Il rapporto contiene talune proposte ragionevoli e in particolare auspica una crescita del mercato interno, che faccia saltare le molte e talvolta assai alte barriere che impediscono una piena integrazione tra i vari Paesi dell’Europa a 27 e le loro distinte economie. Ma, al tempo stesso, il testo redatto da Monti contiene argomenti e proposte assai discutibili. In particolare, esso formula una netta difesa di vecchi vizi statalisti europei (specie in tema di welfare) e per giunta esprime una esplicita avversione per la concorrenza istituzionale: soprattutto in materia fiscale.
Per questo motivo l’Istituto Bruno Leoni ha pensato di predisporre una sua interpretazione del “rapporto Monti”, affidando a un gruppo di lavoro internazionale il compito di commentare – capitolo dopo capitolo – tutte le tesi contenute nel testo predisposto dall’economista italiano. Questo lavoro a più mani si intitola Il “Rapporto Monti”: una lettura critica (qui in italiano e qui in inglese) e ha potuto avvalersi del contributo di vari studiosi, italiani e no: Filippo Cavazzoni, Luigi Ceffalo, Luca Fava, Pierre Garello, Carlo Lottieri, Diego Menegon, Alberto Mingardi, Lucia Quaglino, Dalibor Rohac, Josef Sima e Carlo Stagnaro.
Il testo è stato presentato a Bruxelles oggi, 2 dicembre, nel corso di un seminario cui ha partecipato lo stesso Monti. L’obiettivo è stato quello di evidenziare i limiti delle proposte avanzate dall’ex commissario, non sempre coerenti con una visione autenticamente di mercato, sottolineando come la logica dirigista di molte tesi del Rapporto ostacoli – al di là delle dichiarazioni e delle intenzioni – lo sviluppo di un’economia europea davvero dinamica, integrata e concorrenziale.
I temi essenziali della critica sviluppata dal “contro-rapporto” targato IBL emergono con chiarezza in questo passo, tratto dall’introduzione:
Dietro la riflessione di Monti si vede la proposta di un “grande scambio”: per costruire il mercato interno, gli Stati membri devono dotarsi di sistemi di welfare state sufficienti ad ammortizzare la transizione e sostenere il consenso; perché questo sia possibile, occorre perseguire un grande disegno di armonizzazione fiscale, volto a colpire sia la “concorrenza fiscale” all’interno dell’Ue, sia – a maggior ragione – quella dei “paradisi fiscali”.
L’analisi dell’IBL punta insomma a raccogliere la sfida del “Rapporto Monti”, per valorizzarne gli aspetti positivi, ma anche e soprattutto per sottolineare come un vero mercato non possa essere “unico” (e cioè ristretto alla piccola Europa), non possa basarsi su una tassazione e su una regolamentazione asfissianti (tratti caratteristici del modello welfarista “renano”) e non possa in alcun modo avvantaggiarsi da un’armonizzazione fiscale costruita dall’alto, che riduca quella pressione competitiva che finora ha impedito ai governi europei di espandere in maniera illimitata le loro pretese.
Se infatti le aliquote marginali delle imposte dirette sono significativamente calate un po’ ovunque (dopo che negli anni Settanta erano giunte a livelli altissimi, e non soltanto in Svezia), questo è stato dovuto non tanto a un cambiamento di orientamenti culturali (che pure in parte si è verificato), ma è stato soprattutto conseguente allo sforzo di quei ministri dell’Economia dei vari Paesi europei che hanno fatto il possibile per non perdere tutti i propri contribuenti più importanti. Quando i capitali si muovono e si trasferiscono altrove, che senso ha, infatti, tenere aliquote molto alte, se esse sono ormai prive di una base imponibile? Meglio portare a casa il 45% di 50 che il 90% di 5.
Su questo specifico punto sviluppa una riflessione molto sofisticata un altro lavoro discusso oggi a Bruxelles, anche’esso promosso dall?IBL, e cioè il saggio Tax Competition: A Curse or A Blessing? (qui in inglese, ma qui c’è una sintesi in italiano) di Dalibor Rohac, un giovane e brillante economista slovacco che oggi è un ricercatore del Legatum Institute e che qualche anno fa fu pure a Sestri Levante quale relatore di Mises Seminar organizzato dall’IBL. Avvalendosi della teoria dei giochi, nel suo studio Rohac mostra come un’armonizzazione calata dall’alto blocchi ogni processo di apprendimento e soprattutto ostacoli quel dinamismo degli attori che – sul medio e lungo termine – favorisce l’abbassamento delle aliquote e, in questo modo, aiuta a realizzare una migliore integrazione delle economie.
Un’Europa fiscalmente armonizzata, insomma, è destinata a diventare un vero inferno fiscale. Più di quanto non lo sia già oggi.
]]>La famiglia naturale composta da persone eterosessuali è un fondamento etico del quale non si può negare la legittima difesa. Senza per questo escludere le coppie di fatto con figli dalle nuove egevolazioni. Ma sarebbe meglio se la politica badasse al sodo della questione, prima di inoltrarsi sulla via della polemica. Perché, altrimenti, il rischio è di contrapporre etiche distinte, ma trascurando di fatto la centralità della famiglia in quanto tale. Nucleo essenziale della vita sociale ed economica del nostro Paese. Primo integratore del reddito di giovani e anziani, disabili e malati. Cellula fondamentale della formazione del capitale umano e relazionale, i due pilastri essenziali dello sviluppo in una società della conoscenza, prima ancora del capitale fisico e di quello finanziario.
La famiglia italiana è il primo protagonista della vita nazionale, ed è insieme quello che ha più titoli per una profonda delusione. E’ il soggetto più trascurato dalla politica, più ancora delle imprese, più e peggio dei lavoratori e dei pensionati. Se diamo un’occhiata alle cifre rielaborate nel rapporto Cisf 2009 pubblicato da Franco Angeli pochi mesi fa, c’è da raggelare. Il 53,45 delle famiglie italiane, che sono in totale circa 24 milioni, non ha figli. Il 21,9% ha un figlio. Il 19,5% ne ha due. Il 4,4% ne ha tre. Solo lo 0,7% ne ha quattro. E’ dal 1978 che il tasso di fecondità è molto al di sotto di quei 2,1 figli per donna che servono a tenere in equilibrio la composizione per età della popolazione, e cioè a preservare i conti previdenziali intergenerazionali in futuro. Siamo nel 2009 a 1,4 figli per donna, 1,3 tra le italiane e 2,1 per le immigrate.
Eppure, nei sondaggi il numero medio dei figli desiderati dalle famiglie italiane sarebbe superiore a 2. Poiché generalmente non viviamo più in un Paese disposto ai sacrifici di cui furono capaci i nostri padri e i nostri nonni, è allo Stato che le famiglie italiane imputano la responsabilità per il numero inferiore di figli a cui sono per così dire “costrette”. Quando nella famiglia sono presenti tre figli, l’incidenza della povertà assoluta -à espressa come distanza dalla linea mediana del reddito procapite delle famiglie italiane – raddoppia, passando all’8% rispetto al 4% che riguarda le famiglie italiane nella loro totalità, e quadruplica rispetto al 2% che riguarda invece le famiglie con un solo figlio. Se i costo mensile di mantenimento di un bambino tra o e 5 anni è calcolato dall’Istat mediamente come di 317 euro al mese, il costo di accrescimento complessivo del figlio finché resta a carico diventa in media di 800 euro al mese. Ed è dichiarando di non poter sopportare questi costi, che oltre la metà delle famiglie finisce per restare senza figli.
Ci sono almeno tre questioni di fondo alle quali non è facile rispondere, stanti le condizioni della finanza pubblica italiana – motivo che spiega perché Tremonti proceda coi piedi di piombo.
Il primo è il fisco, che in Italia disconosce la capacità contributiva se non individuale a differenza di quanto capita in tantissimi altri paese, e così finisce per sfavorire la fecondità visto che, per chi ha tre figli e con un reddito sino ai 20 mila euro l’anno, il fisco italiano finisce per gravare tra il 30 e il 40% in più rispetto alla Francia e alla Germania. Personalmente sono per il minimumfamilienprinzip alla tedesca, un tetto di reddito familiare modificato di anno in anno dfel tutto intangibile a quelunque pretesa fiscale dell’ordinamento. Una sana barriera di diritto naturale alla fame dello Stato, in germania reintrodotta dalla Corte di Karlsruhe, primo motore della discesa della spesa pubblica e della pressione fiscale di olrre 5 punti di Pil prima della crisi.
Il secondo è il peso relativo dell’intera politica sociale rivolta alla famiglia, dagli asili nido fino alla conciliazione dei tempi-lavoro di padri e madri rispetto ai congedi parentali: l’Italia spende per la funzione famiglia poco più dell’1% del Pil, la Francia il 2,5% e la Germania più del 3%. Spostare un punto e qualcosa di Pil a favore della famiglia significa spostare 16 miliardi di euro, raggiungere la Francia significa riallocarne 23. Alzi la mano chi è disposto, tra i beneficiari della spesa pubblica italiana, a rinunciare a somme che, per addizione, giungano a cifre simili.
Il terzo è che l’intero welfare andrebbe riorientato in maniera sussidiaria, decentrate e aperta al privato sociale, ponendo al centro la famiglia e incentivando fiscalmente chi le offre servizi che lo Stato non è in grado di offrire.
E’ una vera rivoluzione, quella che servirebbe per ridare smalto e futuro alla famiglia italiana. In un Paese in cui tutti lamentano di voler più spesa pubblica per sé, resterà impossibile fare una scelta decisa a favore del nostro futuro. E’ solo tagliando in profondità e riallocando con decisione a favore della procreazione, che non dipenderemo in futuro da un numero ancora maggiore di immigrati.
]]>Se dovessimo procedere a una stima anche solo spannometrica dei beni e delle attività detenute attraverso veli societari offshore, verrebbero le traveggole. Alcuni esempi. Nel 2005 l’IRS, l’Agenzia delle Entrate degli Stati Uniti, stimava approssimativamente in “almeno” 11.500 miliardi di dollari – più dell’80% del Pil, allora – il valore offshore detenuto dalle sole persone fisiche soggette al fisco americano. Addirittura la Santa Sede – quando già gli Stati nell’esplosione del loro debito pubblico erano famelicamente protesi al massimo recupero di gettito fiscale – nel novembre 2008 presentò alla conferenza promossa a Doha dall’Assemblea generale dell’ONU su finanza e sviluppo un documento in cui si stimava – non so con che precisione, ma ci avevano lavorato banchieri papali assai fini – che le attività offshore detenute da gruppi e persone fisiche dei paesi avanzati rendevano non meno di 860 miliardi di dollari l’anno. Quando la crisi mondiale ormai era bell’e che esplosa e già gli Stati iniziavano ad accumulare punti su punti di Pil di debito pubblico aggiuntivo, ecco che il professor Avinash Persaud, emerito del Gresham College di Londra e membro della Tassk Force dell’ONU sulla riforma finanziaria internazionale, il 5 marzo 2009 scriveva sul Financial Times che l’attacco ai centri e alle società offshore altro non rappresenta che una pigra e seduttiva distrazione politica rispetto all’obiettivo di affrontare seriamente il problema della regolamentazione finanziaria dei Paesi industrializzati. Finchè questa resta disomogenea e ogni Paese tenta di arbitrare con più alto fisco a proprio vantaggio, la regola della libertà personale è tentare di deludere le pretese esose degli Stati spreconi e dilapidatori.
Quanto allo studio comparato del meglio che può offrire alla libertà dei capitali la tecnica offshore, non è esattamente materia per manigoldi. Il manuale di riferimento sui paradisi bancari, dell’avvocato d’affari francese Edoard Chambost, non a caso fu tradotto nel 1980 in italiano dall’avvocato Franzo Grande Stevens, puntualmente non a caso chiamato in causa insieme a Gianluigi Gabetti nelle vicende ereditarie e fiscali collegate al patrimonio dell’Avvocato Agnelli, per il ruolo ricoperto in numerose società “coperte” estere a fini fiscali. Migliaia di società italiane, hanno per decenni utilizzato il velo di holding per lo più di diritto lussemburghese, per eliminare la tassazione dei dividendi e incorporare ai proprietari il più delle plusvalenze. Dalla riforma Visco a quella della participation exemption voluta da ultimo da Tremonti, alla ricerca del gettito perduto, la lotta è sempre andata persa: perché la libertà prevale, e tra le massime espressioni della libertà vi è appunto quella dell’organizzazione della proprietà, al fine di ridurne i gravami a cominciare da quelli fiscali.
Come insegna nel suo bellissimo “Paradisi e paradossi fiscali” il professor Giuseppe Marino, che dirige il master in diritto tributario d’impresa alla Bocconi, un tempo l’invidia fiscale era di sinistra e la libertà fiscale di destra, quell’invidia che secondo Bertrand Russel “è vizio in parte morale, in parte intellettuale, consistente nel non vedere mai le cose in se stesse, ma soltanto in rapporto alle altre”. Ohimè nell’Italia di oggi l’invidia fiscale da tributi esosi si estende ormai da sinistra a destra. Il che rende ancor più necessaria la difesa dell’offshore, vero presidio di libertà che sconfiggerà sempre- non illudetevi, cari statalisti – la lega degli Stati ad alto prelievo e bassa crescita.
]]>Quale abietto rivolgimento della legge e dell’ordine è avvenuto, se dei criminali godono oggi della riconoscenza statale, mentre le vittime dei loro reati se la devono vedere con Procure e roghi mediatici? Purtroppo, la storia dimostra che gli Stati sono sempre affamati di entrate fiscali. Nella crisi, la loro fame è cresciuta a livelli record. L’evasione fiscale era una tiritera di solito riservata alla politica e al dibattito pubblico italiano e greco. Ma da due anni a questa parte, si scopre una verità scomoda e che in Italia molti tentano ancora di negare, e cioè che l’evasione fiscale – io preferisco parlare di autoprotezione dalle esose pretese statali, quando avviene attraverso tutte le armi previste dalla concorrenza degli ordinamenti fiscali internazionali – non è affatto una prerogativa italiana, ma è diffusissima ovunque. E’ allora che sono entrati in campo i colleghi in mezzo mondo di Attilio Befera, il brillantissimo capo dell’Agenzia delle Entrate italiane, che dall’inizio della crisi sta battendo tutti i record di accertamenti fiscali e di individuazione di redditi sottratti al fisco, e ci riesce malgrado il maxi scudo di rientro dei capitali varato nell’autunno 2009 e protratto fino all’aprile scorso, grazie al quale sono stati regolarizzati oltre 100 dei circa 550 miliardi di capitali italiani stimati in “Paesi sospetti”.
Ma naturalmente, i Paesi che fino al 2008 quasi non esistevano sui media internazionali se digitavate “evasione fiscale”, hanno deciso che se guerra all’evasione doveva essere per tagliare meno spesa pubblica, allora doveva trattarsi di guerra vera. Non la faticosissima trafila del redditometro italiano, milioni di dati presuntivi sugli indicatori di reddito disponibile da processare per arrivare poi a migliaia di ispezioni in uffici di professionisti, lavoratori autonomi e aziende. O gli inollerabili studi di settore, che aspettano ancora di essere aggiornati ai dati della crisi e alle curve di costo territoriali – lo Stato è rapido a promettere, lentissimo a mantenere, solo le tasse le vuole tutte e subito quando dice lui – col risukltato che quest’anno oltre il 50% dei soggetti sottoposti risuklteranno “non congrui”.
No, Germania e Francia hanno scelto una via diversa. La guerra moderna nasce dai testi di Clausewitz e dalle vittorie di Napoleone. Entrambi predicano velocità e fini anteposti ai mezzi. E’ per questo, che tedeschi e francesi hanno deciso di non andare per il sottile. Hanno fatto scendere in campo i loro servizi segreti, i meglio indicati per individuare in poche settimane i traditori al miglior offerente delle banche per cui lavorano. Kieber e Falciani rappresentano un classico, sotto questo profilo. Quarantadue anni il primo e trentotto il secondo, avevano puntualmente tentato di vendere a banche concorrenti il database che avevano illegalmente trafugato relativo a migliaia di clienti degli istituti per cui lavoravano, addetti a delicate procedure informatiche. Succede regolarmente: non è che le funzioni di security tecnologica dei database “sensibili” portino a brutte tentazioni solo nelle società telefoniche italiane, come avvenne col caso Tavaroli. Polizie e servizi occidentali hanno le liste di tutti coloro che sono addetti a tali funzioni, e quando iniziano a fare strani viaggi all’estero per incontrare emissari della concorrenza e provare a vendere i dati per la cui riservatezza sono pagati, è un giochetto intervenire, minacciare di sbatterli in galera per uno dei tanti articoli del codice che stanno violando, e convincerli a dare ai servizi stessi ciò che avevano trafugato. E’ esattamente quel che i tedeschi del BND hanno fatto con Kieber, assicurandosi una lista di oltre 15 mila clienti che detenevano oltre 130 miliardi di euro presso veicoli finanziari creati e amministrati dalla LGT in Lichtenstein, e quel che i servizi francesi hanno fatto con Falciani, che se la spassa in Costa Azzurra avendo girato loro dati e consistenze di decine di migliaia di clienti della sede centrale di Ginevra del colosso HSBC, l’ottava banca mondiale britannica di nome e mezza cinese ormai di fatto. Oltre quattro milioni a testa, questo il prezzo del loro tradimento di Stato. Che vale a Falciani anche l’aggiunta di quanto ricava per sospiratissime interviste sui migliori giornali continentali, colloqui in cui si spaccia per benefattore dell’umanità e non risponde sul perché e il percome i servizi francesi lo avessero messo nel mirino dopo un abboccamento a vuoto a Beirut a nome di istituti di credito concorrenti al suo, proprio per metterne alla prova la determinazione alla frode.
I valori e i delitti cambiano, al mutare delle circostanze. Capita così che Padre Dante riservasse ai traditori di chi si fida il nono cerchio dell’Inferno e il gelo eterno del Cocito, cioè la parte più profonda a simboleggiarne una nefandezza ben più grave di quella di incontinenti e ladri, simoniaci e barattieri. Ai tempi nostri, lo Stato si fa volentieri Dio e manda i traditori in Paradiso. Con l’imbarazzo di dover ammettere di avere nel corso di una medesima vicenda cambiato drasticamente idea. È quello che avviene per esempio in queste settimane in Germania. Dove il Land dello Schleswig Holstein ha deciso di aggiungere anche la propria iniziativa a quella dei servizi federali, e si è offerto di comprare una nuova lista di evasori presunti da un funzionario infedele della LLB, un’altra banca sempre del Liechtenstein. Il piccolo particolare è che la banca del principato aveva denunciato il furto tre anni fa, e allora le autorità federali germaniche avevano pienamente cooperato al recupero dei dati, costato 9 milioni di euro alla banca per il riscatto, nonché alla successiva condanna presso un tribunale tedesco del traditore medesimo, per la bellezza di 5 anni e 3 mesi. Si capisce bene che risulta un po’ difficile giustificare come 3 soli anni fa si finisse per anni in carcere, per lo stesso delitto che viene oggi indotto, strapagato e glorificato dai servizi segreti del medesimo Paese.
Non solo in Italia, i media hanno potentemente contribuito coi loro titoloni alla campagna propagandistica su queste liste che il fisco nazionale tedesco e francese, italiano e britannico hanno alimentato, al fine di assicurare dovunque consenso alle pressioni fiscali in aumento. Con risultati in realtà abbastanza diversi. Il Regno Unito si è attenuto alla regola che il Revenue and Custom Service dovesse istruire regolari istruttorie, senza poter contare sulla valenza probatoria dei dati giunti da liste che Francia e Germania hanno condiviso con gli altri Paesi OCSE. Francia e Germania hanno usato il pugno di ferro, tagliando la testa a capi di grandi aziende come le Poste germaniche. In Italia, la parte nazionale della lista Kieber è stata distribuita all’inizio tra ben 23 Procure: ma le eventuali ipotesi di reato erano comunque pressoché sempre prescritte, e in ogni caso la provenienza illecita dei dati ha portato ad archiviazioni di massa. Ci hanno pensato Befera e i suoi, a integrare coi nomi delle liste i 170 Paperoni italiani sconosciuti e nel mirino dal 2009 di accertamenti straordinari, e i circa 30 mila sospettati di attività finanziaria non in regole nei paradisi societari.
Il vero risultato è ciò che gli Stati si proponevano sin dall’inizio, oltre al consenso mediatico delle opinioni pubbliche: indurre il principato del Liechtenstein a smontare circa 15 mila tra Anstatlt e Stiftung, i veicoli fiduciari inventati ai tempi di Weimar da due geni benemeriti della finanza europea antistatalista, Wilhelm Beck ed Heinrich Kuntze; indurre la svizzera UBS a consegnare agli americani – che non hanno pagato nulla – migliaia di nomi di clienti statunitensi, mentre Credit Suisse e altri grandi istituti sono stati costretti a un giro di vite dopo il caso HSBC. In piccolo, l’Italia ha mostrato e mostra i denti a San Marino. Era la concorrenza di piccoli Paesi che assicurano la riservatezza dei dati e hanno poche pretese fiscali, a dare davvero fastidio ai grandi dissipatori di denari dei contribuenti. E questo obiettivo, dopo 80 anni di acquiescienza, è stato raggiunto dai grandi Paesi europei con maggior efficacia del falò d’immagine riservato ai presunti evasori. Riflettete su questo, voi tanti scandalizzati permanenti che credete davvero alla favola che le tasse si possano abbassare solo quando l’ultimo evasore sarà stanato: è una frottola gigantesca, perché ogni euro recuperato fa solo aumentare la pressione fiscale complessiva e non fa scendere la pressione su di me e tanti di voi che le imposte le pagate regolarmente.
Per quanto mi riguarda, se il governo come sembra andrà a carte quarantotto tra accuse reciproche a chi è più puttaniere e raggiratore – un dibattito che a me ispira complessivamente ormai puro ribrezzo, e che descrive l’orizzonte etico-culturale di questi leader e dei loro accoliti – bisognerà che qualcuno ricordi con tutta la durezza del caso che non è più degno di alcuna fiducia, chi da tanti anni ha preso i voti con la promessa di abbassare le tasse, per poi far regolarmente aumentare la pressione fiscale. non c’è chiacchiera contro gli evas
]]>Serve più serietà nel settore pubblico, a tutti i livelli.
Se nel 2009 lo Stato ha stanziato per la cultura lo 0,23% del Pil che quest’anno diventerà lo 0,21%, a fronte di un media europea tra 0,3 e 0,4%, i Comuni, le Province e le Regioni italiane impegnano rispettivamente il 3%, il 2,1% e lo 0,6% dei propri bilanci a questo fine. Insomma, di soldi pubblici ancora ve ne sono, seppur tra mille rivoli. Ma il problema è che per ben oltre l’80% vanno in retribuzioni del personale e spese di gestione amministrativa. Dunque, vengono spesi male.
In più, spesso non vengono spesi affatto, per incapacità e ritardi.
Il 22° Rapporto Eurispes ha dedicato un intero capitolo al tema. Il titolo vale più di mille spiegazioni: “Beni culturali: i soldi nel cassetto ovvero come non si spendono le risorse disponibili”. Alla fine del 2009, per esempio, la differenza fra entrate e uscite dava un attivo di 25,2 milioni di euro alla Soprintendenza architettonica di Pompei, e di 3,6 milioni al Polo Museale Napoletano. E in tutti e due i casi si tratta di istituti dotati di autonomia speciale, in grado cioè di avere rispetto al resto dell’organizzazione centrale e territoriale del MIBAC una maggiore elasticità e dinamicità nella spesa.
Più che reclamare nuovi stanziamenti, si dovrebbe allora pensare a come gestire nel miglior modo possibile l’esistente. L’Italia ha un patrimonio artistico e culturale particolarmente ingente. Il legislatore, poi, ha dato un’accezione molto ampia di “bene culturale”, e dunque siamo caratterizzati da un regime molto penetrante di tutele. Ci ritroviamo quindi a tutelare oltre 400mila immobili storici, i centri storici del 78% delle città italiane, il più diffuso sul territorio patrimonio di centinaia di musei statali e locali, opere d’arte, vestigia e parchi archeologici. Se a questo aggiungiamo anche tutta la tradizione italiana legata allo spettacolo dal vivo dall’opera lirica al teatro di prosa al cinema, non basterebbe nemmeno una pressione fiscale moltiplicata per due a conservare e a valorizzare con soli soldi pubblici tutto questo patrimonio. Ed è per me incomprensibile come non lo si capisca, e come ogni teatro a cominciare dalla Scala veda le maestranze continuare a devastare i calendari delle rappresentazioni, invocando più denari pubblici ma in realtà arrecando gravissimi danni ai cittadini che hanno prenotato e pagato il biglietto, al turismo e all’immagine del Paese.
Il contributo dei privati è dunque indispensabile. Ne serve di più, bisogna lavorare per accrescerlo. Mettendo da parte e superando le molte resistenze che vengono ancora dal mondo accademico, e dalle sovrintendenze territoriali in cui si articola il MIBAC. Penso per esempio a quante polemiche ha scatenato e continua ad alimentare l’introduzione, un anno fa, presso il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali della nuova Direzione generale per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale, affidata a Mario Resca proprio per la sua precedente esperienza di manager privato. Oppure alle polemiche che seguirono l’insediamento del professor Andrea Carandini alla presidenza del Consiglio superiore dei Beni Culturali, quando affermò, lui che è insigne tra gli archeologi della Roma Antica, che “anche agli scavi c’è un limite, se poi non sappiamo mettere a reddito il patrimonio”. Aveva ragione. Sono polemiche datate, che ci fanno toccare con mano quanto l’impresa e il capitale privati siano ancora “sospetti”, agli occhi di chi preferisce magari che le opere restino chiuse nei depositi di musei magri di risorse, invece che rese fruibibili al pubblico grazie alle risorse dei privati.
Basti pensare invece al bilancio positivo delle poche esperienze pilota che sono state realizzate coinvolgendo nella gestione a pari titolo privati e fondazioni bancarie. Come il Museo Egizio di Torino, che dal 2004 ha riunito in fondazione un gruppo di soggetti pubblici e privati a cui è stata conferita dal Ministero la gestione dell’intero museo. Esperienze come questa devono essere replicate su tutto il territorio nazionale. Ed è la stessa esperienza che ci viene da tutta Europa. La realtà italiana mostra che il coinvolgimento dei privati è stato invece troppo timido, e perciò inefficace. Per esempio la trasformazione degli enti lirico-sinfonici in fondazioni di diritto privato non ha garantito l’afflusso di risorse aggiuntive, da assommarsi a quelle stanziate dallo Stato. Come si vede dalle proteste in corso, per la nuova riforma avviata dal ministro Bondi.
Oltreoceano, il National Endowment for the Arts agisce stilando la lista delle istituzioni potenzialmente soggette a sovvenzioni, lasciando a loro carico la ricerca di un sostegno privato di un ammontare almeno equivalente, senza il quale la somma pubblica non può essere versata. Tale sistema consente di stimolare il sostegno privato attraverso quello pubblico, evitando che esso vi si sostituisca. Mi pare un ottimo modello da seguire.
Di qui la prima proposta: le risorse pubbliche non vanno più date a pioggia alle centinaia di soggetti pubblici protagonisti dell’offerta culturale inefficiente. Bisogna spostare l’allocazione delle risorse spostandole su criteri che tengano conto della domanda, e premino la migliore offerta. Vanno in questa direzione i meccanismi di matching grants, quando il contributo pubblico affianca quello privato al solo patto di averlo saputo reperire in maniera a esso equivalente. Questi strumenti sono particolarmente indicati, in quanto incentivano la ricerca di risorse dal privato e responsabilizzano gli enti, che devono essere in grado di reperire finanziamenti sul mercato.
Un altro grande tema, quello dei musei. La grande ricerca commissionata mesi fa da Confcultura e Federturismo, e condotta da PricewaterhouseCoopers, ha mostrato molto bene come lo sfruttamento in termini economici dei nostri musei sia tutt’altro che soddisfacente. L’Italia non ha un museo fra i primi dieci al mondo per numero di visitatori. E’ vero, il nostro Paese si caratterizza per avere un alto numero di musei, oltre 430 solo quelli statali, diffusi lungo tutta la Penisola, e non pochi e concentrati, come Oltralpe dove sono all’80% nell’Ile de France.
Di qui la seconda proposta: affidare a privati in totale concessione sperimentale alcuni musei italiani, superando i limiti molto stretti posti dall’attuale ordinamento che affida ai privati solo la gestione di alcuni servizi.
Non è una provocazione. Lo Stato, che ha le difficoltà che ha, metta i privati alla prova. Proviamo per qualche anno ad affidare integralmente ai privati l’intera gestione di alcuni grandi musei. Facciamone un’esperienza pilota. Ma consentiamo ai privati anche di aver voce sul capitolo del personale e della sua organizzazione, a quel punto.
Non è vero che senza i denari dello Stato, cioè del contribuente, l’Arte e la Cultura con l’”A” e la “C” maiuscola sono destinati a deperire. Penso a quel che aziende come Eni, Telecom Italia, Pirelli e tante altre a cominciare da banche e assicurazioni fanno già da anni. Lo fanno malgrado i vincoli stretti, troppo stretti, e gli incentivi troppo esigui posti all’investimento culturale dei privati dal nostro ordinamento fiscale.
Di qui la terza proposta. Estendere alle sponsorhip delle imprese private in progetti culturali la disciplina del credito d’imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico. L’attuale Testo Unico delle Imposte sui Redditi prevede infatti la totale deducibilità delle erogazioni liberali a fini culturali per i soggetti titolari di reddito d’impresa. Ma ne sono scaturite risorse per poche decine di milioni di euro l’anno. Serve invece una forte agevolazione fiscale per il rapporto di sponsorizzazione, che viene incredibilmente ristretto dall’articolo 120 del Codice dei Beni Culturali. E’ la sponsorizzazione che consente alle imprese un pieno e legittimo ritorno dell’investimento, a vantaggio del proprio marchio, immagine prodotto, e realizza altresì un più pieno coinvolgimento del privato nelle modalità di fruizione del patrimonio culturale.
Infine, sempre in materia fiscale, la quarta proposta. Alzare dal 19% attuale al 30% almeno l’aliquota da portare in detrazione fiscale, quando le erogazioni clturali siano effettuate da persone fisiche.
Non è impossibile, nel giro di qualche anno, raddoppiare l’apporto netto che il turismo arreca alla bilancia dei pagamenti italiana. Il patrimonio culturale è parte integrante e imprescindibile della qualità dell’offerta dell’industria del turismo. Chi farà fare più alle imprese, nella cultura, costruirà un’Italia non solo meno dissipatrice e immemore del suo passato. Ma, soprattutto, un’Italia coi conti più in regola per il suo futuro.
]]>misura strutturale, tagli lineari, interventi emergenziali, settoriali o a colpi di “una tantum”. Misure inique, dunque, dall’efficacia limitata, ma soprattutto senza alcuna prospettiva, per il nostro Paese, di riforme, crescita, sviluppo. Per distribuire ricchezza, bisogna prima produrla; in caso contrario, si distribuisce solo povertà, se non – addirittura – miseria.
La diagnosi è, sostanzialmente, condivisibile, al netto della polemica politica. E la terapia?
Pensioni. I Radicali suggeriscono un graduale innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni per tutti i lavoratori, uomini e donne, pubblici e privati, a decorrere dal 2018. Coi risparmi così realizzati, si suggerisce di creare strumenti più efficaci e affidabili degli attuali destinati al “sostegno del reddito, alla formazione e al reinserimento nel mercato del lavoro“. So che va molto di moda, e so di andare controcorrente, ma entrambe le misure mi lasciano perplesso. Per quel che riguarda l’età pensionabile, il mero innalzamento è un second best: il first best sarebbe la piena liberalizzazione dell’età del pensionamento, in cambio dell’abolizione di qualunque livello minimo della rendita pensionistica. In fondo, se uno vuole smettere di lavorare a 40 anni, perché vive in campagna e ha l’orto si sostenta da sé, e dunque per le spesucce gli basta un assegno da 100 euro vita natural durante, perché impedirglielo? Per quel che riguarda la costruzione di un welfare “nordico”, è questione complessa a piena di implicazioni, ma quanto meno la contropartita non dovrebbe essere il mero equilibrio contabile – meno pensioni contro più tutele – ma anche regolatoria – più sostegno ai lavoratori in cambio di un mercato del lavoro più libero. Ecco, questa seconda gamba non c’è, e in sua assenza non so se il gioco possa valer la candela. Ne abbiamo discusso qui.
Voucher. Sulla sanità, i Radicali propongono una proposta rivoluzionaria ma monca – o, almeno, insufficiente. Suggeriscono infatti di dotare ciascun individuo di una serie di “buoni sanità” utilizzabili per tutti i servizi di cura e assistenza. I voucher hanno una serie di vantaggi indiscutibili, che vanno dalla regolarizzazione di una serie di posizioni lavorative in particolare nell’assistenza, alla possibilità di creare forme di competizione tra le strutture pubbliche, e tra queste e le strutture private. Il problema è che, in un contesto ampiamente statizzato come il nostro, i voucher sono utili ma non sufficienti: occorre iniettare maggiori dosi di privato, creando un contesto competitivo che sia veramente equo. Ma, per evitare che questa appaia come una critica “benaltrista”, non ho problemi a dire che non c’è alcun motivo di avversare la proposta, mentre ci sono molti e buoni motivi per sostenerla. Comunque, la nostra posizione sul tema sta qui (e in un libro di prossima pubblicazione a cura di Alberto Mingardi e Gabriele Pelissero per IBL Libri: stay tuned).
Isae. Di fatto qui si vuole salvare, cambiandogli la faccia, l’Isae. Boh.
Liberalizzazioni. Qui sta della ciccia davvero sugosa, e forse è il capitolo più interessante e rivoluzionario dell’intero pacchetto di riforme radicali. La prima e più bella consiste nella sostanziale abolizione dell’Inail, consentendo l’ingresso dei privati nel mercato assicurativo degli infortuni sul lavoro. Credo noi dell’IBL siamo stati tra i primi a suggerirlo, qui. Sulle banche, si propone l’istituzione di un’autorità di controllo sull’attività delle fondazioni di origine bancaria e si suggerisce il ripristino del divieto di impresa nei settori non bancari e non finanziari: lasciamo perdere. Sulle infrastrutture energetiche si propone la separazione proprietaria delle reti, in particolare quella gas, dagli incumbent. Non è disponibile il testo della proposta, quindi non la so valutare tecnicamente (in realtà non serve una legge, serve solo una data per rendere efficace quello che la normativa vigente già impone), comunque il principio è giusto e coraggioso, come spiego qui. Libri: si suggerisce una parziale liberalizzazione dei prezzi, consentendo al librario di praticare sconti superiori al 15 per cento nei 20 mesi successivi alla pubblicazione (chissà perché solo per un periodo di tempo limitato). Buono ma poco coraggioso. Qui le buone ragioni per un intervento più… radicale. [UPDATE: Come spiegato nei commenti, l'emendamento radicale ha l'effetto di liberalizzare completamente i prezzi dei libri, perché questi sono già liberi a partire dal ventesimo mese dalla pubblicazione. Mi scuso per l'errore]. Sale cinematografiche: togliere alle regioni il potere di programmare (o impedirne) l’apertura. Giusto. Ne abbiamo parlato, con una riflessione più ampia sulle regolamentazione del commercio, qui. Idem per la liberalizzazione delle vendite dei giornali. Viene poi proposto un significativo alleggerimento dei vincoli alle vendite sottocosto (ma, anche qui, perché non liberalizzarle del tutto?). Infine, conclusione in bellezza: abolizione del valore legale del titolo di studio. Hip hip hurrà!
Costi della politica. Riduzioni assortite dei contributi pubblici ai partiti. Why not?
Risparmi nella pubblica amministrazione. Il primo emendamento propone di privilegiare il software open source rispetto a quello proprietario. Mi lascia molto perplesso: non c’è ragione a priori di ritenere l’uno meglio dell’altro, specie quando il software serve per svolgere funzioni precise. Non metto link perché non trovo, ma sono sicuro che anche questo l’avevamo detto qualche anno fa, quando se ne era parlato. Poi c’è un tentativo di rendere un filo più civili le nostre norme sull’immigrazione, e non possiamo che approvare. E infine c’è la questione della liberalizzazione dei servizi pubblici locali, su cui è superfluo dire che siamo del tutto allineati.
Stato di diritto e fisco. Vengono eliminati gli interventi più violenti e da stato di polizia tributaria contenuti nella manovra tremontiana. Avanti tutta!
Fiscalità ambientale. Vengono avanzate tre proposte: una carbon tax il cui gettito sia impiegato per ridurre il carico fiscale sul lavoro. Promossa. La costituzione di un fondo di garanzia contro i danni delle estrazione offshore (mica siamo in Louisiana, perbacco). La riduzione degli incentivi all’eolico: qui non è chiaro come, ma di fatto un provvedimento del genere, e persino esagerato, c’è già nella manovra. Il problema è complesso e penso di tornarci presto in modo più ampio, ma mi pare anzitutto sia necessario distinguere tra impianti esistenti o autorizzati (per i quali pacta sunt servanda) e installazioni future. Inoltre non ne capisco la logica: in un’ottica di carbon tax, tutti i sussidi andrebbero aboliti. Inoltre, e questo ha dell’incredibile, credevo fosse ovvio che il vero scandalo in questo paese non sono i sussidi all’eolico, ma quelli al solare fotovoltaico. Se proprio si deve, pregasi iniziare da lì.
Tutela delle aree protette. I radicali vorrebbero restituire ai parchi i soldi tolti da Tremonti. Vade retro!
Urbanistica. Sono molto combattuto su questo emendamento, che vorrebbe rintuzzare le ambigue aperture della manovra sulla possibilità di re-introdurre imposte sugli immobili negli enti locali. Da un lato, mi sta bene: serve a contenere la pressione fiscale totale. Dall’altro insomma: se davvero dobbiamo prendere sul serio la riforma federalista, il problema non è impedire agli enti locali di autofinanziarsi come gli pare, ma tagliare le unghie al fisco centrale.
In conclusione: il pacchetto è ampio e variegato, ma la maggior parte delle proposte sono più che sensate. Quindi, nella maggior parte dei casi speriamo vengano approvate, sapendo che ciò non accadrà. Fa piacere, e mi scuso per la conclusione un filo polemica, scoprire che la Dott.ssa Bonino-Jeckyll ha ripreso il sopravvento su Miss Emma-Hyde che, durante la corsa alienata per la presidenza del Lazio, aveva subito una mutazione genetica nel solco tremontian-rifondarolo. Bentornata tra noi!
]]>Il dilemma della Lega l’ha descritto molto bene Luca Ricolfi su ‘La Stampa’ di lunedì 31 maggio. Qualora il bravo commercialista Tremonti non riuscisse a quadrare i conti dell’azienda Italia, e l’amara realtà imponesse una lenta evaporazione del federalismo fiscale, che direbbe la Lega ai suoi appassionati sostenitori? La delusione dei fedeli comunisti, ricorda il professore, è stata fatale al Pci, che non s’è ripreso pur cambiando nome e bandiera: ma siamo sicuri che la fede verde sia più salda di quella rossa?
Dovrebbe cambiare strategia sull’unica voce che finora ha costituito il suo manifesto programmatico: le tasse. Ed é infatti nella riduzione del fisco, e nell’oculata gestione del denaro pubblico, che si sintetizza il volere leghista. Nel leghista che paga le tasse c’è un conflitto irriducibile tra lui e chi non le paga, specie se vive al di sotto di Firenze, perché con i soldi prelevati mediante le tasse lo stato eroga servizi di cui è beneficiario anche l’evasore. Costui è vissuto come un parassita del leghista pagatore, e dunque è giusto che sia punito. Ma poiché si ha la certezza che la somma delle punizioni non corrisponde all’entità dell’evasione, anzi è straordinariamente inferiore, va da sé che i leghisti per bene siano frustrati. E lo sono ancora di più se hanno la percezione che ai loro sacrifici di pagatori non corrisponde una qualità soddisfacente dei servizi erogati dallo stato. Insomma, si comprende la disperazione che il leghista per bene si tiene in corpo, aggravata da un senso di impotenza di fronte ad un destino cinico e baro. La tentazione di aggregarsi al coro muto degli evasori non lo risparmia, e se la respinge è per un residuo di spirito civico, oltre alla paura delle multe e delle manette.
Eppure, ci si domanda, non c’è qualche altra soluzione che attenui questa sofferenza?
Forse sì. La Lega potrebbe prendere in considerazione una forma di protesta che si chiama ‘ammutinamento fiscale’. Il vocabolario definisce l’ammutinamento ‘un reato previsto dal codice penale militare che consiste in una disobbedienza qualificata e collettiva’, e quindi l’ammutinamento fiscale può qualificarsi come reato.
Ma c’è un altro modo di intendere l’ammutinamento fiscale, una forma più blanda di protesta, eppure assai significativa, ed è nella tradizione anglosassone e americana. Se i leghisti pagatori di tasse e imposte, scettici sull’esito della lotta all’evasione, chiedessero come indennizzo il taglio delle spese inutili, ma il governo, pur potendolo fare, non lo facesse, costoro potrebbero decidere di versare il dovuto su un conto vincolato di una banca gestita da uomini della Lega, e di trasferire il denaro al fisco solo a fronte dell’avvenuta riduzione delle spese, in proporzione all’ammontare del taglio reale. In tal modo sia le partite Iva, sia i lavoratori dipendenti, avrebbero onorato l’obbligo pur mettendo in mora il governo. Ci sono mille obiezioni politiche e legali a questa proposta, se riferita al gettito delle imposte sul reddito, ma ce ne sarebbero di meno se, ad esempio, la protesta fiscale riguardasse tasse particolari, e avesse come arena le comunità locali.
Naturalmente l’ammutinamento fiscale è l’ultima risposta ad una situazione insostenibile, però a mali estremi estremi rimedi. Questa forma di ammutinamento darebbe certamente vita ad una forte querelle legale, ma avrebbe un alto significato politico. Per la Lega sarebbe un fattore di rinnovata fiducia con il suo popolo, e conterrebbe un monito per il governo: il coltello fiscale l’hanno in mano i cittadini. C’è però un punto di domanda: poiché l’ammutinamento fiscale lo fanno coloro che abitualmente pagano le tasse, la Lega è sicura che i suoi fedeli rientrino in questa benemerita categoria? Se sì, può prendere l’iniziativa.
]]>100,0 Valore aggiunto d’impresa destinato al fattore lavoro
- 4,8 Irap
- 22,7 Oneri sociali a carico del datore
- 6,7 Oneri sociali a carico del lavoratore
= 65,8 Remunerazione lorda
- 13,3 Irpef
- 1,4 Addizionali Irpef
= 51,0 Reddito disponibile
- 11,0 Imposte sui consumi (con aliquote legali e ipotizzando che tutto il reddito disp. sia speso)
= 40,0 ’Residuo’ per il lavoratore
60,0 Pressione fiscale complessiva
Note: (1) Il calcolo precedente include aliquote Irap e addizionali Irpef massime. Nell’ipotesi di aliquote Irap e addizionali Irpef minime la ripartizione dei 100 euro iniziali tra fisco e lavoratore diventa la seguente: Fisco 58,7, lavoratore 41,3. (2) Il calcolo precedente ipotizza che tutto il reddito sia consumato. Per ogni 10% di reddito risparmiato la voce ‘imposte sui consumi’ di riduce di 1,1. (3) La pressione fiscale calcolata nella tabella è il valore ex ante atteso applicando la legislazione fiscale e non considera pertanto il fenomeno dell’evasione fiscale. Per contro i dati sulla pressione fiscale di fonte Istat ed Eurostat mettono a rapporto il gettito effettivo delle imposte col Pil (e, nel caso di Eurostat, anche il gettito delle imposte che gravano sul lavoro rispetto ai redditi totali da lavoro risultanti dalla contabilità nazionale). In questi casi il numeratore dei rapporti si abbassa per il fenomeno dell’evasione.
]]>Prescindendo da questioni morali che richiederebbero una troppo ampia trattazione, mi pare che la versione accreditata come dominante presenti debolezze sul piano della logica economica e della conseguente azione politica.
In primo luogo, le stime sull’evasione assumono una condizione di business as usual che appare evidentemente fallace, perché trascura che l’economia sommersa trova la propria ragione di profittabilità proprio nella possibilità di sfuggire all’occhio dell’erario. Pertanto appare più realistico pensare che il recupero a gettito di quelle attività ne determini, in larga parte, il venir meno.
In secondo luogo, l’intera costruzione prende a fondamento una teoria del prelievo che trova ancora accoglimento – ahinoi – nei manuali di scienza delle finanze, ma che a ben poco a che vedere con la realtà della formazione del bilancio pubblico. Sopravvive, infatti, la persuasione naif che le attività delle amministrazioni richiedano un determinato fabbisogno di risorse, e che questo venga successivamente ripartito tra i contribuenti – secondo criteri di varia natura. È piuttosto vero, come aveva sottolineato il tremontiano Colbert, che “la tassazione è l’arte di spennare l’oca in modo tale da ottenere il massimo di piume con il minimo di starnazzi”.
In terzo luogo, condizionando la riduzione del prelievo complessivo al recupero dell’evasione fiscale, si sottovaluta l’intima connessione tra l’entità dei due fenomeni. Aliquote da record incentivano l’evasione rendendola più redditizia; ed il modo più ragionevole per aumentare la compliance fiscale consiste nel ridurre le pretese del leviatano.
Infine, tale ricostruzione delle vicende tributarie legittima l’adozione di misure che un leader ora ostaggio dei gerarchi bollava sensatamente come degne di uno stato di polizia tributaria. Se il fisco avanza pretese sul denaro dei contribuenti, è il caso che faccia almeno la fatica di guadagnarselo.
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