Per chi vorrà seguire in diretta lo spoglio, noi- come al solito- ci saremo.
]]>Ma il generoso incentivo ha anche sortito l’inevitabile effetto di alterare le preferenze dei consumatori, danneggiando altri settori, in primis quello della riparazione e dell’usato. E così la domanda più ricorrente in Germania è diventata: perché gettare via auto vecchie di nove anni, ma che funzionano?… Segno insomma che la parabola della finestra rotta di Bastiat può essere costantemente riadattata nel tempo. E ancora: perché sussidi solo per le auto e non per i frigoriferi? L’interrogativo trova una facile risposta nell’abile capacità dei regolati, sindacati ed imprenditori del settore auto tedesco, di catturare il regolatore. Il risultato è che fino a luglio le nuove auto immatricolate sono state circa 2,4 milioni, il 27% in più dell’anno precedente, ma di queste solo una modesta percentuale è di fattura teutonica: ad averci guadagnato sono infatti state Fiat, Lada, Hyundai, Kia, Suzuki e via di seguito. L’obiettivo tutto protezionista dell’Abwrackprämie di tutelare i campioncini nazionali si è dissolto in una bolla di sapone; inavvertitamente il programma congiunturale della Große Koalition si è trasformato in un aiuto che ha superato i confini tedeschi, finendo anche nelle tasche di imprese straniere. Ma il bonus rottamazione era stato propagandato anche con quella spruzzatina di verde ecologista. Ma gli ambientalisti attaccano: non si è ancorata la vendita dei veicoli a criteri di emissione più rigida. Risultato? A giovare all’ambiente sarà la mera innovazione tecnologica, se è vero che le auto vendute sinora in Germania sono meno inquinanti di quelle rottamate, non per qualche disposizione legislativa, ma semplicemente grazie al progresso. In ultimo, due parole sugli abusi; secondo informazioni della polizia criminale, intorno all’incentivo rottamazione si sarebbe sviluppato un giro di affari clandestini non da poco: circa 50.000 auto, anziché essere rottamate, sarebbero state vendute sul mercato nero in Africa. Per la serie cornuti e mazziati: lo Stato ha dato via 2500 euro per ciascuna auto e c’è pure chi se li è intascati, guadagnandoci. Chapeau.
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Quanto del valore incorporato in un’automobile sarebbe andato al disegnatore della carrozzeria, quanto all’ingegnere progettista del motore, quanto al manovale adibito al trasporto delle lamiere, perché ognuno di essi potesse conseguire il prodotto integrale del proprio lavoro, senza appropriarsi del prodotto del lavoro altrui? Bruno Leoni
Dopo le pensioni, un altro piccolo regalino elettorale in zona Cesarini targato Große Koalition. Nella giornata dell’altro ieri la commissione paritetica del Ministero del Lavoro (Tarifauschuss), composta da politici, rappresentanti delle organizzazioni datoriali e dei lavoratori, ha infatti stabilito che in tre nuovi settori- già inseriti nella legge ad hoc votata ai primi dell’anno dal Parlamento (Arbeitnehmerentsendegesetz)- verrà introdotto il famigerato salario minimo (Mindestlohn). Alla decisione della commissione dovrà ora fare seguito un’ulteriore ordinanza di approvazione da parte del Ministro del Lavoro, il socialdemocratico Olaf Scholz. I settori in questione sono le grandi lavanderie, le miniere e le imprese di nettezza urbana, che insieme impiegano circa 200.000 persone. Nulla di fatto, invece, nell’ambito delle attività che forniscono servizi di sicurezza -corpi di polizia privati, bodyguard e via di seguito.
Lo scenario rappresentato dai sindacati confederati (DGB) pare- a dire il vero- quello di metà Ottocento, con giovani e pallide lavandaie sfruttate, costrette a lavorare venti ore al giorno vicino ad imberbi minatori ampiamente “sottopagati” e in pessime condizioni psicofisiche. Al di là del fatto che il salario minimo per i lavoratori meno qualificati costituisce un inutile aggravio di costi per le imprese in tempi di crisi ed è risaputo portare in breve tempo a maggior lavoro nero e a un più alto di disoccupazione; ebbene, a parte tali considerazioni di ordine fattuale e statistico, mi pare sia molto più importante arrivare al nocciolo della questione, peraltro già toccata da Alberto Mingardi in un suo precedente post. Se infatti si considera che tra capitale e lavoro non possa esservi armonia, ovvero se si nega che al momento della conclusione di un contratto di lavoro, datore di lavoro e lavoratore abbiano interessi convergenti -”preferenze temporali inverse”, direbbe chi se ne intende- e che ciascuno di essi si metta volontariamente a servizio dell’altro; ebbene, allora porre un limite all’arbitrio del “padrone” che fissa salari “troppo bassi” rispetto alla inalienabile aspirazione del proletario di poter vivere del proprio lavoro, non soltanto è giustificato, ma è anche meritorio. Il problema sta insomma tutto lì: nell’idea ancora oggi in voga che i prezzi incorporino delle quantità di lavoro oggettive e che esista un prezzo giusto. E duole davvero dover ammettere che ad aver contribuito a diffondere una simile fandonia sia stato il caro buon vecchio Adam Smith. Eppure un’ora di lavoro nella lavanderia di Francoforte sul Meno non è mai uguale ad un’ora di lavoro in una lavanderia di Stoccarda o di Schwerin. Le condizioni di lavoro sono mutevoli, le circostanze in cui ci troviamo a lavorare pure, le stesse aspettative delle lavandaie non sono uguali per il mero fatto che tutte quante svolgono lo stesso lavoro. Una lavandaia che proviene da zone meno ricche considererà il prezzo del proprio lavoro in maniera completamente diversa da una lavandaia indigena. Il valore dello stipendio giusto non è quantificabile, è semplicemente soggettivo e dinamico. Si dirà: tutto ciò è vero sulla carta, ma non si può comunque accettare che vi siano persone che vivono con una paga da tre o quattro euro all’ora. Verissimo. Ed infatti nessuno costringe nessuno ad accettare tali offerte di lavoro. Altri diranno che è inumano e cinico approfittare del bisogno di persone in difficoltà. Si potrebbe rispondere che, seguendo questo ragionamento, è altrettanto inumano e cinico, quando si ha fame e si desidera una pagnotta, dover dipendere da un gretto fornaio che ci spilla due euro dal portamonete. Tutti quanti noi abbiamo maledettamente bisogno. E per colmare questo bisogno c’è sempre qualcuno che soccorre con la propria offerta. Prendere o lasciare. Nessun pasto è gratis.
Qui il documento del 2006 con cui l’FDP, il partito liberale tedesco, ha categoricamente respinto al mittente l’ipotesi di salari minimi.
]]>“I tedeschi non sono convinti che riduzioni di imposte o trasferimenti sociali più elevati aiutino più di tanto i consumi. È un fatto che i consumi privati si sono ridotti proprio quando la Germania aveva un deficit superiore al 3 per cento. Il fatto di trovarsi sotto procedura europea ha stimolato il risparmio cautelativo” (Antonio Pollio Salimbeni)
Può essere che ciò sia in parte vero. Nulla va apoditticamente escluso. In realtà non si deve dimenticare che corposi tagli di tasse in Germania non si vedono da decenni, che ad aver soffocato la pulsione all’acquisto ci ha pensato anche l’aumento dell’IVA dal 16 al 19% voluto dalla grande coalizione ad inizio legislatura e che il determinismo del moltiplicatore del reddito fa gola a chi vuole risposte semplici ed immediate da propinare agli elettori… In ultimo qualche dato. La Germania non rientrerà sotto quota 3% del rapporto deficit/Pil prima del 2014 (questo, secondo le stime più ottimistiche del Finanzministerium). Quella del pareggio di bilancio è insomma la più grande promessa mancata dell’esecutivo rosso-nero. Il Ministro delle Finanze Steinbrück, un Visco in salsa teutonica, si è prima reso responsabile di un considerevole aumento delle imposte e poi, messo alle strette, ha dovuto mollare gli ormeggi, sacrificando il mantra del “Pareggiamo i conti!” a pacchetti congiunturali da miliardi di euro. Senza dimenticare che in questi anni, la spesa pubblica tedesca non è mai calata. Si mettano a confronto i dati del 2005 con quelli del 2009. La Germania è stata il paese del tassa e spendi. E oggi può vantare anche un altro primato: il più alto debito pubblico dal dopoguerra. Che fare? La ricetta che alcuni economisti liberal sembrano proporre è: rilanciare la domanda interna a suon di stimoli evitando il “paradosso del risparmio”, prelevare i soldi dalle tasche dei ricchi e nel frattempo costringere ad abbandonare la via delle delocalizzazioni “selvagge e predatorie”. L’idea non è nuova. Sta nel programma di Die Linke.
Se c’è una persona che nella ormai imminente campagna elettorale per la Cancelleria dovrebbe farsi vedere il meno possibile, questo è proprio Peer Steinbrück. Nella mattinata di oggi, infatti, il gabinetto di Große Koalition, formatosi nell’ottobre del 2005, con lo scopo conclamato di risanare una volta per tutti i conti pubblici, ha annunciato un deficit record, da far rabbrividire persino Theo Waigel. L’esecutivo calcola che per il 2009 il deficit di bilancio si aggirerà intorno agli 80-90 miliardi, più del doppio rispetto al rosso fatto registrare nel lontano 1996. Il partito socialdemocratico non sembra affatto preoccupato da questa pericolosa spirale. Ancora questa mattina il Ministro delle Finanze ha promesso aiuti per Opel e Arcandor, colosso della grande distribuzione prossimo al fallimento. In realtà secondo la Süddeutsche Zeitung le società pronte ad attingere dal pozzo creato ad hoc dal governo tedesco nel febbraio scorso sarebbero circa un migliaio. Questa curiosa forma di clochardisme industriale mi fa tornare alla mente una celebre battuta dell’economista francese Frédéric Bastiat:
]]>“Siccome ciascuno sfrutta la legge a proprio profitto, allora anche noi vogliamo sfruttarla. Per questo occorre che siamo elettori e legislatori, affinché organizziamo in grande l’Elemosina per la nostra classe, come voi avete organizzato in grande la Protezione per la vostra”.