di Milano in una Lombardia schiacciata, come un tramezzino, tra Piemonte e Veneto animati da un forte protagonismo? Si potrà ancora parlare di un primato di Milano, ovvero di una sua egemonia sull’intero Nord? Per rispondere giovano alcune riflessioni proprio sul federalismo di cui si farà un gran parlare nei prossimi mesi.

A sentire il dibattito post elettorale il grande vincitore serebbe il federalismo regionalista e il partito del territorio, grazie ai quali l’Itala si avvierebbe a vivere la sua stagione di progressivo spostamento dell’egemonia politica dallo stato (che pur vive un momento di rilancio, ma solo a causa della crisi)  alle regioni: il tutto presentato come un portato dei tempi.

Il paradosso è che in verità le cose non stanno proprio così, come insegna l’esperienza dei paesi confrontabili con il nostro. Nel grande processo di globalizzazione, rallentato dalla crisi, ma non interrotto e destinato a riprendersi e a sviluppare, non sono né gli stati e tanto meno le regioni, bensì le grandi città i luoghi in cui avviene l’intersezione tra i processi di globalizzazione e le dinamiche culturali, sociali e politiche (le due dimensioni espresse dal vocabolo ‘glocal’). In un mondo strutturato dalle reti, una di queste collega le capitali politiche, un’altra le città finanziarie, una terza le città della scienza e della ricerca, una quarta quelle della comunicazione, e così via. Ma sono i nodi che contano, perché la reti sono a modo loro gerarchiche (come a maggior ragione è gerarchica la ‘grande rete’ per antonomasia, a dispetto di quel che pensano gli ingenui navigatori) . Infatti è l’eccellenza della funzione ad assegnare ad una città la leadership nella rete di appartenenza; senonchè, la vera leadership la guadagna e la mantiene la città che si trova all’intersezione del più alto numero di reti. L’esempio emblematico è Londra, che è al tempo stesso capitale politica, finanziaria, dell’informazione, della cultura, e dello spettacolo.

Ne consegue una forte competizione tra città (dall’Expo alla Formula Uno) all’interno del sistema urbano transnazionale, trasversale rispetto agli stati, che in parte coincide, in parte no, con la competizione tra territori.  Emerge una sorta di confederazione di centri di potere urbani, verrebbe da dire una lega di potenziali città-stato. Le città che non si inseriscono in questo sistema vengono prima  o poi retrocesse a capitali di contado.

La tendenza all’affermazione del sistema urbano transnazionale sinteticamente evocato capovolge i paradigmi concettuali del federalismo, e suggerisce proprio ai fautori del medesimo una pausa di riflessione. E’ un paradosso non solo apparente, ma lo spostamento di fatto, al di là dei desideri e delle ideologie, del peso politico dal territorio ai nodi delle reti, costituiti dalle città, ridimensiona il modello del federalismo regionalista dal momento che non è la regione, e tanto meno la macroregione, il soggetto percepito come soggetto politico principale (vedi il recente comportamento elettorale). Si può aggiungere, altro paradosso solo apparente, che è proprio il territorio il soggetto sconfitto dalla globalizzazione se è privo al suo interno di un nodo di eccellenza, di una città egemone nella rete transnazionale, e questo è vero anche se molti federalisti impiegheranno tempo per rendersene conto. Va da sé che la tendenza in atto rende obsolete le ipotesi secessioniste dei territori; e, terzo paradosso solo apparente, condanna i partiti territoriali proprio nel momento in cui sembrerebbero essere i dominatori dell’arena politica.

Il federalismo cui guardare è dunque il cosiddetto ‘federalismo polis-centrico’. L’obiezione, che il federalismo polis-centrico estremizzi la frammentazione territoriale, non regge, perché proseguirà in futuro la frammentazione degli stati in unità più piccole ed emergeranno alcune città non solo in forza della dimensione, bensì anche della funzione e dell’autosufficienza fiscale. Un’ altra possibile evoluzione è verso l’expanded federalism, che comprende le città-nodo come terzo partner al fianco del governo federale e degli stati. In Usa si discute di federalismo urbano e di federalismo urbecentrico: ambedue i modelli evidenziano il posto che le città occupano nella struttura del sistema federale, tra i governi degli stati e il governo di Washington.

Occorre aggiungere che questo neofederalismo polis-centrico è il prodotto del declino della forma stato dominante nell’epoca moderna, e a modo suo è un ritorno alle origini del federalismo: evidenzia infatti la prevalenza della negoziazione e tendenzialmente del ‘contratto’ tra comunità federate, in primis le città-nodo, piuttosto che del ‘patto politico’. Dalla crisi dello stato emergerebbe  un insieme di contratti, di aggregazioni di diritti e di obblighi che hanno alla base negoziazioni di carattere privatistico, ciò che esisteva nella fase che precedette appunto la formazione e il consolidamento dello stato moderno.

In questa prospettiva Milano può evitare la fine del salame nel tramezzino. Purchè rifletta su se stessa, sui suoi assets, faccia un check up delle sue energie vitali, e si ponga l’obiettivo di diventare davvero una città-nodo nel federalismo transnazionale polis-centrico. Con una classe dirigente all’altezza della partita.

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Lavare le strade per ridurre lo smog? Non vale la spesa /2010/03/23/lavare-le-strade-per-ridurre-lo-smog-non-vale-la-spesa/ /2010/03/23/lavare-le-strade-per-ridurre-lo-smog-non-vale-la-spesa/#comments Tue, 23 Mar 2010 09:48:59 +0000 Francesco Ramella /?p=5465 Bocciata a Milano la proposta di sperimentazione del lavaggio delle strade per ridurre il risollevamento delle polveri.
Scrive il Giornale che vi sarebbe il rischio di intasamento delle fogne e di allagamento delle strade. La motivazione più interessante che ha fatto propendere per il no è però quella evidenziata dall’assessore all’ambiente Paolo Massari secondo il quale: «sembra che l’effetto stimato sul contenimento del Pm10 non sarebbe tale da giustificare la spesa». Ottimo. Di norma, infatti, i provvedimenti di tutela ambientale vengono posti in essere a prescindere da una valutazione dei rispettivi costi e benefici. E’ sperabile che l’approccio seguito nel caso a Milano da eccezione diventi la regola sia per quanto riguarda gli altri interventi volti a limitare lo smog (limitazioni del traffico, incentivi al rinnovo del parco veicolare, investimenti a favore del trasporto collettivo) sia negli innumerevoli altri casi di regolamentazione.

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Milano, Stelline: non sarebbe ora di privatizzare? /2010/02/13/milano-stelline-non-sarebbe-ora-di-privatizzare/ /2010/02/13/milano-stelline-non-sarebbe-ora-di-privatizzare/#comments Sat, 13 Feb 2010 18:35:04 +0000 Carlo Lottieri /?p=5174 In queste ultime ore le cronache hanno più volte sottolineato come il presidente della Commissione Urbanistica del comune di Milano, Camillo Milko Pennisi (adesso in prigione, perché al centro di una vicenda di tangenti), sia anche amministratore delegato delle Stelline, un centro congresso di proprietà del Comune di Milano e utilizzato da molte realtà pubbliche o private. Si tratta infatti di un bel palazzo in cui si tengono convegni e dibattiti di ogni genere.

Alla luce degli ultimi fatti, gli inquirenti stanno ovviamente mettendo sotto la lente di ingrandimento tutte le attività di questa istituzione meneghina e  al momento è impossibile sapere se quel lavoro produrrà risultati oppure no. Quel che però bisogna chiedersi è se sia normale che nessuno reagisca scandalizzato di fronte alla notizia che un Comune sia proprietario di strutture di questo genere e, di conseguenza, ne affidi la gestione ai notabili della politica locale. Che le Stelline siano da privatizzare è così evidente a chi abbia un minimo di senso comune che il vero scandalo non sono le eventuali malversazioni, ma che una simile realtà sia controllata dalla politica e dalla burocrazia cittadine. E che nessuno scenda in campo a pretendere che si proceda al più presto a una cessione di struttura e attività.

Qualche volta sono i disastri a produrre buone conseguenze. Se dalla squallida vicenda dei 10 mila euro chiesti per “accelerare” la pratica dell’imprenditore bresciano potesse emergere una discussione in grado di portare alla cessione delle Stelline e delle altre realtà di questo tipo che il Comune milanese gestisce e controlla, tutto sommato il bilancio finale potrebbe essere giudicato positivo.

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Ecopass, che fare? /2009/11/02/ecopass-che-fare/ /2009/11/02/ecopass-che-fare/#comments Mon, 02 Nov 2009 17:34:16 +0000 Francesco Ramella /?p=3560 Ecopass, che fare? E come decidere? Sulla base delle preferenze degli elettori o facendo riferimento a valutazioni più oggettive? La prima strada, forse mai davvero intrapresa, sembra essere stata abbandonata. Non vi sarà alcun referendum sul pedaggio; ad un campione di cittadini milanesi sarà sottoposto un questionario più generale sulle politiche di mobilità sostenibile del Comune. Dall’altro lato, come evidenziato da Andrea Boitani su lavoce.info, non sono state finora prodotte analisi quantitative che consentano di esprimere un giudizio argomentato sul rapporto benefici / costi del provvedimento e di eventuali sue modifiche. In assenza di valutazioni specifiche del provvedimento milanese, utili indicazioni si possono trarre dall’esperienza londinese.

In quel caso, di analisi costi/benefici ve ne sono ben due, con risultati non univoci. Se per Transport for London (TfL), l’agenzia londinese per la mobilità che ha implementato lo schema di congestion charge, il provvedimento è da valutarsi positivamente (rapporto benefici/costi pari a 1,3), per Rémy Prud’Homme, professore emerito dell’Università di Parigi XII, i costi di investimento e di gestione del sistema di pedaggiamento superano di gran lunga i benefici. Dunque, sarebbe stato preferibile non adottare il provvedimento. La discrepanza fra le due analisi è data dal fatto che TfL conteggia tra i benefici anche i risparmi di tempo conseguiti all’esterno dell’area di pedaggio. Sono benefici valutati per via modellistica e non verificabili empiricamente (la riduzione del tempo del singolo viaggio è di entità troppo modesta, qualche secondo, per poter essere misurata). Le due analisi, pur giungendo a conclusioni opposte, presentano però anche significativi elementi comuni alla luce dei quali si possono esprimere alcune valutazioni sull’esperimento milanese. La valutazione più importante che accomuna i due studi è data dal fatto che i benefici del provvedimento sono per la quasi totalità conseguenti alla riduzione dei tempi di percorrenza per gli automobilisti; del tutto marginali sono quelli correlati alla riduzione dell’inquinamento atmosferico. Come si può leggere nel terzo rapporto annuale di valutazione della congestion charge:

“It is not possible to detect changes in measured air quality that could be associated with the introduction of congestion charging in February 2003” (p. 109)

Infatti:

“Although road traffic is a very important source of emissions, other sources also contribute to total observed pollution…Air quality measurements (particularly of PM10) are very susceptible to the influence of ‘secondary’ or ‘imported’ pollution from elsewhere. This is particularly important during periods of unusual weather, when this component of the total pollution load can dominate recorded levels.” (p. 121).

Le stesse conclusioni si possono trarre per il caso milanese: basti pensare che le emissioni totali di PM10 in Lombardia sono pari a circa 25.000 tonnellate/anno. La riduzione di emissioni ottenuta grazie all’Ecopass è inferiore alle 10 tonnellate ossia lo 0,04% a livello regionale e meno dell’1% in ambito provinciale (la combustione di legna produce 4.800 t di PM10).
D’altra parte, qualsiasi provvedimento volto a diminuire le emissioni tramite un riduzione del traffico stradale è destinato oggi ad avere risultati del tutto marginali e via via più insignificanti. Il drastico miglioramento della qualità dell’aria degli ultimi decenni è infatti avvenuto non grazie alla riduzione del traffico ma nonostante una rilevante crescita della mobilità. Il fattore determinante per la riduzione delle emissioni è stato rappresentato dall’innovazione tecnologica e dal conseguente crollo delle emissioni unitarie dei veicoli. Un assessore alla mobilità che volesse oggi conseguire lo stesso risultato che, venti anni fa, un suo predecessore poteva raggiungere togliendo dalle strade diecimila auto sarebbe costretto ad attuare un provvedimento che portasse alla riduzione di un numero di auto in circolazione dieci volte superiore. Oppure, lo stesso risultato che nel 1980 si poteva conseguire con la realizzazione di 1 km di metropolitana oggi richiederebbe la realizzazione di una linea di dieci chilometri.
Politiche del traffico e qualità dell’aria non sono più strettamente correlate. In tale prospettiva dovrebbe essere valutata un’eventuale modifica dell’Ecopass.
La sostanziale irrilevanza del pedaggio sotto il profilo ambientale non significa una bocciatura senza appello dello strumento che, però, dovrebbe essere utilizzato non “contro”, come vorrebbero gli ambientalisti, ma a favore degli automobilisti. Il pedaggio dovrebbe essere considerato come un prezzo che segnala la scarsità di un bene (in questo caso lo spazio stradale) agendo sul lato della domanda ma, al contempo, le risorse acquisite dovrebbero essere utilizzate per agire sul lato dell’offerta, ossia potenziando la rete infrastrutturale. E’ il modello adottato in passato dalla città di Oslo che, in parallelo, ha introdotto un pedaggio per l’ingresso in città ed ha realizzato nuovi collegamenti stradali sotterranei. Nell’arco di poco più di dieci anni l’investimento effettuato è stato ripagato dagli automobilisti che hanno beneficiato di un minor tempo di spostamento. Non mancano anche per Milano progetti di infrastrutture analoghe. Se presentato in tale ottica non punitiva, verosimilmente il pedaggio (per accedere ad un’area oppure per utilizzare i tunnel sotterranei) troverebbe il consenso di una parte assai più ampia di cittadini e non sarebbe più necessario ricorrere alla “bugia pietosa” dell’ambiente per farlo accettare.

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Milano, Italia: l’edilizia pubblica di ghetto in ghetto /2009/08/15/milano-italia-ledilizia-pubblica-in-ghetto-in-ghetto/ /2009/08/15/milano-italia-ledilizia-pubblica-in-ghetto-in-ghetto/#comments Sat, 15 Aug 2009 17:25:09 +0000 Carlo Lottieri /?p=2127 In data 14 agosto, l’agenzia ANSA dava notizia di un’azione condotta dalle forze dell’ordine nella zona Nord di Milano all’interno di un quartiere Aler (gli edifici costruiti dallo Stato e messi a disposizione delle categorie più deboli).

Operazione congiunta di polizia e carabinieri in un quartiere periferico della zona Nord di Milano, il cosiddetto “ghetto”, una serie di palazzi popolari tra viale Zara e viale Fulvio Testi. Le forze dell’ordine hanno circondato i palazzi, eseguito controlli a persone e autoveicoli, e perquisizioni domiciliari per droga e armi.

Le case popolari del cosiddetto “ghetto”, quartiere periferico della zona Nord di Milano, sono state recentemente oggetto di un’inchiesta del Corriere della Sera per via del degrado, dell’abusivismo e dello spaccio di droga. Una sorta di “terra di nessuno”, come ha denunciato il quotidiano di via Solferino, di fronte alla quale si sono levate, da più parti, richieste di intervento.

Se l’opposizione in Comune a Milano ha chiesto a più riprese di far intervenire nel “ghetto” i militari, l’Aler ha anche proposto di assegnare case a poliziotti nel quartiere. Anche il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha affrontato la questione: in un’intervista ha riferito di aver “chiesto al prefetto un intervento più incisivo per questa e altre zone della città”.

Insomma : l’edilizia popolare produce non solo morosità, sprechi e corruzione, ma favorisce anche (per ragioni facilmente comprensibili) un progressivo degrado della vita sociale. Costruire quartieri e destinarli a quanti posseggono i requisiti per essere aiutati e si trovano in cima alle graduatorie significa “pianificare” (un po’ per stupidità, un po’ per superficialità) un fallimento. Significa far sì che i figli di persone caricate da problemi si trovino a convivere – nelle classi scolastiche come nei cortili – quasi esclusivamente assieme ad altri bambini che vivono in famiglie caricate da analoghi problemi.

Eppure solo il 21 luglio scorso l’assessore alla Casa del comune milanese, Gianni Verga, salutava con soddisfazione il varo dell’ennesimo piano casa governativo (i 100 mila alloggi in 5 anni promessi dal premier Silvio Berlusconi):

“Il Piano Casa decretato dal Presidente del Consiglio arriva in ritardo, ma rappresenta un avvio importante per sviluppare interventi utili che serviranno a dare una casa alle diverse fasce del bisogno”. Con queste parole l’assessore alla Casa Gianni Verga ha accolto il decreto che si pone l’obiettivo di costruire centomila alloggi in 5 anni. Beneficiari del Piano Casa saranno i nuclei familiari a basso reddito, le giovani coppie, gli anziani in condizioni sociali svantaggiate, gli studenti fuori sede, gli sfrattati e gli immigrati regolari a basso reddito e residenti da almeno 10 anni in Italia o da 5 nella stessa Regione. Insieme ai più bisognosi, potranno beneficiarne i ceti medi e medio-bassi che non possono sostenere i prezzi di mercato”.

È davvero bizzarro che un giorno si intervenga con il fucile spianato per tentare di porre rimedio ai guasti causati dal socialismo urbanistico, e un altro giorno – quasi senza avvedersi del nesso tra le due cose – ci si impegni a porre le basi per un’ulteriore espansione della gestione statale delle abitazioni e, quindi, per nuovi e sempre più pericolosi ghetti.

Non sarebbe molto meglio privatizzare (anche offrendo condizioni di favore per gli attuali residenti ) le abitazioni oggi di proprietà pubblica e con il ricavato avviare un programma di buoni-casa a favore di quanti hanno seri problemi economici, lasciando però che essi vadano a vivere in quartieri “normali”, e non nei dormitori predisposti da sindaci e assessori?

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Meomartini in Assolombarda, vince lo Stato /2009/06/15/meomartini-in-assolombarda-vince-lo-stato/ /2009/06/15/meomartini-in-assolombarda-vince-lo-stato/#comments Mon, 15 Jun 2009 13:36:48 +0000 Oscar Giannino /?p=1024 Pubblico delle grandi occasioni all’Auditorium del Conservatorio, oggi a Milano. E’ stato l’esordio di Alberto Meomartini, portato alla guida della maggiore territoriale di Confindustria dall’Eni di Paolo Scaroni, abile nell’approfittare delle divisioni tra “grandi” e “piccoli” privati milanesi. Spada, il quarantatreenne candidato officiato dall’uscente Daniela Bracco, non è riuscito ad ottenere la maggioranza, tra le ambizioni deluse di Benito Benedini e mal di pancia diffusi della maggioranza delle piccole aziende.

Meomartini, per così dire, ha scelto di volare basso. Della crisi finanziaria ed economica, l’elemento più rilevante è il reingresso dello Stato al centro dell’economia, con 1800 miliardi di dollari di ripubblicizzazioni, più dei 1500 miliardi di privatizzazioni in tutto il mondo dai tempi della Thatcher a oggi. Con una punta di perfidia, nell’osservare che vengono ripubblicizzati anche settori tradizionalmente considerati soggetti a stretta vigilanza pro concorrenza. L’esempio è stato quello dell’auto. Ma, provenendo da un presidente espressione dell’Eni, non c’è dubbio che è un bel programmino rispetto ai privati dell’impresa milanese. Chi avesse cercato un caveat o un altolà alla rivincita dello Stato, nella relazione di Meomartini non l’avrebbe trovato. Perché dottrina ed economisti sono sprovvisti di ricette certe, ha detto Meomartini, quanto ad effetti del processo, sua prevedibile durata ed eventuale reversibilità. Davvero? A me non risulta, che decenni di studi e analisi siano per così dire privi di una verità attendibile, quanto ad effetti dello Stato padrone……

Mi auguro solo che Meomartini sia stato tradito dall’esordio.  Non mezza parola contundente sullo stato o sulle richieste delle imprese milanesi e lombarde. Non una sola parola incisiva su Tem, Brebemi, Pedemontana, sui ritardi del collegamento ferroviario di Malpensa, sulle dilazioni dei maggiori progetti urbanistici della città, da Porta Vittoria all’ormai tramontata Città della moda che doveva sorgere  a Porta Nuova-Porta Garibaldi. La linea, almeno alla prima uscita, sembra “non disturbare il manovratore”: di sicuro gli amministratori milanesi non avranno di che dolersi, di tanta comprensione. Ma le imprese?  Quasi metà dell’intervento è stato dedicato al tema della messa in rete delle Università, manco Assolombarda fosse una sede distaccata del ministero della Gelmini. Persino per l’Expò 2015, la brillante idea è quella di un maxi progetto Erasmus per invitarvi migliaia di studenti europei. Sono rimasto senza parole. Francamente, sia per l’Expò con tutti gli errori che vi ha commesso la politica, sia per tutti i maggiori temi della grigia stagione che vive Milano, la delusione odierna è stata grande.  Diana Bracco aveva tanti difetti: ma se questo sarà l’andazzo, sarà presto rimpianta. Altro che orgoglio meneghino dei privati antistatalisti: prove generali di rassegnazione, nella un tempo capitale morale del Paese.

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Se l’ingegner Capra si muove da politico consumato… /2009/05/30/se-l%e2%80%99ingegner-capra-si-muove-da-politico-consumato/ /2009/05/30/se-l%e2%80%99ingegner-capra-si-muove-da-politico-consumato/#comments Sat, 30 May 2009 06:43:28 +0000 Carlo Lottieri /index.php/2009/05/se-l%e2%80%99ingegner-capra-si-muove-da-politico-consumato/ Nei giorni scorsi si erano alzate molte voci sdegnate dopo la decisione del comune di Brescia di revocare i propri rappresentanti del consiglio di rappresentanza di A2A. Si era detto – e le cose stanno così – che si era trattato di una decisione “tutta politica”, conseguente al fatto che l’ing. Renzo Capra e i suoi fedelissimi sono uomini lontani dai nuovi equilibri cittadini determinati dall’elezione del nuovo sindaco, Adriano Paroli.
Soprattutto si era molto agitata una parte della grande stampa nazionale, che però – alle solite – ha introdotto una contrapposizione risibile: i tecnici (da una parte) contro i politici (dall’altra). Quasi sottacendo che la distanza tra Capra e il centro-destra era conseguente, è ovvio, alla storica collocazione dell’ingegnere piacentino nel centro-sinistra: e in particolar modo nella Dc montiniana. Perché non si resta per decenni alla testa di un’impresa municipalizzata altamente lottizzata se non si hanno agganci politici solidissimi.
Il comportamento davvero disinvolto – limitiamoci a questo aggettivo – tenuto ieri dall’ingegner Capra nel corso dell’assemblea di A2A (durante la quale ha rilevato errori formali nella pubblicazione dei patti parasociali e quindi ha negato il diritto di voto alla maggioranza, composta dai comuni di Milano e di Brescia), ha fatto cadere la maschera. Ormai è chiaro che siamo dinanzi ad una guerra, antica, tra due parti politiche che in vario modo cercano di legittimarsi: vantando di avere competenze che altri non hanno, di rappresentare i veri interessi delle città interessate, di essere i più vicini ai “migliori” o al popolo, e via dicendo.
Perfino il “Corriere della Sera”, stavolta, ha sostenuto che “la sensazione diffusa è che si stia consumando una vendetta”. Non siamo insomma di fronte ad un’analisi costi-benefici sul futuro dell’azienda, né ad un progetto per modernizzare la multi utilities. No: politica, solo politica, vecchissima politica.
Nel frattempo il lavoro passa ai legali (li pagheremo noi contribuenti, statene certi), mentre il titolo perde il 4% e la credibilità degli attori molto di più. Una cosa è curiosa: Capra è nato nel 1929 e quindi è riuscito per ottant’anni della sua vita (fino a ieri, in poche parole) a far credere a taluni – compresi vari autorevoli commentatori della grande stampa – di essere un tecnico. Fino a ieri, appunto.
Impossibile, allora, non concordare con quanto affermato da Basilio Rizzo, “storico” esponente comunale della sinistra milanese: «Quando i gruppi di potere giocano sulle società come fossero cosa propria, ne fanno le spese l’azienda nel suo complesso e in particolare i piccoli risparmiatori, e si dà spettacolo squallido».
D’accordo. Ma allora, a quando una bella privatizzazione, la quale apra al mercato i servizi ora egemonizzati da A2A e quindi dagli uomini di partito?

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