In una certa misura, la risposta è affermativa. Vediamo perché.
Nel caso di Intesa, il modello duale di governance bancaria mostra di non essere sempre automaticamente capace di impedire che, tra chi svolge la propria funzione apicale di gestione, e chi invece quella di sorveglianza, non possano insorgere anche talora equivoci. Nel caso specifico, non riguardano scelte istituzionali o operative della banca, ma le esternazioni personali dell’amministratore delegato, e la sua partecipazione a delibere che in realtà, anche volendo essere cattivi a oltranza nel maneggiare i criteri del conflitto d’interesse, configurano al massimo un caso di opportunità, non di rigorosa osservanza trasgredita. Ma anche se non innanzitutto l’opportunità è una categoria molto delicata, quando si tratta di apparire a prova di bomba di fronte al sospetto del conflitto d’interesse, a proposito della presenza di un fratello dell’ad nella società alberghiera operata da Intesa, quando in parallelo per le operazioni alberghiere della famiglia primari istituti bancari avevano messo a disposizione fior di capitali poi non utilizzati, ma investiti – del tutto legittimamente perché qui non siamo ostili al vantaggio fiscale comparato, su cui tanti demagogicamente ecepiscono in Italia – in Lussemburgo.
Nel caso di Unicredit, il problema è un altro. E’ una questione che questa volta non ha a che vedere con i colpi che ad Alessanro Profumo sono venuti dal guidare la banca più internazionalizzata d’Italia, più esposta in Paesi colpiti da crisi e bolle come l’Europa orientale, e insieme più avanti nell’aver adottato il modello originate to distribute più severamente colpito dalla crisi del modello d’intermediazione anglosassone. Oltre ad aver sottostimato all’inizio della crisi la necessità di ricapitalizzarsi. Tutto questo appartiene ormai al passato, come del resto confermato dagli stress test bancari europei – molto discutibili in verità, ma più per la tutela usata alle banche tedesche – di qualche settimana fa.
Il problema che riemerge in Unicredit è un altro. Ed è di grande attualità non solo da noi, ma anche nell’Europa dei salvataggi bancari che da noi per fortuna non sono stati necessari, e in cui gli istituti che devono smobilizzare le quote di capitale pubblico d’emergenza pubblico sono alla ricerca di nuovi azionisti dotati di cospicui capitali. Che cosa è davvero oggi una banca nazionale? Basta che fondi sovrani e banche centrali estere ne diventino primo azionista, sommando quote che in teoria però sono distinte, perché sia giusto suonare l’allarme dell’attentato alla sovranità? Spetta all’amministatore delegato avvisare davvero preventivamente le fondazioni azioniste e il presidente, di una quota acquisita sul mercato da un investitore estero nel capitale della banca? Oppure sono gli azionisti, che a quel punto saltano in groppa all’occasione per mandare un segnale all’amministratore delegato che, però con la corretta governance poco o nulla hanno a che vedere? A me pare la seconda, e a voi che leggete?
Sarebbe stato più utile leggere analisi e opinioni intorno a questi tempi più generali, piuttosto che sulle ombrosità personali e inclinazioni politiche vere o attribuite ai due banchieri. Perché è inutile immaginare che gli sviluppi che si producono nei due maggiori istituti di credito italiano non imprimano di sé l’intero sistema bancario nazionale. Eppure, i tanti che hanno sprecato molte pagine per dire che era la Lega in crescita elettorale, e dunque in ascesa nelle indicazioni di amministratori delle fondazioni bancarie, ad attentare a Unicredit e Intesa, su questi aspetti sistemici hanno preferito quasi sempre tacere. Così va per lo più l’informazione su questi temi, in Italia. A conferma che la banca, la grande banca, conta ed è temuta assai più della politica.
]]>Il lungo spot pubblicitario trasmesso in tv da banca Intesa sorprende perché tutto ti aspetti tranne che la firma sulla storia di un salvataggio d’impresa sia messa proprio da una banca. Eppure chi conosce bene Corrado Passera, CEO di Intesa, sa che è un suo pallino da anni e che a forza di insistere qualcosa in questo campo è riuscito a ottenere dal suo fedelissimo Miccichè che si è impegnato al fianco delle grandi imprese alle prese con altrettanto gravi crisi finanziarie.
Tuttavia lo spottone a lieto fine crea non pochi mal di pancia all’interno di quella stessa banca dei territori inventata da Intesa con la gestione Modiano, e probabilmente dell’intero sistema bancario. In banca si teme che la pubblicità abbia creato forti aspettative nell’enorme plotone di piccole imprese stremate dalla crisi, incapaci di trovare la liquidità necessaria non solo al rilancio dell’impresa, ma a pagare le fatture dei prossimi tre quattro mesi per evitare lo spettro dell’insolvenza. Aspettative destinate ad essere frustrate perché i bancari stessi sanno che le strutture sono fragili e si sono presentate impreparate all’appuntamento della grande crisi economico-finanziaria sul piano delle risorse, dei meccanismi operativi e non ultimo dei sistemi di rating. Le risorse sono insufficienti per numero e qualità a fare fronte alle piccole imprese già oggi in evidente affanno (quanti in banca hanno competenze sufficienti a giudicare le possibilità di salvataggio di un’impresa in crisi?), i meccanismi mostrano crepe profonde tra chi in banca offre ancora credito e gli uffici che si preoccupano solo di recuperarlo senza curarsi di salvare i debitori, l’applicazione inappellabile del rating sta per mietere molte nuove vittime con all’arrivo dei bilanci 2009.
Se è vero che i fallimenti sono aumentati del 33% e le richieste di concordato dell 61% secondo l’ultimo osservatorio di CERVED, possiamo immaginare che il numero di imprese nei guai con le banche sia più che raddoppiato rispetto a un anno fa e l’andamento delle sofferenze bancarie non fa che confermare questa ipotesi.
Migliaia di imprenditori, le loro famiglie, la famiglie dei loro dipendenti si aspettano veramente di trovare le banche al loro fianco per uno sforzo titanico di salvataggio di attività e conti economici che non quadrano? A sentire i commenti dei piccoli imprenditori pensiamo che la maggior parte di loro non si aspetti né soldi né benevolenza da alcuna banca, grandi o piccole perché l’ombrello è disponibile sempre quando non serve. Qualcuno di loro starà commentando lo spot con ironia o rabbia, sapendo di avere sul tavolo le lettere di revoca dei fidi; qualcuno prenderà carta e penna per scrivere al dott. Passera mettendo in difficoltà i suoi PR.
Ora dobbiamo solo sederci davanti alla tv e attendere la risposta di Unicredit o di Monte Paschi, più melodrammatica ma sicuramente ancora più a lieto fine.
Senonché nessuno aveva dato peso all’ultima righetta: aspettiamo ora che dirà l’Antitrust, aveva concluso Passera. Naturalmente, quel gran diavolo di Passera sapeva perfettamente già stamane che l’Antritrust, a mercati appena chiusi, stasera avrebbe scomunicato anche il nuovo patto “leggero”. Oggi Passera gli ha fatto marameo, alla Mediobanca geronziana che voleva stringere un pochino le viti a Intesa in vista della partita futura in Generali. Ma riderà bene chi riderà ultimo. Passi per gli schiaffi che Passera ha menato nelle nomine a Corriere, Sole e Stampa. Ma qui la cosa diventa più seria. E chissà che al diavolo alla fine riesca la pentola, ma salti il coperchio.
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