Nel mercato della politica, invece, l’astensione non produce nessuna conseguenza: resta invariato il numero di seggi che vengono assegnati, e resta invariato il rimborso che ogni partito percepisce. Infatti il rimborso viene calcolato sulla percentuale dei consensi che ogni partito ottiene, ma questa percentuale viene automaticamente proiettata sul numero degli elettori, e non su quello, reale, dei votanti effettivi. Ci si divide un montepremi sempre uguale, insomma, a prescindere da quanti biglietti della lotteria siano stati venduti.
Di questo si è occupato Michele Ainis su la Stampa, ripreso poi efficacemente da Phastidio. Se i rimborsi elettorali venissero distribuiti sulla base dei votanti effettivi, l’astensione non si limiterebbe più a mandare dei semplici “segnali” alla classe politica, libera poi di scegliere se coglierli o meno, ma toglierebbe soldi veri alle casse dei partiti, che sarebbero quindi in qualche modo obbligati (o “incentivati”) a produrre un’offerta politica e programmatica più convincente.
Premesso che preferirei che i soldi dei contribuenti non fossero usati per finanziare la politica (e molte altre cose), chiunque volesse presentare una proposta di legge in tal senso avrebbe il mio più completo sostegno. Buona Pasqua.
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Il meccanismo prefigurato dall’emendamento 2356 prevedeva un sostanziale esproprio, a fini perequativi, delle entrate proprie delle autorità che ne hanno (praticamente tutte tranne Scioperi e Privacy), un meccanismo tanto più punitivo quanto meno le autorità dipendono dal bilancio dello Stato (e quindi particolarmente salato per chi, come Energia e Isvap, sta in piedi da solo). Mettere in un unico paniere risorse provenienti da fonti le più diverse – fee applicate ai soggetti regolati in vari mercati, il gettito delle eventuali sanzioni, eccetera – e redistribuirle discrezionalmente era oggettivamente troppo. Resta però il problema strutturale del sottofinanziamento di alcune authority, le quali – dicono voci di corridoio – avrebbero gradito il provvedimento, o almeno i suoi effetti, sperando di poter cannibalizzare le entrate altrui. Quale coniglio viene estratto oggi dal cilindro di Palazzo Chigi?
Secondo quanto ci risulta, si parla di un prestito forzoso dalle autorità in attivo a quelle in difficoltà. Il passaggio più delicato sarebbe il seguente:
A fini di perequazione con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze, sentite le autorità interessate, sono stabilite, senza maggiori oneri per la finanza pubblica, misure reintegrative in favore delle autorità contribuenti, nei limiti del contributo versato, a partire dal decimo anno successivo all’erogazione del contributo, a carico delle autorità indipendenti percipienti che a tale data presentino un avanzo di amministrazione.
Ci sono, qui, vari problemi: uno generale, altri specifici. Quello generale riguarda l’effetto minestrone e le sue implicazioni. “Prestito forzoso” è una locuzione gentile per dire trasferimento. Il trasferimento riguarderebbe risorse estratte da alcune autorità ai soggetti da loro regolati: per esempio, le imprese dell’energia, quelle telle telecomunicazioni, le assicurazioni. I soldi andrebbero a regolatori che hanno a che fare con loro solo in misura trasversale (Antitrust) o non hanno nulla a che vedere, direttamente, coi loro interessi (Privacy e Scioperi). Ora, questo fenomeno si può interpretare come un incremento fiscale di fatto: infatti, fatto 100 il gettito delle fee, dobbiamo presumere che esso venga interamente utilizzato dai regolatori di settori perché serve. Quindi, se questi sono costretti a stornare, diciamo, 5 dal loro bilancio, l’anno successivo presumibilmente esigeranno 105. Consumatori elettrici, proprietari di telefonini e titolari di polizze ringraziano commossi.
Ci sono poi varie questioni pratiche. Per esempio: se un’autorità che ha un attivo di bilancio ne viene privata, non è incentivata a evitare di averlo l’anno prossimo, magari facendo un uso meno efficiente delle risorse a sua disposizione? E se un’altra autorità ha bisogno di un sussidio, nel momento in cui questo le viene graziosamente fornito, non è incentivata a mantenere il bilancio in passivo, conscia che tanto pagherà Pantalone?
Secondo: se si tratta di un prestito, ancorché forzoso, perché le modalità di restituzione devono essere dettate da un ente terzo ed estraneo (il Tesoro), da cui oltre tutto logica ed Europa vogliono che le autorità siano indipendenti?
Terzo: perché il prestito deve essere restituito dopo dieci anni, senza possibilità di negoziare un termine diverso tra le due parti? Vale la pena ricordare che dieci anni sono un’era geologica, e che in ogni caso tutti i collegi durano in carica per un periodo inferiore. Quindi, nessun pagatore vedrà mai tornare i soldi durante la sua amministrazione, e nessun beneficiario dovrà mai, sotto la sua responsabilità, restituirli. Non è questo un incentivo a disinteressarsene?
Quarto (e scusate la finezza): non è una presa per il culo, dire che il prestito dovrà essere restituito (se e solo se) i beneficiari presentino, alla scadenza, un avanzo di bilancio? Non crea questo un ulteriore incentivo alla malagestione? E, tra parentesi, che cavolo vuol dire che il “reintegro” sarà fissato ”sentite le autorità”? Qualcuno si aspetta che il prestatore dirà, “tieniti pure i miei soldi”, mentre il beneficiario protesterà, “no prego, eccoteli indietro con una mancia per il disturbo”?
Quinto e ultimo: i problemi finanziari di alcune autorità, a cui si intende mettere rimedio con questa norma, sono passeggeri o strutturali? Nel primo caso, non esistono soluzioni a loro volta transitorie, che non creino un regime di perequazione valido in saecula saeculorum? E, nel secondo caso, in che modo si intende garantire l’effettivo e adeguato finanziamento delle autorità in difficoltà senza “rapinare” quelle più floride?
Osservatori ingenui come noi, guardando quanto sta accadendo, sono portati a pensare che una politica razionale cercherebbe di rendere più diffusi i comportamenti virtuosi e i modelli di (auto)finanziamento più efficiente. In alcuni casi ciò può non essere possibile, ed è quindi giusto cercare soluzioni valide e in grado di garantire da un lato i bilanci necessari, dall’altro la necessaria indipendenza. Ma livellare tutto verso il basso, caricando sulle spalle delle autorità un bagaglio di incentivi perversi, ci pare una pezza quasi peggio del buco. Viene quindi il sospetto che l’obiettivo dichirato sia risolvere un problema di bilancio, ma il fine reale sia aiutare questo e danneggiare quello, o forse fingere di aiutare questo e danneggiare quello prendendo il controllo del finanziamento di entrambi.
di Luigi Ceffalo e Carlo Stagnaro
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Alcuni di questi enti si mantengono da sé: l’Autorità per l’Energia attraverso un contributo a carico delle imprese regolate, l’Isvap per mezzo dello stesso strumento più gli interessi attivi sui depositi bancari. Altre, cioè il Garante per la Privacy e la Commissione di garanzia sugli scioperi, dipendono interamente dal bilancio dello Stato. Le rimanenti si mantengono in forma mista, dipendendo più o meno dai fondi pubblici e più o meno da fee applicate ai soggetti regolati o dai proventi delle sanzioni erogate (cosa che crea un incentivo perverso, ma non è questo il punto).
Il sistema è chiaramente imperfetto e lascia insoddisfatti soprattutto quelli che, dovendo negoziare col Tesoro, si sentono in qualche modo “i cugini poveri”. Posto che il problema esiste, ci si sarebbe aspettati un tentativo di rendere più autonomi, o autonomi del tutto, quelli che ancora, sotto il profilo finanziario, non lo sono. Sarebbe un tentativo grandemente apprezzato dal mercato, che più di tutto teme la volubilità dei decisori. E’ chiaro che un regolatore che, per la propria sussistenza, debba trattare col governo, deve subirne i capricci, dà meno garanzie di stabilità: e questo è tanto più vero in un contesto politico come il nostro che conosce la stessa stabilità di un toro meccanico.
Non stupisce, dunque, che diverse autorità abbiano reagito con durezza alla proposta. Per esempio, l’Autorità per l’energia ha inviato una segnalazione a governo e parlamento per richiamare l’attenzione sui profili di criticità, generali e specifici (altre segnalazioni sarebbero in arrivo). Tra le altre cose, quasi certamente ci troveremmo in violazione delle direttive comunitarie, col rischio di vedere aperta l’ennesima procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. Inoltre, sarebbe discutibile il fatto che i contributi estratti da alcuni regolatori ai rispettivi settori di interesse, fossero utilizzati per finanziare attività del tutto estranee ai loro interessi diretti. Cito dalla segnalazione dell’Aeeg:
la norma proposta finanzierebbe – con onere a carico delle sole imprese che operano nei settori regolati (settore elettrico, del gas, delle telecomunicazioni, assicurativo e degli scambi finanziari) – anche amministrazioni del tutto estranee a tali settori nonchè autorità che operano a livello trasversale su tutti i mercati svolgendo attività di vigilanza su tutte le imprese soggette alla concorrenza (introducendo una sostanziale forma di tassazione occulta sui suddetti settori regolati).
Questa situazione spinge l’organismo presieduto da Alessandro Ortis a parlare di una “tassa occulta” sui soggetti regolati. Da ultimo, il pregiudizio all’indipendenza delle autorità – che è intrinseco nella proposta e viene lamentato quasi da tutti – verrebbe esasperato dal fatto che quello italiano non è uno Stato “guardiano notturno”, ma detiene partecipazioni rilevanti in una serie di società che occupano posizioni dominanti nei rispettivi mercati – Eni, Enel, Rai, Trenitalia, eccetera. La dipendenza del controllore dal controllante è un fattore di preoccupazione (in realtà per le stesse imprese controllate, che rischierebbero di trovarsi in una situazione di patologica incertezza riguardo a chi decide cosa, come, in quali tempi e con quali mezzi).
Non stupisce, dunque, che alcune autorità abbiano reso più o meno pubblici i loro mal di pancia. Non stupisce nemmeno che Giulio Tremonti, a quanto ci risulta, pur non avendo avuto alcun ruolo nella genesi dell’iniziativa, vedendosela piovere addosso non si sia scansato. In fondo, se approvata si ritroverebbe istantaneamente più potente, senza neppure averlo chiesto.
Quello che stupisce, ma in fondo non troppo, è che tra le stesse autorità si sia aperta una divisione. Da un lato, quelle coi bilanci in ordine; dall’altro chi, come Antitrust, Scioperi e in modo assai più defilato Privacy ritiene di meritare maggiori risorse o comunque di potersele aggiudicare (per diverse categorie di merito: per esempio il ruolo di primissimo piano che alcuni commissari occupano al Tesoro). Fatto sta che Antitrust e Scioperi, nella riunione che si è svolta oggi alla presenza di Gianni Letta, non avrebbero sgomitato poi tanto, mentre la Privacy avrebbe caldeggiato una “terza via”. Terza via che, secondo le voci intercettate nell’aria, sarebbe stata predisposta dai tecnici del Tesoro, sotto forma di un prestito forzoso dalle authorities finanziariamente più forti a quelle più deboli.
Anche qui, però, la “santa alleanza” dei regolatori virtuosi avrebbe stretto le fila, consapevole di due rischi. Primo: generare incentivi perversi, per cui nessuno si troverebbe ad avere un reale interesse alla disciplina finanziaria, perché tanto il “di più” andrebbe a beneficio altrui. Secondo: oggi i regolati che pagano il loro regolatore sanno come vengono utilizzati i loro soldi. Un domani, questo non sarebbe più vero, a scapito della trasparenza e dell’accountability dei regolatori. Starebbe circolando una controproposta – un prestito volontario che poi, però, dovrebbe essere restituito – che però, ovviamente, non incontra il gradimento di chi ha, a vario titolo, proposto, promosso, voluto o apprezzato l’emendamento. Comunque, queste sono tecnicalità: non sono il punto, come il punto non è fare la conta di vincitori e perdenti.
Il punto è, direbbe Doc Brown, ragionare quadridimensionalmente. Nell’immediato, la strategia può anche pagare. Ma nel lungo termine, no. Cioè: nell’immediato può determinare un flusso di risorse da chi subisce a chi cavalca la riforma. Ma nel lungo termine, consegna il pallino al governo, minando l’indipendenza delle autorità tutte. Con tanti saluti al buon funzionamento del mercato, al prestigio dei regolatori, e a quelle specie di liberalizzazioni che con tanta fatica abbiamo costruito, più o meno.
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]]>Messa così, è un’ipotesi suggestiva, che naturalmente non ha nulla a che vedere né con la necessità di un exit favorevole agli attuali soci Telco, né con le più diverse opinioni intorno all’eventuale ruolo di Mediaset – chi realizza e gestisce autostrade continuerà ad essere diverso da chi fa automobili, idem vale tra carrier e broad o narrowcaster - né ancora con chi sogna da tempo il ritorno alla Stet, ammantandola magari di richiami fuori luogo al Giappone odierno, come da un paio d’anni fa il mio caro amico Massimo Mucchetti sul Corriere.
Ho chiesto però a Caio di chiarire pubblicamente il suo pensiero, visto che la pensa così, in maniera tale da uccidere sul nascere ogni equivoco potentemente alimentato da chi lo descrive come un neostatalista . Ha promesso che lo farà. Naturalmente, l’ipotesi regge se c’è un regolatore che adotti politiche di remunerazione degli investimenti, tariffe di terminazione e scelte su OTA e Open Access esplicitamente volte ad accelerare e rendere sostenibile la transizione al nuovo, invece che dettate dalla necessità di sostenere TI in difficoltà finanziaria. Vedere per credere, visto il track record di quella che considero, tra le Autorità italiane di settore, la più e peggio inficiata dalla politica.
]]>1) Siamo convinti che spetti al governo il compito di determinare l’ammontare di connettività desiderabile nel nostro paese?
La risposta è un chiaro no. Vi sono certamente delle azioni che i pubblici poteri possono intraprendere per agevolare (rectius: non ostacolare) il raggiungimento del livello ottimale: rientrano in questa categoria la predisposizione di un quadro regolamentare certo ed equo e la digitalizzazione della pubblica amministrazione. Ma – come per ogni altro bene – sono la domanda e l’offerta a dover determinare la quantità. La banda larga non sfugge alle leggi dell’economia.
2) Questo vale anche per il digital divide?
Sì. Le zone di digital divide sono banalmente le aree in cui è (ancora) anti-economico portare l’accesso in banda larga. Non si tratta, come molti sembrano pensare, di una market failure ma piuttosto di una market feature: quando il gioco non vale la candela, si passa la mano. Ora, è legittimo sostenere che il digital divide vada combattuto, ma l’argomento va posto per quello che è: una richiesta di redistribuzione a beneficio di individui ai quali – brutalmente – non ha ordinato il dottore di vivere in aree digitaldivise.
3) Come la mettiamo con le reti di nuova generazione?
La risposta è giocoforza la medesima. L’ottimo Stefano Quintarelli rilancia oggi uno studio del regolatore spagnolo che dimostrerebbe l’impossibilità per il mercato di portare le NGN ad oltre metà dei sudditi di Juan Carlos: da ciò consguirebbe la necessità dell’intervento pubblico. Si tratta però di un non sequitur: ad esempio, il mercato non ha ancora trovato il modo per fornire a ciascun maschio maggiorenne un jet privato, e nessuno si sogna di richiedere l’intervento del governo a correzione di tale stortura. Se le stime della CMT fossero corrette ne seguirebbe unicamente che quello della rete di nuova generazione è un progetto prematuro ed, allo stato attuale delle tecnologie e dei processi, insostenibile. Va appena ricordato che non sono le stime a fare la storia dell’economia, ma le concrete operazioni degli agenti economici.
4) Posto che la politica ha deciso di piantare (almeno) una bandierina su internet, si possono individuare strategie d’intervento più o meno dannose?
Mi pare che non si tratti di una questione di poco conto. Se un esborso pubblico dev’esserci, è necessario che esso sia il meno distorsivo possibile. Un finanziamento diretto agli operatori violerebbe questa condizione, attribuendo allo stato un ruolo imprenditoriale che – storicamente – esso ha dimostrato di saper interpretare con esiti tragici. Inoltre, si imporrebbe un notevole sforzo di vigilanza successiva. Perché, allora, non riflettere sulla possibilità di un broadband voucher assegnato direttamente ai cittadini e spendibile presso qualsiasi operatore e senza distinzioni di tecnologia? Si tratterebbe d’un’opzione assai più efficace e rispettosa dei principi di un mercato che la bramosia della classe politica potrebbe seriamente compromettere.
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