D’altra parte i tedeschi che si recarono a votare per l’FDP lo scorso anno volevano meno tasse subito. Steuersenkungen. Questo era il motto semplice e trasparente dei liberali. Fin dalla distribuzione dei Ministeri tra le varie forze politiche, è parso tuttavia chiaro che il motto non avrebbe avuto seguito alcuno. Quando si seppe che al Ministero delle Finanze si sarebbe accasata l’eminenza grigia Wolfgang Schäuble (CDU) e non il Principe Hermann Otto Solms (FDP), molti elettori si resero conto che il Governo era giallo-nero, ma solo sulla carta. Al timone c’era sempre e solo una persona: Angela Dorothea Merkel.
In un anno di legislatura è difficile fare un bilancio delle cose fatte. Non una manovra è stata condivisa dall’opposizione: il pacchetto fiscale per “l’accelerazione della crescita” (!) dello scorso anno fu anzi l’inizio della fine. Come può un partito come l’FDP, che programma la rivoluzione fiscale, che urla “fate l’amore e non la dichiarazione dei redditi”, pensare che il cambiamento possa passare dall’aliquota IVA agevolata per ristoranti ed alberghi? Per carità, ogni riduzione fiscale, tanto più se l’imposta grava sul consumo, è sempre da accogliere con favore. Ma l’elettorato liberalconservatore, quello che non aveva gradito il quadriennio interventista della signora Merkel, si aspettava ben altro. A Westerwelle è mancato il coraggio. Ha sistemato i suoi in Ministeri di dubbia rilevanza, ad esempio quello per gli “aiuti allo sviluppo del Terzo Mondo”, la cui abolizione l’FDP aveva propagandato fino al giorno prima delle elezioni. Per non parlare degli aiuti alla Grecia e del cd. fondo di stabilizzazione; una figuraccia per un partito che si era opposto alle enormi iniezioni di denaro pubblico per le banche soltanto un anno prima. Guido è stato capace di fare la voce grossa solo con i giornalisti inglesi che parlano inglese in Germania, non con Angie. L’attacco ai costumi da “decadenza tardoromana” che regnano nell’era dello Stato sociale non è stato che un lampo retorico in un buio programmatico. Dopodiché Guido si è inabissato definitivamente, perdendo quel poco appeal che ancora gli restava. Neanche il fatto di essere omosessuale, leader di una “destra moderna” (come piace dire oggigiorno), lo ha aiutato. In Germania, a differenza che in Italia, delle sue tendenze sessuali si parla il meno possibile e queste non rappresentano né un’arma contro né un’arma a favore.
In questo declino che sa molto di tragedia greca, si inserisce il Liberaler Aufbruch (Risveglio liberale), un’iniziativa di un gruppuscolo di parlamentari, insoddisfatti da una FDP fiacca e arrendevole, che non trova “il coraggio di essere liberale”. Il manifesto della corrente, guidata dall’ormai noto esponente libertario Frank Schäffler, lo si è potuto leggere nelle scorse settimane sulle principali testate tedesche. Tra i riferimenti principali F.A. Von Hayek. E scusate se è poco. “In questi anni abbiamo fatto troppe concessioni al collettivismo”, si legge nel testo dei deputati. La reazione di molti liberali all’interno del partito e dello stesso Westerwelle è stata a dir poco scomposta. “Un collettivo di frustrati”, dice un membro del consiglio di presidenza del partito. “E’ solo un ritrovo di euroscettici, negazionisti del global warming e liberisti radicali. Dubito che ciò sia liberalismo”, soggiunge un altro. L’unico che invece potrebbe accogliere con favore un movimento del genere è Nigel Farage, leader dell’UKIP, il quale proprio l’altro giorno tornava a spronare i tedeschi a fondare un partito critico verso l’attuale costruzione europea.
In conclusione due previsioni sul futuro. Se è vero che un movimento liberista spinto in Germania rischia di avere il fiato corto, esattamente come un partito liberale senza nè arte nè parte come quello attuale, si può dire che l’unica speranza liberalconservatrice che non emani polvere e muffa nel centrodestra, al di là del giovane segretario generale dell’FDP Christian Lindner (molto svelto con la parola ma ancora troppo legato all’attuale dirigenza), si chiama Karl-Theodor Zu Guttenberg, un cristiano-sociale bavarese di ampie vedute, che vuole chiudere con la coscrizione obbligatoria in un partito tendenzialmente contrario, sensibile alle ragioni del mercato e abile stratega in politica estera, riuscito a cavarsi d’impaccio con maestria dall’imbroglio del raid di Kunduz e attualmente politico tra i più amati dagli elettori. Wait and see.
]]>Complici i dubbi del Ministro dell’Ambiente Norbert Röttgen (CDU), tradizionalmente vicino alle istanze ecologiste, l’inversione di rotta sarà solamente parziale e non certo, come la stampa italiana probabilmente titolerà, epocale. E questo perché la decisione voluta dal gabinetto rosso-verde nel 2001 di chiudere con l’esperienza nucleare non è stata affatto ribaltata. L’atomo è una “tecnologia-ponte”, hanno ripetuto in questi mesi gli esponenti democristiani e liberali. Liberarcene intorno al 2020 sarebbe prematuro, rinviamo dunque la fuoriuscita. Questo il succo del ragionamento. E così, mentre gli impianti più vecchi, quelli costruiti prima del 1980 potranno rimanere attivi per ancora otto anni, quelli più nuovi godranno di un posticipo di circa quattordici anni. Ciò significa che l’ultimo reattore chiuderà i battenti intorno al 2040. Come giustamente metteva a fuoco Henning Klodt su Wirtschaftliche Freiheit, quello che vi è stato di errato in questa stucchevole guerra di cifre sugli anni (e poi perché quattordici e non quindici o ventitré?) è che lo Stato gioca la partita sia in qualità di regolatore, sia in qualità di attore. Non volendo limitarsi a fissare le regole del gioco (in particolare in tema di sicurezza), pretende di potersi occupare dei reattori come se fossero ancora di sua proprietà. E così il rischio continuerà ad essere quello di reattori chiusi quando ancora potevano funzionare o impianti tenuti in vita oltre ogni tempo ragionevole. In questo senso ha forse ragione – anche se la predica viene dal pulpito sbagliato – il presidente dell’SPD Sigmar Gabriel, che nell’annunciare un autunno caldo di proteste, ha accusato l’esecutivo di aver barattato la sicurezza con un po’ di denaro. E sì, perché la signora Merkel, per cercare di trovare la quadra e mettere d’accordo tutti, ha pensato di chiedere alle compagnie energetiche di pagare per circa sei anni una tassa aggiuntiva su uranio e plutonio (Brennelementesteuer) per risanare il bilancio, nonché di utilizzare i profitti per migliorare la sicurezza dei reattori e versare fondi per lo sviluppo (dopo vent’anni ancora a “sviluppà” stiamo?) delle energie rinnovabili, quasi che fosse pentita del passo intrapreso. Insomma, come al solito, la Cancelliera si dibatte vorticosamente tra le due C: confusione e compromessi. In buona sostanza, infatti, si annulla la recente decisione di tagliare i sussidi al solare. Ciò che è uscito dalla porta, pare rientrare dalla finestra.
Al di là di quanto detto, il cambio di fronte rispetto al decennio passato è comunque da giudicare positivamente. Il rischio di un phase-out immediato avrebbe potuto condannare la Repubblica federale a bollette sempre più care e a pericolosi black-out.
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*La Corte Costituzionale di Karslruhe è già stata attivata dall’opposizione.
]]>1) Come ricordammo già in questo articolo per AGI-Energia dell’ottobre scorso, i sussidi al solare sono ormai unanimemente considerati inefficienti (non dai Verdi, vabbé..) rispetto a quanto erogato per altre fonti di energia rinnovabile. Anche gli investimenti nel settore sono assai stagnanti e quasi tutti di fonte pubblica, mentre questo non è il caso dell’eolico, relativamente più concorrenziale e con una quota di investimenti privati molto più elevata, come ricordano anche dall’IW di Colonia. Manca ancora il voto del Bundesrat, ma siamo in dirittura d’arrivo. Bene.
2) L’FDP avrebbe voluto un’abolizione totale, sul modello di molti altri stati europei. Come accaduto altrove, ha dovuto piegarsi e accettare soltanto una ulteriore riduzione del periodo di coscrizione obbligatoria. Vena militarista dei democristiani? Niente affatto; o meglio, non solo. Eliminando il servizio militare, si sarebbero tagliate le ali anche ai nove mesi (già ridotti nel 2004 dai tredici precedenti!) di servizio civile, potente mezzo di ammortizzazione sociale. Con 10 euro al giorno- alla faccia del precariato!- decine di migliaia di studenti svolgono servizi di prima necessità in case di riposo, ospedali, enti pubblici e privati. Un esercito di parastipendiati pubblici che non si esaurisce mai. Privarsene non sarebbe affatto popolare. Ed Angie bada alla sostanza.
]]>La signora Merkel è così: quando si presenta un fatto scomodo, prima tace, poi borbotta frasi ovvie, lasciandosi pur sempre aperta ogni possibilità di intervento e infine, incalzata dagli eventi, prende una decisione, spesso e volentieri al ribasso, spesso e volentieri rimangiandosi quanto detto nelle settimane precedenti. Il tutto, con il piglio da statista che fa del pragmatismo la sua bandiera. A tale indecoroso spettacolo abbiamo assistito lo scorso anno in occasione del grottesco tira e molla per Opel, ci è nuovamente toccato in sorte in questi ultimi mesi in concomitanza con l’Odissea greca e ne prenderemo ulteriore contezza nei prossimi giorni, quando l’FDP tornerà alla carica per chiedere che la Germania abbassi il carico fiscale sulle persone fisiche.
La stessa carriera della signora Merkel, d’altra parte, è interamente segnata da un simile approccio nei confronti del potere. Ne abbiamo già discusso qualche mese fa qui, contestando vibratamente chi ancora nel nostro paese ama dipingere l’operato di Angie usando toni a dir poco celebrativi. Ebbene, nel caso concreto il riferimento ad una guerra tra gli “Stati e i mercati”, ripresa ossequiosamente da tutti i principali organi di stampa (tedeschi e non) è funzionale a rimestare nel vivo delle angosce dei risparmiatori, a poche ore dall’apertura delle urne nel Land di Düsseldorf, oltre che ad allontanare l’attenzione degli elettori da una soluzione di salvataggio che aggiunge debito a debito. Il che, per una Germania impegnata in una difficile opera di risanamento, non si tratterà proprio di bruscolini…
E pazienza se, in realtà, ad aver dato segnali tutto fuorché inequivocabili sia stato lo stesso esecutivo tedesco, come ben ricorda Mario Seminerio sul suo blog. Perdere il Nordreno-Westfalia, regione più popolosa dell’intera Repubblica federale e tradizionalmente schierata a sinistra, significherebbe avere ulteriori problemi al Bundesrat, dove la coalizione giallo-nera ha ad oggi una risicatissima maggioranza. Pur di non cedere il passo all’SPD come primo partito, la signora Merkel sta tentando nelle ultime ore di “sorpassare a sinistra” i socialdemocratici. Con lo stile e la nonchalance (che alcuni definirebbero “faccia tosta”), che ricordano in tutto e per tutto il quadriennio di Große Koalition. Dall’inizio del suo secondo mandato poco o nulla è stato combinato, a parte l’incaponirsi per mesi sull’aliquota IVA agevolata per gli albergatori. Tutto il programma, già di per sé vago, è stato spostato in avanti, in attesa di questo cruciale appuntamento. CDU e soprattutto FDP domani ne pagheranno le conseguenze. I nostri pronostici di settembre ed ottobre si confermano tragicamente realistici.
]]>“Those who work must earn more than those who do not. I must be allowed to say that in Germany. Everything else is socialism” Guido Westerwelle German Vice-Chancellor.
Neanche a farlo apposta avevamo lambito i confini dell’argomento proprio la scorsa settimana. Nel frattempo un ottimo reportage della Wirtschaftswoche ha contribuito a far luce sull’iniquità del sussidio Hartz IV. Chi non lavora riceve più di chi lavora. Questa la sintesi. I sindacati e l’SPD sostengono che il problema risieda altrove, ovvero proprio in quei lavori scarsamente qualificati, a loro giudizio “sottopagati”. La soluzione a loro avviso è molto semplice: basta alzarli. E il “gioco economico” è fatto. Il sospetto che non sia la produttività ad essere determinata dai salari, ma i salari dalla produttività, che il sommerso possa aumentare, tornando o anche superando il 17% del Pil (livello più alto raggiunto nel 2003) e le aziende fuggire nei paesi vicini non li sfiora minimamente. La battuta del leader dell’FDP (sulla falsariga dello slogan scelto per la campagna elettorale: “Lavorare deve di nuovo valer la pena”) si lega alla recente sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe, che ha giudicato incompatibile con la Legge fondamentale il metodo contabile di fissazione del sussidio sociale Hartz IV. Benché non vi sia stato alcun accenno all’opportunità di aumentare il contributo, la percezione che l’opinione pubblica ha avuto della decisione è che le aliquote Hartz IV vadano generosamente corrette verso l’alto. La discussione nella già traballante coalizione giallo-nera si è così infiammata. Staremo a vedere. In un paese in cui molti bambini, interrogati sul proprio futuro lavorativo, rispondono: “Ich will hartzen” (ovvero, “voglio hartzeggiare”), l’uscita di Westerwelle, dalla quale la Merkel ha prontamente preso le distanze, ci è parsa persino troppo morbida.
]]>Come detto, oggi la situazione si ripresenta. Ministro è il democristiano Wolfgang Schäuble. L’altro giorno la Frankfurter Allgemeine dà infatti notizia che un uomo sarebbe in possesso di dati di circa 1500 presunti evasori fiscali e che sarebbe pronto a venderli alla Repubblica federale per il modico prezzo di 2,5 milioni di euro. Come dire: “Io vi dico dove sono i soldi, poi ci spartiamo il bottino.” Per ora Schäuble si è trincerato dietro ad un no comment. Per lui hanno parlato deputati di maggioranza ed opposizione. Tra chi si dichiara favorevole a partecipare alla violazione della sovranità di un altro Stato, come accadde nel 2008 con il Liechtenstein, pur di accaparrarsi i dati di chi ha trovato rifugio altrove per il proprio denaro, vi sono deputati dell’SPD e persino dell’FDP, il partito liberale.
Che si possa condurre la lotta all’evasione fiscale con ogni mezzo, in spregio alle regole che vigono negli altri Stati pare ormai una norma di comportamento assodata. Il fine supremo è gonfiare quanto più è possibile il fisco. Come ciò avvenga non sembra impensierire, tanto più in momenti di crisi e di calo delle entrate. Il paragone di Adamo ed Eva, della mela e del Giardino dell’Eden usato stamane sempre dalla FAZ è tanto amaro, quanto veritiero.
A suo tempo Steinbrück arrivò addirittura a minacciare la cavalleria (sic) contro la Svizzera, se non avesse deciso di collaborare con le autorità tedesche. L’attuale Ministro della Difesa ed ex titolare all’Economia Zu Guttenberg (CSU) è al momento l’unica voce nel governo ad essersi levata contro l’acquisto di dati rubati. Come ha giustamente sottolineato l’esecutivo di Berna, il mestiere di “ladro di dati personali” non risulta sia mai esistito. Notevole per una coalizione come quella giallo-nera, salita al potere con la promessa di tutelare la privacy dei cittadini, evitando tra le altre cose il salvataggio dei dati informatici e la censura del web.
Update: L’FDP pare essere tornata sui suoi passi. A correggere il tiro ci pensa il solito Frank Schaeffler. Nelle ultime ore la stampa ha modificato i titoli: CDU ed FDP contro l’acquisto, SPD a favore.
]]>Lui stesso in quegli anni divenne ministro dell’Economia nei governi di coalizione tra SPD e liberali, guidati da Helmut Schmidt. Ma sempre tenendo la barra ben ferma su politiche liberali e liberiste, continuando cioè ogni anno ad accettare le durissime polemiche che suscitavano i suoi discorsi e le sue proposte, di abbassamento delle spese federali e delle tasse, e di deregolazione dell’economia. Alla fine perdeva quasi sempre ma comunque non si tirava indietro mai. Se non ci fosse stato lui, gli anni di governo socialista sarebbero continuati e lo statalismo germanico sarebbe diventato ancor più pesante e invasivo. Al contrario, grazie alla ostinata e coerente tenacia liberale di Lambsdorff i tedeschi capirono che era il caso di voltare pagina. E vennero gli anni di Kohl, sempre con “Otto il conte” all’Economia, e finalmente più spazio a politiche liberali. La prima lezione di Lambsdorff era che i liberali possono essere partner minoritari in una coalizione dominata da forze di massa, cattoliche o socialiste, ma che il loro compito consiste sempre nel tenere alta la bandiera e nel rompere le scatole, non nel rassegnarsi a farsene caudatari. Come per troppi anni fecero invece liberali e repubblicani italiani, verso Dc e Psi alleati.
La seconda lezione di Lambsdorff riguardava il mercato. Non amava affatto il capitalismo “renano”, e voleva per la sua Germania più capitalismo anglosassone. Ha scritto decine e decine di articoli contro l’eccessiva compenetrazione tra grandi gruppi bancari e grande imprese germaniche, condita di Mitbestimmung coi sindacati che oggi alcuni vogliono importare fuori tempo in Italia. “La coesione sociale serve alla Germania per renderla meno debole, ma per renderla più forte serve più crescita nel mercato e con più mercato, non con più vincoli orizzontali con le banche e verticali col sindacato”, ripeteva sempre. Le stesse cose diceva quando grandi imprese come Bosch o VW lo chiamarono nei consigli di gestione e sorveglianza.
La terza lezione vale ancor più per l’Italia di ieri e di oggi: ha a che fare con il giustizialismo. Dal 1981 al 1984 quando fu costretto dimettersi da ministro, Lambsdorff fu esposto agli attacchi martellanti della stampa di sinistra, per i contributi ai partiti del grande gruppo Flick. Resistette in maniera esemplare. Tutti i partiti li avevano ricevuti tranne i Verdi, e per quanto lo riguarda fu suo punto d’onore dimostrare che nemmeno un marco si era fermato alle sue tasche. Restando al suo posto, al governo. Alla fine, le imputazioni furono derubricate in sanzioni amministrative per irregolarità fiscali. Kohl lo sacrificò comunque, per ragioni elettorali, e sbagliò. La credibilità di “Otto il conte” era intatta. Al Bundestag, fu infatti rieletto fino al termine degli anni anni 90. E tanto era autorevole, che a 15 anni dalle sue dimissioni da ministro dopo il governo Schroeder a Lambsdorff si rivolse, per condurre in porto il difficile negoziato internazionale per il rimborso tedesco agli ex schiavi di guerra asserviti dal Terzo Reich, deportando e assassinando sul fronte orientale. Non meno di 5 miliardi, disse Lambsdorff quando Schroeder gli chiese di stabilire un tetto minimo al rimborso. E così fu, puntualmente. “Lo dobbiamo per lavare almeno parzialmente un onta che non sarà lavata mai, quella dei crimini di Stato che abbiamo compiuto”. Antistatalista anche in questo, e perciò ancor più fieramente antinazista, lui che negli ultimi mesi di guerra, giovanissimo, ci aveva rimesso mezza gamba sinistra. E per questo girava sostenendosi, fino a pochi anni orsono, ad elegantissimi bastoni.
Auf Wiedersehen, Otto. Sono sicuro che migliaia di oggi non più giovani, ai quali decenni fa hai aperto la testa, sono impegnati a fare da oggi in avanti ancor meglio, memori delle tue lezioni.
]]>Come ha notato Gian Enrico Rusconi negli scorsi giorni su La Stampa e come ha ripetuto ieri sera al Goethe Institut di Torino, il tentativo di stabilire un nesso tra politica italiana e politica tedesca è destinato rovinosamente a fallire. E questo sotto più punti di vista: innanzitutto, dal punto di vista dell’importabilità di un modello elettorale, che se già in Germania è momentaneamente inceppato, figuratevi in Italia quale potrebbero esserne gli esiti. Da Prima Repubblica. E mi fermo qui. In secondo luogo, però, anche il tentativo di dipingere la frammentazione tedesca come un elemento di italianizzazione non è del tutto corretto. Ciascun paese ha la sua specificità e la sua evoluzione storica. La Germania ha già avuto a che fare in più occasioni con momenti di crisi del proprio sistema elettorale. In realtà la crisi si è rivelata poi solo una fase di cambiamento che è sfociata in un riequilibrio. La capacità di garantire l’alternanza e una rapida formazione di un esecutivo stabile ha sempre retto piuttosto bene. Con la prima grande coalizione tra il 1966-1969 si temeva per l’esito antidemocratico e potenzialmente distruttivo delle grandi intese. Stessa cosa nel 1983, quando i Verdi entrarono per la prima volta al Bundestag, spezzando il monopolio dell’FDP quale unico “partito di coalizione”. E poi ancora dopo il 1990 con l’estensione del sistema partitico all’Est. La PDS è rimasta a lungo confinata nei nuovi Länder e solo in un secondo tempo FDP e Verdi hanno incominciato a penetrarvi (questi ultimi sino ad oggi senza mai ottenere un grosso successo). Il sistema pentapartitico, quindi, è un portato del crollo del Muro e della capacità della PDS di resistere e radicarsi in quelle zone meglio di quanto siano riusciti a fare le altre formazioni politiche. Ora, grazie anche all’opera di saldatura di Lafontaine e della sua WASG, questa instabilità ha contagiato l’intero paese. Il sistema è inceppato, ha detto D’Alimonte. Alcuni studiosi, meno pessimisti, considerano che quando sarà venuto meno il periodo della conventio ad excludendum dei postcomunisti (oggi Die Linke) un riequilibrio sia nella natura delle cose. Proprio come fu con i Verdi. Ma più partiti si aggiungono, più sarà difficile raggiungere intese elettorali e compromessi al momento di governare. Lo scenario da Repubblica di Weimar non è poi così remoto.
Proprio a tal proposito, permettetimi ancora due battute sull’alleanza FDP-CSU/CSU. Se fino ad oggi ha governato una “grande coalizione”, d’ora in poi ne avremo per così dire la bella copia. La mediazione e il litigio continueranno ad essere all’ordine del giorno. I partiti di governo hanno obiettivi comuni in campo energetico, fiscale (ma attenzione a non illudervi, Giannino l’ha spiegato bene) e il no al salario minimo generalizzato (come ho già scritto altrove, quelli nei vari settori finora varati rimarranno). Sostanziale consonanza invece sulla politica estera e di difesa (a parte l’impiego dell’esercito all’interno dei confini tedeschi). Grosse difficoltà in tema di riforma sanitaria, obbligo di leva (che l’FDP vuole abolire) e alleggerimento delle regole sul licenziamento. Se si aggiunge che la CSU vorrà fare come al solito la prima donna e metterà i bastoni fra le ruote, stiamo pure certi che la Germania va incontro ad altri quattro anni in cui l’incertezza continuerà a regnare sovrana.