L’esplosione nella piattaforma Deepwater Horizon ha una serie di cause prossime: la sfiga e la cultura industriale di Bp, anzitutto. Ma ha anche cause remote che hanno creato un humus fertile perché le cause prossime scatenassero il disastro.
Partiamo da due situazioni estreme: nella situazione A la proprietà del sottosuolo (e delle risorse minerarie in esso contenute) è “pubblica”, nella situazione B è ”privata” (non mi interessa definire come e chi ne ha diritto allo sfruttamento, è sufficiente che sia un soggetto privato e che i suoi diritti siano chiari e riconosciuti da tutti). Nella situazione A mi aspetto fenomeni di sovra- o sotto-sfruttamento, dovuti al fatto che il governo ritiene di dover spremere la rendita mineraria oppure, all’opposto, che pensa che non sia opportuno turbare l’ecosistema con le trivelle. In entrambi i casi il risultato è socialmente inefficiente. Nella situazione B, invece, mi aspetto che le risorse vengano sfruttate nella misura in cui ciò è conveniente (dati i prezzi relativi delle risorse minerarie e dei beni ambientali, naturali e paesaggistici che, per estrarle, possono essere compromessi). Guillermo Yeatts, già manager di diverse imprese attive nella filiera petrolifera e autore dello splendido Subsurface Wealth: The Struggle for Privatization in Argentina, spiega molto bene i vantaggi di B rispetto ad A. Da un lato, in A la rendita mineraria viene sovente utilizzata per puntellare regimi corrotti e dittatoriali, mentre beneficia poco e/o male le popolazioni direttamente coinvolte dalle attività estrattive. In B, è vero il contrario. Incidentalmente, questa è la ragione per cui la scoperta di un giacimento è un dramma sociale con tinte da Guerra di Troia nella foresta Amazzonica, mentre è una bella notizia, chessò, in Oklahoma. Dove le risorse minerarie sono di proprietà pubblica, l’intero beneficio è catturato dal governo e dalle sue clientele (senza contare che i mezzi di produzione sono normalmente inefficienti). Dove invece esso è privato, il benessere tende a estendersi in un clima di relativa pace sociale.
Cosa c’entra tutto questo con Bp? In fondo, ho appena scritto che gli Usa sono più simili a B che ad A. In realtà, come spiega Rob Bradley, un po’ perché l’estensione delle terre di proprietà pubblica è enorme, un po’ perché le aree offshore ricadono sicuramente (attraverso concessioni e altre diavolerie) in questa categoria, un po’ perché la regolamentazione ha fatto il resto, negli stessi Stati Uniti è in atto un processo di surrettizia “pubblicizzazione delle risorse minerarie”. In questo contesto, il ruolo del governo centrale e del Bureau of Ocean Energy Management (l’ex Minerals Management Service) diventa sempre meno di regolazione tecnica, e sempre più di pianificazione centrale. Quel maledetto buco non ci ha lasciato solo un costoso bando sulle trivellazioni offshore: lascia anche una mole di regolamentazione in crescita, che rischia di andare ben oltre la definizione di requisiti di sicurezza più o meno stringenti (che può incentivare o disincentivare l’assunzione di rischio minerario, aumentando o riducendo i costi di ingresso, ma almeno è relativamente meno distorsiva e relativamente meno arbitraria).
Come spesso accade, insomma, la risposta a un disastro è irrazionale e sbagliata: anziché rimuoverne le cause, essa finisce per ingigantirle. Di fatto, il modo in cui l’amministrazione Obama (e altri governi in giro per il mondo) sta gestendo la faccenda lascia prevedere che, se nell’immediato avremo un giro di vite sulla ricerca ed estrazione petrolifera e quindi una produzione subottimale nei paesi Ocse, nel lungo termine potremmo incrementare il disallineamento tra gli incentivi delle compagnie petrolifere e gli interessi “pubblici” (comunque definiti). E avremo una maggiore dipendenza delle decisioni di investimento dal parere, variamente definito e variamente raggiunto, degli uffici pubblici, con l’inevitabile creazione di azzardo morale (se ho tutte le carte bollate a posto, posso fare cose che altrimenti non farei).
Ci troviamo, cioè, di fronte a un doppio effetto Peltzman: c’è un effetto Peltzman “di primo ordine” in virtù del quale imprese e governi reagiranno ai bandi occidentali spostando produzioni e investimenti nei paesi da cui, ogni giorno e ogni ora del giorno, si dice dovremmo dipendere di meno (non lo dico io, che non me ne frega niente: rilevo che quelli che diventano isterici per il petrolio iraniano e il gas russo, non dovrebbero sostenere bandi e vincoli sulle risorse Ocse…). Poi, c’è un effetto Peltzman di second’ordine in virtù del quale chi ottiene permessi si sentirà “blindato” e dunque agirà prestando relativamente meno attenzione ai rischi reali, e relativamente più attenzione agli obblighi burocratici (come è in parte successo a Bp, in fondo, seppure con una serie di aggravanti).
In breve, per minimizzare la probabilità di incidenti spiacevoli bisognerebbe privatizzare in senso proprio le risorse minerarie (cioè il sottosuolo), ridurre le regolamentazioni alla mera definizione di standard tecnici operativi, e cancellare ogni norma che possa collettivizzare i rischi (come il ridicolo limite alla responsabilità civile delle compagnie petrolifere).
]]>Il pianista non può essere sospettato di simpatie per il regime fondamentalista: specie se si considera che suo padre, che era un ingegnere, fu imprigionato dopo l’avvento al potere degli ayatollah e poi ucciso nel 1991. Egli però ritiene che impedire i commerci tra Teheran e l’Occidente danneggi le condizioni di vita della povera gente e allontani ogni possibilità di integrazione tra l’Iran e il resto del mondo. L’embargo non rappresenta una strategia dura, ma necessaria: è invece una politica illiberale che colpisce la popolazione civile iraniana, ostacola ogni forma di integrazione economica e culturale, rafforza i regimi al potere.
Lo si è già visto a Cuba, dove dopo anni e anni di un rigoroso embargo statunitense si continua a fare i conti con la “dinastia socialista” dei Castro, che se oggi inizia a perdere colpi è solo a causa dei disastri (di ogni genere) conseguenti al collettivismo imposto all’isola caraibica.
Detto questo non so se Bahrami abbia compreso quanto le libertà del commercio capitalistico siano strettamente intrecciate con la grande civiltà musicale che egli fa rivivere quando si mette dinanzi a una tastiera; e neppure se egli abbia chiaro come la libertà degli artisti sia inscindibile dal dinamismo di una società di mercato.
Ma il suo appello di questi giorni perché si riaprano le frontiere tra Iran e Occidente coglie un punto importante ed esprime una richiesta giusta. Andrebbe ascoltato.
]]>Da sempre il peak oil debate è un classico dell’allarmismo ambientalista. Ricordo a tutti il rapporto del cosiddetto Club di Roma, del 1972, secondo il quale il picco avremo dovuto già raggiungerlo più di 10 anni fa. A tali visioni si è sempre opposta l’ala più seria della ricerca energetica. Per fare un nome, il CERA – Cambridge Energy Research Assocates – autorevolissimo centro studi basato a Boston, che si è rivelato nel giusto, quando decenni fa iniziò ad affermare che la crescita del prezzo del barile avrebbe indotto ad affinare la tecnologia volta a identificare nuovi giacimenti e riserve, nonché a ricavare petrolio e idrocarburi a costi convenienti da sabbie e scisti bituminose.
Ma Birol ha deciso di calcare il piede sul pessimismo. Da una revisione dell’analisi storica condotta su 800 giacimenti petroliferi, ha dichiarato, si deduce che il declino dei campi petroliferi attualmente coltivati potrebbe toccare l’8,3% dell’offerta nel 2030. Il che significherebbe, per Birol, che occorrerebbe per quella data identificare “almeno 40 milioni di barili giorno di nuoca capacità lorda, solo per neutralizzare tale effetto”. L’equivalente di quattro Arabie Saudite come media giorno del 2009!
Per tentare di dare una risposta agli allarmisti sul medio periodo, occorre tenere sott’occhio le serie storiche relative alla scoperta di nuove riserve. Tra il 1960 e il 1990, nel mondo si sono scoperte riserve di petrolio più che doppie in media rispetto a quello che veniva estratto e commercializzato. Dopo di allora e fino a metà degli anni 2000, il ritmo delle scoperte si è abbassato, fino alla metà dei consumi. È fin troppo facile comprendere, se non si è in malafede, che i lunghi ani di basso e bassissimo costo del barile hanno scoraggiato le ricerche di nuove riserve. Mentre il picco di 147 dollari del 2008 ha tanto stimolato la ricerca che nella prima metà del 2009 – mentre intanto il mondo era in crisi nera e la domanda e i prezzi declinavano nuovamente – da portare alla scoperta di ben 10 miliardi di barili, una quantità semestrale mai più toccata da dieci anni a questa parte. Inutile dire che i “verdallarmisti” replicano che neanche quei 10 miliardi bastano. In realtà, come abbiamo più volte scritto, la loro tesi è che la recessione é stata in realtà benedetta, perché ha fatto consumare di meno. E per la stessa ragione volevano un accordo stringente a Copenhagen, per abbassare da 105 a 89 milioni di barili giorno il consumo prospettato al 2030, con la scusa di contenere entro i 2 gradi centigradi l’aumento della temperatura globale.
Temo che in questa partita tra allarmisti e ragionevoli si perdano di vista almeno due prospettive essenziali. La prima è che, a breve, la priorità è come uscire dalla crisi, non restarci dentro per contenere le emissioni di CO2. La seconda è quella geopolitica. La realtà è che tutte le 13 maggiori compagnie titolari della quasi totalità delle riserve certe accertate sono compagnie di Stato, per chi se lo fosse dimenticato. E tanto per cambiare è la Cina, coi suoi giganti di Stato, la più attiva da anni per assicurarsi concessioni, estrazioni e prospezioni dall’Africa al Medio Oriente. Piuttosto che spaccarci come polli sulle previsioni di qui al 20390, è meglio tenere sott’occhio le elezioni in Brasile nel prossimo ottobre 2010, visto che il successore dell’ottimo Lula potrebbe essere meno responsabile di lui, puntare o addirittura promettere l’ingresso nell’OPEC, escludere all’Occidente le sue promettenti aree oceaniche offshore per le quali la sua Petrobras non ha la tecnologia adeguata.
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Dal punto di vista del mondo occidentale, l’atomo presenta due indiscutibili vantaggi: aiuterebbe a rafforzare la sicurezza energetica (perché consente una maggiore diversificazione delle fonti e dei fornitori, almeno nel settore elettrico e indirettamente in quello del riscaldamento e degli usi industriali, a favore dei quali verrebbero liberati approvvigionamenti di gas) e contribuirebbe all’abbattimento delle emissioni. Personalmente sono contrario alla “politicizzazione” di questi due obiettivi e all’adozione di specifici strumenti di policy (come l’orrido Emissions Trading Scheme che quotidianamente ci affligge). Però è un dato di fatto con cui i maniaci della sicurezza e dell’ambiente dovranno fare i conti, che qualunque politica tesa ad ampliare la diversificazione o a ridurre il consumo di combustibili fossili renderà l’atomopiù competitivo, e aiuterà a togliere castagne finanziarie dal fuoco competitivo dei mercati liberalizzati.
Nella prospettiva geopolitica, il nucleare ha un grande e ovvio appeal per i paesi produttori di risorse: per i quali, se anche fosse relativamente più costoso dell’elettricità prodotta da metano, avrebbe comunque senso installarne una quota per liberare olio e gas da destinare all’esportazione (dove, visti i costi di estrazione relativamente bassi, sono comunque più profittevoli). Tra parentesi, diversi paesi del Golfo generano la loro elettricità col peggio olio combustibile, quindi l’impatto ambientale – e non parlo solo di CO2 – sarebbe indubitabilmente positivo. Qui il vero problema riguarda il possibile nesso, per quanto debole, tra nucleare civile e nucleare militare, e in particolare alla possibilità di nascondere il secondo dietro il primo.
Questo è un problema serio – soprattutto di fronte a pretendenti come l’Iran, che del restano puntano il dito contro chi, come Israele, India e Pachistan, l’hanno già fatto. Tuttavia è un problema che è possibile affrontare in ottica puramente pragmatica: in ballo non ci sono reali opzioni ideologiche, ma interessi e contropartite. E’ un terreno su cui le diplomazie possono e devono muoversi, ma è importante evitare inutili estremismi (come le posture nazionaliste iraniane, ma anche i niet ciechi e assoluti troppo spesso posti dalle amministrazioni americane) e le strumentalizzazioni religiose (penso all’antinuclearismo verde). Chi ha veramente il pallino in mano, oggi, è Washington, che su questa battaglia potrà darsi un profilo davvero alto – oppure sprecare un’opportunità e incancrenire le attuali incomprensioni (nello stesso modo in cui si sta uccidendo il Nabucco per il tic psicologico di sedersi allo stesso tavolo con Bagdad e Teheran).
La questione, dicevo, è seria ma non ancora grave: vediamo di evitare che lo diventi.
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