CHICAGO BLOG » maturità http://www.chicago-blog.it diretto da Oscar Giannino Wed, 29 Jun 2011 10:11:13 +0000 it hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.0.4 Chicago-blog alla maturità. Il tema storico /2011/06/28/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-storico/ /2011/06/28/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-storico/#comments Tue, 28 Jun 2011 05:44:35 +0000 Massimo Nicolazzi /?p=9391 Le firme di Chicago-blog scrivono il proprio tema della maturità. Oggi Massimo Nicolazzi svolge la traccia di ambito storico.  Qui (PDF) la traccia.  Qui le puntate precedenti. Col tema di oggi si conclude la serie “Chicago-blog alla maturità”.

Anzitutto “la periodizzazione proposta da Hobsbawm”. Il sandwich è una cosa, e il raviolo al vapore un’altra. Dubito che i cinesi abbiano vissuto il Grande Balzo in Avanti come “una specie di età dell’oro”; ed anche che abbiano vissuto il loro ultimo trentennio come “una nuova epoca di decomposizione”.  La storia nella mente del Grande Professore è eurocentrica (in questo un punticino di contatto con Carl Schmitt sembrerebbe avercelo); e se lui  si autoriduce il campo visivo a maggior ragione anch’io.  Figurarsi se posso pronunciarmi sugli eventi che hanno caratterizzato il mondo negli anni 70. Cominciano che mi muore Jimi Hendrix, e finiscono con la rivoluzione khomeinista. Tu chiamale, se vuoi, decomposizioni.

“Si soffermi sugli eventi che a suo parere caratterizzano gli anni ’70 del Novecento”.  In Italia, suppongo. Dove cominciano con l’istituzione delle Regioni e lo Statuto dei Lavoratori. E finiscono via legge Basaglia con la chiusura dei manicomi (astenersi ironie). Insomma alla faccia della decomposizione qualcosa ci si provava a riformare. Che poi riformare non vuole dire fare meglio; ma solo e appunto “ri-formare”.  Il dopo può essere peggio (ed anche assai) del prima. Però cambiare vuole comunque e sempre andare contro a interessi costituiti; ed una politica che “cambia” dà  un segnale di esistenza in vita. Il resto è minestrone; e da allora e con scarse eccezioni palude.

In mezzo tante cose. E tra tante il referendum sul divorzio. Quasi banale, vista da adesso. Però sono passati quasi quarant’anni, e quel che ci resta della politica fa a gara a dire che se c’è un residuo portatore di cultura laica non è sano e non sono io. La decomposizione insomma c’è stata; però dopo.

E tra le cose i grandi  traumi. Anni 70 ovvero terrorismo. Che aveva da noi terreno di coltura, e fertile. Efferato nelle sue forme. I peccati di sangue non si rimettono, neanche 40 anni dopo. Però nel cordoglio per chi ci è rimasto cerchiamo di non farne quel che non è stato.  L’idea che bastassero i Curcio e i Bonavita, per non parlare di quelli come Sandalo che nemmanco avevano passato gli esami per entrarci, a mettere in pericolo il nostro Stato e la nostra democrazia faceva ridere persino me, all’epoca giovane- pirlino- manifestaiolo- di -movimento. Figurarsi Andreotti, che invece ne capiva.

E indizi, come direbbe il Grande Professore, “di decomposizione, di incertezza, di crisi”?.

Forse anzitutto la fine, o quasi dell’imprenditoria industriale come ce la tramandavano; ed insieme l’incontinenza mai poi curata della cultura della spesa pubblica a fini di consenso.

Anni sessanta. I soldi si fanno ancora con la fabbrichetta che diventa fabbricone.  Dai frigoriferi ai salumi a quel mammut che è la chimica. Poi recedesi. C’è il credito da salvare, parbleu. E soprattutto (?) l’occupazione. Le Partecipazioni Statali come alternativa sociale alla Cassa Integrazione (e poi come traghetto verso la stessa).  La spesa pubblica come salvagente sociale (e medio del reclutamento partitico dei discrezionalmente salvati). Un sistema finanziario a nomina tutta partitica.

Ti ritrovi con un sistema dove oltre il 70% del PIL è spesa pubblica allargata e in pratica il 100% del credito è a controllo politico. Le accumulazioni originarie si fanno soprattutto nell’edilizia (poi altre se ne faranno in settori ad alto potenziale di evasione e di esportazione assistita dalla debolezza della lira, ma questo è solo un tema di maturità e se mai arriverò a fare una tesi prometto che approfondisco). Dove edilizia vuol dire credito dalle banche della politica e concessioni amministrative dalle sue emanazioni locali. Non sono sicuro che vent’anni dopo quelli di Mani Pulite l’avessero capito benissimo.

Dice. E i grandi privati? Quelli che a seconda di come li guardi finisci che li chiami indifferentemente capitalisti illuminati o poteri forti?  Quelli già non c’erano da tempo. E gli ultimi che facevano o fingevano industria si arresero in fretta. La produttività crolla. Il prodotto sarà anche buono in progetto, ma appena entra in catena la qualità svapora (Alfasud e Alfanissan docent). Il diritto al (non) lavoro manda in cielo il costo del lavoro. Però sulla puzzonità (vera e presunta) del ”nuovo” operaio si può far leva. Nuovo operaio nuova religione. La nuova religione trova pubblica e definitiva sanzione. Proclama il peccato di investimento; e l’obbligo di operare solo con soldi altrui. Mediobanca è il tempio, Cuccia il Patriarca. E l’accordo con cui Fiat compra dallo Stato Alfa Romeo la celebrazione dell’equilibrio del sistema. Quarant’anni dopo, chiedetevi perché adesso adorano poter investire in infrastrutture o in rinnovabili.

Finisce l’ambizione al primato dell’industria e si installa un sistema di finanza opaca, negoziata anziché competitiva, in perenne commistione di pubblico e privato. Ed insieme si fa regola la mancanza di paletti a qualunque spesa pubblica categorizzabile come “sociale”.

Basta a parlare di decomposizione?  Magari no. Quarant’anni dopo La politica potrebbe ancora non rendere irreversibile il processo. E magari sull’orlo del baratro ti ritrovi un altro Amato che, essendo politicamente irresponsabile (nel senso di non dipendente dal consenso elettorale) ti ruba nottetempo ma ti porta in Europa.

La malattia degli anni 70, fosse solo questa (e se pensi al debito pubblico che ci lascia è già più che tantissima) è forse e seppure con grande difficoltà curabile. Se non fosse per un dettaglio. Gli anni settanta  sono stati il decennio in cui ci siamo fottuti la scuola. Ho fatto la maturità nel 72. Mi sono laureato nel 76. A fine decennio erano già un altro liceo ed un’altra Università. E poi per mancanza di fondi ed esuberanza di organico e distruzione del merito sempre peggio. Non prendetevela con gli insegnanti di sinistra. E neanche con gli insegnanti. E’ stato l’uso della scuola come alternativa alle Partecipazioni Statali. Serbatoio di occupazione in attesa di Cassa. Ed anche ed insieme la fine dell’investire in infrastruttura e ricerca, che la spesa se ne andava in salari. E che se ne vada a picco la formazione.  Mi sono ritrovato or è qualche anno un sussidiario (ai miei tempi si chiamavano così) di mia figlia. Editore uno dei classici editori scolastici italiani. Motto della Rivoluzione Francese “Liberté, Egalité, Humanité”. Ed ampi accenni ad una seconda Rivoluzione Industriale che aveva tra i suoi motori la diffusione dell’uso del caucciù. E’ lo sviluppo naturale del percorso che abbiamo cominciato allora. Con il terrorismo puoi sopravvivere fino a sconfiggerlo. Il debito e la finanza opaca sono forse reversibili. Ma ricostruire una scuola e una ricerca è lavoro di generazioni. Gli anni settanta ci hanno fottuto. Me la sento una colpa anche mia.

P.S. Tre noticine

1. Il libro di Hobsbawm in originale titola Age of extremes – The Short Twentieth Century 1914-1991. Estrapolare per gli studenti una citazione sugli anni settanta senza dirgli che il secolo anche se breve finiva dopo mi pare inutile crudeltà.

2. La maturità (?) 2011 è in media per nati nel 1992. E’ segreto di Pulcinella che quando gli va bene ai figli nostri a scuola riescono a dare l’informazione privilegiata che fuvvi una seconda guerra mondiale, e (al netto di lodevoli eccezioni) si fermano lì. La scuola sta chiedendo al “candidato” di dirle che cosa sa di ciò che non gli ha insegnato. Internet, giornali, libri, mamma e papà.  Magari a qualcuno è venuto in mente di scrivere, per insegnamento familiare, che una caratteristica degli anni 70 era che all’epoca i servizi d’ordine sapevano (volendo) fare il loro mestiere. Adesso neanche loro.

3. Dove si dimostra (1+2) che quelli che fanno i temi al Ministero sono figlie sono figli della scuola che è venuta dopo.

]]>
/2011/06/28/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-storico/feed/ 6
Chicago-blog alla maturità. Il tema tecnico-scientifico /2011/06/27/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-tecnico-scientifico/ /2011/06/27/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-tecnico-scientifico/#comments Mon, 27 Jun 2011 13:58:14 +0000 Antonio Sileo /?p=9384 Le firme di Chicago-blog scrivono il proprio tema della maturità. Oggi Antonio Sileo svolge la traccia di ambito tecnico-scientifico.  Qui (PDF) la traccia.  Qui le puntate precedenti.

Enrico Fermi, “il Papa”. Questo era il soprannome di Fermi nella scherzosa terminologia, di ispirazione ecclesiastica, che si erano dati i “ragazzi di via Panisperna”, di cui proprio il futuro premio Nobel era il capo.

Ma chi era Enrico Fermi? Be’, indubbiamente un genio, come avranno sicuramente pensato, o solo sospettato, i professori della commissione della Scuola Normale Superiore di Pisa esaminando l’elaborato per l’ammissione che andava ben al di là delle possibilità di un studente, pur molto dotato. E ancor prima i genitori quando si appassionò alla fisica leggendo i due volumi di un trattato di quasi 900 pagine di fisica-matematica, acquistato da una bancarella del mercatino di Campo dei Fiori, scritto da un gesuita interamente in latino e, da allora, testi universitari di fisica e matematica procurati da un ingegnere amico di famiglia.

Era arrivato in università a 17 anni e nei corsi precede i professori studiando le teorie più nuove, come la meccanica analitica, tanto che dopo soli due anni sono gli stessi docenti ad invitarlo ad illustrare loro gli sviluppi della meccanica quantistica e della relatività.
Le tappe della carriera universitaria sono bruciate da Fermi come quelle scolastiche, e a venticinque anni vince il primo concorso a cattedra di fisica teorica a Roma.

Nell’istituto di via Panisperna, quindi, Fermi era già professore e sicuramente, quello che ora si chiamerebbe, un team leader ma, grazie anche alla sua infallibilità (da cui il nomignolo di papa), Fermi e gli altri componenti del gruppo di ricerca rappresentavano un esempio eccellente e allo stesso tempo unico di quelle che si chiamavano “scuole”.

Una squadra molto affiatata che permise all’Italia di recuperare gran parte del ritardo in quella materia nuova che era la fisica teorica della quale Fermi, ancora da studente, fu il primo rappresentante. Prima gli studiosi di fisica erano perlopiù degli sperimentatori, che non conoscevano in profondità le teorie correnti, mentre la teoria classica nelle sue forme più elaborate, come la meccanica analitica o la teoria della relatività, era coltivata principalmente da persone con interessi soprattutto matematici che però non potevano essere molto ricettivi a quella miscela ibrida di teoria e di fatti sperimentali che era la nuova fisica quantistica.

Un’epoca pioneristica dove non servivano ancora grandi laboratori o enormi acceleratori, e naturalmente ingenti fondi, e nella quale Fermi poteva far valere la sua grandezza di fisico teorico, ma anche di sperimentatore e di ingegnere, come, non di rado, abbiamo visto in TV in film, documentari e fiction. In quelle immagini “il Papa” appare – lui che sostanzialmente fu un autodidatta – come un maestro con un grande carisma e una capacità di coinvolgimento fuori dal comune: pranzi, caffè, serate, gite e vacanze insieme, sfide nel calcolo e scherzi. Come molte volte hanno ricordato i componenti del gruppo, Franco Rasetti, Emilio Segrè ed Edoardo Amaldi. L’ultimo a farne parte fu Bruno Pontecorvo, fratello del regista Gillo, unico caso di fuga verso Est, in Unione Sovietica. Vi era anche Ettore Majorana, detto il Grande Inquisitore per il suo spiccato senso critico, ritornato alle cronache proprio nei giorni scorsi per la riapertura delle indagini sulla sua scomparsa. Il solo del gruppo che potesse confrontarsi con Fermi per lo straordinario intuito nell’analisi teorica, e che addirittura lo superva nel calcolo per la sua eccezionale capacità mnemonica.

E proprio la bravura di Fermi come insegnante e guida ha permesso che gli effetti della sua azione siano andati ben oltre l’abbandono dell’Italia e ben al di là della sua morte, continuando a operare quasi fino ad oggi attraverso i suoi allievi, grazie a una mentalità, un modo di operare, un ambiente, una tradizione che egli aveva creato.
Questo talento Fermi lo esporto e lo (di)mostrò negli Stati Uniti, formando équipe affiatate alla Columbia University, dove arrivò direttamente da Stoccolma dopo aver ritirato il Nobel, a Chicago, a Los Alamos e, infine, di nuovo a Chicago.

Proprio in laboratorio specificatamente allestito presso l’Università Chicago progettò e guidò la costruzione della pila (il primo reattore) nucleare a fissione, che produsse la prima reazione nucleare a catena controllata. Subito dopo si trasferì nel centro ultrasegreto di Los Alamos, per partecipare, come direttore tecnico ma senza funzioni specifiche, quindi non a capo ma consulente dei vari gruppi di ricerca, al Progetto Manhattan, che portò alla realizzazione della bomba atomica.

Qui, nel gruppo più importante che sia mai esistito in tutta la storia della scienza, Fermi si confrontò e collaborò con i marziani ungheresi, così detti per le loro capacità, come Leo Szilard del cui aiuto già si era avvalso per studiare un metodo che rendesse più efficaci i reattori nucleari.

E fu proprio Szilard, che dopo essersi adoperarono per convincere Albert Einstein a firmare una lettera per convincere il presidente Franklin Delano Roosevelt ad erogare fondi per costruire una bomba nucleare in modo da prevenire le ricerche dei Tedeschi, implorò il Presidente affinché non si sganciassero le bombe sui centri abitati.
Fermi, invece, insieme al coordinatore del Progetto Manhattan, Robert Oppenheimer non si oppose all’utilizzo reale delle bombe, ammettendo di non poter fornire nessuna dimostrazione della loro potenza distruttiva tanto efficace da far terminare la guerra.
Su questa scelta credo sia evidente come noi non possiamo formulare alcun giudizio, resta però il fatto che di questo vizio di origine l’energia nucleare ne ha pagato per molto tempo le conseguenze in termini di accettazione presso l’opinione pubblica.

Ma, fermo restando il tremendo ruolo che la Scienza può avere nelle cose umane, una grande parte della responsabilità dei suoi utilizzi afferisce alla politica, nel male e nel bene. Circa quest’ultimo, per esempio, se per ben due volte l’Italia ha rifiutato il ricorso alla fissione nucleare per produrre energia elettrica – confermando appieno che nessuno è profeta in patria – credo lo si debba prima di tutto, e in grandissima parte, alla politica.

]]>
/2011/06/27/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-tecnico-scientifico/feed/ 0
Chicago-blog alla maturità. Il tema storico-politico /2011/06/26/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-storico-politico/ /2011/06/26/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-storico-politico/#comments Sun, 26 Jun 2011 08:25:16 +0000 Carlo Lottieri /?p=9372 Le firme di Chicago-blog scrivono il proprio tema della maturità. Oggi Carlo Lottieri svolge la traccia di ambito storico-politico. Qui la traccia. Qui le puntate precedenti.

“Destra” e “sinistra” sono categorie che affaticano il confronto pubblico da più di due secoli. Videro la luce ai tempi della Rivoluzione francese – contrapponendo chi era favorevole o contrario all’ancien Régime – e ancora continuano a suscitare discussioni e a generare mobilitazioni. Il guaio sta nel fatto che, nel corso del tempo, hanno indicato ogni cosa e il suo opposto, e ancora oggi sono all’origine di molte confusioni concettuali.

Si tratta infatti, né potrebbe essere diverso, di concetti assai mobili, che mutano il loro significato nel tempo e acquistano valori diversissimi nelle distinte circostanze. Non esistono, insomma, una destra e una sinistra in astratto, dal momento che sarebbe davvero difficile trovare una qualche affinità tra Stalin e Tony Blair, da un lato, o tra Adolf Hitler e Ronald Reagan, dall’altro. A destra – come a sinistra – si può essere (a seconda dei Paesi e a seconda dei momenti storici) nazionalisti o internazionalisti, religiosi o laicisti, liberali o autoritari, progressisti o conservatori.

Credo che questa considerazione elementare obblighi a riconoscere la debolezza della riflessione di Norberto Bobbio, davvero troppo parziale, ancorata al proprio tempo, figlia di polemiche locali e controversie contingenti. Il filosofo torinese sembra quasi dimenticare quanti a destra hanno rifiutato la libertà e il mercato per sposare i miti egualitari, e quanti a sinistra hanno abbracciato tesi libertarie oppure, al contrario, difeso strutture politiche fortemente gerarchizzate.

Se nel 1848 Frédéric Bastiat fu eletto a sinistra, come può valere anche per lui la tesi secondo cui la sinistra sarebbe più egualitaria e la destra più liberale? E che dire – al contrario – di un’importante figura politica della destra novecentesca, Juan Peron, che si fece interprete di un egualitarismo con forti connotazioni liberticide, populiste e redistributive?

In altri termini, essendo categorie per definizione orientate a definire in termini assai semplificatori il quadro delle contrapposizioni concettuali, destra e sinistra vanno comprese volta per volta. Non esistono una destra e una sinistra valide ovunque e in ogni tempo, ma solo hic et nunc. In certe circostanze, l’opposizione sta infatti a indicare un contrasto riguardante le istituzioni tradizionali, in altri casi sposa la comunità nazionale o la avversa, in altri casi ancora separa chi è favorevole al mercato e chi è contrario.

Molti oggi metterebbero a destra tanto Adam Smith quanto Gustav Schmoller, ma il primo è emblema del libero mercato e di una visione ottimista e aperta al progresso, mentre il secondo è il campione storico di un interventismo conservatore, che celebra la funzione sociale dello Stato e le virtù del protezionismo.

Il senso più autentico dell’opposizione destra-sinistra, allora, sta nella sua insignificanza concettuale. Quei due termini sono essenzialmente bandiere di colore diverso e ci dicono unicamente che esiste una dimensione conflittuale la quale attraversa le società umane – c’è qualcosa di assolutamente naturale, in tutto ciò – e che però è stata esaltata da quella peculiare forma istituzionale di organizzazione politica che è lo Stato.

Poiché vive di conflitti e grazie a essi (tanto nei rapporti “internazionali”, quanto in quelli “domestici”), lo Stato ha bisogno di contrapposizioni e ne genera di sempre nuove. In questo senso, le vecchie monete della destra e della sinistra sono destinate ad avere la più ampia circolazione in quanti continuano a essere legati alle categorie della statualità, mentre vanno perdendo di senso in quanti sono stanchi di quei quadri concettuali.

Di fronte ai problemi reali delle società contemporanee (dalla regolazione alla fiscalità, dai conflitti militari all’integrazione giuridica ed economica), tali categorie ereditate dal 1789 appaiono residuati di tempi lontani, ferrivecchi sostanzialmente inutili, artifici retorici per imbonire le masse. Una cosa è dirsi conservatori, socialisti, liberali, o anche “bordighisti”, “georgisti”, “soreliani”, “randiani” e via dicendo. In questo caso abbiamo a che fare con contenuti in qualche modo definiti e in scuole di pensiero strutturate. Ma non è più così se ci si limita a una mera segnaletica spaziale…

Nel passo antologizzato, Marcello Veneziani sottolinea proprio come nell’epoca della statualità e dei minuetti parlamentari di una democrazia di massa, la dualità amicus-hostis prende questa forma elementare. È un fatto. E così abbiamo destra e sinistra in Italia, Francia, Stati Uniti, Regno Unito, e poi in Turchia, in Brasile, in Russia ecc. E poco importa che si tratti di realtà non facilmente paragonabili. Qualche tratto comune tra le destre e le sinistre certo esiste – come evidenzia Angelo Panebianco – ma più dei contenuti conta la forma: la diversità delle posizioni variamente collocate sull’asse spaziale rappresenta infatti il surrogato, entro le logiche della sovranità, di quel vero pluralismo di scelte e istituzioni che ovviamente ci è negato.

Perché destra e sinistra sono concetti tutti interni allo Stato e alle sue dinamiche.

Il potere sovrano – che ai tempi del Leviatano di Thomas Hobbes si era presentato quale condizione necessaria per la fine dei conflitti – oggi ha bisogno di questa messinscena para-ideologica: quale che siano, in definitiva, le ragioni del contendere. Non è tanto importante perché si discute o di che cosa, ma che lo si faccia. Rectius: che qualcosa di simile a un confronto di posizioni diverse abbia luogo e che in quello spettacolo si possa riconoscere qualcosa che, almeno a prima vista, possa sembrare  simile alla libertà e al pluralismo.

A ben guardare, destra e sinistra sono determinazioni spaziali e rinviano a un medesimo luogo, rispetto al quale qualcuno si collocherà da un lato e qualcuno dall’altro. E questo luogo è il Potere.

]]>
/2011/06/26/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-storico-politico/feed/ 2
Chicago-blog alla maturità. Il tema di ambito socio-economico /2011/06/25/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-di-ambito-socio-economico/ /2011/06/25/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-di-ambito-socio-economico/#comments Sat, 25 Jun 2011 11:23:28 +0000 Giordano Masini /?p=9366 Le firme di Chicago-blog scrivono il proprio tema della maturità. Oggi Giordano Masini svolge la traccia di ambito socio-economico. Qui la traccia. Qui le puntate precedenti.

Se è vero che siamo quello che mangiamo, allora mi pare che siamo molto fortunati, e anche un po’ fessi. Infatti mangiamo tanto, ma proprio un sacco, senza neanche spendere troppi euri, e a quel che pare non siamo nemmeno soddisfatti. La televisione dice sempre che mangiamo male, e lo dice anche Massimo Volpe, presidente della Siprec, e che quindi la salute peggiora.

Ma a me mi sa che Massimo Volpe non ha mai vissuto in campagna ai tempi che ci viveva il mio nonno, il quale (mio nonno) mi racconta che ai suoi tempi si mangiava come si deve solo tre o quattro volte all’anno e non di più, per Natale, per la trebbiatura e poi qualche battesimo o matrimonio c’era sempre, e per il resto dell’anno si lavorava e si faceva la fame “co’ le pertiche” (come dice lui) e le donne facevano tanti figli perché parecchi morivano.

Allora si sta peggio oggi che tutt’al più rischiamo che ci viene l’infarto perché mangiamo troppo e facciamo la vita sedentaria? Infatti quando mio nonno sente queste cose alla TV si arrabbia e dice certe parole che non posso scrivere qui sul tema della maturità. Massimo Volpe dice pure che trascuriamo la dieta mediterranea, ma non è vero: infatti qualche tempo fa abbiamo portato i nonni a mangiare in un ristorante bellissimo dove si mangiavano i prodotti tipici e il nonno si è arrabbiato un’altra volta, perché gli hanno portato le stesse cose che mangiava a casa cinquant’anni fa e gliele hanno fatte pagare pure tanto, e poi a lui non gli piacciono i piatti grandi con poca roba dentro, e tutta decorata coi ghirigori di sughetto. Dice che se di un piatto si vede il fondo allora è una fregatura, mentre invece a casa la nonna gli prepara certi piatti di pasta che per tenerli su ci vuole lo “stollo”, che poi sarebbe il palo che si usava una volta per reggere il pagliaio.

Ma adesso non c’è più pericolo, perché la dieta mediterranea è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, così almeno fa la fine di Pompei dove siamo stati in gita l’anno scorso, che pure quella è Patrimonio dell’Umanità, la professoressa dice che è di tutti, cioè che è un bene comune e a me mi sa che è proprio per questo che casca a pezzi, perché se è di tutti allora nessuno se ne cura.

Poi c’è Carlo Petrini che dice una cosa che non mi riesce proprio di capire, e pensavo addirittura che nella traccia del tema c’era un errore di stampa, ma la professoressa dice di no, che c’è proprio scritto così: “Se il cibo è una merce non importa se lo sprechiamo”. Io sono giovane e forse devo ancora studiare, ma a me mi sembra che se una cosa è una merce allora è proprio la volta che non la sprechiamo, e tutto questo filosofeggiare sulla differenza tra “valore” e “prezzo” non è che abbia poi tanto senso.

Infatti pure ai tempi del nonno il cibo era una merce, eccome! Solo che era una merce che costava molto di più, forse perché ce n’era molta di meno (bei tempi?) e infatti con il raccolto venduto di un anno bene o male ci campava una famiglia numerosa di contadini e pure quella del padrone, con cui si faceva a mezzo, e se qualche contadino veniva beccato a metter via qualche sacco di grano di nascosto rischiava di dover fare San Martino e andarsene via. Ma in fondo io credo che Petrini è solo un gran furbone che lo sa meglio di tutti che il cibo è una merce, e che sa pure farsela pagare ben cara.

Su una cosa però sono d’accordo con la traccia del tema: non si deve mangiare quando si sta al computer: infatti l’altro giorno mi si è rovesciato un bicchiere di Coca Cola (che è una merce che vale poco) sul computer portatile di mamma (che è una merce che vale tantissimo), e sono quasi sicuro di non aver fatto proprio un grande affare.

]]>
/2011/06/25/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-di-ambito-socio-economico/feed/ 6
Chicago-blog alla maturità. Il tema di ordine generale /2011/06/24/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-di-ordine-generale/ /2011/06/24/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-di-ordine-generale/#comments Fri, 24 Jun 2011 12:31:50 +0000 Alberto Mingardi /?p=9355 Abbiamo chiesto alle firme di Chicago-blog di scrivere il proprio “tema della maturità”. Cominciamo con Alberto Mingardi, che svolge il tema di ordine generale. Qui la traccia.

Il deputato Anthony Weiner, di New York, negli Stati Uniti e nel mondo e’ diventato una persona famosissima. A suo nome non e’ legato nessun grande provvedimento legislativo, non ha presentato alla stampa un piano per ridurre il debito pubblico americano, non si e’ intestato una qualsiasi riforma fiscale e neppure ha fatto sentire forte la sua voce per spostare un paio di Ministeri da Washington nel suo collegio elettorale (ma non era, quello, un Paese federalista?). La fama gli ha arriso quando ha postato su Twitter per errore un paio di foto a torso nudo, che non so se per amor di scandalo o semplice ignoranza i giornalisti di mezzo mondo hanno etichettato come “foto porno”, per fare colpo su un’elettrice. Probabilmente sarebbe più sensato dire che la fama lo ha irriso.

Una delle caratteristiche più sensazionali del mondo contemporaneo e’ come stia diventando facile diventare famosi: basta fare la cosa sbagliata al momento giusto. Il momento giusto e’ semplicemente quando guardano tutti.

Cosa c’entrano i cosiddetti “social media”? L’idea che essi partecipino all’imbarbarimento del dibattito pubblico e’ molto popolare fra persone che credo siano definibili, in termini politicamente corretti e il piu’ possibile oggettivi, come “di orientamento conservatore”. Queste persone tendono a vedere nella tecnologia un grande forza, un fattore capace di modificare in profondità comportamenti e preferenze degli esseri umani. Esse tendono anche ad assumere che la natura umana fosse migliore, se non proprio buona, al momento in cui l’uomo e’ apparso sulla terra, che ce lo abbia messo Dio padre onnipotente o Madre natura.

La storia, in qualche maniera, e’ corruttrice: perché essa ha visto gli uomini continuare a sperimentare, nel bene e nel male, degli “artefatti”: macchinari, strumenti, forme d’espressione ma anche istituzioni e “modi di vivere assieme” frutto della loro creatività. Per queste persone, sicuramente, vi sono state eta’ meno corruttrici di altre. C’e’ sempre, piu’ o meno indietro nel nostro passato, una eta’ dell’oro cui guardare con nostalgia. E inevitabilmente l’ultimo ritrovato tecnologico, l’ultima scoperta scientifica, rappresenterà per loro il momento più pericoloso di questo continuo scivolare verso la perversione di tutto quel che di buono ci sarebbe nell’uomo.

A me sembra, gentili signori professori, che l’uomo tanto buono per natura non sia. Tant’e’ che per chiarirmi le idee, prima di scrivere questo tema, sono corso al bagno per consultare sul cellulare Wikipedia. Si direbbe che ho barato.

Vogliate capirmi: mi era necessario per dare forza al mio argomento. E, per inciso, Wikipedia il tema non me l’ha mica scritto lei, mi ha solo aiutato a riflettere con più attenzione su che cosa sia o non sia questa benedetta “fama”, e proprio perché mi e’ sembrato di non far nulla di male non ho difficoltà a raccontarlo per iscritto. Giudichi chi valuterà il tema se sono un bizzarro caso di imbroglione per bene, o se a neanche vent’anni sono già oppresso dai sensi di colpa al punto di fotografarmi da solo con le mani nella marmellata.

Torniamo a Wikipedia. Wikipedia, cui collaborano persone che in tutta evidenza ricordano meglio di me la mitologia greca e latina, spiega che la fama fra gli antichi la “si immaginava come un mostro alato gigantesco capace di spostarsi con grande velocità, coperto di piume sotto le quali si aprivano tantissimi occhi per vedere; per ascoltare, usava un numero iperbolico di orecchie e diffondeva le voci facendo risuonare infinite bocche nelle quali si agitavano altrettante lingue”.

Per citare un cantante che piace a mio padre, Fabrizio de Andre’, “una notizia un po’ originale/ non ha bisogno di alcun giornale/ come una freccia dall’arco scocca/ vola veloce di bocca in bocca”. La passione per i segreti meno commendevoli dei nostri simili e’ antica quanto la rappresentazione mitologica della fama, coi suoi “tantissimi occhi per vedere”. Ciò che succede oggigiorno e’ che ad accorciarsi sono i tempi della comunicazione. La mia generazione e’ abituata a comunicazioni istantanee, veicolate anche da Twitter e da Facebook.

Il costo di comunicare una qualsiasi cosa si e’ molto abbassato. Ai tempi dei nostri bisnonni, quando le comunicazioni dovevano essere affidate a qualche lettera scritta con penna e calamaio, destinata ad attraversare per giorni e giorni strade non sempre facilmente agibili, trasportata da un servizio postale costoso e inefficiente, ci si scriveva per forza poco. Si selezionavano le informazioni. Si evitava di sprecare la carta, e di spender troppo in francobolli. A scriversi tanto e intensamente erano gli amanti e gli intellettuali: gente che aveva sempre qualcosa da dirsi.

Oggi con una minima spesa in termini tempo, e in pratica senza aprire nemmeno il portafoglio, si puo’ dire qualsiasi cosa a tutto il mondo. Questo non necessariamente “instupisce” il pubblico. Al contrario, e’ diventato più semplice anche accedere ad informazioni che una volta si nascondevano, perche’ molto specialistiche e poco interessanti per i più. I social network connettono tanti piccoli aggregati umani, ciascuno dei quali gravitante attorno a passioni ed interessi che nel mondo di anche solo vent’anni fa, mi pare, avevano grandi difficoltà nel ritrovarsi.

E’ pur vero che oggi gli occhi della fama vedono di più e prima. E’ giusto, credo, che sia cosi’ – nel caso del deputato Weiner. Chi insegue consciamente la fama (per esempio facendo politica) deve sapere che e’ difficile controllare tutti quegli occhi, facendo si’ che guardino solo in una certa direzione.

Coloro che ambiscono ad essere famosi per più di quindici minuti devono sapere che, in un mondo in cui l’informazione viaggia tanto veloce, se fanno una qualche grossa stupidaggine potrebbero diventare davvero molto famosi, almeno per quindici minuti. In un caso e nell’altro, la loro notorietà e’ davvero negli occhi di chi guarda: e, in ultima analisi, e’ sempre il pubblico, che legga un giornale, guardi la televisione o cinguetti su Internet, a decretare chi e’ famoso e chi no, e perché.

Mi rendo ben conto che nulla di quanto ho scritto si applica a coloro che fanno delle stupidaggini, per diventare famosi in virtù di quelle. La nostra televisione ne e’ piena – eppure essa non e’, come i social network, anarchica e lasciata al cattivo gusto di chi usandola la costruisce. Essa e’ stringentemente governata da responsabili di palinsesto, direttori di rete, che per inciso in Italia per la meta’ credo siano di fatto dipendenti pubblici al pari degli insegnanti che mi hanno accompagnato in questi anni di liceo. C’e’ un cattivo gusto che pare emergere dal basso, e un cattivo gusto che viene calato dall’alto (magari per guadagnare più soldi con la pubblicità, ma ad ogni buon conto frutto della decisione consapevole di chi “comanda” una rete tv). Mi interessava parlare del primo, pensando alle persone di animo conservatore che hanno scritto la traccia di questo tema. Come ci avete insegnato a scuola, quando si scrive si deve sempre pensare al “destinatario”. Ai miei vorrei dire che probabilmente gli esseri umani sono fatti da sempre della stessa pasta, e per renderli peggiori o migliori, anche nei giudizi e nell’interesse magari morboso che provano per gli altri, ci vuole ben altro che Twitter.

]]>
/2011/06/24/chicago-blog-alla-maturita-il-tema-di-ordine-generale/feed/ 0