Su questo, è più evidente ciò che pensiamo noi, ma avete ragione voi che frequentate e scrivete su questo blog ad avermi fatto notare che è inutile farsi illusioni. Concedo: il vincitore numero uno del voto tedesco è il leader liberale della FDP Guido Westerwelle, più della Merkel. E poiché su tasse e welfare la piattaforma dei liberali è quella più di svolta rispetto al recente passato, personalmente continuo a tifare perché nella Koalitionsvertrag – il patto di governo che dovrà essere sottoscritto tra Fdp e Cdu-Csu – vengano assunti il maggior numero di impegni espressi dai liberali. Non solo la Germania ma l’intera Europa e soprattutto l’Italia, avrebbero di che guadagnarne. Invece di continuare a cullarci sul mito della presunta superiorità del nostro modello “sociale” rispetto al turpe darwinismo anglosassone che ci ha pure rifilato la crisi del sistema finanziario ad alta leva, l’adozione della ricetta Fdp libererebbe parecchi punti di crescita del Pil potenziale, in una fase nella quale l’Europa resta di rischiare col culo per terra, non solo rispetto al Far East e alla Cina ma agli stessi deprecati Stati Uniti. Ricordo a tutti che la Fdp in campagna elettorale ha chiesto di abbassare la progressività del sistema fiscale dimezzando il numero di aliquote rispetto all’attuale forbice 14-45% con tre soli scaglioni al 15,25 e 30%, mentre la Merkel è solo disposta ad abbassare di un punto l’aliquota attuale più bassa, e ad alzare la soglia della più alta, al 45%, dai 60 mila euro di reddito annuo invece che dagli attuali 52 mila e 500. La Fdp vuole anche riformare la Kündigungsschutz, l’equivalente – grosso modo – del nostro articolo 18 sui licenziamenti dei lavoratori a tempo indeterminato, abbassare i sussidi di disoccupazione per invogliare la gente a cercarsi un lavoro, scuole più dure e meritocratiche in cambio di un fortissimo aumento degli investimenti pubblici in ricerca e formazione.
Temo, purtroppo, che abbiate ragione voi. Non avverrà molto di tutto questo. La Merkel che tutti abbiamo festeggiato è in realtà più debole di quel che sembra per il magro risultato sia della Cdu che della Csu in Baviera, “solo” al 41% cioè ai minimi storici. Dunque la cancelliera dovrà mostrare ai suoi, e a chi si candiderà per sostituirla in futuro, che tiene in pugno e difende energicamente la natura “sociale”, più che di mercato, del compromesso politico-istituzionale tedesco. Io come ho detto avrei preferito Westerwelle non agli Esteri ma alle Finanze, visto che all’Economia avrebbe fatto con lui un’ottima coppia il giovane zu und von Guttemberg, il più liberale tra i democristiani. Invece, mi confermano che pare proprio che al dicastero economico potrebbe o addirittura dovrebbe andare per la Fdp Hermann Otto Solms, da anni portavoce economico del partito ma assai meno effervescente, coi suoi studi – con tutto il rispetto – di economia agraria. In particolare sul nodo assai delicato dei provvedimenti da assumere per accelerare il risanamento del sistema bancario tedesco – il più gravato in Europa da attivi marciscenti, all’ombra della garanzia pubblica nel Laender – noto che i liberali su questo non hanno fatto barricate rigoriste, nell’ultimo anno: ci sono andati molto ma molto prudenti. Ma almeno su un punto non levateci la speranza. Con il governo giallo-nero si dovrebbe spostare davvero in avanti la chiusura dei reattori nucleari tedeschi, ed è un bene per tutti. Basterà alternare i lavori per la rimessa in sicurezza degli impianti per spostare in avanti le prime chiusure che dovrebbero avvenire tra pochissimo. Si eviterebbe di cominciare a importare ancor più massicciamente gas dalla Russia, Putin inevitabilmente dovrebbe starsene un po’ più buono, e noi tutti riprendere con meno polemiche la via del nucleare scioccamente abbandonata 22 anni fa.
]]>In sintesi: prima una mancata promessa formale in finanziaria. Poi un impegno a prender tempo saltato comunque, per la pulizia imposta da Fini alle parti improprie aggiunte al testo dell’ultimo decreto legge anticrisi. E dire che questo sarebbe il governo che l’opposizione bolla come “delle partite IVA”. Purtroppo, Confcommercio, Confartigianato, Casa Artigiani e via proseguendo continuano non capire. Se non si decideranno a forme esplicite di protesta davanti alle sedi dell’Agenzia delle entrate, autodenunciando astensioni di massa dal pagamento di quanto incostituzionalmente imposto dallo Stato “a prescindere” dalla reale cifra d’affari e imponibile del contribuente, l’Agenzia delle Entrate continuerà a promettere e non mantenere con una mano, e a incassare sprezzantemente con l’altra. Perché alle migliaia e migliaia di “non congrui” per primi i commercialisti mestamente consigliano di pagare comunque, altrimenti scatta il contenzioso nel quale il diritto di prova è sulle spalle del contribuente vessato e non dello Stato, col rischio molto concreto di sanzioni aggiuntive ancor più pesanti del piegarsi come schiavi alla rapina di Stato. Uso termini molto duri, lo so. Ma è intollerabile, come la demagogia anti lavoratori autonomi alimentata dallo Stato affamato di gettito cementi la protesta dei lavoratori dipendenti, alimentando una guerra sociale dalla quale tutti ci rimettiamo e solo le casse dello Stato ingiustamente guadagnano.
]]>La prima è che la quantità di tasse distorsive purtroppo tipiche dell’ordinamento italiano sicuramente accresce il moltiplicatore sull’output dei tagli fiscali: dunque, in Italia, tagliare le tasse si può, si deve, ed ha un ottimo effetto (che supera gli aumenti di spesa pubblica, ma questo lo dico io).
La seconda è che, purtroppo, in Italia i “motivi empirici” richiamati dal professore impediscono simulazioni come queste sull’economia americana. Finché sarà così, politici e sindacalisti avranno miglior gioco nel dire cose a vanvera, sugli effetti delle politiche economiche.
La terza, invece riguarda l’America. Ma non solo l’America. È un po’ tecnica e sintetizzo, ma è richiamata proprio dall’accenno all’equivalenza ricardiana fatto da Giavazzi. Personalmente mi ritrovo in pieno nelle critiche alla proposizione Barro-Ricardo avanzate dai lavori di Elmendorf e Mankiw, tra fine anni Novanta e primi anni Duemila. Del resto, la proposizione era stata avanzata ormai 35 anni fa, quando ancora non era possibile valutare – nell’esame delle conseguenze di tagli alle tasse – appieno la reciproca influenza tra libertà dei capitali globalizzata, funzione del risparmio privato, andamento dei debiti pubblici ed eventuali problemi di vincoli di liquidità. Nelle condizioni di allora, era più comprensibile pensare a teorie come la neutralità delle forme di finanziamento del deficit pubblico, cioè al fatto che anche tagli fiscali – coperti con emissioni di titoli pubblici – avessero un effetto zero sull’output, perché tanto famiglie e imprese reagiscono traslando integralmente in maggior risparmio privato il reddito disponibile aggiuntivo da meno tasse oggi, scontando che tanto si tratta di fare i conti con debito intergenerazionale più sostenuto, che un giorno bisognerà essere in condizione di ripagare con maggiori tasse.
Se fosse stato vero, non ci sarebbero stati effetti concreti sulla necessità di dover ricorrere a maggior flussi di finanziamento sui mercati esteri, a copertura dei debiti sovrani in crescita. Al contrario, l’esperienza concreta ha mostrato che i saldi pubblici influenzano direttamente i saldi esteri di un Paese, e che vi concorre anche il tasso d’interesse della moneta e il suo tasso di crescita sul mercato. Tutte queste variabili esercitano diversi effetti di Paese in Paese, ai fini del calcolo del moltiplicatore fiscale. Per noi chicagoans, entra anche in gioco il fattore di quante lump-sums vi siano nell’ordinamento fiscale, cioè imposte le meno distorsive possibili nei segnali di trasmissione inviati a consumatore, lavoratore e risparmiatore.
I tagli alle tasse temporanei di Bush figlio, sotto questo punto di vista, erano assai poco performanti sull’output – come si è visto dagli andamenti concreti di consumo – proprio perché distorsivi, e a fronte di un eccesso di consumo realizzato a debito e in forte torsione della bilancia dei pagamenti USA. All’aumento dei consumi americani negli anni 2001-2007 ha molto più concorso l’estrazione di valore dall’immobiliare che saliva e veniva più che rifinanziato dagli intermediari finanziari, oltre che dall’andamento “verticale” degli asset mobiliari. I tagli alle tasse hanno concorso assai poco, alla crescita aggiuntiva. Diverso è l’effetto che potrebbero avere oggi, quando il contributo al reddito disponibile da home ownership negli USA è peggio che nullo. Ma qui mi fermo.
Mi basta dire che con Giavazzi siamo per meno tasse sul lavoro in Italia, per migliori dati e ricerche sull’Italia, e per analizzare a mente aperta che cosa sia meglio per l’America nel mondo di oggi: se la massiccia spesa pubblica aggiuntiva proposta da Obama, o le meno tasse che amiamo noi. Grazie, professore.
]]>La polemica di Krugman, che da intellettuale “militante” ed insider di primo livello è uso a schierarsi con una parte e contro l’altra, non sarebbe così interessante se non offrisse l’occasione per considerazioni più generali.
Su un punto l’economista americano ha sicuramente ragione: e cioè che le buone scelte politiche non si giudicano nell’arco di pochi mesi. Non a caso il formidabile crollo della disoccupazione che caratterizzò in America gli anni Ottanta del reaganismo fu ben successivo alla fase ricordata da Krugman.
C’è però un altro elemento, assai più meritevole di attenzione. Bisognerebbe cominciare a ragionare su questi temi senza infatti cadere vittima di troppe ingenuità metodologiche. In una realtà complessa quale è quella dell’economia americana o di qualsiasi altro Paese, non è possibile attribuire ad una scelta politica (sia esso uno “stimolo” keynesiano o il taglio delle imposte) ciò che succede successivamente (ad esempio, l’aumento della disoccupazione). Solo una buona teoria può dirci quale relazione c’è, ceteris paribus, tra una scelta di politica economica e le sue conseguenze sul sistema della produzione e della distribuzione. L’empirismo dei puri fatti non porta da nessuna parte.
In secondo luogo, bisognerebbe capire che è davvero molto sbagliato sposare l’occupazione per se: e che certo questo è tanto più curioso se a farlo sono intellettuali che costantemente dichiarano di farsi ispirare solo dalla realtà, rigettando ogni prospettiva di ordine ideologico e/o morale. D’altra parte, nella vecchia Ddr o nell’Urss d’antan la disoccupazione proprio non esisteva. C’erano invece i lavori forzati.
Non solo. Chi scrive è tra coloro che sarebbe davvero felice di veder crescere di colpo la disoccupazione in Italia grazie a massicci licenziamenti nel settore pubblico. È un’ipotesi del tutto irrealistica e certamente sarebbe una medicina amara (molto dolorosa, in particolare, per chi finirebbe per trovarsi sulla strada), ma aiuterebbe la crescita effettiva del Paese, che ha bisogno di più privato e meno spesa pubblica, più imprese e meno uffici parastatali.
Per sviluppare una qualsivoglia analisi sociale, bisogna insomma evitare non soltanto l’ingenuo positivismo che oggi domina larga parte degli studi economici, ma saper anche includere – con la massima consapevolezza, e con il coraggio di esporre le proprie tesi alle altrui critiche – quelle opzioni culturali ed etico-politiche che comunque sorreggono ogni interpretazione della realtà. Anche quelle di economisti avversi – a parole – ad ogni ideologia e fedeli sacerdoti di un positivismo che si vorrebbe oggettivo e senza partiti.
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