L’agenzia del turismo del Cantone di Zug raccomanda soprattutto il tramonto sul lago, «un’esperienza da non mancare». Oppure la vista dei giochi di luce sulla facciata della stazione ferroviaria, opera del californiano James Turrell. Difficile però che qualche centinaio di grandi «corporation» di tutto il mondo e di ricchi contribuenti siano confluiti verso la campagna, i laghi e i monti della Svizzera centrale solo per le attrazioni locali. Diciamola subito: a Zug si va perché si pagano poche tasse, e le aliquote fiscali per le aziende sono tra le più basse della Svizzera, e quindi d’Europa. Tra il 9 e il 15%.
Ma non solo: il «tax ruling» locale dà alle società che decidono di installarsi nel Cantone la possibilità (teorica ovviamente) di confezionare bilanci che sarebbe un eufemismo definire incompleti e poco trasparenti. Qualche esempio di illustri «clienti fiscali»? A Zug, e nei suoi dintorni, hanno deciso di spostare la propria sede mondiale o europea grandi multinazionali americane. Così nel giro di pochi chilometri quadrati si ritrovano Foster Wheeler, Noble, Amgen. Il colosso del trading Glencore. Persino la Transocean, la società petrolifera responsabile del disastro del Golfo del Messico nell’estate scorsa, ha sede a Zug. Le grandi corporation sfruttano le agevolazioni cantonali, e così anche i loro manager.
I gasdotti
L’attrazione esercitata dalla Svizzera e da Zug non ha effetto solo sulle aziende occidentali. Gli oligarchi russi spuntati dopo la dissoluzione della vecchia Urss hanno ampiamente sfruttato le «opportunità» concesse dalle leggi e dal tax system elvetico. Le società intermediarie al 50% tra Gazprom e l’Ucraina nel corso del conflitto del gas dell’inverno 2005-06 (come la Centragas Holding) avevano sede in Svizzera, e ora sono da tempo liquidate. Per il colosso moscovita del gas, tuttavia, l’abitudine di servirsi dello Stato alpino per i propri affari è diventata un’usanza consolidata. Come nel caso del progetto South Stream, oggetto dei preoccupati «cable» delle ambasciate americane rivelati da Wikileaks. Il memorandum tra l’Eni di Paolo Scaroni e i russi viene siglato il 23 giugno 2007. Il 18 gennaio 2008 viene costituita la South Stream Ag, posseduta al 50% ciascuno da Gazprom e da Eni International Bv. Dove? A Zug naturalmente. Nello stesso luogo dove, dal dicembre 2005, si trova anche il veicolo societario per il gasdotto «Nord Stream», il fratello gemello sul fondale del mar Baltico che dovrà bypassare la Polonia, e che vede tra i soci la tedesca E.On e come presidente l’ex cancelliere Gerhard Schröder. Ancora: quando all’incirca un anno fa i russi chiudono il negoziato con la Serbia per il transito del South Stream si comportano nello stesso modo. Creano al 50% con Srbijagas la South Stream Serbia Ag, infilano in consiglio il capo di Gazpromexport Alexander Medvedev (solo omonimo del presidente Dmitri), quello di Srbijagas Dusan Bajatovic, e dove la piazzano? A Zug naturalmente. Curioso: in Serbia l’aliquota sui profitti «corporate» è già al 10%, e di meno in Europa non si trova, se si fa eccezione per il Montenegro (9%). Per i russi, evidentemente, in queste scelte giocano altri fattori, primo fra tutti la riservatezza, se si vuole utilizzare anche in questo caso un eufemismo. In Svizzera, dettaglio non da poco, le società non quotate in Borsa non hanno alcuno obbligo di deposito del loro bilancio, che rimane a disposizione esclusivamente dell’amministrazione finanziaria.
Costi a forfait
Focus su Zug, dunque. Dove ci si può immaginare che su mandato di Gazprom e Eni un esperto professionista locale abbia costituito la joint-venture in tre-quattro giorni e con una spesa di 7-8 mila franchi. «Diciamo che le autorità cantonali – commenta Tommaso di Tanno, docente di diritto tributario a Siena – hanno una “capacità dialettica” assai elevata nel negoziato con aziende e contribuenti facoltosi». Con vantaggi fiscali di tutto rilievo: una tassa federale dell’8,5% sugli utili alla quale se ne aggiunge una cantonale del 6,5%, che tuttavia le holding non pagano, visto che a Zug possono godere di regimi «privilegiati». Il tutto grazie alla «concorrenza fiscale» interna alla Svizzera, che fa sì che tra i quaranta luoghi migliori in Europa per non pagare le tasse una ventina siano cantoni elvetici. Ma, soprattutto, a far premio c’è la «flessibilità» sulla redazione dei bilanci, che per quanto riguarda attivi e profitti devono semplicemente soddisfare dei «principi di ordinata presentazione». Senza l’obbligo, quindi, di uniformarsi a standard internazionali riconosciuti, come quelli Ias o quelli americani Gaap. E in particolare – nel caso di aziende che operano «estero su estero» come è e sarà il caso di South Stream – è possibile trattare direttamente con l’amministrazione fiscale un forfait sui costi da riconoscere in bilancio. Una quota percentuale prefissata sui ricavi, detratta la quale resta l’imponibile su cui pagare le tasse. Un sistema che come si può facilmente immaginare lascerebbe un’autostrada davanti a chi volesse mettere in atto pratiche poco trasparenti o addirittura al di là della legge, come consulenze facili, o addirittura la costituzione di fondi. Questione delicata, e all’Eni comunque percepita, visto che nei bilanci la quota del 50% in South Stream Ag (che non è consolidata) compare con una sintetica noterella a margine: la società, si precisa, come altre partecipate svizzere del gruppo risulta ricadere nella «black list» stilata dal ministro Giulio Tremonti nel 2001. Tuttavia essa dichiara che «non si avvale di regimi fiscali privilegiati». Corretto, ma se alla fine South Stream Ag pagherà sugli utili l’aliquota svizzera «senza privilegi» (15%), o quella italiana, pare tutto sommato una questione secondaria rispetto alle domande che pone l’adozione di un sistema, diciamo così, «flessibile» di redazione dei bilanci.
Arriva Gazprombank
Sul versante Nord delle Alpi, però, negli ultimi tempi la partita Gazprom non si è giocata solo sulle joint-venture per i gasdotti. Da un anno e mezzo a questa parte, infatti, in Svizzera ha fatto la sua comparsa anche il braccio finanziario del monopolista di Mosca: Gazprombank, terzo istituto di credito della Russia, dove la casa madre energetica conta per il 41% del capitale e controlla sostanzialmente il board, presieduto da Andrey Akimov. Nel giro di pochi mesi Gazprombank ha messo a segno un paio di manovre che si intersecano con i vecchi scenari noti anche in Italia (caso Mentasti) e lasciano il sospetto che, forse per volontà del Cremlino, si siano ormai regolati diversi affari del passato. A metà 2009 Gazprombank ha acquistato da Vtb, la seconda banca russa, il controllo della Russian Commercial Bank, uno storico crocevia degli interessi russi in Europa occidentale. Ma meglio sarebbe dire che Gazprombank ha provveduto a un vero e proprio salvataggio della Rcb, visto che in pochi mesi ha dovuto sborsare tra garanzie e fondi supplementari 160 milioni di dollari. Rcb, dal 2006, era la controllante del fondo del Liechtenstein Idf, a sua volta controllante della Centrex austriaca ai tempi dello sfumato affare Mentasti. L’uno-due di Gazprombank, che sostiene di aver approfittato dell’occasione per accaparrarsi una banca che ha piena licenza operativa in Europa, ha di fatto azzerato anche i conti sospesi degli anni precedenti. Tra i fondi dei clienti della Rcb si è assistito nel corso del 2009 a una migrazione particolare: 600 milioni di dollari che risultavano attivi su Cipro, dove opera una Russian Commercial Bank Cyprus, sono improvvisamente rientrati verso Mosca. E in questi movimenti non sembrano essere coinvolti interessi esclusivamente russi.
di Stefano Agnoli
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L’esplosione nella piattaforma Deepwater Horizon ha una serie di cause prossime: la sfiga e la cultura industriale di Bp, anzitutto. Ma ha anche cause remote che hanno creato un humus fertile perché le cause prossime scatenassero il disastro.
Partiamo da due situazioni estreme: nella situazione A la proprietà del sottosuolo (e delle risorse minerarie in esso contenute) è “pubblica”, nella situazione B è ”privata” (non mi interessa definire come e chi ne ha diritto allo sfruttamento, è sufficiente che sia un soggetto privato e che i suoi diritti siano chiari e riconosciuti da tutti). Nella situazione A mi aspetto fenomeni di sovra- o sotto-sfruttamento, dovuti al fatto che il governo ritiene di dover spremere la rendita mineraria oppure, all’opposto, che pensa che non sia opportuno turbare l’ecosistema con le trivelle. In entrambi i casi il risultato è socialmente inefficiente. Nella situazione B, invece, mi aspetto che le risorse vengano sfruttate nella misura in cui ciò è conveniente (dati i prezzi relativi delle risorse minerarie e dei beni ambientali, naturali e paesaggistici che, per estrarle, possono essere compromessi). Guillermo Yeatts, già manager di diverse imprese attive nella filiera petrolifera e autore dello splendido Subsurface Wealth: The Struggle for Privatization in Argentina, spiega molto bene i vantaggi di B rispetto ad A. Da un lato, in A la rendita mineraria viene sovente utilizzata per puntellare regimi corrotti e dittatoriali, mentre beneficia poco e/o male le popolazioni direttamente coinvolte dalle attività estrattive. In B, è vero il contrario. Incidentalmente, questa è la ragione per cui la scoperta di un giacimento è un dramma sociale con tinte da Guerra di Troia nella foresta Amazzonica, mentre è una bella notizia, chessò, in Oklahoma. Dove le risorse minerarie sono di proprietà pubblica, l’intero beneficio è catturato dal governo e dalle sue clientele (senza contare che i mezzi di produzione sono normalmente inefficienti). Dove invece esso è privato, il benessere tende a estendersi in un clima di relativa pace sociale.
Cosa c’entra tutto questo con Bp? In fondo, ho appena scritto che gli Usa sono più simili a B che ad A. In realtà, come spiega Rob Bradley, un po’ perché l’estensione delle terre di proprietà pubblica è enorme, un po’ perché le aree offshore ricadono sicuramente (attraverso concessioni e altre diavolerie) in questa categoria, un po’ perché la regolamentazione ha fatto il resto, negli stessi Stati Uniti è in atto un processo di surrettizia “pubblicizzazione delle risorse minerarie”. In questo contesto, il ruolo del governo centrale e del Bureau of Ocean Energy Management (l’ex Minerals Management Service) diventa sempre meno di regolazione tecnica, e sempre più di pianificazione centrale. Quel maledetto buco non ci ha lasciato solo un costoso bando sulle trivellazioni offshore: lascia anche una mole di regolamentazione in crescita, che rischia di andare ben oltre la definizione di requisiti di sicurezza più o meno stringenti (che può incentivare o disincentivare l’assunzione di rischio minerario, aumentando o riducendo i costi di ingresso, ma almeno è relativamente meno distorsiva e relativamente meno arbitraria).
Come spesso accade, insomma, la risposta a un disastro è irrazionale e sbagliata: anziché rimuoverne le cause, essa finisce per ingigantirle. Di fatto, il modo in cui l’amministrazione Obama (e altri governi in giro per il mondo) sta gestendo la faccenda lascia prevedere che, se nell’immediato avremo un giro di vite sulla ricerca ed estrazione petrolifera e quindi una produzione subottimale nei paesi Ocse, nel lungo termine potremmo incrementare il disallineamento tra gli incentivi delle compagnie petrolifere e gli interessi “pubblici” (comunque definiti). E avremo una maggiore dipendenza delle decisioni di investimento dal parere, variamente definito e variamente raggiunto, degli uffici pubblici, con l’inevitabile creazione di azzardo morale (se ho tutte le carte bollate a posto, posso fare cose che altrimenti non farei).
Ci troviamo, cioè, di fronte a un doppio effetto Peltzman: c’è un effetto Peltzman “di primo ordine” in virtù del quale imprese e governi reagiranno ai bandi occidentali spostando produzioni e investimenti nei paesi da cui, ogni giorno e ogni ora del giorno, si dice dovremmo dipendere di meno (non lo dico io, che non me ne frega niente: rilevo che quelli che diventano isterici per il petrolio iraniano e il gas russo, non dovrebbero sostenere bandi e vincoli sulle risorse Ocse…). Poi, c’è un effetto Peltzman di second’ordine in virtù del quale chi ottiene permessi si sentirà “blindato” e dunque agirà prestando relativamente meno attenzione ai rischi reali, e relativamente più attenzione agli obblighi burocratici (come è in parte successo a Bp, in fondo, seppure con una serie di aggravanti).
In breve, per minimizzare la probabilità di incidenti spiacevoli bisognerebbe privatizzare in senso proprio le risorse minerarie (cioè il sottosuolo), ridurre le regolamentazioni alla mera definizione di standard tecnici operativi, e cancellare ogni norma che possa collettivizzare i rischi (come il ridicolo limite alla responsabilità civile delle compagnie petrolifere).
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Attualmente, esiste in Italia una capacità di stoccaggio di circa 14,3 miliardi di metri cubi (di cui 5,1 adibiti a stoccaggio strategico), 0,4 in più dello scorso anno termico. La disponibilità di punta giornaliera in erogazione è pari a 153 milioni di metri cubi, ancora insufficienti – secondo l’Autorità – a mettere il paese in sicurezza. La larga maggioranza della capacità esistente (13,9 miliardi di metri cubi) appartiene a Stogit, oggi in pancia a Snam e dunque controllata dall’Eni, che è anche operatore dominante sul mercato, mentre Edison Stoccaggi ha 0,4 miliardi di metri cubi nelle sue disponibilità. Diversi progetti, che potrebbero effettivamente cambiare la faccia al mercato, seppure solo parzialmente, sono stati autorizzati o sono in via di autorizzazione (quello più importante per le dimensioni, e dunque il simbolo di questo sforzo, è Rivara), ma si dibattono tra i consueti problemi. Una precisazione: a differenza della rete, gli stoccaggi non sono – tecnicamente – una essential facility. Lo diventano nel momento in cui la situazione è quella che è: cioè l’ex monopolista rimane monopolista in tutti i segmenti determinanti, di cui questo è, ovviamente, uno.
E’ in questo contesto che si cala il decreto stoccaggi. Devo qui fare una confessione: inizialmente, avevo sopravvalutato gli effetti positivi della riforma (infatti il titolo di questo post è auto-polemico). Esso, infatti, come spiegava Federico Rendina a suo tempo,
Nell’attesa di annullare o riproporre in altra forma i tetti sulla vendita in scadenza, i nuovi limiti di “occupazione” degli stoccaggi, ora quasi totalmente controllati dall’Eni attraverso la Stogit, possono essere innalzati dal 40 al 60% in cambio di impegni dell’Eni sulla realizzazione di nuove infrastrutture, o sul potenziamento (ad esempio con sovrapressioni) di quelle esistenti. Ampliandole per almeno 4 miliardi di metri cubi rispetto ai 13 miliardi attuali. Questo con la partecipazione di nuovi investitori (anche le piccole imprese attraverso le loro associazioni o operatori qualificati, fino ad una quota complessiva del 30%, come prevede l’ultima versione del testo) che in cambio ne avranno l’uso effettivo quando saranno disponibili, ma con un anticipo praticamente immediato di “capacità virtuale” tra uno e due miliardi di metri cubi.
Le criticità evidenziate dall’Autorità riguardano essenzialmente due aspetti. Il primo ha a che fare con la flessibilità nella determinazione dei tetti antitrust. In sostanza, si legge nella segnalazione,
il Decreto prevede – all’articolo 3 comma 1) – che ciascun operatore sia vincolato a non superare soglie predefinite in termini di quote di mercato; ove tali soglie sono determinate come somma di due termini, il primo rappresentato dalle quote di immissione ed il secondo rappresentato dalla somma delle ulteriori partite che contribuiscono a determinare la quota di mercato all’ingrosso di un operatore. Ora, sebbene il Decreto non porti gli autoconsumi termoelettrici in riduzione nel calcolo della quota di immissioni, prevede però espressamente che detti autoconsumi siano portati a riduzione del secondo termine che – unitamente alla quota di immissione – contribuisce a determinare la quota di mercato di ciascun operatore. L’effetto netto di questa impostazione di calcolo disomogenea tra i due termini della somma, risulta essere che la disponibilità di gas corrispondente agli autoconsumi – nei fatti – non sarà conteggiata nella determinazione della quota di mercato complessiva ai fini del rispetto delle soglie antitrust per gli operatori, e in particolare l’incumbent.
Calcolare le quote di mercato al netto dell’autoconsumo, quando il maggior importatore di gas è anche un importante consumatore, conduce ovviamente a una distorsione del mercato; anche perché sembra presupporre che il gas autoconsumato sia “fantasma”, ossia che non abbia un costo opportunità; e che gli scopi per cui viene autoconsumato (in particolare la generazione elettrica) siano “isolati” dal mercato, non siano immersi in una competizione che deve essere “equa”. Sullo stesso tema, qui il commento di Federico Testa.
Va detto che anche la decisione di coinvolgere gli “utilizzatori finali” del gas nella realizzazione di stoccaggi ha un che di paraculesco: concilia l’apparente desiderio di salvaguardare la posizione dominante dell’Eni “comprando” il consenso dei consumatori con una forma di sussidio mascherato, e in questo modo sbarra la strada ai concorrenti (e, paradossalmente, trasforma sempre più gli stoccaggi in una sorta di monopolio “innaturale”, sottraendoli alla concorrenza e rendendo necessaria una regolazione intrusiva, pesante, complessa e conflittuale).
Infine, l’organismo presieduto da Alessandro Ortis “pizzica” il governo su un passaggio solo apparentemente formale. Dice il decreto che il ministero dello Sviluppo economico “anche avvalendosi dell’Autorità di regolazione, presta assistenza all’Autorità garante [della concorrenza] per le verifiche degli impegni assunti” (corsivo aggiunto). Secondo l’Autorità per l’energia,
La previsione secondo cui l’attività di assistenza del Dipartimento per l’energia del Ministero dello Sviluppo Economico a favore dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato avviene “anche avvalendosi dell’Autorità di regolazione”, peraltro non prevista dalla legge delega, appare decisamente confliggente con la natura e le funzioni di una Autorità di regolazione indipendente, che non può configurarsi come il braccio tecnico od operativo di alcun Ministero, né tanto meno di un suo Dipartimento, condizione che verrebbe invece a realizzarsi nei fatti.
L’autodifesa del regolatore non è una questione di stizza inadeguata, o un sintomo di eccessiva sensibilità (anche perché l’attuale collegio è in scadenza a dicembre). C’è, piuttosto, un velato messaggio “culturale”, che richiama indirettamente le lunghe polemiche che negli scorsi mesi hanno investito l’Autorità proprio in virtù della sua indipendenza e del tentativo, conscio o inconsapevole, di menomarla, vuoi col blitz (fallito) per commissariarla, vuoi col pasticcio sui finanziamenti, vuoi con la tassa impropria che il Tesoro ha imposto sugli operatori (e sul mercato) attraverso il prelievo dal suo bilancio. Il punto, molto semplice ma, apparentemente, troppo difficile per essere digerito nel nostro paese, è che la relativa “indipendenza” garantita dall’autonomia finanziaria, un processo di nomina forzosamente bipartisan, e le regole che sovrintendono al funzionamento dell’Autorità e al comportamento del collegio durante e dopo il mandato, fornisce al mercato un orizzonte di certezza che una politicizzazione più accentuata farebbe venir meno. Per queste ragioni, è bene non solo che l’Italia mantenga questa indipendenza nel rispetto delle norme comunitarie, ma è bene che lo faccia soprattutto alla luce di quello che è lo scenario politico che abbiamo sotto gli occhi.
Di qualunque cosa stiamo parlando nel settore energetico – nucleare, rinnovabili, elettricità, gas – le parole chiave sono: certezza e stabilità. Se questa certezza e questa stabilità vengono demolite – non importa se tutte assieme o un pezzettino alla volta – non possono che derivarne conseguenze negative per gli operatori del settore e, indirettamente, per i consumatori industriali e domestici. E ciò anche quando essi (alcuni di essi) vengono blanditi con forme più o meno mascherate di sussidi.
Il decreto stoccaggi è un tentativo parzialmente apprezzabile di intervenire su un segmento che richiede attenzione e cautela, ma in alcuni passaggi rischia di fare più male che bene – o di barattare un bene comunque importante (garantire nuovi investimenti) con un male di lungo termine (proteggere il monopolio esistente). Correggerlo sarebbe un gesto di responsabilità e maturità.
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Il deficit di capacità di stoccaggio è, infatti, una delle ragioni per cui il mercato del gas, pur formalmente liberalizzato nel 2003, si dimostra asfittico. Nell’anno termico 2008/9, il sistema ha offerto una capacità pari a 13,9 miliardi di metri cubi, di cui circa 5,1 miliardi di metri cubi destinati allo stoccaggio strategico, contro una domanda pre-crisi di quasi 90 miliardi di metri cubi. La quasi totalità di questa capacità (13,5 miliardi di metri cubi) è gestita da Stogit, seguita a distanza siderale da Edison Stoccaggi, con 0,4 miliardi di metri cubi. Un certo numero di società si sono fatte avanti per ottenere la concessione a realizzare ed esercire nuovi siti di stoccaggio – la più rilevante essendo quella di Rivara, da 3 miliardi di metri cubi che potrebbero aggiungere alla disponibilità giornaliera di punta (circa 152 milioni di metri cubi) circa 32 milioni di metri cubi. Tutti i progetti, comunque, sono nelle more dei procedimenti amministrativi.
In questo contesto, è chiaro che un intervento teso a “oliare” il mercato e accelerare la realizzazione di nuove infrastrutture di stoccaggio è come manna dal cielo, sia nell’ottica del funzionamento quotidiano del mercato, sia in quella più di lungo termine della creazione di una borsa del gas degna di questo nome. L’entusiasmo per questo importante passo avanti, il primo dopo anni di tiramolla senza sostanziali sviluppi, è sostanzialmente unanime tra gli stakeholder, compresa Confindustria. Non bisogna, però, confondere un sensibile miglioramento con la soluzione del problema. Resta sul tavolo, infatti, la questione non triviale dei tetti antitrust – strumento odioso ma, nell’attuale assetto del mercato, tristemente necessario a contenere gli abusi, attuali e potenziali. La soluzione potrebbe arrivare solo con la separazione proprietaria degli stoccaggi dall’incumbent, più volte sollecitata, tra gli altri, dal presidente dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis. Infatti,
Circa lo stoccaggio, mentre apprezziamo che ENI sembri apprestarsi volontariamente ad operazioni di cessione (la cui adeguatezza andrà valutata), segnaliamo che le sole misure di regolazione non possono superare gli ostacoli derivanti da un assetto proprietario che vede concentrata in un unico soggetto la massima parte sia degli stoccaggi esistenti sia dei giacimenti potenzialmente riconvertibili a stoccaggio.
Oggi è, dunque, una giornata importante per la travagliata storia della liberalizzazione del gas in questo paese. Soddisfazione ed esultanza sono pienamente giustificati. Sarebbe però ingenuo pensare che qui si chiuda un percorso travagliato e segnato da innumerevoli retromarce e campi minati.
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Anzitutto, è importante dare un’occhiata alla carta geografica (la rubo dal Wsj). Sebbene restino ancora molte, ampie e potenzialmente interessanti le aree inaccessibili alle trivelle (sia sulla costa atlantica, sia soprattutto su quella pacifica e nel ricco Golfo del Messico), l’estensione delle zone adesso rese sfruttabili è di tutto riguardo. Il cavallo di Troia con cui Obama assedia il fortuno di un’America sempre più scettica nei suoi confronti, insomma, questa volta è mezzo pieno di doni. Dunque, è comprensibile la reazione stizzita del capo della minoranza repubblicana alla House, John Boehner:
Keeping the Pacific Coast and Alaska, as well as the most promising resources off the Gulf of Mexico, under lock and key makes no sense at a time when gasoline prices are rising and Americans are asking ‘Where are the jobs?’
E’ comprensibile ma, insomma, non del tutto giustificata. Bisogna dare atto al presidente di aver saputo stupire, con intelligenza e coraggio (vista l’ondata di critiche da cui è stato immediatamente investito). Tant’è che i mal di pancia interni hanno subito trovato sfogo. Così il senatore democratico Frank Lautenberg (che rappresenta il New Jersey, un’area direttamente interessata dalla piccola rivoluzione obamiana):
Giving big oil more access to our nation’s waters is really a ‘kill baby, kill’ policy: it threatens to kill jobs, kill marine life and kill coastal economies that generate billions of dollars.
Questa dura reazione va letta come mera dialettica politica, e probabilmente non preoccupa granché il presidente. Infatti, se il suo cavallo è mezzo pieno di doni, per l’altra metà è pieno di guerrieri armati fino ai denti, ed è questo che dovrebbe spingere a leggere la mano tesa presidenziale alla luce dell’antico “timeo danaos“. Come scrive il Ft nella sua maliziosa Lex di oggi, Obama sta vezzeggiando il mondo petrolifero americano (e, su un altro piano, sta cercando di allentare l’opposizione repubblicana) avendo in mente un obiettivo più ambizioso, cioè l’approvazione (dopo la riforma sanitaria) di una strategia energetica per la riduzione delle emissioni. La logica alla base di questa mossa, dunque, è la stessa attraverso cui bisogna leggere la svolta nuclearista dell’amministrazione (un fatto che pochi, in Italia, hanno notato: tra i pochi, Luca Iezzi è stato forse il primo a metterlo nero su bianco).
Non ci vuole, del resto, la sfera di cristallo per svelare le ambizioni della Casa Bianca. Basta, infatti, leggere le parole del potente capo dello staff di Obama, Rahm Emanuel:
If they disagree they don’t have the argument, ‘All you want to do is put windmills and solar panels everywhere,’ ” said White House Chief of Staff Rahm Emanuel in an interview. “This gives him leverage for negotiations because he can’t be boxed” in as a traditional Democrat.
Dunque, cosa dobbiamo aspettarci? La mia previsione è che, nonostante tutto, il presidente non adrà molto lontano. Sono almeno tre le ragioni. La prima è di ordine politico: i repubblicani sono galvanizzati dalle recenti vittorie, e hanno gli occhi puntati sulle elezioni di mid term alla fine di quest’anno. Sarebbe davvero ingenuo per loro concedere a Obama una vittoria dal significato politico tanto profondo, in cambio di alcune concessioni dal sapore puramente tattico (per quando significative). La seconda riguarda la congiuntura economica: sebbene gli Usa sembrino avviati a uscire dalla recessione, i danni della crisi sono ben lontani dall’essere riassorbiti, senza contare la perdita strutturale di competitività a favore delle economie emergenti e le tensioni delle finanze pubbliche. L’America non può permettersi di frenare la ripresa imponendo dei vincoli che, se vogliono essere efficaci, dovranno essere dolorosi. La terza ragione riguarda gli equilibri lobbistici: lo strumento che il presidente ha in mente, anche per le pressioni europee, è un meccanismo di cap and trade, uno strumento ormai sputtanato dal fallimento europeo e considerato sempre meno efficiente dal mainstream economico. Lo scambio delle emissioni continua a essere promosso da soggetti il cui peso lobbistico è in calo: alcune grandi società petrolifere, grossi intermediari finanziari, et similia (giova forse ricordare che dei due più convinti sostenitori del cap and trade negli ultimi anni, il mercato ha fatto piazza pulita: erano Enron e Lehman Brothers). Il variegato mondo degli independents (il vero nerbo della lobby petrolifera americana, che non ruota certo attorno agli interessi delle multinazionali) è scettico nei confronti di uno strumento che non capisce, e che capisce di non poter padroneggiare. Perfino un pezzo di mondo ambientalista è sempre più disilluso in merito (il Wwf ha invitato a Roma uno dei vati del catastrofismo climatico, James Hansen, per sentirsi dire che il cap and trade è una patacca e che il nucleare invece merita attenzione e finanziamenti).
Obama sta, insomma, giocando d’azzardo. La mia scommessa è che fallirà sul clima, ma in ogni caso, almeno per quel che riguarda il rilassamento dei vincoli all’esplorazione petrolifera, ha ottenuto un risultato oggettivamente importante e utile. Se io fossi un repubblicano, direi: Well done, Mr President.
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Anzitutto, non si capisce quanto l’uscita di Scaroni sia concreta, e quanto sia punzecchiatura a Mosca. Trovata una quadra sui contratti (come ha raccontato un paio di giorni fa Stefano Agnoli, e sostanzialmente secondo le linee che Chicago-blog aveva anticipato) il confronto si è spostato su questioni più strategiche – secondo un complesso quadro che è ben descritto sul Foglio di oggi (al momento non lo trovo online). Per esempio, San Donato non avrebbe apprezzato le aperture dei russi ai francesi di Edf, nel consorzio South Stream; e i russi non avrebbero apprezzato lo scetticismo del Cane a sei zampe. L’appoggio americano, da questo punto di vista, non è detto che rafforzi le posizioni dell’Eni. Poi ci sono le rogne finanziarie e la riorganizzazione del gruppo, la cui urgenza è resa evidente dalla rielaborazione della strategia del gruppo, con la riduzione degli obiettivi della produzione, la difesa del dividendo, le pressioni di Knight-Vinke (qui un riassunto dei fronti aperti), l’inevitabile tonfo in borsa.
Sotto il profilo industriale, però, la fusione dei due gasdotti non convince. Non convince per la semplice ragione che, per quanto cresca la domanda europea di gas, difficilmente crescerà a tal punto da assorbire l’offerta addizionale di addirittura due tubi. In questo senso, il Cremlino ha ragione: nessuno investirebbe in una infrastruttura tale da determinare un eccesso di offerta sul mercato di vale e, dunque, minare la sua possibilità di ripagarsi. In questo senso, allora, è forte il sospetto che sia tutto un gioco politico. Come politico è, del resto, il gioco delle parti tra San Donato, Mosca, Roma e Washington. Tanto più che, nelle attuali condizioni di mercato, in presenza di una bolla (seppure transitoria) determinata dalla crisi, tutti i progetti sono rimandati di almeno 5-10 anni. Insomma: siamo al gioco di posizionamento, il momento in cui si tratterà di stringere è ancora lontano.
]]>La partita si gioca contemporaneamente su molti tavoli. Uno è quello di Bruxelles. La Commissione ha scommesso molto sull’accusa di comportamenti anticompetitivi rivolta all’Eni. Con questa apparente vittoria, Neelie Kroes – commissario uscente alla Concorrenza – lascia la scena in modo trionfale. Però, per così dire, in questi casi far incazzare la vittima del procedimento può non essere sufficiente, ma è di norma necessario: perché, allora, l’Eni non sembra particolarmente sconvolta?
Una premessa. L’obbligo di vendita dei gasdotti internazionali mi lascia perplesso, visto che la questione è sicuramente più controversa rispetto a quanto accade per la rete nazionale. Ma l’orientamento sembra quello, e quindi è importante capire da cosa nasce e dove può portare.
Anzitutto, dunque, l’Eni non è sconvolta perché nel breve termine non cambierà nulla, sotto il profilo strategico: mantenere i diritti di transito significa tenere in mano il boccino, e mantenere segrete le informazioni più sensibili. Per di più, il Tag (che nella prospettiva Eni riveste un ruolo chiave) passerà in mano a un azionista amico, che esso sia la Cdp (la cui disponibilità è stata confermata dal presidente, Franco Bassanini) o un altro soggetto pubblico italiano. Infatti, il nuovo acquirente avrà lo stesso azionista di riferimento dell’Eni – il Tesoro – ed è quindi prevedibile che i due “si parlino”.
Secondo: il capo dell’Eni, Paolo Scaroni, è pressato dal mercato. I 20 miliardi di debito non pregiudicano la stabilità del gruppo, ma sono una rogna. Tant’è che l’anno scorso la compagnia ha dovuto (voluto?) tagliare il dividendo: una mossa simbolica, del valore di 500 milioni di euro all’anno, ma indicativa del clima che si è formato; e anche un messaggio chiaro al Tesoro: con la congiuntura attuale, dal limone non si può spremere più di così. Tutto ciò all’indomani della Robin Tax e della tassa sulla Libia. C’è, poi, la proposta di breakup continuamente reiterata, anche a mezzo stampa, dal fondo Knight-Vinke, che detiene direttamente l’1 per cento del gruppo e rappresenta un altro 1 per cento (ma forse parla a nome di una fetta più ampia). Knight-Vinke insiste sulla necessità di superare gli attuali vincoli finanziari. Incassare 1,5 miliardi dalla cessione dei gasdotti non cambierebbe la vita di Scaroni, ma gli toglierebbe qualche castagna dal fuoco. Sebbene, paradossalmente, renderebbe meno visionario il riassetto voluto dal fondo americano.
Terzo: per Eni, l’esuberanza del Cav sta cominciando a diventare davvero molesta, per Scaroni. Le durissime dichiarazioni del premier e del ministro degli Esteri, Franco Frattini, contro l’Iran possono mettere in moto reazioni non gradite nel paese islamico. E questo, a sua volta, può ripercuotersi su una serie di terreni molto delicati, dove il gruppo si trova (Uganda) o potrebbe trovarsi (Libia) in serie difficoltà. Senza contare che un’Eni distratta da questioni più urgenti sarebbe fatalmente meno focalizzata nella partita a scacchi con Gazprom per la rinegoziazione dei contratti take or pay. La sensazione che deve serpeggiare nel quartier generale dell’Eni è forse che si sia rotto il tacito patto per cui l’Eni si presta alla politica industriale del governo (limitando i licenziamenti, mantenendo troppo a lungo unità produttive moribonde come la chimica, regalando i soldi degli azionisti per la social card, eccetera), e in cambio il governo accetta di seguire, in politica estera, il sentiero tracciato da Piazzale Mattei (ragione, tra l’altro, di un costante e apertamente dichiarato senso di fastidio da parte degli Stati Uniti). Trasmettere la sensazione di accerchiamento, di trovarsi sotto schiaffo da parte dei barbari di Bruxelles, anche se non necessariamente è così, può essere strumentale a ottenere un ammorbidimento delle intemperanze berlusconiane. In questo caso, buona fortuna.
Detto ciò, vale la pena evidenziare che non tutto il male vien per nuocere. A dispetto del controllo di fatto che l’azienda continuerà a esercitare sui gasdotti, la presa si allenta e rende ancora più anacronistica la struttura del gruppo. Ancora meno credibili sono pure le resistenze che oppone alla separazione proprietaria della rete di trasporto nazionale e degli stoccaggi. La linea del Piave scaroniana, secondo cui l’integrazione verticale è fonte di un irrinunciabile vantaggio competitivo quando si tratta coi russi, viene gravemente compromessa (senza contare che l’analisi finanziaria di Knight-Vinke solleva ulteriori e fondati dubbi su questo aspetto). Infatti, se il controllo diretto – e soprattutto la percezione di tale controllo – viene meno, si indebolisce anche l’argomento della sua necessità come strumento negoziale. Tant’è che il presidente dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis, non ha perso l’occasione per rilanciare la richiesta, che fin dall’inizio ha caratterizzato il suo mandato, di sottrarre la Snam all’Eni.
Nota a margine: il mandato di Ortis e dell’unico commissario dell’Aeeg, Tullio Fanelli, scade a dicembre (con sollievo di tanti, nel governo). Sarà interessante vedere su quali nomi maggioranza e opposizione troveranno il consenso necessario. Sarà interessante, in particolare, vedere se queste persone – a partire dal futuro presidente – manterranno le posizioni tradizionali dell’Autorità oppure se il monopolista saprà essere sufficientemente persuasivo, nei confronti di esecutivo e parlamento, da ottenere una rosa di nomi meno ostili. Sarà anche interessante, infine, vedere in che modo Piazzale Mattei tenterà di raggiungere questo obiettivo. Per esempio, chissà come raccorderà il bilancio (quasi sicuramente in ulteriore flessione) col dividendo (quando Tremonti tornerà a batter cassa, che per lui anche gli spiccioli contano).
Resta il fatto che Scaroni deve oggi giocare con estrema attenzione le sue carte. Ha due strade davanti. Una è quella di insistere a muoversi principalmente sul piano politico: poiché le azioni si pesano, oltre che contarle, l’asse con Via XX Settembre non può essere pregiudicato, e dunque è essenziale costruire un rapporto orientato alla protezione della rendita monopolistica. In questo caso, ci si può aspettare una libera interpretazione del patto con Bruxelles (sempre che il market test abbia un esito positivo: incognita non da poco) e la blindatura di Snam.
Oppure, poiché le azioni si contano, oltre che pesarle, Scaroni può decidere, con una mossa a sorpresa, di parlare alla maggioranza silenziosa dei suoi azionisti. Quel 70 per cento di risparmiatori e investitori istituzionali è sicuramente più rappresentato dal chiassoso Knight, che non dal taciturno Tremonti. Dunque, Scaroni potrebbe fare delle concessioni, e far leva sulla sanzione comunitaria per disfarsi anche dell’infrastruttura nazionale (e con essa di buona parte del debito che grava su Piazzale Mattei). In questo modo, si comprerebbe una libertà di azione tale da poter chiudere in modo teatrale e imprevisto la sua esperienza all’Eni. E, con questo biglietto da visita, cercare fortuna a Trieste.
Vorrei proprio cominciare da un libro che ha un po’ di anni sulle spalle: Economia e politica del petrolio di Alberto Clò. Si tratta di un vero e proprio manuale che esamina in profondità gli economics del petrolio, lungo tutta la filiera, dal pozzo (anzi prima: dalle attività di esplorazione e ricerca) fino alla distribuzione in rete dei prodotti raffinati. E’ un riferimento fondamentale per chiunque voglia acquisire le coordinate economiche del settore petrolifero: naturalmente non esaurisce tutti gli aspetti del vasto mondo dell’energia, ma sicuramente non può mancare nella vostra biblioteca.
Una prospettiva più generale, e siamo sempre alla manualistica, è quella offerta da Giancarlo Pireddu in Economia dell’energia (fratello del più facilmente reperibile Economia dell’ambiente), il quale esce dalla prospettiva di Clò dell’economia industriale e guarda all’energia, per così dire, da fuori, nel tentativo di incorporare nell’analisi anche una serie di fattori di carattere diverso: dagli innumerevoli (più o meno credibili) beni pubblici legati all’energia, ai (presunti) fallimenti del mercato. Quello che Pireddu presenta è, essenzialmente, il mainstream, spesso condivisibile, qualche volta no (secondo me), ma che certo non può essere perso di vista. D’altronde, ripeto, questo è un manuale, e il suo mestiere lo fa egregiamente.
Parlare di petrolio ed energia, comunque, non vuol dire solo acquisire familiarità con le caratteristiche economiche di questo bene (o servizio, o somma di beni e servizi, o commodity, o quello che volete), ma anche prendere coscienza della profondità storica dell’avventura energetica. Qui sono almeno tre i titoli che vorrei segnalare. Il primo non ha strettamente a che fare con la storia dell’energia, ma è secondo me una lettura fondamentale e piacevole: la Storia economica dell’Europa pre-industriale del compianto Carlo Maria Cipolla. Cipolla mostra come fosse il mondo prima che scoprissimo il segreto dei combustibili fossili, e chiarisce che anche allora, in un certo senso, la crescita economica è stata anche una crescita della domanda (e dell’offerta) di energia, mossa dal gioco tra progresso tecnologico e capitalismo. Dove finisce la narrazione di Cipolla, comincia quella – avventurosa e ricca di informazioni da insider – di Leonardo Maugeri, L’era del petrolio. Maugeri racconta l’incredibile storia del petrolio, dal Colonnello Drake ai giorni nostri, evidenziando tutte le interazioni politiche ed economiche che ci sono state tra produttori, tra produttori e consumatori, e tra il petrolio e i suoi fratelli – carbone prima, gas poi. In modo incredibilmente rigoroso, la storia del mondo letta attraverso la storia dell’energia – a partire dall’evoluzione nella struttura degli aratri! – è il compito che Vaclav Smil ha svolto in modo egregio nella sua Storia dell’energia. Scoprirete incredibili dettagli di cui non avreste mai sospettato neppure l’esistenza, e la cui importanza tutti noi siamo portati naturalmente a sottovalutare.
Se volete decisamente uscire dal mainstream, e gustare un’interpretazione affatto originale e avvincente (anche per la prosa godibilissima) correte a procurarvi Il prezzo del petrolio di Massimo Nicolazzi. In un volume denso ma agile, Nicolazzi parla di cose che conosce e che ama e, pur fingendo di occuparsi di greggio soltanto, spende un intero capitolo (tra i più belli) al gas e innumerevoli pagine al rapporto tra mercato, domanda, offerta, disponibilità fisica, constraint tecnologici, teorie economiche. Chi segue Chicago-blog non può perdersi la parte sull’antitrust madre di tutti i vizi, e la lettura -incredibilmente trascurata dai più – della politica petrolifera americana come servizio agli small producers, più che alle grandi multinazionali sempre sospettate di essere i bad guys della Casa Bianca.
Naturalmente, è importante farsi un’idea delle caratteristiche delle diverse fonti energetiche, e di ciò che le attuali tecnologie, nel contesto del qui-e-ora, possono offrire. E’ questo lo scopo, quasi didattico, del libro di Riccardo Varvelli, Le energie del futuro. Si tratta di un didascalico excursus tra le varie fonti, di cui vengono evidenziati pregi e limiti, e il possibile utilizzo. L’obiettivo è quello di far pulizia di tanta letteratura “mitologica”, che porta a cercare panacee inesistenti. Questo ci consente di calarci anche nella realtà del nostro paese, guardando alle due fonti energetiche che, per ragioni diverse, sono più interessanti. Una è il gas, il combustibile che sta al baricentro del nostro mix energetic: Massimo Beccarello e Francesco Piron, con La regolazione del mercato del gas naturale, svolgono un’indagine a tutto campo sui modelli regolatori, lo stato dell’arte in Italia, e le prospettive per il nostro paese, in tutti gli stadi della filiera. L’altra fonte “calda”, di questi tempi, è il nucleare: non solo in Italia, naturalmente, ma certo i propositi del governo in tale direzione ne hanno fatto una questione primaria. A questo proposito, un libro completo e ben strutturato è quello di Luca Iezzi, Energia nucleare? Sì grazie?, un tentativo di razionalizzare un dibattito che troppo spesso ha preso la tangente della guerra di religione. Come sempre, ci è utile ricordare, e Iezzi lo fa molto bene, che stiamo parlando di una tecnologia, non di quel che ci sarà dopo la morte.
Da ultimo, parlare di energia significa anche, e sempre più, parlare di clima. Il must read per scoprire un punto di vista anticonformista, politicamente smaliziato ed economicamente solido è Pianeta blu, non verde, di Vaclav Klaus, l’uomo politico che tutti vorremmo avere per presidente (ma i cechi hanno scelto prima, evidentemente…). Klaus, pur parlando di scienza, non intende affrontare la questione in una prospettiva climatologica, ma sotto un profilo eminentemente politico ed economico: Klaus parla soprattutto da uomo del suo tempo, che ha vissuto la prima metà della sua vita sotto la dittatura comunista, e che vede nel disegno “kyotista” una eco preoccupante delle idee che stavano dietro la prassi sovietica. Potete non trovarvi d’accordo, ritenerlo troppo estremista, perfino allontanarvi spaventati: ma è un libro per pensare. Per affrontare l’anno nuovo più consapevoli dei fantasmi che si agitano intorno a noi.
(*) E’ clamorosa, e per me inspiegabile, l’assenza dei due capolavori di Morris Adelman, The Genie Out of the Bottle e The Economics of Petroleum Supply), oltre che lo spettacolare Energy in World History di Vaclav Smil (disponibile anche in italiano). Del resto, scegliere è sempre fare un sacrificio, per chi sia davvero interessato a una materia. Solo che queste mi paiono assenze davvero inspiegabili, specie alla luce di alcune presenze di cui si sarebbe potuto fare tranquillamente a meno. Chiudo qui la nota polemica, ché a Natale siamo tutti più buoni (ma solo fino a un certo punto).
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