Che cos’e’ questa liberta’ di scelta? Cito da Repubblica.it:
Il meccanismo della “schermata di scelta” sarà semplice: una volta entrati in Windows, si aprirà una finestrella col titolo “Seleziona il tuo browser”, senza i tratti caratteristici di Internet Explorer, dove l’utente trovera in ordine casuale tutte le icone dei 12 browser più utilizzati in Europa, come Opera, Firefox, Safari o Chrome e altri. L’utente potrà cliccare sulle icone per ottenere maggiori informazioni e basterà poi un altro clic per installare il browser scelto come impostazione di default per navigare su internet. Questa finestra, che si chiamerà “Choice Screen” comparirà su tutti i pc che utilizzano i sistemi operativi Windows XP, Vista o Windows 7, grazie agli aggiornamenti automatici previsti dai sistemi. Il tutto a partire da marzo 2010.
Tanto rumore per… per risolvere con un meccanismo di questo tipo, che sostanzialmente fa risparmiare all’utente un clic rispetto all’aprirsi una finestra di Explorer e andare alla ricerca del nuovo browser che piu’ gli aggrada. L’impressione e’ che siano sprecate energie e parole per combattere e “vincere” una guerra che non ha piu’ ragion d’essere. Lo sviluppo di nuovi browser non e’ stato pregiudicato dal fatto che Explorer era offerto gratis a chi acquistasse un PC. Firefox, Opera e Safari hanno sgranocchiato quote di mercato riuscendo a convincere sempre piu’ utenti. Google con Chrome portera’ la competizione su un nuovo livello di integrazione, fra browser locale ed offerta di software “remoto”. La posizione dominante di Microsoft non si e’ ridimensionata (almeno in parte) perche’ abbiamo avuto un Antitrust attivista. Che per inciso se l’e’ presa con Media Player mentre iTunes cominciava a cavalcare la tigre, ed ha rispolverato la questione dei browser mentre andava cominciando ad assumere forma l’idea di “cloud computing”.
Microsoft oggi sembra meno pericolosa (se rifacessero il film “Antitrust”, per inciso una vera schifezza, e’ evidente che il “cattivo” oggi sarebbe Google) perche’ si e’ evoluta la tecnologia, e la concorrenza, quella vera non quella immaginata dai Mario Monti della situazione, ha fatto il suo corso. In questo “corso”, ci sta che grandi innovazioni tecnologiche o imprenditoriali garantiscano a un operatore una forte posizione dominante in alcuni momenti, quelli in cui avanza sull’abbrivio dell’innovazione da esso prodotta. Il problema e’ che questa posizione dominante sia “sfidabile” sul mercato, cioe’ non sia tutelata da protezioni legali.
Bruxelles ha accelerato, con le sue indagini e le sue multe, questo processo di distruzione creatrice? Ho i i miei buoni dubbi, perche’ gli interventi muscolari di Monti e della Kroes hanno penalizzato Microsoft senza “garantire” o “agevolare” una sfida di mercato a Microsoft. Il messaggio che hanno dato e’: quando diventi grande, entri nel mirino (e’ accaduto ad Intel, accadra’ a Google). Creare incertezza colpendo gli innovatori di ieri non aiuta quelli di oggi. E non incentiva altri a candidarsi ad essere gli innovatori di domani.
]]>Nel suo intervento il premier cita due volte Obama, che «con grande slancio ideale ha chiamato tutti noi ad una grande responsabilità per il futuro del mondo». E il futuro del mondo deve avere un approccio multilaterale ai problemi, includere tutti e non escludere nessuno. Condivisione è anche per il Cavaliere la parola chiave. Aggiunge sul futuro dell’economia: «Il nuovo modello di sviluppo dovrà basarsi sul rifiuto del protezionismo e sull’apertura dei mercati, perché i Paesi più poveri possano beneficiare appieno delle opportunità di crescita offerte dal commercio internazionale, a patto che rispettino i diritti umani ». Così come occorrerà «regolare in modo più stringente i futures e abolire i paradisi fiscali».
A chiunque riesca a spiegarmi – in maniera non montiana (il professore bocconiano ci ha provato in un paio di articoli per il Corriere) ovvero logica – il nesso causale fra le due cose, libertà degli scambi e armonizzazione fiscale, giuro di regalare una copia del mio libro preferito, “La cognizione del dolore” di Gadda, il cui titolo sembra parlare del futuro che ci attende.
]]>L’Unione è stata costruita come soggetto d’integrazione fondato su uno zoccolo duro, che è appunto l’integrazione di mercato. Oggi, però, l’economia di mercato versa in una grave crisi, una crisi di sistema e globale. Allora ci si deve porre una domanda: potrà andare avanti la costruzione europea, visto che è fondata su un sistema in crisi?
Detto altrimenti, franza o spagna purché se magna, mercato o Stato purché Europeo. La quadratura del cerchio sarebbe quella “economia sociale di mercato” che avrà tanti difetti, ma che – difendiamo i “cugini che sbagliano” Roepke etc – non era mica la schifezza di cui parla Monti. Per il quale “economia sociale di mercato” è semplicemente sinonimo di social-democrazia. Una social-democrazia per giunta rafforzata da un controllo “fiscale” internazionale, che sgomini i paradisi fiscali. Perché? L’ex Commissario alla concorrenza dimostra una volta di più quello che da queste parti si è sempre sospettato. Cioè di credere nelle virtù della concorrenza talmente poco, da voler sottrarre alla concorrenza la produzione di beni pubblici in capo agli Stati, e il momento in cui per quei “beni pubblici” si è costretti volenti o nolenti a pagare: il prelievo fiscale.
Avere affrontato il tema dei paradisi fiscali in sede di G-20 è stata certamente un’opera meritoria e importante. Ma iniziative utili per combattere l’evasione fiscale sono insufficienti per contrstare l’elusione legale. La realtà, infatti, è che ciascuno dei paesi dell’Unione Europea, o del G-20, funziona per certi versi da paradiso fiscale per i residenti degli altri.
Poche righe più in là Monti chiarisce da dove gli venga il sogno sotteso a frasi terrificanti come queste, che auspicano di fatto la fine della concorrenza istituzionale in Europa, che poi significherebbe l’eclissi della parte più positiva del processo di unificazione, quella legata alle libertà di movimento: che senso ha potersi muovere, se ovunque vado il panorama è sempre quello? Il sogno di questa orwelliana piallatura delle differenze gli viene dal fatto che negli anni scorsi le “economie sociali di mercato” hanno dovuto – purtroppo! – “avvicinarsi alle economie anglosassoni” (dove Monti è bizzarramente convinto che lo Stato sociale non esista, ignorando che, ahinoi, si potrebbe semmai sostenere che proprio nelle economie anglosassoni è stato inventato…), più parche nei prelievi e generalmente per questo capaci di attrarre capitali e fare crescere più rigogliose le proprie imprese. Insomma, la concorrenza istituzionale fa male perché ci obbligherebbe ad abbandonare il nostro “modello sociale”. Tesi che avete già letta nel libro del Monti moltiplicato per tre. Il quale se non altro è intellettualmente abbastanza sincero e schietto da non voler contrabbandare la rivolta contro la concorrenza fra ordinamenti (perché che la concorrenza fra ordinamenti si combatta coi dazi o con un coordinamento fiscale o normativo internazionale, è questione di mezzi ma non di fini, che sono identici) come una “difesa” del mercato unico europeo. Difesa da che? Dai principi sui quali esso stesso è stato fondato?
Consiglio vivamente la lettura di tutto l’articolo di Monti. A suo modo, è esemplare. Raramente infatti si hanno esiti più deludenti di quando un intellettuale scalpita per fare il politico, o di quando un politico gioca a fare l’intellettuale. Monti unisce le inadeguatezze dell’intellettuale che ambisce a fare politica, cosa che originariamente era, a quelle del politico che scalpita per darsi un tono da intellettuale, cosa che ora è. Coerentemente con un profilo molto diffuso nelle nostri classi dirigenti. Il centauro con le gambe d’uomo e la testa del cavallo.
]]>But will it last? The strengths that have made parts of continental Europe relatively resilient in recession could quickly emerge as weaknesses in a recovery. For there is a price to pay for more security and greater job protection: a slowness to adjust and innovate that means, in the long run, less growth. The rules against firing that stave off sharp rises in unemployment may mean that fewer jobs are created in new industries. Those generous welfare states that preserve people’s incomes tend to blunt incentives to take new work. That large state, which helps to sustain demand in hard times, becomes a drag on dynamic new firms when growth resumes. The latest forecasts are that the United States and Britain could rebound from recession faster than most of continental Europe.
Individual countries have specific failings of their own. (…) It may not be long before the fickle Mr Sarkozy is re-reading his Adam Smith.
Al di la’ delle letture da consigliare a Sarkozy, o ai suoi epigoni “corrieristi”, l’Economist di questa settimana contiene un articolo molto interessante ed equilibrato sull’eredita’ della signora Thatcher, oggetto di dibattito sul Financial Times ed altrove. Lo trovate qui. Le tesi di rilievo sono due. La prima e’ che, a dispetto del breve termine, proprio gli interventi emergenziali degli ultimi mesi pongono le basi del successo di una prospettiva thatcheriana, basata su una “stringente disciplina economica”, nel medio e lungo termine. L’altra e’ che se ora vi e’ un “ritorno dello Stato” in alcuni ambiti, nondimeno l’apertura a soluzioni privatistiche in altri ambiti, nemmeno sfiorati dall’opera della Lady di Ferro (i servizi alla persona, per esempio), e’ ormai parte a pieno titolo del dibattito politico e non se ne puo’ indovinare a breve la scomparsa. Anche perche’ i nuovi pesi che gravano sulle finanze pubbliche potrebbero costringere ad altre, per ora imprevedibili, esternalizzazioni e privatizzazioni.
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