I due punti non chiari – a me almeno – della proposta Tremonti-Juncker riguardano: i tassi ai quali si praticherebbe lo swap tra debito nazionale e debito dell’EDA; il premio ai più deboli. I tassi d imercato cioè spread compresi sono esclusi, naturalmente, in sede ci conversione. I proponenti hanno parlato di conversione “alla pari”, e hanno aggiunto che anzi andrebbe assicurato un premio ai Paesi sotto stress. E’ come dire che aboliamo dal 50 al 100%b il potere del mercato di esprimere un giudizio sui diversi premi di rischio Paese: non si tratta di essere tedeschi, per respingere un’idea di questo tipo. E’ evidente che incoraggia comportamenti irresponsabili, da parte della politica fiscale e di bilancio a livello nazionale. La seconda proposta non chiara riguarda il proposto meccanismo di sostegno da parte dell’EDA al finanziamento di almeno il 50% dei nuovi titoli che sarebbero emessi dagli Stati membri, e anche qui si propone di giungere fino al 100% dui finanziamento in caso di stress. Un secondo e temibile premio all’azzardo morale dei governi.
Veniamo all’Italia. Tremonti, tra manovra pluriennale estiva e correzioni nella legge di stabilità per il 2011, ha frenato il deficit tendenziale dello 0,9% di Pil per il 2011, e dell’1,5% sia nel 2012 che nel 2013. Altri hanno dovuto fare sforzi multipli di tali grandezze. La spiegazione del perché siano stati “costretti” a fare più dell’Italia si chiama avanzo primario. Il saldo primario è la differenza tra uscite e entrate, al netto della spesa per interessi sul debito. Tra i 16 paesi dell’eurozona l’Italia è in testa. Positivo nel 2008 (+2,5% del Pil) il saldo primario italiano ha girato, causa recessione, per la prima volta dal 1991 in territorio negativo nel 2009 (-0,6%). Per il 2010, si dovrebbe chiudere di poco sotto lo zero. Per tornare ad avanzo primario positivo nel 2011. Livelli nettamente migliori della media dell’eurozona, pari a -3,6% nel 2010 e a -2,9% nel 2011. Tra i big, la Germania registrerà disavanzi primari nel 2010 e 2011 del -2,3% e -2%, la Francia del -5,4% e -4,5%. Terribili gli andamenti dell’Irlanda (-8,8% e -7,6%), Spagna (-7,6% e -7,2%). Meglio la Grecia post massicci tagli primaverili(-4,0% e -4,1%).
Ma il premio di rischio dei titoli pubblici dipende da altre due cose: dalla crescita, dall’ammontare di interessi da pagare sul debito. Eccoli, i talloni d’Achille del nostro Paese. L’aumento del Pil italiano è dell’1,1% quest’anno e l’anno prossimo, previsto in lieve miglioramento nel 2012 all’1,4%. La serie tedesca è 3,7%, 2,2% e 2%. Quella francese +1,6% in 2010 e 2011, 1,8% nel 2012. Quando la crescita di un Paese è inferiore agli oneri sul debito, o l’avanzo primario compensa la differenza oppure il debito pubblico sale ancora. Noi siamo su quella via: ma tutti quelli che gridano contro Tremonti, al centro e a sinistra, vogliono più spesa pubblica.
Infine, gli interessi sul debito. Siamo più esposti alle oscillazioni degli spread di altri che hanno avanzi primari peggiori. Per diluire il più possibile gli interessi del debito ed accrescere la durata media dei titoli emessi noi teniamo in media quattro aste al mese, due di titoli a breve e due a durata medio-lunga. L’ammontare è minore delle maxi aste concentrate in pochi mesi adottate dai più nell’eurozona. Una strategia ottima quando è basso lo spread, come nel primo decennio dell’euro. Quando il mercato balla, più emissioni si traducono in più occasioni per il mercato di premere il doppio pedale tra basso prezzo nominale di acquisto e alto rendimento. Per questo siamo finiti sopra i 200 punti base, la settimana scorsa.
In conclusione: la finanza pubblica italiana è apparentemente più sotto controllo che tra i nostri partner, come pura dinamica di spesa comparata. Ma la bassa crescita e l’esposizione alla volatilità consigliano tre cose. Non abbassare la guardia, cioè spendere meno e non di più. Molto meno, per abbattere le tasse. E, se possibile, una manovra di rientro straordinario del debito. Il patrimonio immobiliare liquidabile pubblico – escluso tutto ciò che è vincolato, non parliamo di Colosseo e Pompei – vale circa 500 miliardi. Cederne anche solo due terzi, con veicoli e procedure di mercato, abbassa il debito pubblico di 20 punti di Pil, al di sotto della media dell’eurozona l’anno prossimo. Sarebbe la fine dell’eccezione italiana, la premessa per concentrarsi sulla vera sfida: crescere di più.
eniamo all’Italia.
]]>Ma andiamo con ordine. HRE è una banca, specializzata in mutui immobiliari con sede a Monaco di Baviera, nata nel 2003 a seguito dello spin-off da Hypovereinsbank, a sua volta fusasi con Unicredit nel 2007. La voragine nei conti di HRE, causati dagli affari spericolati della controllata irlandese Depfa Bank, divenne di pubblico dominio solo verso la fine di settembre del 2008, quando il watchdog dei mercati finanziari tedesco (BaFin), la Bundesbank e l’associazione delle banche tedesche (BdB) decisero di concedere linee di credito al gruppo, al fine di tamponarne le difficoltà di rifinanziamento. Solo qualche giorno più tardi divenne chiaro che la situazione di Depfa Bank, acquisita nel 2005 dall’audace Ceo Georg Funke, era così drammatica, che il problema non era più semplicemente di far affluire liquidità, bensì di evitare la bancarotta della holding.
Appena una settimana più tardi, il 5 ottobre, l’esecutivo tedesco di grande coalizione fu così costretto a varare la prima delle numerose iniezioni di denaro pubblico, pena – si disse- un effetto domino sul sistema bancario, simile a quello provocato dal tracollo di Lehman Brothers negli Stati Uniti. Dopo l’azzeramento dei vertici del gruppo, la loro sostituzione con “manager” di dubbie capacità (tra cui anche politici socialdemocratici con un passato nella Landesbank di Berlino o alla Bundesbank) e la creazione del famoso fondo per la stabilizzazione degli istituti di credito (SoFFin), Hypo è arrivata a farsi versare più di 100 miliardi tra garanzie e aiuti diretti dalla Federazione e solo in minima parte (15 miliardi) da altre banche.
Il 26 gennaio 2009, di fronte allo stato comatoso del paziente, il Governo federale entrò nel capitale di HRE, nel tentativo di accaparrarsi la quota di maggioranza. L’opposizione, tanto quella liberale quanto quella comunista, lamentò un intervento tardivo, giacché – si disse – le eventuali responsabilità degli ex proprietari di Hypovereinsbank erano ormai per legge prescritte e solo lo Stato, cioè i contribuenti, avrebbero potuto paracadutare i debiti dell’istituto.
Con perdite per l’anno 2008 pari a 5,5 miliardi di euro, il 20 marzo 2009 il Bundestag approvò la Rettungsübernahmegesetz, legge che attribuiva al Governo federale il potere di espropriare gli azionisti ancora titolari di azioni di HRE. Se gli azionisti non avessero accettato la carota dell’offerta pubblica di acquisto da parte della Federazione, il Governo federale avrebbe usato il bastone dell’esproprio. Un chiaro abuso del diritto, derivante dal surreale conflitto di interesse dell’essere contemporaneamente regolatori e banchieri. Abuso che il fondo di private-equity C.J. Flowers, detentore di quasi il 22% delle quote societarie, decise di non accettare. La cocciuta opposizione del fondo americano costrinse così i tecnici del Ministero ad aggirare l’ostacolo. Dopo un gigantesco aumento di capitale per annacquarne le partecipazione, la Federazione acquisì il controllo del disastrato istituto. La nazionalizzazione si completò così nell’ottobre dello scorso anno con il cd. squeeze-out ad 1.30 € ad azione del restante 10% degli azionisti.
Formalmente l’esproprio non avvenne, anche se sulla natura dello squeeze-out si potrebbe discutere. Ma il clima di arbitrio e di allontanamento dai principi della cd. Ordnungspolitik portò alla mente quello altrettanto violento di sessant’anni prima, ai tempi del nazionalsocialismo. Ma quel che è peggio è che, in poco meno di due anni, Hypo Real Estate aveva inghiottito decine e decine di miliardi dei contribuenti, senza riuscire a cavarsi d’impaccio. Ancora oggi, unico tra gli istituti di credito tedeschi a non aver superato lo stress-test europeo, Hypo Real Estate, che oggi si chiama Deutsche Pfandbriefbank AG, è la pecora nera del sistema bancario teutonico. Nonostante le ingenti perdite, i vertici del gruppo dovrebbero persino ricevere bonus e liquidazioni nell’ordine di 20 milioni di euro. A chi sostiene che lo Stato è un azionista migliore e più avveduto, raccontate la storia di HRE.
]]>Fatta la tara alle equazioni un po’ semplicistiche, il nuovo Patto di Stabilità è una via di mezzo tra questi due opposti. Benché Ulrike Guerot giudichi l’accordo come un netto successo per la Germania, una certa ambiguità di fondo la si nota anche nel titolo del suo articolo: a more European Germany – on German terms, laddove il neo-europeismo tedesco convive con un pizzico di sale teutonico. Da buona “prodiana” Angela Merkel ha insomma usato bastone e carota. E non è certo la prima volta. In patria tutto si è detto fuorché la Cancelliera sia stata la restauratrice del rigore. L’FDP e diversi organi di stampa le hanno rimproverato grande debolezza per non aver preteso l’applicazione di sanzioni automatiche e per aver protratto l’esistenza del Fondo di stabilizzazione. Lei ha replicato che “il congelamento dei diritti di voto è già previsto dal Trattato odierno”. Un bluff. La rinuncia alla sospensione del diritto di voto in caso di deficit eccessivi è stata funzionale ad ottenere la clausola della partecipazione dei creditori alla ristrutturazione, che molti commentatori fuori dai confini tedeschi considerano suscettibile di segnare un cambio di passo nella gestione delle finanze pubbliche da parte degli Stati membri.
A mio avviso, nell’accordo si trovano sia rigore sia solidarietà, disciplina di bilancio e perequazione, “euroscetticismo” ed “euroentusiasmo”. Il rigore sta appunto nell’eventualità di una ristrutturazione del debito per gli Stati spendaccioni, la solidarietà sta nel Fondo di stabilizzazione, approvato a maggio in fretta e furia e di fatto senza il crisma della copertura giuridica dei Trattati e ora reso permanente tramite un “annacquamento” dell’art. 122 TFUE. Tutto dipende insomma da come verrà dosata questa miscela. Per ora il mercato, come correttamente mostra Mario Seminerio su Il Fatto quotidiano, ha apprezzato lo sforzo rigorista.
In ultimo, una questione più prettamente giuridica. La proposta di revisione che Hermann Van Rompuy presenterà nel Consiglio europeo di dicembre dovrebbe finalmente prevedere l’uso delle cd. clausole dinamiche di modifica. In particolare si dovrebbe passare per l’art. 48 § 6 TFUE.
Anche qui condivido solo parzialmente quanto scrive Ulrike Guerot. Per due ragioni:
a) Benché la riforma semplificata del Trattato eviti le forche caudine della ratifica, la cosiddetta legge di responsabilità per l’integrazione (IntVG), che ha recepito le indicazioni della Corte Costituzionale tedesca nella sua celebre sentenza del 30 giugno 2009, ha esplicitamente previsto che tale ipotesi vada trattata come un normale caso di trasferimento di poteri sovrani e che quindi necessiti di una legge di approvazione nelle forme di una legge ex. art. 23 I comma della Legge fondamentale; non è chiaro se tale legge dovrà essere approvata ex proposizione 2 o ex proposizione 3 del medesimo articolo. La proposizione 3 verrebbe in rilievo, qualora si ritenesse che la modifica dei Trattati rechi disposizioni modificative od integrative della Legge fondamentale. In tal caso Bundestag e Bundesrat dovranno esprimersi a favore con una maggioranza qualificata di due terzi. Il ruolo dell’opposizione diverrebbe cioè fondamentale.
b) E’ vero che la riscrittura dei Trattati frustrerà probabilmente il ricorso dei famosi giuristi ed economisti, essendo d’ora in poi il Fondo di stabilizzazione ancorato direttamente nei Trattati. La Merkel terrà quindi a bada la cd. Terza Camera, superando l’ostacolo dell’art. 125 TFUE, che pur permane sulla carta. Ma ciò non toglie che Karlsruhe possa valutare comunque incostituzionale il meccanismo a livello di diritto interno. Oggi forse questo rischio la Cancelliera lo corre meno. Presidente della Corte Costituzionale non è più Hans-Jürgen Papier, ma il giovane Andreas Voßkuhle, di tendenze socialdemocratiche e abbastanza europeista. Tale cambio di marcia, impresso con la recente sentenza Mangold, dovrebbe insomma far dormire notti tranquille alla Cancelliera. Il mastino Schachtschneider, artefice dei ricorsi da Maastricht fino ad oggi, è però sempre dietro l’angolo…
]]>D’altra parte i tedeschi che si recarono a votare per l’FDP lo scorso anno volevano meno tasse subito. Steuersenkungen. Questo era il motto semplice e trasparente dei liberali. Fin dalla distribuzione dei Ministeri tra le varie forze politiche, è parso tuttavia chiaro che il motto non avrebbe avuto seguito alcuno. Quando si seppe che al Ministero delle Finanze si sarebbe accasata l’eminenza grigia Wolfgang Schäuble (CDU) e non il Principe Hermann Otto Solms (FDP), molti elettori si resero conto che il Governo era giallo-nero, ma solo sulla carta. Al timone c’era sempre e solo una persona: Angela Dorothea Merkel.
In un anno di legislatura è difficile fare un bilancio delle cose fatte. Non una manovra è stata condivisa dall’opposizione: il pacchetto fiscale per “l’accelerazione della crescita” (!) dello scorso anno fu anzi l’inizio della fine. Come può un partito come l’FDP, che programma la rivoluzione fiscale, che urla “fate l’amore e non la dichiarazione dei redditi”, pensare che il cambiamento possa passare dall’aliquota IVA agevolata per ristoranti ed alberghi? Per carità, ogni riduzione fiscale, tanto più se l’imposta grava sul consumo, è sempre da accogliere con favore. Ma l’elettorato liberalconservatore, quello che non aveva gradito il quadriennio interventista della signora Merkel, si aspettava ben altro. A Westerwelle è mancato il coraggio. Ha sistemato i suoi in Ministeri di dubbia rilevanza, ad esempio quello per gli “aiuti allo sviluppo del Terzo Mondo”, la cui abolizione l’FDP aveva propagandato fino al giorno prima delle elezioni. Per non parlare degli aiuti alla Grecia e del cd. fondo di stabilizzazione; una figuraccia per un partito che si era opposto alle enormi iniezioni di denaro pubblico per le banche soltanto un anno prima. Guido è stato capace di fare la voce grossa solo con i giornalisti inglesi che parlano inglese in Germania, non con Angie. L’attacco ai costumi da “decadenza tardoromana” che regnano nell’era dello Stato sociale non è stato che un lampo retorico in un buio programmatico. Dopodiché Guido si è inabissato definitivamente, perdendo quel poco appeal che ancora gli restava. Neanche il fatto di essere omosessuale, leader di una “destra moderna” (come piace dire oggigiorno), lo ha aiutato. In Germania, a differenza che in Italia, delle sue tendenze sessuali si parla il meno possibile e queste non rappresentano né un’arma contro né un’arma a favore.
In questo declino che sa molto di tragedia greca, si inserisce il Liberaler Aufbruch (Risveglio liberale), un’iniziativa di un gruppuscolo di parlamentari, insoddisfatti da una FDP fiacca e arrendevole, che non trova “il coraggio di essere liberale”. Il manifesto della corrente, guidata dall’ormai noto esponente libertario Frank Schäffler, lo si è potuto leggere nelle scorse settimane sulle principali testate tedesche. Tra i riferimenti principali F.A. Von Hayek. E scusate se è poco. “In questi anni abbiamo fatto troppe concessioni al collettivismo”, si legge nel testo dei deputati. La reazione di molti liberali all’interno del partito e dello stesso Westerwelle è stata a dir poco scomposta. “Un collettivo di frustrati”, dice un membro del consiglio di presidenza del partito. “E’ solo un ritrovo di euroscettici, negazionisti del global warming e liberisti radicali. Dubito che ciò sia liberalismo”, soggiunge un altro. L’unico che invece potrebbe accogliere con favore un movimento del genere è Nigel Farage, leader dell’UKIP, il quale proprio l’altro giorno tornava a spronare i tedeschi a fondare un partito critico verso l’attuale costruzione europea.
In conclusione due previsioni sul futuro. Se è vero che un movimento liberista spinto in Germania rischia di avere il fiato corto, esattamente come un partito liberale senza nè arte nè parte come quello attuale, si può dire che l’unica speranza liberalconservatrice che non emani polvere e muffa nel centrodestra, al di là del giovane segretario generale dell’FDP Christian Lindner (molto svelto con la parola ma ancora troppo legato all’attuale dirigenza), si chiama Karl-Theodor Zu Guttenberg, un cristiano-sociale bavarese di ampie vedute, che vuole chiudere con la coscrizione obbligatoria in un partito tendenzialmente contrario, sensibile alle ragioni del mercato e abile stratega in politica estera, riuscito a cavarsi d’impaccio con maestria dall’imbroglio del raid di Kunduz e attualmente politico tra i più amati dagli elettori. Wait and see.
]]>La locomotiva tedesca ringrazia ma intanto continua a far frullare le sue big del credito. Come Hypo Real Estate, già nazionalizzata l’anno scorso quando era sull’orlo del fallimento, che riceverà aiuti pubblici per altri 40 miliardi di euro. Il fondo salva-banche del Paese Soffin concederà le nuove garanzie sul debito facendo così salire a oltre 150 miliardi il volume complessivo degli aiuti finora concessi alla Hre. L’unica banca tedesca che non ha superato gli stress test effettuati a luglio su 14 istituti in Germania, nel frattempo è impegnata a scaricare una bad bank per un valore di circa 210 miliardi. Intanto, con un tempismo perfetto vista la road map di Basilea III e alla faccia delle mitologiche crociate contro il rischio, si è mosso anche il panzer Deutsche Bank che ha varato una maxi ricapitalizzazione da quasi 10 miliardi per conquistare il controllo di un’altra banca tedesca (Postbank) assai traballante per non dire semi-insolvente. Una mossa astuta per non attirare troppo l’attenzione del mercato sulla necessaria iniezione di liquidità. Dei 10 miliardi Ackermann ne ha infatti messi sul piatto solo 7,7 per comprare il 21% dell’ istituto di cui peraltro già possiede il 30%. Mossa che però non è piaciuta alle Borse: dopo l’annuncio il titolo ha toccato il minimo di 47,19 euro.
Sullo sfondo restano le Landesbanken, appese a un consolidamento rimasto ancora sulla carta. Eppure si tratta di uno dei pilastri del sistema bancario tedesco del quale rappresentano almeno un quinto del totale. Al tempo stesso esse rappresentano un importante snodo del sistema bancario europeo in quanto il 40% dei loro attivi sono all’ estero o con controparti estere. Negli ultimi 7 anni hanno però ha chiuso in utile solo in 3 occasioni totalizzando perdite consolidate per 11 miliardi in gran parte dovute a pesanti svalutazioni su crediti, che hanno assorbito nel solo 2009 più del 60% dei ricavi. All’orizzonte il cielo è ancora cupo: fino al 2001, infatti, le Landesbanken potevano contare su fonti di raccolta a basso costo in quanto le emissioni erano garantite dal Governo tedesco. Poi Berlino e la Commissione Europea avevano deciso di eliminare questo vantaggio competitivo concedendo tuttavia un periodo di grandfathering di 4 anni in cui le Landesbanken potevano ancora emettere bond garantiti con maturity massima di 10 anni. La massa di emissioni fatte fino al 2005 verranno quindi a scadenza e la loro sostituzione comporterà un inevitabile aumento del costo della raccolta. La mancanza di una rete adeguata di filiali (appena 482 su un totale di 39.531) e quindi di una buona raccolta retail, le Landesbanken dovranno quindi attingere pesantemente alla raccolta istituzionale per il 70% del totale.
Nel frattempo a Francoforte, la Bundesbank è in altre faccende affaccendata. Dopo un lungo e imbarazzante tira-e-molla il consiglio direttivo ha deciso di abbandonare Thilo Sarrazin al suo destino. Per la prima volta nella sua storia, la Banca centrale tedesca ha chiesto al presidente della Repubblica di esautorare un proprio esponente (poi dimessosi spontaneamente e ora in attesa di una pensione da 10.000 euro al mese) che nelle ultime settimane ha provocato vive polemiche per alcuni commenti sugli immigrati musulmani e gli ebrei. Un incidente che macchia il biglietto da visita di Axel Weber in corsa per salire sul trono della Bce. La corsa a ostacoli, come titolava qualche giorno fa il Wall Street Journal, descrivendo il cammino del numero uno della Bundesbank verso l’ottobre 2011: prima le critiche a mezzo stampa alla decisione del board di Francoforte di acquistare titoli di stato, poi un’intervista in cui anticipa la decisione di allungare i finanziamenti agevolati alle banche, infine l’imbarazzante vicenda di Sarrazin. Weber insomma resta il favorito ma, scrive il Wsj, ci sono altri candidati credibili. Primo fra tutti Mario Draghi, sottolineano gli americani. Anche se la stampa italiana continua a non fargli propaganda – come invece sarebbe giusto, dal nostro modesto punto di vista – perché per la malmessa e astiosa politica italiana oggi Draghi è un tabù.
]]>Complici i dubbi del Ministro dell’Ambiente Norbert Röttgen (CDU), tradizionalmente vicino alle istanze ecologiste, l’inversione di rotta sarà solamente parziale e non certo, come la stampa italiana probabilmente titolerà, epocale. E questo perché la decisione voluta dal gabinetto rosso-verde nel 2001 di chiudere con l’esperienza nucleare non è stata affatto ribaltata. L’atomo è una “tecnologia-ponte”, hanno ripetuto in questi mesi gli esponenti democristiani e liberali. Liberarcene intorno al 2020 sarebbe prematuro, rinviamo dunque la fuoriuscita. Questo il succo del ragionamento. E così, mentre gli impianti più vecchi, quelli costruiti prima del 1980 potranno rimanere attivi per ancora otto anni, quelli più nuovi godranno di un posticipo di circa quattordici anni. Ciò significa che l’ultimo reattore chiuderà i battenti intorno al 2040. Come giustamente metteva a fuoco Henning Klodt su Wirtschaftliche Freiheit, quello che vi è stato di errato in questa stucchevole guerra di cifre sugli anni (e poi perché quattordici e non quindici o ventitré?) è che lo Stato gioca la partita sia in qualità di regolatore, sia in qualità di attore. Non volendo limitarsi a fissare le regole del gioco (in particolare in tema di sicurezza), pretende di potersi occupare dei reattori come se fossero ancora di sua proprietà. E così il rischio continuerà ad essere quello di reattori chiusi quando ancora potevano funzionare o impianti tenuti in vita oltre ogni tempo ragionevole. In questo senso ha forse ragione – anche se la predica viene dal pulpito sbagliato – il presidente dell’SPD Sigmar Gabriel, che nell’annunciare un autunno caldo di proteste, ha accusato l’esecutivo di aver barattato la sicurezza con un po’ di denaro. E sì, perché la signora Merkel, per cercare di trovare la quadra e mettere d’accordo tutti, ha pensato di chiedere alle compagnie energetiche di pagare per circa sei anni una tassa aggiuntiva su uranio e plutonio (Brennelementesteuer) per risanare il bilancio, nonché di utilizzare i profitti per migliorare la sicurezza dei reattori e versare fondi per lo sviluppo (dopo vent’anni ancora a “sviluppà” stiamo?) delle energie rinnovabili, quasi che fosse pentita del passo intrapreso. Insomma, come al solito, la Cancelliera si dibatte vorticosamente tra le due C: confusione e compromessi. In buona sostanza, infatti, si annulla la recente decisione di tagliare i sussidi al solare. Ciò che è uscito dalla porta, pare rientrare dalla finestra.
Al di là di quanto detto, il cambio di fronte rispetto al decennio passato è comunque da giudicare positivamente. Il rischio di un phase-out immediato avrebbe potuto condannare la Repubblica federale a bollette sempre più care e a pericolosi black-out.
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*La Corte Costituzionale di Karslruhe è già stata attivata dall’opposizione.
]]>Il Governo tedesco, guidato da Angela Merkel, ha confermato pochi giorni fa la manovra finanziaria di rigore che porterà 80 miliardi di euro nelle casse dello Stato Teutonico in 4 anni. Questa manovra è fatta sia di tagli alla spesa sociale, che di nuove tasse. E una di queste nuove entrate è al centro delle polemiche: la tassa sui biglietti aerei. Il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble ha confermato che l’introito di questa imposta sarà di circa un miliardo di euro l’anno ed entrerà in vigore dal prossimo anno. La strutturazione della tassa sui biglietti aerei prevede un sovrapprezzo di 8 euro per le tratte di breve distanza, 25 euro per il medio raggio e 45 euro per le rotte a lunga percorrenza. Se questa nuova imposta, che pesa il 5 per cento della manovra finanziaria quadriennale, dovesse entrare realmente in vigore, sarebbe un grave colpo per l’aviazione tedesca che vedrebbe la propria competitività diminuire.
La Germania, nonostante la presenza di Lufthansa, è uno dei Paesi in Europa che meno ha visto sviluppare il proprio traffico aereo dal momento della liberalizzazione dei voli europei del 1997.
L’indice dei voli per abitante, che mette in relazione il numero di viaggi annuali con la popolazione in ogni Paese Europeo, era nel 2009 inferiore a 2 voli per abitante. La media europea “viaggiava” sopra il valore di 2,5 e Gran Bretagna e Spagna registravano rispettivamente un valore di 3,25 e 3,29 voli per abitante.
Solamente Francia e Italia avevano nel 2009 un indice piú basso e dunque la Germania vede uno sviluppo del traffico aereo non eccezionale.
L’introduzione di questa nuova imposta è un rischio per le imprese aeronautiche tedesche, perché di fatto molti viaggiatori preferiranno viaggiare verso le destinazioni intercontinentali passando da hub differenti da quelli di Monaco e Francoforte.
La competizione nel settore del trasporto aereo è così forte che una tassa di 45 euro per tratta non è indifferente nella scelta della compagnia aerea. Se un biglietto intercontinentale ha un prezzo di 300 euro solo andata, l’introduzione dell’imposta significa aumentare il prezzo del 15 per cento. Nei voli a breve raggio, ad esempio, Ryanair ha un prezzo del biglietto medio di 40 euro e dunque il sovrapprezzo raggiungerà il 20 per cento (8 euro).
Il Governo tedesco spera che i voli diretti di breve raggio non siano sostituibili, mentre per le destinazioni intercontinentali suppone che il tasso di utilizzo di altri hub stranieri sia limitato.
Negli ultimi anni diversi Paesi europei hanno deciso di “fare cassa” grazie al settore del trasporto aereo. Questo è dovuto al fatto che il trasporto aereo, grazie alla liberalizzazione, è cresciuto a “ritmi cinesi” con un raddoppio del traffico tra il 1997 e il 2007.
Gran Bretagna, Olanda e Irlanda hanno introdotto tasse che hanno scoraggiato il traffico nell’ultimo biennio, mentre in Italia ci si prepara all’aumento delle tasse aeroportuali di 3 euro.
Questi incrementi della pressione fiscale in realtà portano introiti limitati per i bilanci sofferenti degli Stati dell’Unione Europei, ma penalizzano fortemente il traffico aereo.
Oltretutto una struttura della tassazione che ha un peso identico in termini monetari, non incide ugualmente percentualmente sul prezzo del biglietto.
Ryanair con un prezzo medio per tratta di 40 euro, vede un sovrapprezzo del 20 per cento, mentre Lufthansa o altre compagnie tradizionali, che hanno un prezzo medio del biglietto superiore ai 100 euro, vedono l’impatto fermarsi al 5 per cento circa.
In questo modo si colpiscono maggiormente i consumatori low cost e le compagnie come Ryanair ed Easyjet.
L’aumento del gettito dovuto all’introduzione della tassa sui biglietti sarà certamente compensato da una caduta dei ricavi che provocherà una diminuzione del gettito.
Come al solito i problemi dei bilanci statali sono “curati” colpendo settori dell’economia dinamici.
]]>L’insoddisfazione montante verso il “metodo Merkel” all’interno della CDU e la delusione per un partito liberale, che, come ha magistralmente scritto Dirk Friedrich sulla rivista EF, si sta rivelando una “vergogna per il liberalismo” (non molto diverso il quadro tracciato dal professor Gerd Habermann) sembra aver ormai posto le basi perché molti riformisti emarginati dai due grandi partiti popolari uniscano le forze. In particolare si parla di Friedrich Merz -il grande silurato dalla Cancelliera nel 2004-, dell’ex giudice costituzionale Paul Kirchhof, dell’ex Ministro dell’Economia, il socialdemocratico Wolfgang Clement e dell’ex Ministro delle Finanze di Berlino Thilo Sarrazin, noto per le sue posizioni anti-Islam. Il tutto con la benedizione del filosofo Peter Sloterdijk.
La “nuova CDU”, insomma, forte di un bacino di potenziali elettori pari al 20%, dovrebbe poggiare le sue fondamenta su questi tre pilastri: valori cristiani, libero mercato ed euroscetticismo. Non proprio una destra finiana, per fortuna. Fantapolitica? Può darsi. Tanto più che è la stessa storia della Germania del dopoguerra ad insegnare che i partiti che contano, difficilmente nascono o muoiono nello spazio di un mattino. D’altra parte, però, alcuni elementi sembrerebbero poter dare ragione alle speculazioni di Bild e Focus.
1) I partiti popolari (Volksparteien) stanno per tirare le cuoia: l’emorragia di iscritti e il continuo calo di consensi alle elezioni politiche da una decina d’anni a questa parte sono il chiaro segnale che i tedeschi vedrebbero con favore una piattaforma politica ulteriormente variegata, in grado di rispecchiare in modo più fedele gli interessi in gioco. Un sesto partito aiuterebbe a bilanciare i rapporti di forza con il blocco di sinistra.
2) Negli ultimi mesi la signora Merkel ha perso un gran numero di colonnelli. Alcuni di essi sono andati ad occupare altre posizioni (Wulff ed Oettinger), ma altri si sono dimessi per ragioni non del tutto chiare. Non è escluso che l’iniziativa possa venire dai governatori insoddisfatti, in testa ai quali c’è Roland Koch, falco conservatore law & order.
3) Nello spazio di poche settimane la Germania ha conosciuto due esperienze di democrazia diretta estremamente significative per un paese che, per ragioni storiche, ha deciso di non dare copertura costituzionale a questo strumento. Il referendum bavarese a favore di un divieto totale di fumo nei locali pubblici e il referendum amburghese organizzato da decine di migliaia di famiglie contro la riforma della scuola “livellatrice” varata da CDU e Verdi e appoggiata da Spd e Linke hanno fatto parlare alcuni analisti di una svolta in stile Tea-Party anche per la Germania. Il paragone va preso con le molle, tanto più che la prima iniziativa popolare fa in realtà piombare il paese in un clima pericolosamente proibizionista. D’altra parte, però, è del tutto evidente il desiderio di molti conservatori (fiscali e non) di dire la loro in prima persona, senza l’intermediazione di una casta politica che sembra non rappresentarli più.
Staremo a vedere.
]]>La moneta
Gli Stati Uniti e l’Europa non hanno un eguale interesse all’apprezzamento dello yuan cinese. Per gli Usa, che continuano ad avere un pesantissimo deficit commerciale nell’ordine di 250 miliardi di dollari al mese, è vitale il deprezzamento del dollaro – sin qui tenuto su dall’aggancio fisso alla moneta cinese, a cui si è aggiunta negli ultimi mesi la crisi dell’eurodebito. Serve a guadagnare competitività per le merci USA– come avveniva da noi quando svalutavamo la lira – e a diminuire il valore reale dell’ingente massa di debiti delle famiglie e delle banche americane. L’Europa nel 2009 ha pressoché annullato il deficit commerciale verso la Cina. Per noi europei, e soprattutto per noi italiani che abbiamo un forte deficit energetico – tra i 4 e i 5 punti di Piul anno per anno a seconda dei prezzi petroliferi – il dollaro che scende liberamente significa soprattutto il barile che simmetricamente sale, con un’inflazione che aggraverebbe a casa nostra l’iniquità dei costi economici e sociali della crisi.
La “nuova” finanza
Obama è giunto al G20 sventolando l’accordo di venerdì tra Amministrazione, Camera e Senato americani sulla complessa riforma del sistema bancario e finanziario. Viene dagli errori della regolazione finanziaria americana, la crisi che iniziò a manifestarsi sui mercati esattamente tre anni fa. Eppure, dopo 22 mesi di impegno a concordare la “nuova” industria finanziaria con l’Europa e con l’Asia, gli Stati Uniti hanno di nuovo fatto tutto da soli. Pensando agli interessi del proprio sistema bancario, e dettando al resto del mondo il nuovo paradigma. Di qui per esempio la misura che consentirà alle grandi banche di continuare a utilizzare depositi – entro il 3% del capitale di vigilanza – in fondi speculativi. Dai nuovi poteri discrezionali e preventivi ai regolatori per evitare che le banche divengano “troppo grosse per fallire”, alla quotazione sui listini dei prodotti derivati alla responsabilità delle banche verso i risparmiatori, la riforma americana sottrae unilateralmente molti punti essenziali all’agenda multilaterale di una riforma condivisa, affidata al Financial Stability Board guidato da Mario Draghi.
Tassare le banche
E’ più che comprensibile che, di fronte a questo, Europa e Asia siano contrariate. Un punto di particolare frizione riguarda la tassazione delle banche. Gli Stati Uniti l’hanno adottata e riservata a quelle con 50 miliardi e più di asset. Ma serve a finanziare i costi della riforma più che a evitare nuove crisi. Appare anzi elevata la possibilità che rafforzi nelle grandi banche la certezza che verrebbero salvate comunque, inducendo dunque invece di evitare nuovi azzardi morali. L’Europa è divisa anche al proprio interno. Germania e Francia vogliono una tassa sulle banche innanzitutto per guadagnare popolarità di fronte ai rispettivi elettorati, alla luce del molto denaro pubblico speso in salvataggi bancari senza che al momento vi sia prospettiva di un guadagno statale, con la ripresa dei corsi, come in USA. L’Italia sta invece con l’intero blocco dei Paesi emergenti: chi non ha dovuto salvare banche coi denari pubblici è molto più interessato a rafforzare gradualmente il capitale degli istituti di credito, non a tassarli mettendosi a rischio di ulteriori strette degli impieghi e di traslazione a famiglie e imprese del costo aggiuntivo
Rigore o deficit
Obama è fuori di sé per la linea di rigore assunta dall’Europa a seguito della crisi greca e degli eurodebiti. Più volte ha telefonato al premier tedesco Merkel, per indurla a cambiare linea. Ma non ha ottenuto nulla. A Obama non piacciono gli energici piani pluriennali di contenimento del deficit varati da Berlino, Londra e Roma, e dai Paesi nel mirino dei mercati come Grecia e Spagna. Il ritorno al rigore dell’Europa dà argomenti negli USA all’opposizione: critica Obama per l’eccesso di deficit pubblico a due cifre, che ha creato sì molti posti pubblici ma senza per questo incidere sulla crisi dell’immmobiliare, che resta forte, né sin qui rilanciare l’occupazione privata. L’Europa ha una crescita attesa di poco superiore a un punto rispetto a quella americana, tre volte superiore ma appena corretta per altro al ribasso. Tuttavia i rischi che gravano sull’euro restano seri, testimoniati dalla forbice che resta molto elevata dei rendimenti dei diversi debiti pubblici anche dopo l’euroaccordo dell’8 maggio, e dalle recenti nuove impennate di sfiducia dell’interbancario, con le banche dell’euroarea che lasciano in deposito presso la BCE sino a 400 miliardi di euro al giorno. Per alcuni, gli USA spingono sul deficit perché hanno studiato Keynes meglio degli europei. E’ una frottola. Possono farlo solo perché il dollaro resta il tallone monetario del mondo. Nel nostro caso, il rigore è obbligato due volte. Perché il deflusso dei capitali e la sfiducia dei mercati ci colpiscono più di quanto facciano col dollaro. E perché abbiamo uno Stato che, già prima della crisi, gravava sull’economia molto più che in America.
]]>In questa situazione, l’unica vera strategia si qui messa in campo con ostinata determinazione da un anno e mezzo è stata quella tedesca. Un ferreo no a politiche europee condivise tanto per il sostegno alla domanda, in settori come l’auto come in qualunque altro a cominciare dai salvataggi bancari, fino al no a strumenti finanziari condivisi per il sostegno ai pPesi il cui debito balla sui mercati, e a qualunque idea di debito comune europeo, per finanziare la crescita attraverso investimenti in infrastrutture e ricercam o per interventi di ultima istanza alla FMI. La Germania è l’unico Paese europeo in forte attivo commerciale e di bilancia dei pagamenti. Per questo, tende a capitalizzare al massimo la ripresa del commercio mondiale incamerandone per sé la quota maggiore, e aggiudicandosi il più del vantaggio competitivo conseguente al deprezzamento dell’euro sui mercati per effetto dell’eurocrisi. Tanto, il flight to quality degli eurotitoli pubblici premia in ogni caso il BUND tedesco: il debito sovrano germanico paga oggi un interesse pari a meno della metà sui due anni dell’equivalente tasso d’interesse della BCE all’1%, rispetto ai 320 punti base punti irlandesi, ai 340 spagnoli, e ai 790 greci. Che cosa può fare, in una situazione simile, un esangue ex leader del partito cristiano democratico fiammingo come Van Rompuy, scelto per la presidenza del Consiglio europeo apposta per non turbare la leadership di fatto solo tedesca?
La prima strada, quella seria, implicherebbe coagulare una maggioranza del Consiglio europeo, incardinata sui due pilastri della Francia e dell’Italia, i due maggiori Paesi che chiedono alla Germania politiche europee davvero condivise per alimentare crescita aggiuntiva. Il presupposto di questa exit strategy – tentare di aggiungere un punto di Pil di crescita potenziale all’esangue un per cento di crescita atteso se va bene per il 2010 dall’euroarea – è mettere la Germania con le spalle al muro, di chiederle esattamente quello che gli USA chiedono alla Cina . Riequilibrare i suoi surplus commerciali dando più spazio alla propria domanda interna, per aprire spazio all’export dei Paesi più deboli. La Cina, malgrado le polemiche sul cambio fisso dollaro-renmimbi, lo sta facendo a vantaggio di tutti i Paesi asiatici alle cui esportazioni ha aperto il proprio mercato, assai più di quanto la Merkel invece vi resista in Europa. Alla Germania bisognerebbe dire che la sua domanda interna va sostenuta non con più deficit pubblico, ma con liberalizzazioni interne e una grande pulizia degli attivi delle banche tedesche, che restano al parte più opaca del credito europeo.
Ma ciò implicherebbe esporsi a scontri molto seri. I tedeschi, su questo, non fanno prigionieri. Così Van Rompuy preferisce la seconda strada. Traccheggiare dicendo che occorre un Patto di Stabilità più serio, ma nessun nuovo strumento comune. Dire sciocchezze contro la speculazione che attacca l’euro. Pur al contempo riconoscendo che, in dieci anni, la forza relativa dell’euro ci ha impedito di vederne le debolezze. Sbaglierò, ma attualmente l’exit strategy tedesca sull’euro è, se le cose continuano così, di una moneta comune entro pochi anni solo per sé e i Paesi in cui ha delocalizzato a Est e che ne accettano la leadership. Tutti gli altri, semplicemente, non ne hanno una. Tranne lo stellone. Vedremo giovedì al Consiglio Europeo se, con questi chiari di luna, passa la proposta italiana di introdurere come cioterio nel Patto di stabilità invece del debito pubblico sul PIl il DIL, il debito interno lordo fatto per somma di quello pubblico, delle famiglie, delle imprese non finanziarie e di quelle bancarie.
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