L’evento di Beck è stato una manifestazione bella e imponente. Il colpo d’occhio era spaventoso (vedete le foto nel post scattate col cellulare, ma anche e soprattutto quelle sul sito ufficiale), ad essere bella era la gente, i partecipanti.
Persone normali, pulite, semplici. Nonne e nonni coi nipotini, mamme coi passeggini, veterani e ragazzine acqua e sapone con una “Liberty Bell” tatuata a pochi centrimetri dall’ombelico. È vero, come hanno scritto i media mainstream, che era a dir poco difficile trovare un partecipante di colore (pur avendo navigato la folla in lungo e in largo, ne avrò visti sì e no una decina, di cui uno con la maglia di Balotelli). Ma è anche vero che c’erano persone diversissime, per età, background, e soprattutto reddito. Gente che per venire a Washington s’è fatta sedici ore di macchina, dormendo sul sedile posteriore. Madri di famiglia che nella capitale non c’erano mai state, e nel pomeriggio hanno preso d’assalto i musei. E smaliziati manager abituati a passare da un lounge d’aeroporto all’altro. Tutti assieme, confusamente, con un grande senso di solidarietà, una forma di rispetto profonda, riuniti da un’amicizia imprevista ma non banale. Non s’è sentito uno slogan razzista, ma anzi grandi applausi e profonda commozione nel ricordo di Martin Luther King.
Lo show (costato un paio di milioni di dollari) era tecnicamente perfetto. A me non era mai capitato di ascoltare Beck, ma non faccio fatica a capire perché gli riesca facile mobilitare tanta gente. Sul messaggio, si può discutere. Può piacere o non piacere. Nel mio caso, davvero non era “my cup of tea”: in quaranta minuti ho fatto il pieno di Dio, patria, famiglia e onore per i prossimi tre anni.
Detto questo, guardandosi attorno, interrogando questi “compagni di gita” e standoli a sentire, l’impressione era davvero quella di stare in una manifestazione della “maggioranza silenziosa”.
La stessa maggioranza silenziosa che poi si è sciolta e riunita a grappoli per eventi più piccoli, quelli sì organizzati da gruppi vicini ai Tea Party. In questi eventi, anziché nominare Dio invano si faceva più modestamente ma anche più costruttivamente riferimento alla Costituzione e ai padri fondatori. L’obiettivo di queste organizzazioni è schiettamente politico: andare a influenzare l’esito delle elezioni di Novembre, all’interno del partito repubblicano di cui perseguono “un’opa ostile” (così Matt Kibbe e Dick Armey nel loro “Tea Party Manifesto”). Da alcuni punti di vista, l’enfasi “religiosa” di Beck fa persino pensare che la sua manifestazione sia stata un tentativo di fare rientrare nella politica americana proprio quei temi che i Tea Party avevano contribuito a mettere fra parentesi, focalizzando l’attenzione di nuovo sulle intrusioni dello Stato nella vita economica. Va detto però che gli appelli al Signore di Beck non sono in nessun caso diventati indicazioni politiche (pro o contro il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, l’aborto….) – ma hanno preso piuttosto la forma di un richiamo etico-religioso.
Circa i patiti del tè: attenzione a non esagerare descrivendo come fossero una realtà omogenea i Tea Party, che invece sono contraddittori e plurali come inevitabilmente tutti i movimenti che crescono dal basso e restano acefali. Alcuni gruppi grass-roots (FreedomWorks e Americans for Prosperity su tutti) cercano di dare loro un’infarinatura di cultura politica, come ha ben documentato Kate Zernike sul New York Times, dopo aver partecipato ad uno di questi seminari). L’impressione è che effettivamente mobilitino persone che sono rimaste fino a pochissimo tempo fa “politicamente apatiche”. L’opinione pubblica, anche da noi, è nettamente divisa: da una parte gli ammiratori acritici, dall’altra gli animosi critici.
Avendo seguito una delle convention tenutesi a Washington in questi giorni, posso solo dare alcune impressioni:
È possibile immaginare qualcosa del genere anche in Italia? Qualcuno ci sta provando – per esempio Tea Party Italia e il Movimento Libertario.
Inoltre, per ora, da noi manca l’evento catalizzatore: che in America è stato sostanzialmente lo “stimolo” obamiano. Inoltre, le differenze fra noi e gli Usa sono fin troppo ovvie. Rispetto al “metodo” (influenzare le elezioni collegio per collegio) è evidente che è impossibile pensare di procedere nello stesso modo, grazie alla nostra sciagurata legge elettorale.
Questa “maggioranza silenziosa” è tale perché è cresciuta in un orizzonte simbolico nel quale sono centrali Costituzione e Dichiarazione d’indipendenza. Al netto di qualsiasi, più approfondita discussione fra federalisti/antifederalisti, etc, queste persone leggono i documenti fondamentali della storia americana come un manifesto del governo limitato. Potranno giocare a fare i rivoluzionari, ma a tenerli uniti è l’idea che ci sia una “tradizione” degna di essere preservata. “Restore” America contro un “change” presuntuoso e socialisteggiante: ancora, al netto di qualsiasi “inquinamento” di quella tradizione politica che possa esserci stato dal New Deal in poi (non è certo Obama ad aver fatto degli Stati Uniti uno Stato tutto fuorché “minimo”).
Che dire? Il messaggio forse è semplice, ma il fatto che sia semplice non significa che non possa essere giusto. Gli obiettivi del movimento sono ambiziosi. Staremo a vedere se davvero i Tea Party riusciranno prima a fare eleggere dei candidati effettivamente sostenitori del governo limitato, e poi soprattutto se sapranno vigilare contro l’inevitabile tendenza al compromesso che quelli stessi candidati potrebbero sviluppare, una volta eletti.
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