Per chi nella vecchia Europa socialdemocratica ci vive – e noi italiani siamo più europei degli altri da questo punto di vista – il ragionamento di Krugman solleva due istinti diversi: da un lato, ci sono i sempreverdi anti-americani che esultano e cantano le lodi dell’economia sociale di mercato; dall’altro lato, stanno coloro che tristemente osservano il loro mondo ideale diventare sempre più simile al loro mondo reale.
Spetta agli americani decidere la via che intendono seguire. Da parte nostra, consigliamo loro di guardare lo schema che segue, che riprendiamo dal blog Super-Economy, curato dallo stravagante Tino Sanandaji, studente PhD a Chicago (e coinquilino di un mio grande amico, tra l’altro). E’ un divertissement per il fine settimana, non ha valore né pretese scientifiche, ma fa riflettere.
Prendiamo i circa 196 milioni di americani che si auto-classificano discendenti da uno dei paesi dell’Europa dei Quindici (escludiamo quindi coloro che si definiscono genericamente “europei”, “anglosassoni in senso lato” o “scandinavi”) ed osserviamo il reddito pro-capite per l’anno 2007 dei diversi gruppi. Se ogni paese Ue avesse un reddito pro-capite pari a quello degli americani che da quello stesso paese discendono, il reddito pro-capite dei Quindici sarebbe stato nel 2007 di circa 53mila dollari, anziché 33mila. Interessante.
Se gli americani riflettessero su queste cifre, siamo sicuri che vorrebbero davvero l’europeizzazione degli Stati Uniti?
]]>In economia no. In economia al progettista folle si dà il Premio Nobel proprio mentre il ponte sta crollando. Sto ovviamente parlando di Paul Krugman, che se non è il più self-righteous dei supposti salvatori della patria tramite debiti e inflazione (la palma spetta a Brad DeLong), non è in genere carente di arroganza, e ciò spero scusi il divertito tono di questo articoletto.Il 2 Agosto del 2002, mentre io festeggiavo 23 anni, Krugman in un articolo diceva che per difendere i consumatori americani occorreva creare una bolla immobiliare per sostituire quella azionaria che era appena esplosa. Scrive:
“Consumers kept spending as the Internet bubble collapsed; they kept spending despite terrorist attacks. Taking advantage of low interest rates, they refinanced their houses and took the proceeds to the shopping malls.”
Ci si dovrebbe aspettare un responsabile “Fermiamo questa follia finché siamo in tempo”. E invece no:
“The basic point is that the recession of 2001 wasn’t a typical postwar slump, brought on when an inflation-fighting Fed raises interest rates and easily ended by a snapback in housing and consumer spending when the Fed brings rates back down again. This was a prewar-style recession, a morning after brought on by irrational exuberance. To fight this recession the Fed needs more than a snapback; it needs soaring household spending to offset moribund business investment. And to do that, as Paul McCulley of Pimco put it, Alan Greenspan needs to create a housing bubble to replace the Nasdaq bubble.”
Per Krugman ogni recessione ha qualcosa di “non-tipico” che richiede interventi particolari, parrebbe. In ogni caso, il dubbio è che stia scherzando: per uscire dalla crisi bisogna creare bolle, quindi teniamocela la crisi, altrimenti la bolla diventerà un buco nero.
Stava scherzando? No:
“Who, exactly, is about to start spending a lot more?”
In questa intervista del 2001 è ancora più chiaro (devo dire che forse l’intervista non è credibile, è una traduzione dal tedesco e non mi fiderei della fedeltà al testo, perché magari la fonte non è onesta: ma Krugman è sempre così):
“During phases of weak growth there are always those who say that lower interest rates will not help. They overlook the fact that low interest rates act through several channels. For instance, more housing is built, which expands the building sector. You must ask the opposite question: why in the world shouldn’t you lower interest rates? In Europe, growth stagnates, prices fall – everything suggests that part of Euroland’s economy is not active. Why shouldn’t the ECB try to stop the drift into deflation?”
E anche qui non scherza, nel 2001:
“Will the Fed cut interest rates enough? Will long-term rates fall enough to get the consumer, get the housing sector there in time? We don’t know.”
La bolla che ha fatto collassare i mercati finanziari è stata creata da Greenspan e sostenuta da Bernanke. I cheerleader intellettuali di questa follia sono state persone come Krugman, che forse dovrebbero riflettere sulle loro responsabilità invece che dare lezioni nel difendere gli interventi più irresponsabili che un policymaker possa concepire.
L’attuale crisi è un fallimento della discrezionalità e dell’interventismo monetari. Se avessimo avuto regole monetarie precise e politiche monetarie rigide, che non lasciavano adito ad aspettative di intervento, probabilmente non sarebbe successo nulla. Abbiamo bisogno di politiche monetarie e fiscali serie, al limite vere e proprie “non-politiche”, alla Mises, Friedman, Prescott: qualsiasi cosa ma non il fine tuning anticiclico degli apprendisti stregoni keynesiani.
Il fatto che più si fallisce più si ha successo dimostra che la politica, come processo di selezione delle scelte collettive, non funziona per niente. L’economia è una cosa troppo seria per lasciarla ai politici. E anche a certi economisti.
FONTE.
PS Mi aspetto una miriade di citazioni semanticamente identiche da molti altri economisti, come Stiglitz. Se qualcuno ha link, potrebbe esserci di che divertirsi.
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La ragione da lui addotta è meramente ambientale: a suo avviso, l’eventuale guadagno in termini di emissioni dovute all’utilizzo dei biocarburanti sarebbe vanificato dai consumi necessari al trasporto. Non ne sono convinto: l’efficienza, sia energetica sia economica, della produzione di biocarburanti nei paesi tropicali è talmente clamorosa che perfino i documenti ufficiali dell’Ue sono costretti a riconoscerla (per esempio nel Biofuels Progress Report del gennaio 2007, a pagina 11). Inoltre, a me pare ovvio che, una volta accettata la logica protezionistica, essa finisca inevitabilmente per prendere il sopravvento.
Questa verità è talmente palmare che perfino il presidente americano, Barack Obama, ha preso le distanze dalla clausola del pacchetto climatico votato qualche settimana fa dalla Camera, la quale prevede dei dazi sui beni importati da paesi non climaticamente corretti (una proposta simile gira da un po’ per le stanze europee, e guarda caso è sponsorizzata dai francesi). Il fatto poi che tale misura sia stata difesa da Paul Krugman (attraverso l’endorsemente di un editoriale del NYT, oltre che di una serie di argomentazioni economiche e azzeccagarbugliesche) dovrebbe indurre al massimo scetticismo. Oltre tutto, come scrive Tyler Cowen, anche dando per buona l’utilità dei dazi climatici in un mondo perfetto, le controindicazioni sono tali e tante da far venire la pelle d’oca. Il protezionismo non è mai la soluzione, e l’antiprotezionismo è la meno negoziabile di tutte le posizioni politiche.
]]>La polemica di Krugman, che da intellettuale “militante” ed insider di primo livello è uso a schierarsi con una parte e contro l’altra, non sarebbe così interessante se non offrisse l’occasione per considerazioni più generali.
Su un punto l’economista americano ha sicuramente ragione: e cioè che le buone scelte politiche non si giudicano nell’arco di pochi mesi. Non a caso il formidabile crollo della disoccupazione che caratterizzò in America gli anni Ottanta del reaganismo fu ben successivo alla fase ricordata da Krugman.
C’è però un altro elemento, assai più meritevole di attenzione. Bisognerebbe cominciare a ragionare su questi temi senza infatti cadere vittima di troppe ingenuità metodologiche. In una realtà complessa quale è quella dell’economia americana o di qualsiasi altro Paese, non è possibile attribuire ad una scelta politica (sia esso uno “stimolo” keynesiano o il taglio delle imposte) ciò che succede successivamente (ad esempio, l’aumento della disoccupazione). Solo una buona teoria può dirci quale relazione c’è, ceteris paribus, tra una scelta di politica economica e le sue conseguenze sul sistema della produzione e della distribuzione. L’empirismo dei puri fatti non porta da nessuna parte.
In secondo luogo, bisognerebbe capire che è davvero molto sbagliato sposare l’occupazione per se: e che certo questo è tanto più curioso se a farlo sono intellettuali che costantemente dichiarano di farsi ispirare solo dalla realtà, rigettando ogni prospettiva di ordine ideologico e/o morale. D’altra parte, nella vecchia Ddr o nell’Urss d’antan la disoccupazione proprio non esisteva. C’erano invece i lavori forzati.
Non solo. Chi scrive è tra coloro che sarebbe davvero felice di veder crescere di colpo la disoccupazione in Italia grazie a massicci licenziamenti nel settore pubblico. È un’ipotesi del tutto irrealistica e certamente sarebbe una medicina amara (molto dolorosa, in particolare, per chi finirebbe per trovarsi sulla strada), ma aiuterebbe la crescita effettiva del Paese, che ha bisogno di più privato e meno spesa pubblica, più imprese e meno uffici parastatali.
Per sviluppare una qualsivoglia analisi sociale, bisogna insomma evitare non soltanto l’ingenuo positivismo che oggi domina larga parte degli studi economici, ma saper anche includere – con la massima consapevolezza, e con il coraggio di esporre le proprie tesi alle altrui critiche – quelle opzioni culturali ed etico-politiche che comunque sorreggono ogni interpretazione della realtà. Anche quelle di economisti avversi – a parole – ad ogni ideologia e fedeli sacerdoti di un positivismo che si vorrebbe oggettivo e senza partiti.
]]>Al di là di questo fraintendimento sul meccanismo che sta alla base della creazione di ricchezza, Krugman pare compiere una serie di assunzioni tutt’altro che pacifiche. Anzitutto, suppone che il cap & trade americano potrebbe funzionare. Non è scontato: in Europa è andata diversamente. Secondariamente, implicitamente sembra credere che (a) tutto il mondo si adeguerà introducendo politiche di controllo delle emissioni e (b) gli imprenditori americani siano idioti. Se infatti resterà almeno un paese sulla faccia della Terra che lasci libertà di CO2, e se esisterà almeno un imprenditore americano intelligente in un settore carbon-intensive, questi delocalizzerà le sue attività in quel paese, col risultato che i suoi concorrenti o chiuderanno la baracca, oppure si adegueranno. Ciò significa che, a livello globale, le emissioni non verranno significativamente ridotte, ma solo trasferite. Anzi, è probabile che addirittura aumentino, perché – come spesso accade – il paese in via di sviluppo di destinazione potrebbe essere meno efficiente, nell’uso dell’energia, degli stessi Stati Uniti. Per esempio, Dieter Helm – certo non sospettabile di anti-kyotismo – ritiene che il processo di “decarbonizzazione” dell’economia britannica non abbia in verità prodotto alcuna riduzione delle emissioni nette del paese, che si sarebbero solo spostate altrove.
Ma anche trascurando questo non secondario punto, e supponendo che gli imprenditori americani siano idioti e che tutto il mondo si innamori di Barack Obama a tal punto da seguirlo sulla via del cap & trade, c’è un ulteriore punto che a Krugman sembra sfuggire. Siamo sicuri che la riduzione di qualche punto percentuale delle emissioni globali abbia risultati discernibili sul clima? E, in subordine, siamo sicuri che il beneficio ambientale sia comparabile al costo economico? Le opinioni qui sono molto diverse e distanti, ma semplicemente il fatto che questa divergenza esista testimonia di una profonda incertezza di fondo. Ora, tra tutti i modi di gestire l’incertezza, quello meno efficace consiste nel rimpiazzarla con una falsa certezza. La sicumera con cui Krugman e quelli come lui affrontano le questioni climatiche, passando bellamente sopra all’infinità di cose che ignoriamo, ricorda quanto Pablo Picasso diceva del computer: “è inutile perché dà solo risposte”.
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