Non vorrei farlo, e mi vergogno un poco, ma sono proprio costretto a ripetere le solite argomentazioni che ogni persona di buon senso (non c’è bisogno di essere liberali) richiama dinanzi a una scelta tanto irrazionale come quella di stanziare incentivi a favore di questo o quel settore produttivo. Tra i molti argomenti che si potrebbero toccare ne ho scelti tre: uno di ordine morale, uno economico e uno politico.
1. Sul piano etico, gli incentivi al consumo rappresentano una sottrazione di denaro ad alcuni (i contribuenti nel loro insieme) a favore di altri (i produttori di quei beni specifici e i consumatori che li acquistano). Molto semplicemente, si tratta di una rapina legalizzata che non ha alcuna giustificazione. Se vi è chi sia persuaso dell’esistenza di una qualsivoglia eticità in tutto ciò, sono ovviamente pronto a prestare attenzione alle sue parole, ma mi pare difficile che i suoi argomenti possano riuscire persuasivi.
2. Dal punto di vista economico, poi, la scelta è disastrosa per una serie di ragioni. In primo luogo, gli incentivi alterano il sistema informativo dei prezzi e quindi inducono a compiere scelte che, in loro assenza, non si sarebbero fatte. Un esempio può essere utile. Immaginiamo che, in assenza di distorsioni, io sia orientato a comprare un motorino usato. Potrei destinare anche più risorse e comprare un moto di grossa cilindrata e nuova, ma in realtà (per le mie esigenze) un piccolo ”due ruote” motorizzato e di seconda mano va benissimo. Al tempo stesso, però, se un ente pubblico è pronto a darmi altri mille euro in voucher affinché compri una moto nuova, il comportamento muta immediatamente. Sebbene non abbia bisogno di destinare tante risorse in quella direzione, siccome solo una quota viene da me sarei davvero economicamente irrazionale se non ne approfittassi.
L’esempio è triviale, ma l’alterazione per via politica dei comportamenti economici individuali (nel caso specifico: incentivando taluni consumi e disincentivando il risparmio) produce conseguenze rilevanti che abbiamo tutti sotto gli occhi. Pensate a un’azienda edile che avrebbe bisogno al tempo stesso di una scavatrice e di una gru, ma della prima più della seconda. Se però acquistando una gru una parte significativa della spesa è sostenuto dai contribuenti, è possibile che l’impresa faccia la scelta “sbagliata”. Moltiplicate tutto questo per mille o per un milione e avrete il caos irrazionale prodotto dalle innumerevoli interferenze fiscali, normative e politiche che gravano sull’economia del nostro tempo. (Perfino talune quotazioni di borsa, poche ore fa, ha subito alcuni sommovimenti che hanno la loro origine nell’attivismo governativo, con il titolo Piaggio schizzato in alto dopo gli annunci del rinnovo dei fondi per i motocicli).
3. L’ultimo rilievo riguarda la politica, poiché la devastazione in tale ambito derivante dalla logica degli incentivi è chiara a tutti. Quello che viene meno è il confine tra impresa e legislazione, tra economia e potere, con il risultato che se si è alla testa di un’azienda diventa assai più ragionevole investire tempo, risorse e attenzioni nell’influenzare le decisioni del governo, invece che nel curare la qualità delle produzioni stesse.
Ecco: i politici possono farsi belli elencando le oltre 70 mila cucine componibili vendute anche grazie agli incentivi, e poi gli oltre 20 mila motorini, i 1.300 prodotti per la nautica (tra motori e stampi per scafi) e via dicendo. A ben guardare, è solo un insieme di errori morali, economici e politici, che non hanno certo aiutato l’Italia, ma hanno solo aggravato una situazione complessiva tutt’altro che facile.
]]>E allora, se fossi il ministro dello Sviluppo economico, non mi trincererei dietro nobili e ‘liberali’ astensioni dalla questione, banalmente perché la vicenda di Termini Imerese non si svolge in un contesto di mercato, ma in un ambiente pesantemente inquinato di statalismo. Con Marchionne ci sarebbe da esser chiari e fare un ragionamento del genere:
]]>Caro Sergio, siamo uomini di mondo ed i numeri li sappiamo leggere, lo stabilimento siciliano è messo in pessime condizioni e tenerlo in piedi è da pazzi, ma ora ti chiediamo di restituirci il favore che t’abbiamo fatto con gli incentivi. Vale a dire con i soldi dei contribuenti. Qui fuori è pieno di cinesi ed indiani che un pensierino a Termini Imerese lo stanno facendo e a noi non dispiacerebbe che questi nuovi ricchi investissero in Sicilia. Fanno auto, come te, e non ci pare proprio un’obiezione al loro arrivo. Nessuno ti chiede di regalare a chicchessia stabilimento ed impianti, ma vederti scappare via col malloppo degli incentivi, quelli dell’anno scorso e soprattutto quelli del prossimo anno, e osservare Termini Imerese arrugginirsi proprio non ci va. A buon intenditor, poche parole.
La stima del mercato è di 2,1 mio di unità vendute a fine 2009, grazie agli incentivi assunti da fine febbraio in avanti che hanno potentemente – come in tre quarti della UE – sostenuto il mercato, con 795 mila nuovi veicoli incentivati entro fine ottobre, e saranno un milione o più entro fine anno. Per i produttori – quelli esteri sul mercato italiano pesano per il 69% del venduto, e hanno diminuito la quota di meno dell’1% nel 2009 malgrado i più che proporzionali incentivi riservati dal governo alla sola propulsione a metano, che è esclusivamente FIAT - occorre naturalmente estendere e ampliare l’incentivo anche nel 2010, comprendendovi tutta la classe Euro2 se vogliamo che anche nel 2010 si vendano in Italia almeno 2,1 milioni di unità, stante la perdurante crisi dei veicoli commerciali e industriali che non sono stati compresi nella Tremonti ter.
Per noi liberisti, secondo me, vale invece la pena sottolineare tre fatti, assai difficilmente giustificabili. La quota detraibile per le aziende delle auto acquistate resta al 40% del valore totale e del 40% per l’IVA relativa, mentre in tutti gli altri grandi Paesi europei è oggi del 100%, e oltretutto da noi entro un tetto massimo di 18mila euro che è ormai fermo da 12 anni. Il che significa incentivare le famiglie all’acquisto, ma scoraggiare invece le aziende, e deprimere la componente delle flotte societarie: guarda caso, nel segmento relativo, soprattutto quello D non a caso sceso dal 16,5% del mercato italiano nel 2000 a poco più del 12% nel 2009, la FIAT non ha oggi modelli.
Secondo aspetto. Sull’acquisto e la proprietà di auto, in Italia continuano a gravare oggi ben 30 – trenta! – diversi adempimenti amministrativi cartacei – tra fase del preacquisto, acquisto, immatricolazione, iscrizione al PRA, e documenti connessi a proprietà e circolazione – e ben 18 – diciotto! – forme diverse di prelievo tra tasse, imposte e contributi – tra IVA all’acquisto, IPT diversificata per maggiorazione da Provincia a Provincia, imposta sull’assicurazione RCA, contributo al SSN sul premio assicurativo, tassa di proprietà, imposte di bollo su certificato di conformità, richiesta immatricolazione, iscrizione al PRA, accise sulla benzina per la crisi di Suez del 1956, per il disastro del Vajont, per l’inondazione dell’Arno, il terremoto del Belice e via continuando, imposta sugli olii lubrificanti nei veicoli e nei ricambi, tassa sugli olii usati, contributo obbligatorio per la raccolta delle batterie e pneumatici usati, imposte e tasse sui trasferimenti di proprietà, quelle sulle radiazioni dal PRA, sul trasferimento di residenza e su Diosachecosancora…
Terzo aspetto, conseguente: sui 38 miliardi di euro in acquisti di auto stimati nel 2009, il totale del gettito pubblico in imposte e tasse gravanti sul trasporto su strada sfiorerà o supererà i 65 miliardi di euro. È un controsenso assoluto, di fronte a queste cifre, incentivare l’acquisto di auto coi soldi del contribuente. Basta che lo Stato abbatta le sue richieste e i suoi incassi, lasciando liberi i consumatori di scegliere che cosa vogliono e se vogliono, invece di decidere dall’alto e discrezionalmente quali motorizzazioni premiare, di chi e perché.
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