Per questo, da anni i governi hanno di volta in volta annunciato il suo graduale abbattimento. Troppo graduale, hanno pensato le imprese dopo i primi taglietti effettuati dal governo Prodi. È per questo che il centrodestra ha fatto dell’annullamento dell’Irap un esplicito impegno elettorale. Rilanciato da Silvio Berlusconi tre giorni fa. Ribadito ieri da Tremonti e Letta, incontrando le Regioni. La soluzione finale verrà solo con il federalismo fiscale, ha detto Tremonti, proprio perché va compresa in un quadro di imposte e risorse proprie che rendano le Regioni responsabili di quello che spendono.
Bisogna dedurne che il governo ha deciso di accelerare sull’attuazione del federalismo fiscale. In caso contrario, tutte le imprese e dunque milioni di elettori avrebbero l’impressione che si tratta ancora di un annuncio per suscitare aspettative, dopo il quale si prende altro tempo. È vero, occorre essere responsabili per il debito pubblico, la prima preoccupazione di Tremonti ogni qualvolta gli si propongono misure che s traducano in deficit aggiuntivo. E l’Irap nel 2008 ha portato alle casse pubbliche oltre 38 miliardi di euro. È anche vero che gli introiti dello scudo fiscale, essendo una tantum, non possono finanziare tagli strutturali e permanenti alle entrate. È anche vero però, sostengono gli imprenditori che ieri hanno coperto di applausi a Mantova il capo dei piccoli di Confindustria Giuseppe Morandini, che ci sono ancora miliardi di euro di sprechi nella spesa pubblica, che le province nessuno le ha tagliate, che le cronache continuano a proporre esempi di carrozzoni pubblici con politici che assumono centinaia di raccomandati. La politica si dia una mossa, allora, se non vuole assistere all’asfissia crescente che grava su tantissime aziende.
Se davvero si volesse mettere mano da subito a una graduale riduzione dell’IRAP, una volta tagliata spesa pubblica equivalente, il problema diventa da dove cominciare. Le strade possibili sono almeno tre. C’è innanzitutto chi propone di concentrare la prima riduzione accrescendo la deduzione degli interessi passivi. L’effetto potrebbe essere però quello di concentrare i benefici sulle banche e sugli intermediari finanziari: è davvero questa, la priorità da seguire?
Una seconda strada è quella invece di attenuare o addirittura annullare la componente dell’imposta che grava sul numero di dipendenti. È sicuramente questa, la richiesta maggioritaria che viene dalle imprese manifatturiere e dei servizi. Ma attenzione: anche qui, se non si interviene con cura, si potrebbe finire per agevolare soprattutto le grandi imprese, piuttosto che le piccole che a migliaia sono ancora più a rischio.
La terza strada è quella di concentrarsi invece solo sulla piccolissima impresa, quella che attualmente gode del regime di franchigia. In questo terzo caso, però, significa limitarsi alla fascia di aziende fino a 180mila euro di fatturato. Non va bene neanche questo, a giudicare dagli allarmi levatisi ieri a Mantova. La soluzione preferibile sarebbe quella di una prima diminuzione concentrata su una fascia di piccole imprese più estesa. Nel quadro di un annuncio preciso, in termini temporali, degli sgravi ulteriori negli anni a seguire per le aziende, in maniera che esse da subito possano almeno pianificare i propri flussi finanziari. Questo, naturalmente, sempre che si voglia cominciare davvero. In caso contrario, avrebbe ragione Tremonti: era meglio, cioè, in definitiva, non annunciare nulla.
I have some simple beliefs. That there is such a thing as society, it’s just not the same thing as the state. That there is a ‘we’ in politics, and not just a ‘me…
preferisce dire Cameron. Ma si riprende almeno parzialmente subito dopo, quando va ai “valori”:
This is my DNA: family, community, country. These are the things I care about.
E su questi valori fonda la necessità che è tornata a risuonare come obiettivo preminente dei Tories: ridurre lo Stato- Leviatano.
We are going to solve our problems with a stronger society. Stronger families. Stronger communities. A stronger country. All by rebuilding responsibility.
Purtroppo, Cameron resta debolissimo sulla parte fiscale per ragioni elettorali, visto che difende l’aliquota fino al 50% sui più ricchi, che “devono pagare la propria parte”. Sono i poveri, a dover innanzitutto pagare meno tasse, ha scandito Cameron. Trent’anni fa i Tories combatterono e vinsero contro il Labour per non far pagare ai ricchi un’aliquota marginale che in realtà era al 98%. Oggi combattono e vinceranno contro lo stesso avversario per abbattere l’aliquota marginale che finisce in realtà per giungere sino al 96% sui più poveri, visto che una madre single con due figli che guadagni 150 sterline a settimana resta solo con 4 sterline in tasca, ha detto. Di qui una tirata a effetto contro i laburisti affama-poveri…
Who made the poorest poorer? Who left youth unemployment higher? Who made inequality greater? No, not the wicked Tories… you, Labour: you’re the ones that did this to our society. So don’t you dare lecture us about poverty. You have failed and it falls to us, the modern Conservative Party to fight for the poorest who you have let down.
Di qui una parte strappalacrime su dolorose vicende di povere madri lasciate da sole a tirare la carretta. E su la necessità di battersi per ordine e sicurezza, polizia e forze armate. Ma anche una solida virata verso i valori antistatalisti di sempre:
To be British is to be sceptical of authority and the powers-that-be. That’s why ID cards, 42 days and Labour’s surveillance state are so utterly unacceptable and why we will sweep the whole rotten edifice away.
Mancano i numeri, tranne che sull’aumento dell’età pensionabile a 66 anni, e anzi Cameron ha detto che qualunque sia il programma stilato dall’opposizione, non è per questo che si vince ma per il proprio carattere e per ciò che la gente in base a questo si attende di fronte a difficoltà straordinarie. cosa che mi sembra onesta, a dire il vero, visto la fine che fanno i programmi di governo in questo momento non solo in Italia (da sempre), ma in tutta Europa.
L’effetto non è stato male. Se si pensa che oggi a Londra il governo Labour guidato da Gordon Brown annuncia in risposta a Cameron privatizzazioni per 16 miliardi di sterline nei prossimi due anni… Da noi posso dirvi che ieri, domenica, i vertici del governo erano furibondi perché Emma Marcegaglia presidente di Confindustria e Il Sole 24 ore con Guido Tabellini chiedevano il taglio dell’IRAP.
Non si può nascondere una punta di soddisfazione nel sentire Federica Guidi scegliere, tra le proposte di policy che i Giovani di Confindustria hanno lanciato alla politica, una misura che l’Istituto Bruno Leoni aveva inserito un anno fa nel Manuale delle Riforme per la XVI legislatura: l’eliminazione dell’imposta regionale sulle attività produttive – l’Irap, l’imposta rapina – attraverso la sua “scomposizione” in due diverse componenti. Se quella del Manuale era una rivisitazione di un’intuizione di Francesco Forte, quella di Federica Guidi ne è una versione molto concreta e – se si volesse – facilmente attuabile. Le buone idee circolano, insomma.
La proposta, nei suoi caratteri generali, è quella che segue. A parità di gettito, le due componenti che sostituirebbero l’Irap sarebbero: la prima, un’addizionale dell’imposta sui redditi d’impresa, modificabile a discrezione delle Regioni entro una forchetta di alcuni punti percentuali; la seconda, un contributo sanitario regionale a carico dei soggetti che oggi sopportano l’Irap, detraibile dalla base imponibile Ires come costo di produzione.
L’addizionale Ires in sostituzione dell’Irap permetterebbe, finalmente, di eliminare quell’astruso meccanismo di imposizione del costo del lavoro e degli interessi passivi, che fa pagare le tasse anche alle imprese in perdita. In più, si stimolerebbe una concorrenza fiscale virtuosa tra le diverse Regioni: nel Manuale, avevamo proposto un’addizionale del 5 per cento, con un forchetta di 2 o 3 punti; potenzialmente, ciò potrebbe portare fino a 6 punti di differenza nel carico Ires tra la Regione più virtuosa e quella più spendacciona. In tempi di federalismo fiscale in fieri, quale migliore occasione per responsabilizzare le Regioni? La legge-delega sul federalismo fiscale che il Parlamento ha affidato al Governo, d’altro canto, prevede espressamente l’abolizione dell’Irap. Se non si vuole che la sua soppressione si traduca in una riduzione del livello di autonomia fiscale e finanziaria delle Regioni, è bene affidare il finanziamento della sanità alle amministrazioni regionali stesse, “condannandole” ad una maggiore responsabilità e ad una più decisa tensione competitiva. Chi saprà offrire una sanità efficiente con un costo più contenuto, potrà ridurre l’Ires ed attrarre investimenti, a danno delle Regioni meno virtuose.
L’istituzione di un contributo sanitario regionale (pro capite, per dipendente) permetterebbe di non escludere dalla nuova forma di tassazione i soggetti Irap non tenuti al pagamento dell’Ires, in primis le pubbliche amministrazioni. Così come per l’addizionale, anche con il contributo sanitario si stimolerebbe la competizione tra territori: le Regioni più capaci di ridurre le spese inutili e gli sprechi veri e propri riuscirebbero a ridurre il carico contributivo delle imprese.
Particolarmente interessante è la possibilità, che Federica Guidi ha richiamato nel suo intervento, che le imprese portino in detrazione dal contributo sanitario le eventuali polizze sanitarie stipulate per i propri dipendenti. Come ha rilevato la presidente dei giovani industriali Guidi, “oltre a favorire lo sviluppo della sanità privata, tale possibilità contribuirebbe alla modernizzazione del modello di relazioni industriali italiane”. La polizza sanitaria entrerebbe a pieno titolo nel gioco della contrattazione tra imprese e sindacati, favorendo uno spostamento del baricentro della contrattazione verso il livello più basso, l’azienda. Si consentirebbe ai lavoratori, come ha sottolineato Guidi, “di riappropriarsi di pezzi del proprio reddito”.
Le luci sono tante, ma non mancano le ombre e le incognite. E’ bene sottolineare che l’eventuale detrazione delle polizze sanitarie dal contributo sanitario rappresenterebbe una sfida tanto importante quanto rischiosa per il governo della sanità regionale. Se è ragionevole pensare che la promozione delle polizze sanitarie aziendali sposterebbe una porzione (limitata probabilmente, ma non per questo non significativa) della domanda sanitaria verso il privato, è altrettanto plausibile temere che l’offerta sanitaria pubblica non riesca automaticamente a ridursi di conseguenza, stante la sua strutturale rigidità. Il passaggio da un sistema all’altro, insomma, richiederebbe – da parte della classe dirigente regionale, sul fronte politico come su quello dirigenziale – uno sforzo rilevante, possibile solo grazie ad un radicale cambio di mentalità e di prospettiva.