Keen è un personaggio singolare, che alza la bandiera della “cultura del secondo novecento” (in Italia diremmo: post-sessantottina) sostenendo che si tratti del massimo prodotto di sempre della creatività umana. Prodotto che egli legge come in buona misura frutto di un “eco-sistema culturale” che ha consentito ai “creativi” (cinematografari, scrittori, musicanti) di trarre abbondante soddisfazione dal proprio lavoro. Di qui, parte con una filippica contro Internet, che di quella cultura sarebbe l’assassino. Sostanzialmente: lo sviluppo della rete avrebbe segnato una svolta ideologica per cui la qualità nella produzione culturale (si tratti di una rivista o di un CD) non dovrebbe essere più considerata degna di remunerazione monetaria. Questo ingenera una estrema “democratizzazione” della cultura, per cui tutto, non avendo prezzo, ha lo stesso valore: zero. Quei modelli di business che puntavano sulla costituzione di “piattaforme per la condivisione di contenuti” sperando di potere poi remunerare gli autori attraverso la pubblicità (un modello di per sé non certo nuovo: pensate alla televisione commerciale) sarebbero per Keen già obsolete, e in realtà sarebbero state sin dall’inizio votate al fallimento. Perché? Perché, banalizzo, “la qualità si paga”.
È un discorso affascinante anche se di dubbia consistenza. In prima battuta, a me possono piacere molto sia Bob Dylan che Saul Bellow e Philip Roth, ma prima di sostenere che i loro siano prodotti culturali intrinsecamente superiori a, chessò, Richard Strauss o Edvard Grieg piuttosto che Stendhal e Vittorio Alfieri ci penserei non due ma mille volte. Società diverse, in momenti diversi, hanno “pagato” gli artisti, i filosofi, i giornalisti, i musicisti in modo molto diverso. E siccome le preferenze sono individuali, ciascuno di loro può avere una diversa idea della moneta con cui desidera essere pagato.
C’è però un elemento di verità, o perlomeno a me sembra, nel discorso di Keen. Soprattutto grazie ad Amazon (Kindle) e a Apple (iPod/iTunes e giornali/iPad) si stanno affermando su Internet anche soluzioni per cui “la qualità si paga”. Questo vuol dire che tutto ciò che non è a pagamento fa schifo, oppure sia destinato a scomparire, perché dal momento che tutti hanno a disposizione tempo in quantità limitata lo dedicheranno solo ai contenuti “premium” per cui sborsano fior di quattrini? O, ancora, ciò che è gratuito sarà ridotto al rango di “assaggino”, per indurre all’acquisto, per esempio, di file audio o video?
Forse la faccenda è un po’ più complessa. Mi pare evidente che, con buona pace dei discografici, non esiste alcun tabù sociale che metta alla pari il donwnload illegale (com’era del resto ieri, con le videocassette copiate) con il furto. Mi pare altrettanto evidente che, con buona pace dei tecnofili, il libro va bene così com’è, non c’è bisogno di trasformarlo in una sorta di raccolta di link, e iniziative come il Kindle abbiano successo proprio perché ci consentono di procurarci in modo più pratico i cari vecchi libri.
Internet ci ha stupiti sin qui, e ci stupirà negli anni a venire. Non sarà tutta gratis, non sarà tutta a pagamento. I contenuti gratuiti, spiega Keen, danno l’impressione che “tutti siano uguali”, avvantaggiano il dilettante rispetto al reputato professionista delle arti e delle lettere. Ma siccome anche per leggere questo blog uno spende del tempo, davvero pensiamo che i lettori non sappiano giudicare e filtrare da sé i contenuti, investendo come meglio credono tempo e denaro?
È curioso che un “autoritario di sinistra”, come si definisce Keen, pensi che solo un prezzo in moneta possa rendere giustizia al valore di un’opera dell’ingegno – soprattutto perché, in tutta evidenza, anche al di fuori di Internet (pensiamo a libri o cd) i prezzi non riflettono solamente il “valore intrinseco” dell’opera, eterna chimera degli apologeti della “classe creativa”.
PS: Seth Godin sceglie di pubblicare in proprio sul web. La qualità che si paga, o la disintermediazione degli editori?
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Vorrei proprio cominciare da un libro che ha un po’ di anni sulle spalle: Economia e politica del petrolio di Alberto Clò. Si tratta di un vero e proprio manuale che esamina in profondità gli economics del petrolio, lungo tutta la filiera, dal pozzo (anzi prima: dalle attività di esplorazione e ricerca) fino alla distribuzione in rete dei prodotti raffinati. E’ un riferimento fondamentale per chiunque voglia acquisire le coordinate economiche del settore petrolifero: naturalmente non esaurisce tutti gli aspetti del vasto mondo dell’energia, ma sicuramente non può mancare nella vostra biblioteca.
Una prospettiva più generale, e siamo sempre alla manualistica, è quella offerta da Giancarlo Pireddu in Economia dell’energia (fratello del più facilmente reperibile Economia dell’ambiente), il quale esce dalla prospettiva di Clò dell’economia industriale e guarda all’energia, per così dire, da fuori, nel tentativo di incorporare nell’analisi anche una serie di fattori di carattere diverso: dagli innumerevoli (più o meno credibili) beni pubblici legati all’energia, ai (presunti) fallimenti del mercato. Quello che Pireddu presenta è, essenzialmente, il mainstream, spesso condivisibile, qualche volta no (secondo me), ma che certo non può essere perso di vista. D’altronde, ripeto, questo è un manuale, e il suo mestiere lo fa egregiamente.
Parlare di petrolio ed energia, comunque, non vuol dire solo acquisire familiarità con le caratteristiche economiche di questo bene (o servizio, o somma di beni e servizi, o commodity, o quello che volete), ma anche prendere coscienza della profondità storica dell’avventura energetica. Qui sono almeno tre i titoli che vorrei segnalare. Il primo non ha strettamente a che fare con la storia dell’energia, ma è secondo me una lettura fondamentale e piacevole: la Storia economica dell’Europa pre-industriale del compianto Carlo Maria Cipolla. Cipolla mostra come fosse il mondo prima che scoprissimo il segreto dei combustibili fossili, e chiarisce che anche allora, in un certo senso, la crescita economica è stata anche una crescita della domanda (e dell’offerta) di energia, mossa dal gioco tra progresso tecnologico e capitalismo. Dove finisce la narrazione di Cipolla, comincia quella – avventurosa e ricca di informazioni da insider – di Leonardo Maugeri, L’era del petrolio. Maugeri racconta l’incredibile storia del petrolio, dal Colonnello Drake ai giorni nostri, evidenziando tutte le interazioni politiche ed economiche che ci sono state tra produttori, tra produttori e consumatori, e tra il petrolio e i suoi fratelli – carbone prima, gas poi. In modo incredibilmente rigoroso, la storia del mondo letta attraverso la storia dell’energia – a partire dall’evoluzione nella struttura degli aratri! – è il compito che Vaclav Smil ha svolto in modo egregio nella sua Storia dell’energia. Scoprirete incredibili dettagli di cui non avreste mai sospettato neppure l’esistenza, e la cui importanza tutti noi siamo portati naturalmente a sottovalutare.
Se volete decisamente uscire dal mainstream, e gustare un’interpretazione affatto originale e avvincente (anche per la prosa godibilissima) correte a procurarvi Il prezzo del petrolio di Massimo Nicolazzi. In un volume denso ma agile, Nicolazzi parla di cose che conosce e che ama e, pur fingendo di occuparsi di greggio soltanto, spende un intero capitolo (tra i più belli) al gas e innumerevoli pagine al rapporto tra mercato, domanda, offerta, disponibilità fisica, constraint tecnologici, teorie economiche. Chi segue Chicago-blog non può perdersi la parte sull’antitrust madre di tutti i vizi, e la lettura -incredibilmente trascurata dai più – della politica petrolifera americana come servizio agli small producers, più che alle grandi multinazionali sempre sospettate di essere i bad guys della Casa Bianca.
Naturalmente, è importante farsi un’idea delle caratteristiche delle diverse fonti energetiche, e di ciò che le attuali tecnologie, nel contesto del qui-e-ora, possono offrire. E’ questo lo scopo, quasi didattico, del libro di Riccardo Varvelli, Le energie del futuro. Si tratta di un didascalico excursus tra le varie fonti, di cui vengono evidenziati pregi e limiti, e il possibile utilizzo. L’obiettivo è quello di far pulizia di tanta letteratura “mitologica”, che porta a cercare panacee inesistenti. Questo ci consente di calarci anche nella realtà del nostro paese, guardando alle due fonti energetiche che, per ragioni diverse, sono più interessanti. Una è il gas, il combustibile che sta al baricentro del nostro mix energetic: Massimo Beccarello e Francesco Piron, con La regolazione del mercato del gas naturale, svolgono un’indagine a tutto campo sui modelli regolatori, lo stato dell’arte in Italia, e le prospettive per il nostro paese, in tutti gli stadi della filiera. L’altra fonte “calda”, di questi tempi, è il nucleare: non solo in Italia, naturalmente, ma certo i propositi del governo in tale direzione ne hanno fatto una questione primaria. A questo proposito, un libro completo e ben strutturato è quello di Luca Iezzi, Energia nucleare? Sì grazie?, un tentativo di razionalizzare un dibattito che troppo spesso ha preso la tangente della guerra di religione. Come sempre, ci è utile ricordare, e Iezzi lo fa molto bene, che stiamo parlando di una tecnologia, non di quel che ci sarà dopo la morte.
Da ultimo, parlare di energia significa anche, e sempre più, parlare di clima. Il must read per scoprire un punto di vista anticonformista, politicamente smaliziato ed economicamente solido è Pianeta blu, non verde, di Vaclav Klaus, l’uomo politico che tutti vorremmo avere per presidente (ma i cechi hanno scelto prima, evidentemente…). Klaus, pur parlando di scienza, non intende affrontare la questione in una prospettiva climatologica, ma sotto un profilo eminentemente politico ed economico: Klaus parla soprattutto da uomo del suo tempo, che ha vissuto la prima metà della sua vita sotto la dittatura comunista, e che vede nel disegno “kyotista” una eco preoccupante delle idee che stavano dietro la prassi sovietica. Potete non trovarvi d’accordo, ritenerlo troppo estremista, perfino allontanarvi spaventati: ma è un libro per pensare. Per affrontare l’anno nuovo più consapevoli dei fantasmi che si agitano intorno a noi.
(*) E’ clamorosa, e per me inspiegabile, l’assenza dei due capolavori di Morris Adelman, The Genie Out of the Bottle e The Economics of Petroleum Supply), oltre che lo spettacolare Energy in World History di Vaclav Smil (disponibile anche in italiano). Del resto, scegliere è sempre fare un sacrificio, per chi sia davvero interessato a una materia. Solo che queste mi paiono assenze davvero inspiegabili, specie alla luce di alcune presenze di cui si sarebbe potuto fare tranquillamente a meno. Chiudo qui la nota polemica, ché a Natale siamo tutti più buoni (ma solo fino a un certo punto).
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