Prescindendo da questioni morali che richiederebbero una troppo ampia trattazione, mi pare che la versione accreditata come dominante presenti debolezze sul piano della logica economica e della conseguente azione politica.
In primo luogo, le stime sull’evasione assumono una condizione di business as usual che appare evidentemente fallace, perché trascura che l’economia sommersa trova la propria ragione di profittabilità proprio nella possibilità di sfuggire all’occhio dell’erario. Pertanto appare più realistico pensare che il recupero a gettito di quelle attività ne determini, in larga parte, il venir meno.
In secondo luogo, l’intera costruzione prende a fondamento una teoria del prelievo che trova ancora accoglimento – ahinoi – nei manuali di scienza delle finanze, ma che a ben poco a che vedere con la realtà della formazione del bilancio pubblico. Sopravvive, infatti, la persuasione naif che le attività delle amministrazioni richiedano un determinato fabbisogno di risorse, e che questo venga successivamente ripartito tra i contribuenti – secondo criteri di varia natura. È piuttosto vero, come aveva sottolineato il tremontiano Colbert, che “la tassazione è l’arte di spennare l’oca in modo tale da ottenere il massimo di piume con il minimo di starnazzi”.
In terzo luogo, condizionando la riduzione del prelievo complessivo al recupero dell’evasione fiscale, si sottovaluta l’intima connessione tra l’entità dei due fenomeni. Aliquote da record incentivano l’evasione rendendola più redditizia; ed il modo più ragionevole per aumentare la compliance fiscale consiste nel ridurre le pretese del leviatano.
Infine, tale ricostruzione delle vicende tributarie legittima l’adozione di misure che un leader ora ostaggio dei gerarchi bollava sensatamente come degne di uno stato di polizia tributaria. Se il fisco avanza pretese sul denaro dei contribuenti, è il caso che faccia almeno la fatica di guadagnarselo.
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]]>Quella della burocrazia è la questione fondamentale. Vede, i paesi poveri soffrono per un deficit di cibo, di mezzi di sussistenza, di mezzi per lo sviluppo. I paesi ricchi, al contrario, soffrono per l’eccesso delle regole che si sono autofabbricati e da cui sono condannati. Le regole giuste sono un investimento; le regole eccessive sono prima un blocco e poi un costo.
Tracciabilità dei pagamenti. Scende a 5mila euro, dagli attuali 12.500 euro, con possibilità di variazione in relazione alla media europea. il tetto alla tracciabilità del contante.
]]>Il premier ha riconosciuto che il metodo della tracciabilità dei pagamenti – che il governo Prodi aveva attuato tramite un decreto legge poi convertito in legge nel 2006 e abrogato dal governo Berlusconi nel 2008 – possa essere uno strumento utile per il contrasto all’evasione fiscale ma ha aggiunto che «questo sarebbe un sistema da Stato di polizia tributaria».Ha detto poi che «per la sinistra l’evasione fiscale si potrebbe abbattere introducendo certificazione e individuabilità nei passaggi di soldi. Pensano a renderli possibili in contanti solo fino a 500 euro, per poi scendere alla cifra di 100 euro entro un anno. Dicono che così sarebbe possibile limitare l’evasione fiscale. Forse sì, ma avremmo costruito uno Stato di polizia tributaria.
Bisogna però fare attenzione. Nella montante reazione anti-tremontiana c’è un po’ di tutto: compresi chi è scontento perché avrebbe voluto un governo più attivo nella politica economica. In linea di massima, noi di Chicago-blog non siamo dominati da simpatie o antipatie personali (e se le abbiamo non le mettiamo in piazza), ma siamo orientati nei nostri giudizi da un netto pregiudizio a favore della libertà. Tutto qui. Per questo motivo, quando il ministro plenipotenziario si è mosso bene, non abbiamo mai mancato di rendergli merito: e ogni volta che ha evitato di emulare Barack Obama o Gordon Brown sulla strada della spesa facile gli abbiamo reso merito.
Per questo è importante che la reazione anti-Tremonti, che ha visto protagonisti anche i due maggiori quotidiani del centrodestra (Nicola Porro su il Giornale e Maurizio Belpietro su Libero), si sviluppi nella giusta direzione: puntando a ridurre tasse E SPESA PUBBLICA, e non soltanto il peso delle imposte. C’è insomma l’esigenza che il centrodestra individui una propria strategia, sappia anche farsi dei nemici (se è necessario), e si muova coerentemente per ridurre lo Stato e allargare il mercato. Anche perché è chiaro che molti ministri stanno ordendo un complotto, o qualcosa di simile, al solo scopo di veder aumentare il loro personale bottino e i fondi a disposizione del proprio dicastero. Se questo avesse luogo, dal male si passerebbe al peggio.
Qui non è in gioco il futuro personale di un ministro, ma il destino di una società che da molti anni è sulla strada del declino.
]]>Sono argomenti che sottoscrivo interamente, e che mostrano quanto la mentalità comune e lo statalismo intellettuale siano in rivolta contro la vita stessa e la sua complessità. Tutti i dibattiti degli ultimi decenni sul “principio di precauzione” e sull’idea di un’esistenza senza rischi (e quindi, ma questo pochi lo capiscono, senza opportunità) rinviano a schemi difensivi: il welfare State ha prodotto una società chiusa, pessimista, che teme ogni novità perché è persuasa che sarà quasi certamente di segno negativo.
Tutto questo è giusto, ma forse non tocca la questione centrale. Perché in fondo, se non si pretende di costruire su ciò una filosofia politica e una teoria della giustizia che incarichi lo Stato di ingessarci tutti, si può anche prediligere l’Essere al Divenire. Io vivo in una città in cui un anziano professore di filosofia teoretica è fermamente persuaso che nulla muti, mai, e che in realtà la sola idea che qualcosa appaia e scompaia è una fatale manifestazione di nichilismo. Essere parmenidei potrà anche essere bizzarro e certamente espone a molteplici critiche di natura filosofica, ma è del tutto legittimo. A qualcuno piace il movimento, ad altri la stasi: punto e a capo.
La questione del posto fisso è però un’altra, perché l’idea del nostro ministro è che chi oggi ha un posto debba mantenerlo indipendentemente dal fatto che quel posto sia accompagnato ad un servizio. In un mercato libero, un’azienda che avesse deciso di produrre floppy disk o qualche altro prodotto ora uscito di mercato si troverebbe ora di fronte a un bivio: chiudere o fare altro. In un mercato libero, i posti permangono nel tempo se sono “produttivi”, cioè se sono associati a un lavoro che altre persone apprezzano e gradiscono. Sopravvivono se sono “sociali”. Se rispondono a domande e quindi ad esigenze altrui.
Il tremontismo non è tanto una teoria della stasi o della conservazione, e neppure una semplice preferenza (in fondo anch’essa legittima) per i bei tempi andati (le stufe a legna, la famiglia patriarcale, le case senza televisione ma con la toilette all’aperto, e via rammentando), ma semmai è una teoria del parassitismo. È una concezione intimamente violenta dei rapporti sociali, in cui chi ha conquistato una posizione – quale essa sia – pretende di detenerla a scapito degli altri: usando la cogenza della forza pubblica e della redistribuzione economica per sottrarre “valore-lavoro” – usiamo un vocabolo che sta nel linguaggio marxiano: chissà che qualcuno capisca – ad altre persone. (Sulla questione del parassitismo politico si veda questa bella lezione di Alessandro Vitale tenuta di recente a Torino per il Cidas.)
Non è allora questione di stabilità vs. movimento, perché va anche detto che ci sono buone cose anche nella stabilità: purché essa non sia il risultato di procedure aggressive. In linea di massima, gli imprenditori temono moltissimo – ad esempio – la mobilità dei loro dipendenti, perché se uno di loro se ne va, con lui si perde anche un insieme di conoscenze e garanzie. Si deve selezionare e assumere un nuovo dipendente, formarlo, aspettare che cresca. Gli imprenditori che amano la stabilità, però, non possono pretendere di incatenare il dipendente alla propria azienda: sul libero mercato questo non può avvenire.
Nel suo populismo, invece, Tremonti propone qualcosa di simile. Se volesse davvero realizzare la propria utopia statocentrica, dovrebbe costringere chiunque a lavorare perpetuamente per la collettività, affinché chi ha solo un posto, e non svolge alcun servizio al prossimo, rimanga dove è ora. E certo a poco gli servono psicologismi e sociologismi per mascherare la vera natura delle sue tesi.
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Il documento distingue tra le varie attività dello Stato (la maggior parte delle quali abbiamo censito – proponendone la vendita immediata – nel Manuale delle riforme). In riferimento alle società quotate in borsa e partecipate dallo Stato (Enel, Eni e Finmeccanica) il documento dice che “lo Stato intende mantenere l’attuale quota di controllo al fine di presidiare settori strategici per il paese“. In particolare sull’Enel, si legge tra le righe che, per ottemperare all’obbligo di distinguere l’azionariato dell’ex monopolista elettrico da quello di Terna, dettato dall’Antitrust e ribadito dal Consiglio di Stato, il Tesoro cederà le sue quote alla Cdp (oppure a F2I), col non trascurabile side effect di incassare un po’ di quattrini. E’ una partita di giro nei fatti, ma è comunque liquidità che serve più al Tesoro che non alla Cassa. Viene invece dichiarato l’interesse a “proseguire nel percorso di privatizzazione, quale strumento che potrà contribuire… a una riduzione del debito pubblico“. Viene ipotizzata la “cessione di quote di partecipazione” in Poste Italiane e nell’Istituto poligrafico e zecca dello Stato. Più evanescente è la possibilità di “iniziative volte all’apertura ai privati del capitale di Sace“. Viene poi ribadito l’interesse (già manifestato l’anno scorso: quando la coerenza è sospetta…) a vendere un carrozzone come Tirrenia e le sue controllate, processo comunque già avviato a marzo. Infine, viene confermata, a carico di Fintecna, la ricapitalizzazione di Fincantieri, con la possibilità di “procedere al collocamento in borsa di una quota del capitale“, anche questa un’operazione già menzionata nel precedente Dpef.
Insomma, la sensazione è che il governo concepisca il mercato come qualcosa a metà tra il bancomat e la discarica abusiva: si cercano i privati quando c’è bisogno di ragrannellare risorse senza però cedere il controllo (vedi Fincantieri, Poste, e Zecca), oppure quando un’azienda è stata talmente spolpata che ne resta solo la parte bad (Tirrenia). Ora, qualunque privatizzazione, buona o brutta, totale o parziale, rappresenta comunque un passo avanti, specie se interessa società non ancora quotate in borsa. Infatti, essa richiede quanto meno l’adozione di standard più rigidi e di una maggiore e migliore disciplina finanziaria nella sua gestione, come Jacopo Perego ha argomentato su Fincantieri.
Il problema, però, è che fino a quando un’azienda non è decotta (Tirrenia, appunto, o anche Alitalia) la possibilità di privatizzarla integralmente non viene neppure presa in considerazione. Le ragioni “ufficiali” sono le più diverse: il Dpef 2010 spiega in tutte le salse che la congiuntura è sfavorevole (cioè, si farebbe poca cassa), ma quando si sarebbe potuto farne molta, di cassa, si diceva che il flusso dei dividendi era ancora più appetitoso (così, di fatto, Silvio Berlusconi intervistato da Benedetto Della Vedova alla vigilia delle elezioni politiche 2006). Dunque, viene da chiedersi cosa sia davvero strategico: il ruolo che tali imprese occupano sul mercato, oppure la formidabile leva che esse forniscono al governo in termini di influenza sul mercato stesso, potere, e dividendi? In un commento sulla Staffetta Quotidiana, Goffredo Galeazzi mette giustamente il dito nella piaga: “se lo ‘strategico’ settore energetico può trovare adeguata tutela con leggi trasparenti e con la regolazione di Autorità indipendenti, è quanto meno impraticabile (almeno per ora) la rinuncia a ricchi dividendi (quasi 2,5 miliardi da Eni, Enel e Cdp solo quest’anno) e a incassi straordinari da operazioni sul capitale“. Inutile, a questo punto, scoperchiare l’immenso e immensamente inefficiente pentolone delle municipalizzate (qui e qui, per esempio). Il problema è che l’esigenza di incassare soldi per estinguere il debito pubblico può essere una delle ragioni contingenti per cui si sceglie di privatizzare, ma non è né sufficiente né, tutto sommato, necessaria. Il punto vero, che raramente viene compreso e in Italia non è compreso né dal governo né dall’opposizione (che, temporibus illis, le privatizzazioni le aveva fatte proprio sotto lo schiaffo di Maastricht), è che c’è una e una sola ragione per cui è importante privatizzare: far funzionare il mercato. Lo spiega bene Luigi Ceffalo qui, commentando il defunto ddl Lanzillotta, ma l’argomento è in ogni caso generale e generalmente valido. Un concorrente in mano allo Stato distorce il gioco di mercato anche quando, e perfino se, si comporta in modo davvero “privatistico”, perché tutti gli altri giocatori sanno che prima o poi le cose potrebbero cambiare. E’ per questo che, in un momento di crisi in cui il gettito delle cessioni sarebbe relativamente basso, privatizzare non è meno attuale: se vogliamo dare la scossa all’economia italiana, questo dobbiamo fare. Se poi vogliamo raccontarci le favole, pensiamo pure che certi settori siano strategici. Il che è vero, ma solo in un senso: non è che lo Stato debba essere presente in un certo mercato perché il buon Dio, in un attimo di distrazione, l’ha fatto “strategico”. E’ che quel dio malvagio che è lo Stato ne ha deciso la strategicità proprio a tutela della sua presenza.
]]>Ci sono tuttavia personalita’ italiane del mondo della politica, e dell’economia, che mi incuriosiscono molto. Tremonti, ad esempio. So che ha letto Impero, ed ha acquisito da tempo una prospettiva globale nel trattare i fenomeni della finanza. Credo che sia un uomo evidentemente molto abile. Mi piacerebbe incontrarlo una volta o l’altra. Penso che il suo andar vagando fra le varie posizioni politiche espresse in Italia e il fatto di costituire, in fondo, il legame tra la Lega e quel liberalismo confuso, ex-democristiano, che per altro sta attorno a Berlusco… lo castri, diciamo cosi’.”
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