Ancora una volta, domenica 28 novembre, la democrazia diretta elvetica ha dimostrato tutta la sua efficienza ed efficacia. Sia il banchiere zurighese di Paradeplatz, sia l’ultimo contadino di montagna sperduto in una remota valle alpina (la partecipazione alle urne ha superato il 50%), hanno potuto esprimersi direttamente e senza intermediazioni né partitiche né di rappresentanti politici su due temi importantissimi: il federalismo fiscale e l’espulsione degli stranieri che commettono crimini sul territorio della Confederazione.
I temi in votazione federale necessitano sempre di una doppia maggioranza: quella del popolo e quella dei 26 Cantoni. I cittadini svizzeri hanno rifiutato con un sonoro 58.5% l’iniziativa dei socialisti che intendeva armonizzare i sistemi fiscali dei 26 cantoni introducendo aliquote minime per i cosiddetti ricchi. Questo passo avrebbe minato in un colpo solo: (1) il federalismo fiscale svizzero fatto del 30% di imposte che vanno alla Confederazione e del 70% che rimane ai Cantoni e ai Comuni; (2) la sana concorrenza al ribasso tra le 26 leggi tributarie cantonali; (3) l’attrattività di insediamento in Svizzera per aziende e benestanti; e non da ultimo (4) avrebbe a medio termine esposto l’intera Svizzera a pressioni fiscali armonizzatrici da parte dell’UE, producendo crepe nella sovranità in materia di finanza pubblica. Il cittadino svizzero ha invece nuovamente ribadito che vuole decidere lui sia le spese pubbliche sia la loro copertura. Vuole decidere lui il grado di ridistribuzione che il fisco deve giocare. E vuole decidere lui cosa è fiscalmente equo e ciò che non lo è, senza rigidi e duraturi vincoli di legge. Domenica il cittadino svizzero ha fatto suo il principio che chi paga comanda e chi comanda paga.
Il secondo tema in votazione era l’iniziativa dell’Unione Democratica di Centro, un partito di destra, che voleva l’espulsione diretta dei residenti stranieri che commettono crimini in Svizzera. Va notato che la Svizzera, non lo si ricorda mai, detiene il record europeo quanto a popolazione straniera residente (quasi 1 cittadino su 4). Anche qui il cittadino si è pronunciato con una maggioranza del 53% non per una politica xenofoba, bensì di protezione, ribadendo che il Paese è certamente aperto all’immigrazione, a patto che chi entri in casa si comporti adeguatamente, rispetti la cultura e i valori locali, e contribuisca a costruire il proprio benessere personale e il bene comune. Si noti che il Governo federale aveva proposto un controprogetto di legge che mirava allo stesso scopo, ma sfumando le casistiche di crimine. I cittadini lo hanno semplicemente ignorato, scegliendo la versione originale per la quale erano state raccolte le firme popolari. Il voto popolare dovrà certamente venire corretto tecnicamente dal punto di vista giuridico, ma la politica non potrà non riconoscere il chiaro messaggio uscito dall’urna in materia di residenza e delinquenza.
Il vecchio metodo svizzero di far esprimere su tutto il popolo ha di nuovo smentito chi pensava di scrivere a tavolino le regole di come appropriarsi di mezzi privati; e ha pure smentito chi pensava che le porte da tempo tradizionalmente aperte agli stranieri dovevano rimanere tali sempre e a prescindere dal fatto se chi entra abbia buone o cattive intenzioni.
Sergio Morisoli è economista
Il primo riguarda il bilancio finanziario. Viene dichiarato un avanzo di 7,9 miliardi rispetto agli 11 del 2008. Ma a fronte di uscite per 268,6 miliardi, le entrate contributive ammontano nel 2009 a 148,5 miliardi. Il resto sono trasferimenti dal bilancio dello Stato per 83 miliardi, in amento del 5% quasi sull’anno prima. E’ evidente che per un conto veritiero, al dà della tecnicalità delle diverse poste e del fatto che all’Inps spettano funzioni di assistenza oltre che previdenziali, bisogna concludere che il bilancio resta in rosso per 83 miliardi meno gli 8 di avanzo, cioè di 75 miliardi. Lo sbilancio era pari a 59 miliardi nel 1999, a 68 nel 2007. E’ cresciuto del 24% in un decennio. Nel dare atto all’INPS di fare il possibile per migliorare l’efficienza della propria gestione, questo è il maggior dato su cui riflettere. Senza nuovi interventi – a proposito dei quali si comprende che la politica non muoia dalla voglia di confrontarsi con sindacato e imprese – i trasferimenti generali dal bilancio dello Stato sono destinati ad accrescersi.
Il secondo dato riguarda i 16 e oltre miliardi spesi per i 2,6 milioni di trattamenti d’invalidità. L’INPS sta potenziando con successo i controlli e le revoche, e si espone a ulteriore contenzioso come non bastasse quello che già lo colpisce. Ma lo scandalo del ministro Tremonti, che ripete spesso i tassi di concentrazione dell’invalidità in alcune province del Sud superiori anche del 500% al resto d’Italia, resta pienamente giustificato. E’ una prassi che in alcune aree d’Italia ha configurato una vera forma impropria di integrazione al reddito delle famiglie. In cambio quasi sempre di consensi alla politica e al sindacato, con medici e funzionari compiacenti. E’ una faccia dell’Italia premoderna che colpisce i contribuenti onesti, uno scandalo che deve finire.
Il terzo dato è quello che ci dice molto dell’Italia attuale e del suo futuro. Nel 2010, la popolazione degli anziani sopra i 65 anni supererà quella dei giovani tra gli 0 e 19 anni. E’ l’inversione di una tendenza plurisecolare, dovuto all’innalzamento della vita attesa, al minor tasso di fecondità da oltre 25 anni inchiodato a 1,5 nati per donna invece dei 2,1 che servono a sostenere l’equilibrio demografico. Nel 2009 i nuovi sessantenni sono stati 780 mila, i nuovi ventenni poco più di 600mila. Se allunghiamo la proiezione fino al bambini nati nel 2009, per ogni anno tra il 2010 e il 2030 otteniamo che il saldo migratorio necessario per l’equilibrio dei conti intergenerazionali sale dalle 170 mila unità del 2009, a 200mila l’anno fino al 2017, per innalzarsi a ben 400 mila l’anno tra il 2019 e il 2030. Trecentomila nuovi stranieri l’anno per vent’anni sono sei milioni di individui: è questo l’apporto di immigrati di cui l’Italia e l’INPS hanno bisogno, per non collassare sotto il peso di trasferimenti ancora maggiori dalla fiscalità generale.
Di qui tre conseguenze. La prima riguarda la necessità di una forte svolta nelle politiche a favore della famiglia e della natalità. Si tratti di deduzioni fiscali o del quoziente familiare, sono più che mai necessari approcci “alla francese” o alla “tedesca”, per innalzare il tasso di attività femminile rendendo insieme possibile avere più figli, come accade in quei Paesi.
La seconda conseguenza è che sulle politiche dell’immigrazione non è più il caso di fare demagogia. Senza imigrati, e ben integrati, l’Italia secondo i numeri che abbiamo non si regge.
La terza è che bisogna abituarci a un paese in cui gli ultra sessantacinquenni passeranno oltre i 20 milioni tra poco, per salire fin verso i 30. E’ un Paese in cui cambia la modalità del consumo e dell’investimento, del risparmio e dell’utilizzo del patrimonio. In cui devono essere diversi i modi di intendere e offrire i servizi, la mobilità nelle città e sui lunghi tratti, la facilità di accesso alla pubblica amministrazione. Ma anche l’intrattenimento e i consumi culturali, il cibo e le abitudini alimentari, persino lo sport e il tempo libero. In un Paese dove tutto è modellato in apparenza per “sempre giovani”, saremo davvero capaci di adeguarci a un’”Italoia di vecchi’? E’ una asfida culturale e umana, prima che di aridi conti previdenziali.
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