E’ interessante notare che questa regola non richiede di portare il bilancio pubblico in attivo o in pareggio neppure agli stati caratterizzati, come l’Italia, da bassa crescita del Pil ed elevatissimo stock di debito rispetto al Pil. Essa è quindi meno impegnativa rispetto alla regola che la Germania si è data da sola e ha inserito nella sua carta costituzionale: il vincolo del pareggio di bilancio che decorrerà tra quattro anni (come ha ricordato Oscar Giannino). Per quanto riguarda le conseguenze specifiche sul saldo del bilancio pubblico che essa ammette, occorre fare ovviamente delle ipotesi sulla dinamica del Pil. Assumiamo, per semplificare i calcoli, che nell’anno base il Pil italiano sia uguale a 100 e il debito pubblico a 120. Ipotizziamo anche che nell’anno successivo, il primo dell’applicazione della regola, il Pil salga a 103. Un aumento del 3% in termini nominali è plausibile negli anni post recessione: potrebbe ad esempio derivare da un incremento dell’1,2% in termini reali e da un deflatore del Pil (la componente prezzi) all’1,8%. In presenza di un Pil pari a 103 l’obiettivo del rapporto debito/Pil al 117% si raggiunge con un ammontare del debito pubblico pari a 120,5 (infatti 120,5 diviso 103 è uguale a 1,17). Il fatto che il debito pubblico possa aumentare da 120 a 120,5 conferma che non è necessario portare il bilancio pubblico in attivo e neppure in pareggio. Esso può anzi restare in disavanzo purché sia estremamente moderato: solo mezzo punto percentuale rispetto al Pil. Purtroppo per arrivarci bisogna partire dai cinque punti di disavanzo dell’anno corrente e recuperarne quattro e mezzo.
Formuliamo anche un’ipotesi più ottimistica, una crescita del Pil nominale del 4% (ad esempio derivante da crescita reale del 2% e da deflatore al 2%): in tale ipotesi l’obiettivo del rapporto debito/Pil al 117% si raggiunge con un ammontare del debito pubblico pari a 121,7 (infatti 121,7 diviso 104 è uguale a 1,17) ed è ammissibile un disavanzo pubblico pari a poco più di un punto e mezzo di Pil (stiamo anche assumendo che il fabbisogno del settore pubblico, differenza tra tutte le uscite monetarie di un periodo e tutte le entrate, il quale fa crescere il debito coincida col disavanzo del conto consolidato). Formuliamo infine un’ipotesi ancora più ottimistica, una crescita del Pil nominale del 5%: in tale ipotesi l’obiettivo del rapporto debito/Pil al 117% si raggiunge con un ammontare del debito pubblico pari a 122,9 (infatti 122,9 diviso 105 è uguale a 1,17) ed è ammissibile un disavanzo pubblico di pochissimo inferiore al 3% del Pil.
A questo punto è possibile riepilogare due fatti di rilievo: 1) la regola proposta all’Ecofin è meno stringente del pareggio costituzionale tedesco poiché ammette disavanzi, anche se lievi; 2) la regola è tanto meno stringente quanto più un paese si dimostra in grado di far crescere la sua economia. Rimane una domanda: in che relazione si pone questa nuova regola rispetto alla vecchia regola di Maastricht di disavanzi non superiori al 3% del Pil?
Per rispondere bisogna fare un passo indietro, al famoso trattato del 1992 il quale aveva introdotto le due regole auree del rapporto debito/Pil non oltre il 60% e del disavanzo/Pil non oltre il 3% . La nuova proposta all’Ecofin riconferma con enfasi la prima e sostituisce la seconda con i venti gradini annuali di rientro. Fa la cosa giusta? A mio avviso si; vediamo perché. Come si fa a raggiungere nel tempo l’obiettivo del debito/Pil al 60% (che è evidentemente obiettivo non di breve ma di medio/lungo periodo)? Un modo molto semplice potrebbe essere il seguente: teniamo anno dopo anno sempre al 60% il rapporto tra la variazione annuale dello stock del debito e la variazione del Pil nominale. La prima grandezza, tuttavia, è il fabbisogno del settore pubblico (che noi abbiamo ipotizzato coincidere col disavanzo). Se dividiamo ambedue le grandezze per il Pil nominale otteniamo la seguente regola aurea: per raggiungere nel lungo periodo un rapporto debito/Pil al 60% è sufficiente mantenere al 60% ogni anno il rapporto tra il disavanzo/Pil e il tasso di crescita del Pil nominale. Così se il Pil nominale cresce del 5% all’anno il disavanzo/Pil non deve eccedere il 3%, se il Pil cresce al 4% il disavanzo/Pil non può eccedere il 2,4% e se il Pil cresce al 3% il disavanzo/Pil non può eccedere l’1,8%.
Purtroppo il trattato di Maastricht non ha formulato la regola sul deficit/Pil in questa forma flessibile, ma la ha fissata al tetto del 3% ipotizzando implicitamente che fosse plausibile nel tempo una crescita del Pil nominale al 5% annuo. In questo modo è stato compiuto un errore: nel tempo l’Unione ha verificato anno per anno che i singoli paesi rispettassero la regola del 3% ma per i paesi la cui crescita del Pil nominale è risultata inferiore al 5% l’adempiere a questa regola non è stato in grado, ne poteva, condurli all’obiettivo del 60% nel rapporto debito/Pil. Ad esempio, un paese il cui Pil nominale cresce sempre al 3% annuo e rispetta sempre la regola del 3% nel rapporto deficit/Pil converge nel tempo ad un rapporto debito/Pil del 100%, ben più elevato del 60% richiesto dal trattato di Maastricht (e questo è stato all’incirca il caso dell’Italia in questo decennio).
A questo punto si è compreso il senso della proposta formulata all’Ecofin: correggere un rilevante errore contabile nelle regole del trattato e fare in modo in futuro che il processo di convergenza verso un valore ritenuto sostenibile nel rapporto debito/Pil sia realizzato da tutti i paesi, indipendentemente dallo loro crescita economica. Espresso in altri termini: impedire che i paesi a bassa crescita, come l’Italia, possano sfuggire a tale processo di risanamento.
La proposta ha trovato l’opposizione di Tremonti e della francese Christine Lagarde, che il Financial Times collocava un anno fa rispettivamente al quarto e primo posto tra i migliori ministri economici dell’Unione. Non ne hanno capito la ratio? O hanno preferito fare orecchie da mercante (anzi da rappresentante di paese dell’evidentemente ricostituito Club Mediterranée)? Difficile credere alla prima ipotesi. Ma in questo modo si perde un treno importante per il risanamento della finanza pubblica italiana, la possibilità di un vincolo esterno pesante, una ragione per dire come nel 1996: “dobbiamo farlo perché l’Europa ce lo impone”.
Non si può non essere d’accordo con Oscar: “Credo che l’Italia avrebbe dovuto coraggiosamente fare una scelta diversa. Abbracciare l’idea di essere pronta a far scendere il proprio debito pubblico anche di 3 o 4 punti l’anno come regola standard per diversi anni: avrebbe imposto nuove dismissioni di patrimonio pubblico, e operazioni straordinarie sul debito che sono assolutamente necessarie oltre che più che possibili, senza ricorrere a finanza creativa … In più, l’alleanza coi Paesi seri e rigorosi avrebbe levato argomento alle pretese tedesche di essere unico pivot di quest’Europa senz’anima, che con regole deboli resterà ancor più debole e con minor crescita, peggio esposta ai venti del’instabilità e priva ancor più di una politica di stabilità non solo comune, ma, soprattutto, davvero operante”
]]>A tirare la ripresa tedesca sono le esportazioni ad alto valore aggiunto. Mercedes, per esempio, da metà 2009 a metà 2010 ha letteralmente triplicato le sue vendite in Cina. Nel solo viaggio in Russia e Cina della seconda settimana di luglio, la Merkel ha portato a casa contratti per circa 25 miliardi di euro per primarie imprese germaniche. Ma altre due componenti sul fronte interno raforzano il traino della domanda estera. Le imoprese tedesche hanno ripreso a investire a un tasso doppio di quanto fosse previsto. E la domanda interna, che molti immaginavano flat a seguito del’alta disoccupazione, è ripartita in contemporanza con un più 0,4% al contestuale calo dei disoccupati. Al paragone, l’Italia pure è trainata dal commercio estero, ma in proporzioni assai meno intense di quanto i tedeschi stiano facendo man bassa. E soprattutto, da noi, languono gli investimenti delle imprese, e i consumi delle famiglie restano orientati al segno restrittivo.
La Germania è insime alla Cina l’unico grande Paese che stia uscendo dalla crisi adottando una “vera” ricetta keynesiana. Ma quando dico “vera” intendo nel senso che i politici dimenticano sempre: e cioè che negli anni in cui l’economia tira bisogna tagliare deficit e spesa pubblica e abbassare le tasse, come puntualmente la ger,mania ha fatto nel decennio precrisi, dando anche una svolta alla produttività con grandi contratti in imprese leader che hanno fatto svoltare gruppi come Volkswagen, Siemens e via continuando, oltre che coi due pacchetti Hartz. Cos’ i tedeschi hanno potuto mobilitare non solo fino a 480 miliardi di euro di garanzie per il loro sistema bancario – che resta l’anello debole del sistema germanico – ma ben 115 miliardi a sostegno delle imprese private da ricapitalizzare, e 80 miliardi in due tranche di sostegno alla domanda. L’effetto è stato concentrato e, da quel che si vde, efficace, tanto che la Gewrmania ha già innestato la retromarcia tre mesi fa tagliando spesa pubblica compresa quell “sociale”, e salvando invece ricerca e università.
Da noi, l’intervento sulla capitalizzazione delle piccole imprese i cui attivi restano gracili doveva partire con il Fondo di capitalizzazione proposto da Confindustria più di un anno fa, poi farraginosament concordato tra Tesoro e banche, che però non è mai partito. Quanto ai tagli alla finnza publica, da noi vige il sistema lineare per portare comunque a casa il risultato, senza criteri prioritari perché altrimenti ogni lobby invoca di essere risprmita dalle forbici: col pessimo risultato che si levano risorse anche laddove bisognerebbe invece concentrarle, a scapito di chi invece si limita a spendere per tenere in piedi inutili e costosi organici di dipendenti pubblici.
Non voglio farla lunga. Un Paese serio dovrebbe prendere la germania come riferimento, e cercare di capire come correre al suo passo. Noi crediamo di aver fatto il giusto evitando di finire nella lista dei sospettati dell’eurodebito, insieme a Grecia, Spagna e Irlanda. Ma di questo passo risprofonderemo nella nostra bassa crescita, che va avanti dagli anni Novanta. Poi dice che uno è esterofilo….
]]>In cima alle buone sorprese, l’articolo 49 con la nuova disciplina delle conferenze di servizio, che afferma il principio che le determinazioni in base alle quali l’intervento oggetto della conferenza ha ottenuto la VAS non possono essere ulteriormente modificate, facendo tornare tutto daccapo, in vista della VIA, e che introduce positive novità come l’esplicita assunzione del mancato rispetto dei tempi ordinatori per i previsti pareri in capo al dirigente pubblico responsabile, per valutarne retribuzione e avanzamenti. Soprattutto, in caso di dissensi di amministrazioni regionali o provinciali su opere d’interesse statale, afferma il diritto comunque del Consiglio dei ministri a decidere entro trenta giorni. La norma nasce da una forte pressione di Confindustria e dell’ANCE. C’è da sperare che il PD dia una mano nell’approvazione, visto che al seminario riservato organizzato proprio dall’ANCE a Ischia lo scorso primo giugno Luciano Violante, presidente di Italiadecide, la fondazione che ha dedicato una monografia alle regole per rilanciare le infrastrutture, ha riscosso un bell’applauso proponendo un tempo limitato concesso alle amministrazioni per assumere decisioni: passato il termine, il potere di decidere tornerebbe ai singoli cittadini o imprese, liberi di agire ma tenuti comunque al rispetto delle leggi. Altri applausi, quando Violante ha proposto che alle opere in corso di contratto si applichino le disposizioni vigenti al momento dell’avvio del procedimento, sterilizzando tutte le norme successive.
Ma una cosa è sicura: la svolta complessiva sul CIPE, nell’intervento governativo non c’è ancora. Eppure, è sotto gli occhi di tutti il bilancio decennale dalla Legge Obiettivo, e la differenza tra a annunci e fatti concreti i quest’ultimo anno e mezzo di crisi profonda delle infrastrutture. Non c’è la scelta dell’appalto integrato sul progetto definitivo, manca l’estensione dell’esclusione automatica delle offerte anomale fino alla soglia comunitaria, niente ancora per quanto riguarda l’eliminazione del vincolo al subappalto, o almeno l’aumento della quota subappaltabile dal 30 al 50%.
Senza l’accoglimento di queste richieste, è praticamente certo che il governo non darà risposta positiva alla richiesta pressante che Emma Marcegaglia ha ribadito a Berlusconi nella sua assemblea annuale, quella di destinare 2,5 punti di Pil “veri” alle infrastrutture antro il 2014. E forse è proprio per evitarlo, che l’Economia si guarda bene dal dare il suo ok a tali proposte. E’ più che comprensibile, in questo quadro, che per esempio il gruppo Autostrade per l’Italia prenda per così dire atto anticipatamente della mancata svolta, e lavori all’accelerazione in house invece che in appalto al più dei lavori per accelerare la cantierizzazione dei lavori.
Anche perché, dall’altra parte, lo Stato aumenta per i concessionari autostradali gli oneri di concessione a favore dell’Anas, all’articolo 15, al fine di dare una mano ai conti del gruppo pubblico. La norma attenderà un DPCM entro 45 giorni dalla definitiva approvazione del decreto, ma in coerenza alle norme esistenti i concessionari si rivarrano sugli utenti, con un aumento tariffario nell’ordine del 5% .
Inoltre, Tremonti si riserva al’articolo 46 del decreto – questa volta con decreti propri di natura non regolamentare, dunque non concertati per nulla con il ministro delle Infrastrutture – una sorta di “ghigliottina centralizzata” per tutti i mutui infrastrutturali accesi da Cassa depositi e Prestiti entro fine 2006 e già interamente non erogati ai soggetti beneficiari. Inoltre, ove non siano stati già affidati gli appalti per i lavori finanziati, i mutui a giudizio insindacabile dell’economia potranno comunque essere revocati e devoluti ad altro scopo. Il fine è quello di rimediare almeno 400 milioni di euro da destinare a finanziamento delle infrastrutture strategiche finora non coperte, cion priorità al Mo. S. E. di Venezia sino a 400 milioni. Ma è ovvio che, con un tempo medio di realizzazione delle opere che in media in Italia sta purtroppo tra i 9 e i 14 anni, la scelta concreta dei mutui da revocare potrebbe essere molto dolorosa, per porti e infrastrutture italiane che – nella penuria generalizzata di finanziamenti e nella negazione sin qui ostinata dall’Economia di quote bancabili di flussi fiscali futuri – sinora contavano almeno sulle magre risorse assegnate e mutuiate da CDP, per il resto non potendo che scontare i tempi lunghi effetto delle farraginose procedure della PA nazionale.
]]>Corruzione, clientelismo ed evasione: le radici della crisi.
Chi leggendo titoli simili a questo non ha pensato che si stesse parlando dell’Italia? Poiché anche da noi ( non solo in Grecia) corruzione, clientelismo ed evasione sono fattori in grado di spiegare una parte non trascurabile della distanza che ci separa dall’Europa, delle nostre cattive performance economiche, del declino relativo del paese, è interessante chiederci se si tratti di fenomeni meno diffusi, altrettanto diffusi o più diffusi rispetto allo stato ellenico. Non si tratta di un puro esercizio accademico, finalizzato a redigere una precisa ‘bottom parade’ dei paesi dell’Unione; semplicemente se questi fattori spiegano la gravità dell’attuale crisi greca e se dovessimo scoprire che siamo messi altrettanto o quasi altrettanto male forse dovremmo iniziare a preoccuparci un pò di più di quanto abbiamo fatto sinora.
Quantificare la corruzione e il clientelismo è ai limiti dell’impossibile. Stimare l’evasione è difficile ma ci si può provare, quanto meno al fine di individuare degli ordini di grandezza. Un primo dato sembra rassicurante per l’Italia: in Grecia i ‘maxicontribuenti’ dell’imposta personale sui reddito, quelli che dichiarano più di 100 mila euro annui, sono solo 15 mila su 15 milioni di abitanti; un dato equivalente per noi sarebbe di 60 mila contribuenti (su 60 milioni di abitanti) ma in Italia i contribuenti con oltre 100 mila euro di imponibile sfiorano i 400 mila. E’ tuttavia una magra consolazione se si considera che si tratta di neppure l’1% dei contribuenti e che 100 mila euro lordi corrispondono in Italia a non più di 63 mila euro netti (bisogna togliere ancora le addizionali regionali e comunali facoltative) e a non più di 4840 euro netti mensili (su 13 mensilità).
Qualcosa di più certo si può invece dire sull’evasione Iva (che può essere considerata la madre di tutte le evasioni, dato che l’occultamento del relativo imponibile permette anche di sfuggire all’imposta sui redditi, societari o personali). In questo caso ci viene incontro la pubblicazione dell’Eurostat “Taxation trends in the European Union” la quale riporta interessanti informazioni per i 27 paesi sulle aliquote in vigore, sul gettito e sugli imponibili desumibili dai dati di contabilità nazionale. Ad esempio in relazione alla tassazione del fattore lavoro ci dice (pag. 82) che l’Italia è al primo posto tra i 27 paesi per gettito in rapporto al costo del fattore lavoro sostenuto dalla imprese (44% contro il 34% medio di eurolandia).
In relazione alla tassazione dei consumi, invece, l’Italia è solo 25esima per gettito complessivo in rapporto ai consumi privati e conserva la stessa posizione se si considera la sola Iva (pag. 68). Dopo di noi, in ambedue i casi solo Spagna e Grecia. Ma in questi paesi le aliquote adottate erano più basse rispetto all’Italia: l’aliquota normale nell’anno di riferimento dello studio era al 20% in Italia, al 16% in Spagna e al 19% in Grecia (quella ridotta al 10% in Italia, al 7% in Spagna e al 9% in Grecia). Mentre tuttavia la posizione della Spagna a fondo classifica appare relativamente giustificata dalle basse aliquote adottate (solo in 3 paesi dei rimanenti 26 l’aliquota normale è più bassa del 16%), quelle dell’Italia e della Grecia non lo sono proprio. Esse dovrebbero invece stare nella parte medio alta della classifica l’Italia e in quella centrale la Grecia; infatti rispetto al 20% adottato in Italia, solo in 7 paesi l’aliquota normale è maggiore, in 5 è uguale e nei rimanenti 14 è inferiore.
Un indicatore ulteriore di Eurostat contribuisce a completare il quadro: è la differenza per ogni paese tra l’aliquota Iva normale adottata e il rapporto tra il gettito Iva e i consumi privati (pag. 71). In assenza di evasione, esenzioni e aliquote ridotte tale differenza è attesa tendere allo zero. Nella media dei 27 paesi è pari a 5,2 punti percentuali, valore che qualora fosse applicabile all’Italia implicherebbe a fronte di un’aliquota normale al 20% un gettito Iva in rapporto ai consumi al 14,8% (per la Grecia rispettivamente 19 e 13,8%).
Ovviamente non è così. Sapete chi guida la classifica dei 27 paesi per maggior valore di tale indicatore? L’Italia, con 9,6 punti % (aliquota al 20%; gettito/consumi al 10,4%) seguita dalla Grecia con 9,2 punti % (aliquota al 19%; gettito/consumi al 9,8%). Il rapporto tra gettito/consumi e aliquota normale è al 52% sia per l’Italia che per la Grecia. Ultima domanda: il maggior valore dell’indicatore Eurostat per l’Italia rispetto alle media U.E. (9,6-5,2=4,4 punti) è interpretabile come proxy dell’evasione Iva? Se così fosse vorrebbe dire che l’Iva attesa in assenza di evasione dovrebbe essere pari al 14,8% dei consumi contro il 10,4% effettivo. In sostanza l’Iva evasa si attesterebbe al 30% di quella attesa in assenza di evasione (dato che è in linea con le stime che la stessa Agenzia delle entrate aveva fatto per la prima metà degli anni 2000) e al 43% di quella versata. In termini di gettito avremmo per il 2007, anno al quale lo studio Eurostat si riferisce, i seguenti valori: Iva attesa 170 miliardi, Iva effettiva 119 miliardi, Iva evasa 51 miliardi.
Conclusione: la madre di tutte le evasioni fiscali, quella sull’Iva, appare consistente in Italia e non minore rispetto a quella greca. Perchè allora, se l’evasione fiscale è un rilevante fattore di crisi ed essa non appare dissimile tra i due paesi, Italia e Grecia sono trattate così diversamente dai mercati finanziari, tanto che Tremonti può tranquillamente assumere i panni del soccorritore (assieme ai suoi colleghi dei paesi eurolandia tradizionalmente classificati tra i virtuosi)? Solo perchè non ha lasciato deteriorare troppo il deficit 2009?
La mia interpretazione è che l’Italia, a differenza della Grecia, può contare su un nocciolo duro e molto ampio di tartassati sui quali si regge, come il mondo sulle spalle di Atlante, la finanza pubblica e con essa l’intero paese. Nel 2007 l’Italia ha tassato il lavoro al 44%, la Grecia al 35,5%. Così facendo il fisco italiano ha incassato 326 miliardi; se avesse invece tassato il lavoro al 34,3%, come nella media di eurolandia, ne avrebbe incassati solo 254 (ipotizzando parità di imponibili), 72 miliardi in meno. Ecco dove sono stati recuperati i 51 miliardi persi con l’evasione Iva. E i 21 di differenza tra i 72 in più sul lavoro e i 51 in meno sull’Iva? Per compensare l’evasione sui redditi, personali e societari, degli evasori Iva, ovviamente. Ma in questo caso temo che non siano bastati.
]]>Secondo il ministro dell’economia Giulio Tremonti a dar conto della posizione relativamente buona dell’Italia nel campo della fiscal sustainability e del fatto che, in confronto a molti altri, da noi si dovranno fare meno sacrifici, sono proprio i dati comparativi del Fmi sull’aggiustamento fiscale che si richiede oggi a ciascun paese per tornare, dopo l’espansione anomala imposta dalla crisi finanziaria internazionale, verso una dimensione di bilancio fisiologica, nel giro di dieci anni.
«Oggi il Fondo monetario ha dato le sue tabelle – ha spiegato ieri il ministro -. Ce n’è una sulla finanza pubblica che riguarda anche l’Italia che ci vede messi sullo stesso piano della Germania». All’Italia secondo le stime Fmi servirebbe una correzione strutturale (dunque, permanente) del saldo primario di bilancio pari a quattro punti di Pil tra il 2010 e il 2020, poco più della Germania (che nella tabella si colloca appena al di sotto dei quattro). Niente a che vedere, peraltro né con la Grecia che guida la classifica negativa con circa 15 punti, né con il Giappone o con gli Stati Uniti, per i quali la correzione strutturale necessaria è pari a 12 punti di Pil.
Un fatto certamente lusinghiero e soprattutto tranquillizzante, in questi giorni di mercati inquieti, che Tremonti non ha mancato di sottolineare: «Per tanto tempo siamo stati la pecora nera. Vedere oggi l’Italia vicina alla Germania e molto meglio di tanti altri grandi paesi – ha detto Tremonti – è una cosa che, come governo Berlusconi, ci riempie di orgoglio.
Davvero l’Italia è al pari della Germania per solidità dei conti pubblici? Virtuosi come i tedeschi? Difficile crederlo: il debito pubblico tedesco sarà pure più alto di quello italiano in valore assoluto (in realtà solo di 1 miliardo di euro nel 2009: 1762 per la Germania contro 1761 per l’Italia) ma in rapporto al Pil quello italiano, al 116%, rimane ancora un pò più alto di quello tedesco, che è solo al 73% …; anche il bilancio annuale tedesco, che si è chiuso in attivo nel 2007, in pareggio nel 2008 e in disavanzo del 3,3% del Pil (solo 3 decimi sopra Maastricht) nel difficile 2009 non è propriamente quello italiano. Cosa giustifica in conseguenza il trionfalismo di Tremonti? Da dove sorgono le virtù improvvise e inaspettate della finanza pubblica italiana?
Si tratta in realtà di virtù solo relative e transitorie mentre i vizi storici, permanenti e assoluti, rimangono tutti, come dirò tra poco. E’ semplicemente successo che l’eredità dei vizi passati della nostra finanza pubblica non lasciava spazio a ulteriori peggioramenti di rilievo, nonostante la gravità della crisi. Di questo Tremonti era pienamente consapevole, a differenza dei suoi colleghi greci, e ha in conseguenza lasciato peggiorare il disavanzo ‘solo’ sino al 5,3% del Pil. Pur trattandosi di un valore tutt’altro che trascurabile, dato che per trovarne uno peggiore bisogna ritornare al lontano 1996, ultimo anno prima dell’avvio dell’adesione all’euro, esso è comunque molto più vicino al 3,3% tedesco che ai valori, superiori al 10% di Regno Unito, Irlanda, Spagna e Grecia.
Questo fa sì che in tabelle e grafici di finanza pubblica l’Italia appaia virtuosamente contigua alla Germania mentre gli altri paesi citati, ai quali vanno aggiunti extra Europa anche Stati Uniti e Giappone, risultano viziosamente distanti da entrambe. Se ne ha un esempio nel quarto grafico (dal titolo ‘Actual and Debt-Stabilizing Primary Balances’) della Fig. 1.7 riportata a pag. 12 dell’Outlook del FMI, appena pubblicato. Sull’asse orizzontale, che riporta il saldo primario 2009 (in % del Pil) corretto per l’effetto del ciclo, Italia e Germania condividono l’area sulla destra a valori positivi nella quale sono presenti solo altri due paesi (Danimarca e Nuova Zelanda, non identificate da etichetta), mentre tutti i rimanenti si collocano nell’area a valori negativi. Sin qui le virtù 2009 della finanza pubblica italiana. Tuttavia poichè noi economisti abbiamo l’abitudine di non osservare solo un asse nei diagrammi cartesiani ma entrambi, ci sentiamo in dovere di dare un’occhiata anche a quello verticale: l’avanzo primario (in % del Pil) necessario per stabilizzare il rapporto debito/Pil (cioè per impedire che cresca ulteriormente).
In questo caso le virtù dell’Italia non ci sono più dato che il nostro è il paese, tra tutti quelli considerati dal FMI, che necessità del più alto avanzo primario per fermare la crescita del rapporto debito/Pil, ben il 2,7% (a causa sia dell’alto stock di debito, sia della bassa crescita economica). Lo seguono il Giappone col 2,6% e il Belgio col 2,3%. Se invece non ci si accontenta di stabilizzare il rapporto debito/Pil ma si desidera riavviarne la convergenza verso l’obiettivo di Maastricht del 60%, allora il FMI, come Tremonti ha ricordato ai giornalisti, stima la necessità di una manovra strutturale sul saldo primario per l’Italia pari al 4% del Pil, che è inferiore a quella richiesta agli altri paesi dato che essi partono da valori attuali assai peggiori dei nostri. Ma questa non è una buona ragione per gioire: il 4% sul Pil di manovra complessiva corrisponde infatti a 61 miliardi di euro.
Sintesi: la pecora italiana sarà pur diventata bianca da nera che era, come Tremonti e il Sole sostengono, ma questo non la esenterà dall’essere ulteriormente e consistentemente tosata nei prossimi anni.
]]>Spesa pubblica/Pil= 52,5% (non era così elevata dal 1996; nel 2008 solo Francia e Svezia tra i paesi dell’U.E. hanno registrato un valore più elevato))
Spesa pubblica al netto degli interessi/Pil=47,8% (non è mai stata così elevata nella storia della repubblica)
Entrate pubbliche totali/Pil=47,2% (nella storia della repubblica sono state più elevate solo nel 1997 ma servivano a superare l’esame di ammissione all’euro)
Pressione fiscale=43,2% (nella storia della repubblica solo nell’anno 1997 è risultata più elevata di ora col 43,7%)
Disavanzo pubblico/Pil=5,3% (non era così elevato dal 1996, anno in cui si attestò al 7%)
Avanzo primario/Pil=-0,6% (è tornato su valori negativi per la prima volta dal lontano 1990)
Avanzo corrente/Pil=-2% (è tornato su valori negativi per la prima volta dal 1997 )
Debito pubblico/Pil= 115,8% (per trovare un dato simile con trend in crescita bisogna tornare al 1993, anno in cui si attestò al 115,7%; invece nel 1998 ha riattraversato la linea del 115% ma questa volta con trend discendente).
E’ anche vero che il 2009 è stato l’anno della peggiore recessione dal dopoguerra, tuttavia valori simili non ce li possiamo proprio permettere e dovremmo preoccuparcene molto di più di quanto stiamo facendo.
]]>Caro Prof. Boeri, Ho molto apprezzato le Sue parole sull’esigenza di fare quelle riforme economiche che da troppi anni vengono rimandate. Mi permetto di ricordare le principali: i 20 interventi strutturali per lo sviluppo dell’Economia.
Vorrei però ricordare anche alcuni elementi essenziali inerenti un Suo recente articolo pubblicato su Affari e Finanza de La Repubblica e intitolato “Una tassa sul privilegio”.
In astratto credo anch’io che sia ragionevole pensare a una maggiore tassazione delle rendite (ma in un mercato globalizzato, esistono? quali sono?), ma solo con una parallela diminuzione delle imposte sugli investimenti a rischio come la ricerca e il capitale delle aziende produttive. Non bisogna, inoltre, confondere gli investimenti in borsa, necessari per lo sviluppo industriale e ad alto rischio, con le rendite di titoli di Stato – ma al netto di inflazione rendono? E la concorrenza monetaria e di tassi a livello mondiale lo permettono?
Come sappiamo, la pressione fiscale italiana dichiarata dalle fonti ufficiali si riferisce a un PIL corretto, cioè un PIL che comprende anche una stima sul sommerso. Ma dato che le tasse non si pagano sull’evasione, la pressione fiscale reale, per i contribuenti onesti, è molto più alta di quella dichiarata e supera ampiamente il 50%.
L’elevata pressione fiscale è uno dei principali mali che stanno portando al declino la vecchia Europa e soprattutto l’Italia. Vantiamo il triste primato nelle economie occidentali e forse mondiali. Le tante imposte che paghiamo non sono altro che il risultato della necessità dello Stato di coprire una infinità di stipendi non produttivi e di sprechi. Dunque, se non si riduce il costo dello Stato, sarà ben difficile riformare seriamente il fisco. Al massimo si potrà procedere a una progressiva limatura della famigerata IRAP, che tassa il lavoro nelle aziende ed i loro costi, perfino di aziende in perdita!
Capisco che il povero Ministro Tremonti abbia difficoltà ad abbassare le tasse. Deve barcamenarsi fra cali produttivi del 20%, con relativa diminuzione del gettito, un aumento della spesa per gli ammortizzatori sociali, a cui si è sommato il terremoto, una crisi mondiale senza precedenti e l’eredità di un debito pubblico enorme, fatto dalla politica dei trent’anni precedenti il suo arrivo. E il futuro non è roseo: la spesa pubblica aumenta a ritmi di oltre il 10% all’anno, malgrado il forte calo degli interessi passivi. Sarà un disastro quando i tassi di interesse torneranno a livelli normali.
Ma se questo governo non imbocca con decisione la strada dello smagrimento della pubblica amministrazione (ad esempio, le province da abolire, la diminuzione del numero dei Parlamentari, l’abolizione dei tanti uffici e delle tante procedure inutili, la cessazione di trasferimenti alle amministrazioni locali sprecone) e del funzionamento della sussidiarietà e del mercato, non ci sarà alternativa al nostro definitivo declino.
E’ paradossale che, in questo contesto, ogni tanto rispunti demagogicamente l’aumento delle tasse per i “ricchi”. Suppongo, guadagnando più di 500.000 euro l’anno, di appartenere a tale categoria. Proviamo a fare due conti. Il mio reddito lo guadagno facendo impresa. La pressione fiscale reale sul reddito che produco, fra IRES, IRAP e spese non deducibili, è mediamente del 62%. Basta dare un’occhiata ai bilanci pubblicati. Poi devo incassare il dividendo, sul quale pago un ulteriore 18,6% e con quanto mi rimane compero beni sui quali pago il 20% di IVA. Ci aggiungiamo un 3 punti fra tasse automobilistiche, ICI e altre imposizioni comunali, bolli, tasse su benzina e assicurazioni? Fatta la somma, a scalare naturalmente, ne esce una pressione fiscale del 78%. Con un simile livello di tassazione, come fa un imprenditorea finanziare nuovi investimenti necessari allo sviluppo, quando i concorrenti esteri pagano quasi la metà? Naturalmente, questi conti valgono anche per le piccole imprese.
Le cose non vanno meglio per i dirigenti, che arrivano anche loro a un bel 72%. Infatti ricavano solamente un netto del 36% rispetto al costo che sopporta l’impresa. E i versamenti previdenziali non possono nemmeno considerarli un risparmio, visto che servono a pagare le pensioni di oggi. Infine, bisogna aggiungere IVA e tasse varie, come per tutti, oltre a un minimo di costi personali per lavorare.
Non c’è Paese al mondo con tali oneri. E le soluzioni per un migliore assetto e sviluppo della nazione ci sono. Basta volere attuarle.
Resto a Sua disposizione. Suo,
Adriano Teso
]]>In cauda venenum. Le eccezioni italiane sono state praticamente nulle, sul versante della spesa, fino a Padoa-Schioppa dell’ultimo Prodi sconfitto però nell’anno preelettorale, e a Tremonti in questo inizio di governo Berlusconi. Ciampi con Amato hanno rappresentato l’eccezione della causalità negativa, per l’euro. La sorpresa negativa ora, è di un Tremonti che col neorigorismo fiscale accrescerà la pressione fiscale per diminuzione contestuale del denominatore – il PIL – quando anche il numeratore poteva – doveva, secondo noi – contribuire a farlo respirare meglio.
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