Gli studenti, alle prese con le vacanze d’autunno, hanno deciso di riposare, mentre i sindacati hanno allentato la morsa.
Non è la prima volta che sindacati e studenti si alleano per cercare di evitare dei cambiamenti necessari in tema di riforme.
La Francia è il paese degli scioperi. Vi possono quelli “leggeri”; un’esempio è quello attuato dai controllori di volo, che sono in sciopero ormai da mesi e continuano a provocare ritardi per molti voli che transitano sopra il territorio d’Oltralpe. Spesso, invece, il blocco riguarda quasi qualunque attività. Nelle ultime settimane anche le raffinerie sono state “occupate”, impedendo ai cittadini di fare rifornimento di carburante.
Il tema del lavoro e delle pensioni è molto caldo in Francia, distorto molte volte da “leggende” economiche. Una di questa, forse la più importante, è quella che disegna il mercato del lavoro come un’enorme torta.
Solo quando una fetta di questa torta, i pensionati, lasciano il loro posto, vi è la possibilità per i giovani di entrare. È la ragione principale per la quale il movimento studentesco si è unito alla protesta sindacale. I giovani, che vedono un tasso di disoccupazione del 24,4 per cento, molto superiore alla media nazionale del 10,1 per cento, vedono in questa riforma il male di tutti i mali. Invece il mercato del lavoro è una torta che si può allargare, togliendo i freni che limitano l’occupazione.
Il mercato del lavoro francese avrebbe bisogno di altre riforme oltre a quella delle pensioni, sulla quale è in corso lo scontro. Il salario minimo elevato, un’eccessiva burocratizzazione del sistema sono due delle cause che lo rendono poco flessibile.
Il mantenimento dello status quo è certamente uno dei punti di debolezza del Paese Transalpino. Alzare l’età minima pensionabile dai 60 ai 62 anni è necessario in un sistema che vede la spesa pensionistica in aumento. L’etá media di vita si allunga ed i sindacati francesi alleati al Partito Socialista non vogliono tenere conto di questa fattualitá tragica per un Paese che ha un debito ormai superiore all’80 per cento del Prodotto Interno Lordo.
Questa riforma non tocca nemmeno tutte le categorie sociali; in Francia rimangono delle nicchie per le quali non valgono le regole di tutti. In molte aziende pubbliche l’età pensionabile si abbassa a 55 anni e in un Paese dove le grandi imprese di Stato hanno ancora un peso rilevante, questa differenza provoca uno scontento popolare.
Il “Paese dell’égalité” in realtà è più uguale solo per alcuni”fortunati”. E questi fortunati hanno un peso politico rilevante. Un caso per tutti è quello degli “cheminots”, vale a dire i ferrovieri. Sono oltre 200 mila e quando decidono di bloccare la Francia e Parigi, nella cui area urbana risiede il 20 per cento della popolazione francese, hanno la capacitá di creare enormi disagi.
Sarkozy con questa riforma, nella quale s’innalzano anche gli anni di contribuzione minima, fa un passo in avanti, ma in realtà non va completamente alla radice del problema francese. Non elimina la posizione di forza di cui ancora gode il sindacato.
Per questa ragione chi la pensa come i sindacati e il partito socialista mantiene una profonda avversione alle politiche del Presidente della Repubblica, ma chi aveva visto in Sarkozy l’uomo del cambiamento, in realtà ne è rimasto profondamente deluso.
]]>Vent’anni fa il blocco sovietico crollava, non già sotto i colpi di un attacco militare dell’imperialismo capitalista, ma schiacciato dal peso delle proprie “contraddizioni economiche”, come avrebbe detto lo stesso Karl Marx.
Quest’avvenimento, inevitabile nell’arco di due o tre generazioni, non era stato previsto da nessuno, eccezion fatta per un piccolo gruppo di economisti imperturbabili, i quali davano fiducia alle leggi del libero mercato. Oggi le stesse leggi permettono di annunciare quel crollo dell’Europa di cui la crisi dell’euro rappresenta il segnale precursore.
Si rimprovera spesso ai mercati la loro vista a corto termine, la loro visione “short-termista”, per impiegare il gergo borsistico. Ma questo significa conoscere assai male ciò che è un prezzo di mercato, fosse anche speculativo – e soprattutto se speculativo. Sul libero mercato, un prezzo concentra in sé tutte le informazioni disponibili non solo per il presente, ma anche per il passato e il futuro. In altre parole, meno sofisticate, si dirà che quelli che hanno del denaro, i “ricchi”, che si tratti di buoni o cattivi ricchi, si preoccupano di un futuro assai più lontano di quello che sta a cuore ai politici, essenzialmente attenti alla loro rielezione. Il celebre “muro del denaro” è un muro su cui si scrive il futuro – come quello di Baldassar (Daniele, 5:25)!
In questo senso oggi i mercati anticipano non solo le conseguenze disastrose dei rimedi che giorno dopo giorno vengono individuati per agevolare la fine di quella crisi finanziaria scatenata negli Stati Uniti due anni fa, ma anche e soprattutto l’incapacità dell’Europa di affrontare il mercato mondiale, dato che si trova bloccata dal gravame di quei debiti pubblici che hanno conosciuto un enorme incremento grazie ai suddetti rimedi.
I “tremendi speculatori” hanno pure inserito nei loro programmi informatici i debiti complessivi causati dal sistema pensionistico a ripartizione, debiti sempre più grandi e sempre meno finanziati, dal momento che la riforma del sistema è rinviata nel tempo o rifiutata. L’autodistruzione di uno Stato sociale che comporta sempre meno bambini e sempre più disoccupati, meno risparmio e più imposte, è tanto prevedibile nell’arco di due o tre generazioni quanto lo fu il fallimento del sistema sovietico, e se i politici lo negano e continuano a negarlo, da parte loro i mercati lo sanno molto bene e ne tengono conto.
A dire il vero, i politici hanno una qualche consapevolezza di questa scadenza che s’avvicina, e che rappresenterà un autentico crollo. Se il presidente della Repubblica francese si precipita al capezzale della Grecia, se spinge verso l’instaurazione di un improbabile governo economico europeo, se al tempo stesso s’affretta a portare a termine l’ultima riforma pensionistica, quale che sia il prezzo elettorale, è per tentare di evitare un umiliante downgrade del giudizio riservato alla Francia sui mercati finanziari, che si tradurrebbe in un supplementare aggravio del debito e in un tremendo schiaffo sul piano politico e personale. Si tratta di una battaglia di retroguardia, spalle il muro: è il caso di dirlo. A meno di un miracolo sul “fronte sociale” (pensioni, mercato del lavoro, sanità) che niente però autorizza ad attendersi, oppure a meno che non si rompa il termometro delle agenzie di rating, il downgrade dello Stato francese è ineluttabile dal momento che il debito pubblico, semplicemente, non è sostenibile.
Ciò che qui viene dello della Francia può qui essere detto per la maggior parte degli Stati europei, impantanati nelle stesse difficoltà.
Il più delle volte i grandi avvenimenti storici coniugano il caso e la necessità: una piccola miccia conduce il fuoco fino al barile pieno di polvere. La miccia è stata la vicenda americana dei subprime (ancora un frutto dello Stato sociale). Il barile sono i debiti pubblici accumulati durante trent’anni. L’esplosione la viviamo in questo stesso momento, che è destinato a porre l’Europa al di fuori della competizione mondiale.
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Secondo la corte,
il sistema di esenzioni, a causa della loro natura estensiva, era contrario all’obiettivo di combattere il cambiamento climatico e contravveniva il principio di uguaglianza di fronte al sistema fiscale.
La prima obiezione mi sembra del tutto campata in aria: non credo sia compito di un organo costituzionale dire quali finalità debbano essere perseguite dal governo, e con quali mezzi. Probabilmente in punto di diritto avrò torto, ma sono certo di aver ragione in punto di ragionevolezza. La seconda questione è più seria, e giusta, anche se pure per questa non credo sia corretto demandare al potere giudiziario l’ultima parola. Il dato politico, comunque, è che il progetto di Sarkozy, che avrebbe dovuto entrare in vigore il 1 gennaio 2010 facendo della Francia l’avanguardia d’Europa, è rimandato a data da destinarsi: l’esecutivo ha annunciato che presenterà dei correttivi il prossimo 20 gennaio, ma non è chiara la tempistica della loro adozione.
L’aspetto fondamentale della tassa di Sarkozy stava nella sua natura distributiva. A fronte di un’imposta di 17 euro per tonnellata di CO2 (secondo me troppo alta, ma che la maggior parte dei critici hanno ritenuto troppo bassa), circa il 93 per cento delle emissioni francesi sarebbero state, in qualche modo, esentate, facendo ricadere la tassa sul capo della mobilità privata e dei consumatori elettrici. Inoltre, il gettito dell’imposta sarebbe servito a finanziare un complesso schema redistributivo, premiando le piccole imprese, le famiglie numerose, e gli abitanti delle zone rurali. E’ chiaro che questo è un nonsenso.
L’unico modo di rendere efficace ed efficiente una carbon tax è quello di evitare ogni forma di esenzione diretta, ma contemporaneamente restituire l’intero gettito ai contribuenti (per esempio attraverso tagli dell’imposta sul reddito personale e/o d’impresa). A queste condizioni una carbon tax sarebbe sicuramente preferibile a uno schema di cap & trade, e addirittura ridurrebbe la distorsività del sistema fiscale nel suo complesso, stimolando l’economia. Il problema del progetto francese, allora, non era la sua inadeguatezza a combattere il cambiamento climatico, ma la sua intenzione dichiaratamente redistributiva. Il governo non si sarebbe limitato a scoraggiare l’utilizzo dei combustibili fossili, ma avrebbe attivamente intermediato un’enorme massa finanziaria, tra l’altro con l’obiettivo dichiarato di introdurre il protezionismo climatico come complemento dello statalismo domestico. Tanto più che, ovviamente, la carbon tax francese non avrebbe sostituito, ma si sarebbe aggiunta a, lo schema europeo di scambio dei diritti di emissione.
La preoccupazione di non danneggiare il settore industriale è giusta e condivisibile, ma è davvero l’espressione più squallida del teatrino politico la postura di chi vuole proteggere l’industria da un problema che egli stesso ha creato. Ancora una volta, il fine ambientale serve a mascherare ben più prosaici obiettivi politici di corto raggio. E’ vero del cap & trade europeo, è vero della carbon tax francese, e molto probabilmente è vero anche del suo rigetto da parte della Corte costituzionale.
]]>Veniamo da anni che hanno visto accrescersi le diseguaglianze: con i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. La conseguenza è che quanti sono costretti a consumare tutto o quasi per vivere (la parte più debole della società) ha ridotto i propri consumi, mentre la parte più ricca ha accumulato risorse, che in genere non faceva circolare.
Da qui una crisi della domanda, a cui fortunatamente gli interventi degli Stati hanno felicemente posto rimedio. Così ora l’economista francese è molto allarmato, perché teme la exit strategy, ossia il progressivo ritirarsi dei poteri pubblici dagli spazi ampiamente occupati nel corso degli ultimi due anni.
L’analisi mi appare di una povertà disarmante, ma soprattutto mi sembra veder confluire una “filosofia della miseria” d’antica data (si pensi a Proudhon) e gli schemi più triti della teoria economica dominante, latamente keynesiana. È infatti interessante constatare come il frequente incrocio non sia casuale, dato che muove – in entrambi i casi – dall’aperto rigetto di quell’antropologia che pone al centro l’uomo e la sua libertà, la sua capacità d’azione, i suoi diritti di proprietà, la sua connaturata socialità (intesa quale disponibilità alla cooperazione: nei piccoli gruppi volontariamente adottati, negli scambi di mercato, nelle strutture aziendali, ecc.).
Per capire qualcosa della crisi, allora, invece che guardare agli intellettuali di Francia, conviene volgere l’attenzione allo humour (feroce, e ferocemente libertario) di Trey Parker e Matt Stone, gli autori di South Park, che in un episodio (“Margaritville”) ampiamente celebrato dal pubblico e dalla critica – tanto che ha ottenuto pure un Emmy Award – divertono insegnando. Non lo si prenda per quello che non è, un saggio di teoria economica, ma certo il cartoon americano offre una lettura meno distante dalla realtà di quella data da numerosi accademici celebrati un po’ ovunque.
]]>Come ha rilevato Noël Kodia, scrittore e critico letterario congolese in un articolo intitolato “Présidentielle gabonaise: une élection à hauts risques”, molti problemi sono radicati nei tratti specifici di questa parte del mondo e affondano nel tribalismo: in sostanza in un voto identitario su base etnica, che finisce per vanificare ogni logica rappresentativa. È così.
Al tempo stesso c’è molto altro. In un articolo apparso sul Corriere della Sera (“Il Gabon nella rete dei Bongo. Petrolio, lusso e povertà”) Massimo A. Alberizzi ha ricordato ad esempio come l’ex dittatore gabonese sia stato “amico di tutti i presidenti francesi, da De Gaulle a Chirac”: e in occasione dei recenti funerali la delegazione francese comprendeva più di cento persone, includendo pure Chirac e Sarkozy. Semplice diplomazia? Buoni rapporti tra realtà nazionali con un importante passato in comune? C’è da sospettare che non ci sia solo questo.
Il 18 giugno, su “Le Monde”, il presidente francese aveva dichiarato di non voler intromettersi nelle elezioni gabonesi (« La France restera neutre lors de l’élection présidentielle au Gabon, assure M. Sarkozy »). Ma già questa affermazione è in qualche modo sorprendente. Forse che qualcuno sospettasse un’intromissione? Senza dubbio: anche perché questo è parte di una solida tradizione. La “Françafrique”, va detto, è una realtà incontestabile (per un’analisi tanto partigiana quanto interessante sul neocolonialismo francese in Africa e soprattutto su tutti i rapporti corrotti che per decenni hanno legato le leadership francesi e quelle delle ex-colonie, un testo da tenere presente è La Françafrique, le plus long scandale de la République, scritto da François-Xavier Verschave e pubblicato da Stock nel 1998).
La Francia, in fondo, dall’Africa non se n’è mai andata. Basta guardare alla questione della moneta. Che valuta si usa ad esempio in Gabon? Il franco CFA, emesso dalla Banque des Etats de l’Afrique Centrale, a cui fanno capo sei paesi (oltre al Gabon, anche il Camerun, la Repubblica dell’Africa Centrale, il Ciad, la Guinea Equatoriale e la repubblica del Congo). Questa banca, che attualmente è presieduta proprio da un gabonese, Philibert Andzembe, conosce una sua gemella, la Banque Centrale des États de l’Afrique de l’Ouest, la quale a sua volta serve Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. E tutti questi paesi utilizzano sostanzialmente la medesima moneta, il franco CFA (in realtà, i due franchi CFA – quello dell’Africa Centrale e quello dell’Africa Occidentale – hanno identico valore, ma non possono circolare nelle due distinte aree).
Stati africani, unioni monetarie, collegamenti tra unioni monetarie… ma a ben guardare in tutti questi Paesi, e quindi anche in Gabon, la moneta è il franco: proprio il franco francese (o qualcosa che ci assomiglia molto)! Se a Parigi ormai si usa l’euro, gestito a Francoforte, a Libreville si continua ad usare un franco che – in larga misura – resta sotto il controllo del Tesoro parigino. Il franco CFA si scambia nelle stradine di Lomé e nei mercati di Douala, ma è nei boulevard parigini che incontriamo coloro che di fatto l’amministrano.
Tutto questo si chiama “Zona Franco” e per comprendere meglio di che si tratta basta entrare nel sito della Banca di Francia e leggere qui (in francese), oppure qui (in inglese). Il tutto viene presentato come un sistema di garanzie e in qualche modo di sostegno, certo, con la grande Francia che pretende di giocare a tutela delle prospettive dei piccoli paesi africani. Ma resta un sistema in cui, “in nome della cooperazione”, l’ex potenza coloniale continua a svolgere un ruolo dominante.
I francesi parlano chiaro: « La cooperazione monetaria tra la Francia e i paesi africani della Zona franco è retta da quattro principi fondamentali: garanzia di convertibilità illimitata da parte del Tesoro francese, parità fisse, libera trasferibilità, centralizzazione delle riserve di cambio (in contropartita di questa garanzia, le tre banche centrali [oltre ad Africa Centrale e Africa Occidentale, anche le isole Comore sono parte di questo meccanismo, ndr] sono tenute a depositare una parte delle loro riserve di cambio nei confronti del Tesoro francese sui loro conti operativi”.
I due morti di Port Gentil di queste ore avranno certamente un’origine tutta locale: saranno da addebitare alle turbolenze di una società che non riesce ad affrancarsi da una famiglia di despoti e parassiti. Sarà sicuramente così. Ma è comunque giunto il momento che il tempo di questa “carità pelosa” degli europei venga meno e che s’inizi davvero a girare pagina: lasciando l’Africa agli africani e aprendo i nostri mercati alle loro merci.
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