CHICAGO BLOG » Eni http://www.chicago-blog.it diretto da Oscar Giannino Thu, 23 Dec 2010 11:09:36 +0000 it hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.0.1 Eni, Russia, Berlusconi. Dove stanno i soldi? /2010/12/15/eni-russia-berlusconi-dove-stanno-i-soldi/ /2010/12/15/eni-russia-berlusconi-dove-stanno-i-soldi/#comments Wed, 15 Dec 2010 06:58:50 +0000 Carlo Stagnaro /?p=7854 Il tornado di piombo sulla “torbida relazione” tra il Cav. e Vlad ha impedito a molti di porsi la domanda più scontata: perché l’Eni vuole il gasdotto russofilo South Stream, anziché quello atlantista Nabucco? Come spesso accade, si è trascurata la risposta più semplice: perché lì stanno i soldi.

Si potrebbe replicare, con Giuseppe D’Avanzo, Andrea Greco e Federico Rampini (1, 2, 3), che South Stream è “antieconomico”. Forse. E’ molto difficile dirlo, senza conoscere dettagli precisi che nessuno (tranne Eni e Gazprom) conosce. Però, nella testa del Cane a sei zampe ciò potrebbe essere irrilevante, et pour cause. Presumibilmente, “antieconomico” significa che il costo del gas trasportato via South Stream sarebbe superiore a quello dello stesso gas trasportato via Nabucco. Ammettiamolo pure. Questo è, potenzialmente, un problema per i consumatori. Ma è soprattutto un problema per chi quel gas deve venderlo, a meno che non sia in grado di ribaltare l’extracosto sui consumatori – nel qual caso il problema vero starebbe nella struttura del mercato, e in parte è senz’altro così, non negli assetti proprietari dei gasdotti internazionali.

Il fatto è che nessuno ha mai detto che quel gas sarà gas Eni. Nessuno ha mai neppure sospettato, in verità, che Gazprom – titolare dei giacimenti a cui South Stream attingerebbe – sia intenzionata, o disposta, a cedere parte del suo gas a Eni o altri. E’ ragionevole aspettarsi che South Stream non trasporterebbe altro che gas di Gazprom. Dunque, se l’idrocarburo sia competitivo oppure no è una questione dei russi – non dei loro partner. Allora, l’Eni che ci sta a fare?

La risposta può venire da un’esperienza passata, ma simile: quella di Blue Stream, un tubo sottomarino di 1.250 km che va dalla Russia alla Turchia attraverso il Mar Nero. Eni ha il 25 per cento di Blue Stream, ma non controlla una singola molecola del gas che vi transita (tranne per uno scambio formalmente fisico, ma sostanzialmente finanziario, che si svolge alla frontiera turca e serve per remunerare il capitale). Come tutte le infrastrutture del genere, Blue Stream si finanzia solo in piccola parte con equity, e per il resto a debito. Trovare i capitali in banca fu, all’epoca, compito dei russi. Quanto all’equity di Eni, secondo fonti interne all’azienda, esso garantisce un rendimento tra il 10 e il 15 per cento. I soldi veri Eni li fece in altro modo: cioè aggiudicandosi (tramite Saipem) la realizzazione del tubo. Blue Stream fu una torta da 3,2 miliardi di euro, 1,7 dei quali relativi al tratto offshore: buona parte di questi ultimi andarono a Saipem. A queste condizioni – con zero debito, remunerazione garantita sull’equity, e soprattutto ricche commesse – all’Eni interessava che il gasdotto si facesse: non che il gas trasportato fosse competitivo, non che fosse venduto, e neppure che fosse trasportato.

Torniamo a South Stream. Il modello è, molto probabilmente, lo stesso di Blue Stream. Idem per Nabucco. Dunque, per Eni i due gasdotti sono, in astratto, equivalenti, tranne che per due particolari determinanti. Primo, e meno importante: scegliendo South Stream Eni consolida il suo rapporto con un partner strategico. Secondo, e più rilevante: South Stream vuol dire 900 km di tubo sottomarino che solo Saipem può realizzare, e qualche altro centinaio di km a terra. Nabucco sono 3.300 km tutti a terra, che possono essere divisi in lotti e affidati a “n” soggetti ugualmente bravi. Cioè, South Stream dà la certezza di una grassa commessa per Saipem; Nabucco no. I giochi sono solo e tutti lì.

Come si è visto, l’eventuale non-competitività di South Stream può tuttavia scaricarsi sui consumatori finali. I critici – se credono che esso non sia effettivamente competitivo – dovrebbero impegnarsi nell’aprire i mercati a valle, creando una concorrenza vera e rimuovendo (e facendo rimuovere) ogni sussidio erogato a qualunque titolo. In questo modo, la questione si trasferirebbe sui desk delle banche: è economico quel che è bancabile, punto, perché il recupero dei costi non è garantito.

In tutto questo, non solo non c’è traccia, ma più profondamente non c’è bisogno di Silvio Berlusconi. Che egli abbia degli interessi privati oppure no, può essere al massimo un de cuius; può investire la scelta di un intermediario anziché un altro, ma è ridicolo pensare che l’influenza di Palazzo Chigi arrivi tanto lontano. Anche perché quella che finora è stata la firma più importante risale al 23 giugno 2007, con Romano Prodi presidente del Consiglio, Pierluigi Bersani ministro delle Attività produttive e Massimo D’Alema ministro degli Esteri, un anno dopo la vittoria elettorale del centrosinistra e molto prima che la crisi dell’Unione divenisse evidente. Pensare che il Cav. potesse manovrare i fili in quelle condizioni equivale a credere che Prodi, Bersani e D’Alema fossero troppo stupidi, troppo distratti, o troppo filorussi o cointeressati per accorgersi di quello che facevano Non credo che fossero né l’una né l’altra cosa e penso che sapessero benissimo cosa stavano firmando. Peraltro, L’inizio della progettazione di Blue Stream risale al 1997, il Memorandum of understanding con l’Eni al 1999, e la costruzione avvenne tra il 2000 e il 2002: quasi tutto si svolse quando in Italia dominava il centrosinistra. Poiché le due operazioni appaiono strettamente imparentate, viene da pensare che, storicamente, centrodestra e centrosinistra sono stati ugualmente interessati, o disinteressati, alla relazione tra Italia e Russia; ugualmente leader, o follower, dell’Eni; e ugualmente attenti, o disattenti, alle implicazioni geopolitiche di tali scelte.

E’ vera una cosa: ci sono alcuni indizi di coinvolgimenti berlusconiani. Ma su una scala molto inferiore. Il caso, troppe volte citato, di Bruno Mentasti – l’intermediario vicino al Cav. che avrebbe dovuto commercializzare gas russo in Italia – è indicativo non solo perché si pone, per la dimensione dell’investimento, a qualche anno luce di distanza dalla realizzazione di un gasdotto, ma anche perché – per imperizia, goffaggine o mancanza del pudore – non se ne fece nulla. C’è altro? Forse, diciamo pure probabilmente. Ma è un “altro” rispetto al quale gli stessi D’Avanzo, Greco e Rampini non hanno prova alcuna, distillano voci nell’aria. C’è di sicuro – ma questo non lo dicono – un perverso allineamento di interessi tra l’Eni e il governo che però non dipende da Berlusconi, ma è congenito nel fatto che il più grande gruppo industriale italiano è pubblico al 30 per cento. Questo è il vero conflitto di interessi e questo andrebbe sciolto – privatizzando l’Eni. Tutto il resto è un ricamare sull’inutile per evitare l’ovvio.

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I segreti di South Stream. Di Stefano Agnoli /2010/12/10/i-segreti-di-south-stream-di-stefano-agnoli/ /2010/12/10/i-segreti-di-south-stream-di-stefano-agnoli/#comments Fri, 10 Dec 2010 18:01:30 +0000 Guest /?p=7823 Volentieri ripubblichiamo questo articolo di Stefano Agnoli, comparso per la prima volta sul Corriere della sera di oggi.

L’agenzia del turismo del Cantone di Zug raccomanda soprattutto il tramonto sul lago, «un’esperienza da non mancare». Oppure la vista dei giochi di luce sulla facciata della stazione ferroviaria, opera del californiano James Turrell. Difficile però che qualche centinaio di grandi «corporation» di tutto il mondo e di ricchi contribuenti siano confluiti verso la campagna, i laghi e i monti della Svizzera centrale solo per le attrazioni locali. Diciamola subito: a Zug si va perché si pagano poche tasse, e le aliquote fiscali per le aziende sono tra le più basse della Svizzera, e quindi d’Europa. Tra il 9 e il 15%.

Ma non solo: il «tax ruling» locale dà alle società che decidono di installarsi nel Cantone la possibilità (teorica ovviamente) di confezionare bilanci che sarebbe un eufemismo definire incompleti e poco trasparenti. Qualche esempio di illustri «clienti fiscali»? A Zug, e nei suoi dintorni, hanno deciso di spostare la propria sede mondiale o europea grandi multinazionali americane. Così nel giro di pochi chilometri quadrati si ritrovano Foster Wheeler, Noble, Amgen. Il colosso del trading Glencore. Persino la Transocean, la società petrolifera responsabile del disastro del Golfo del Messico nell’estate scorsa, ha sede a Zug. Le grandi corporation sfruttano le agevolazioni cantonali, e così anche i loro manager.

I gasdotti
L’attrazione esercitata dalla Svizzera e da Zug non ha effetto solo sulle aziende occidentali. Gli oligarchi russi spuntati dopo la dissoluzione della vecchia Urss hanno ampiamente sfruttato le «opportunità» concesse dalle leggi e dal tax system elvetico. Le società intermediarie al 50% tra Gazprom e l’Ucraina nel corso del conflitto del gas dell’inverno 2005-06 (come la Centragas Holding) avevano sede in Svizzera, e ora sono da tempo liquidate. Per il colosso moscovita del gas, tuttavia, l’abitudine di servirsi dello Stato alpino per i propri affari è diventata un’usanza consolidata. Come nel caso del progetto South Stream, oggetto dei preoccupati «cable» delle ambasciate americane rivelati da Wikileaks. Il memorandum tra l’Eni di Paolo Scaroni e i russi viene siglato il 23 giugno 2007. Il 18 gennaio 2008 viene costituita la South Stream Ag, posseduta al 50% ciascuno da Gazprom e da Eni International Bv. Dove? A Zug naturalmente. Nello stesso luogo dove, dal dicembre 2005, si trova anche il veicolo societario per il gasdotto «Nord Stream», il fratello gemello sul fondale del mar Baltico che dovrà bypassare la Polonia, e che vede tra i soci la tedesca E.On e come presidente l’ex cancelliere Gerhard Schröder. Ancora: quando all’incirca un anno fa i russi chiudono il negoziato con la Serbia per il transito del South Stream si comportano nello stesso modo. Creano al 50% con Srbijagas la South Stream Serbia Ag, infilano in consiglio il capo di Gazpromexport Alexander Medvedev (solo omonimo del presidente Dmitri), quello di Srbijagas Dusan Bajatovic, e dove la piazzano? A Zug naturalmente. Curioso: in Serbia l’aliquota sui profitti «corporate» è già al 10%, e di meno in Europa non si trova, se si fa eccezione per il Montenegro (9%). Per i russi, evidentemente, in queste scelte giocano altri fattori, primo fra tutti la riservatezza, se si vuole utilizzare anche in questo caso un eufemismo. In Svizzera, dettaglio non da poco, le società non quotate in Borsa non hanno alcuno obbligo di deposito del loro bilancio, che rimane a disposizione esclusivamente dell’amministrazione finanziaria.

Costi a forfait
Focus su Zug, dunque. Dove ci si può immaginare che su mandato di Gazprom e Eni un esperto professionista locale abbia costituito la joint-venture in tre-quattro giorni e con una spesa di 7-8 mila franchi. «Diciamo che le autorità cantonali – commenta Tommaso di Tanno, docente di diritto tributario a Siena – hanno una “capacità dialettica” assai elevata nel negoziato con aziende e contribuenti facoltosi». Con vantaggi fiscali di tutto rilievo: una tassa federale dell’8,5% sugli utili alla quale se ne aggiunge una cantonale del 6,5%, che tuttavia le holding non pagano, visto che a Zug possono godere di regimi «privilegiati». Il tutto grazie alla «concorrenza fiscale» interna alla Svizzera, che fa sì che tra i quaranta luoghi migliori in Europa per non pagare le tasse una ventina siano cantoni elvetici. Ma, soprattutto, a far premio c’è la «flessibilità» sulla redazione dei bilanci, che per quanto riguarda attivi e profitti devono semplicemente soddisfare dei «principi di ordinata presentazione». Senza l’obbligo, quindi, di uniformarsi a standard internazionali riconosciuti, come quelli Ias o quelli americani Gaap. E in particolare – nel caso di aziende che operano «estero su estero» come è e sarà il caso di South Stream – è possibile trattare direttamente con l’amministrazione fiscale un forfait sui costi da riconoscere in bilancio. Una quota percentuale prefissata sui ricavi, detratta la quale resta l’imponibile su cui pagare le tasse. Un sistema che come si può facilmente immaginare lascerebbe un’autostrada davanti a chi volesse mettere in atto pratiche poco trasparenti o addirittura al di là della legge, come consulenze facili, o addirittura la costituzione di fondi. Questione delicata, e all’Eni comunque percepita, visto che nei bilanci la quota del 50% in South Stream Ag (che non è consolidata) compare con una sintetica noterella a margine: la società, si precisa, come altre partecipate svizzere del gruppo risulta ricadere nella «black list» stilata dal ministro Giulio Tremonti nel 2001. Tuttavia essa dichiara che «non si avvale di regimi fiscali privilegiati». Corretto, ma se alla fine South Stream Ag pagherà sugli utili l’aliquota svizzera «senza privilegi» (15%), o quella italiana, pare tutto sommato una questione secondaria rispetto alle domande che pone l’adozione di un sistema, diciamo così, «flessibile» di redazione dei bilanci.

Arriva Gazprombank
Sul versante Nord delle Alpi, però, negli ultimi tempi la partita Gazprom non si è giocata solo sulle joint-venture per i gasdotti. Da un anno e mezzo a questa parte, infatti, in Svizzera ha fatto la sua comparsa anche il braccio finanziario del monopolista di Mosca: Gazprombank, terzo istituto di credito della Russia, dove la casa madre energetica conta per il 41% del capitale e controlla sostanzialmente il board, presieduto da Andrey Akimov. Nel giro di pochi mesi Gazprombank ha messo a segno un paio di manovre che si intersecano con i vecchi scenari noti anche in Italia (caso Mentasti) e lasciano il sospetto che, forse per volontà del Cremlino, si siano ormai regolati diversi affari del passato. A metà 2009 Gazprombank ha acquistato da Vtb, la seconda banca russa, il controllo della Russian Commercial Bank, uno storico crocevia degli interessi russi in Europa occidentale. Ma meglio sarebbe dire che Gazprombank ha provveduto a un vero e proprio salvataggio della Rcb, visto che in pochi mesi ha dovuto sborsare tra garanzie e fondi supplementari 160 milioni di dollari. Rcb, dal 2006, era la controllante del fondo del Liechtenstein Idf, a sua volta controllante della Centrex austriaca ai tempi dello sfumato affare Mentasti. L’uno-due di Gazprombank, che sostiene di aver approfittato dell’occasione per accaparrarsi una banca che ha piena licenza operativa in Europa, ha di fatto azzerato anche i conti sospesi degli anni precedenti. Tra i fondi dei clienti della Rcb si è assistito nel corso del 2009 a una migrazione particolare: 600 milioni di dollari che risultavano attivi su Cipro, dove opera una Russian Commercial Bank Cyprus, sono improvvisamente rientrati verso Mosca. E in questi movimenti non sembrano essere coinvolti interessi esclusivamente russi.

di Stefano Agnoli

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Un’ovvietà sull’Eni e Berlusconi /2010/12/04/unovvieta-sulleni-e-berlusconi/ /2010/12/04/unovvieta-sulleni-e-berlusconi/#comments Sat, 04 Dec 2010 17:06:29 +0000 Carlo Stagnaro /?p=7775 Da quando Wikileaks ha rilanciato i dubbi dei diplomatici americani sul rapporto tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin – dubbi tanto poco riservati che l’ambasciatore Usa, David Thorne, li ha sollevati nella sua prima intervista dopo l’insediamento – tutti i quotidiani italiani fanno la gara a chi, sull’Eni, la spara più grossa. Il comune denominatore della “macchina del fango” è, grosso modo: le strategie dell’Eni in Russia sono dettate dagli interessi personali del Cav., e sono mosse dalla sua amicizia speciale con lo Zar. Credo che questa reazione corale e rabbiosa abbia un che di liberatorio: poiché dell’Eni non si poteva (fino a ieri) dir che bene, e non per nobili ragioni o per le virtù del Cane a sei zampe, adesso non si può dirne che male. Non avendo alcun complesso del genere e non avendo mai avuto atteggiamenti particolarmente teneri, credo di poter dire tranquillamente: avete letto un sacco di sciocchezze. Tutti hanno ricamato sull’inutile, e nessuno ha evidenziato l’ovvio.

Perché quello di cui si è parlato sia inutile, lo chiarisce molto bene Massimo Nicolazzi in un lungo articolo sul prossimo numero di Limes, anticipato oggi dal Foglio. Cito:

I governi, in questo non hanno fatto nè da leva nè da filtro. Al più, hanno fornito una qualche forma di assistenza. Le grandi amicizie, per dirla sommessamente, non c’entrano granchè.

E ancora:

La Politica  con questo sviluppo sembra c’entrai assai poco. Per carità, è comunque meglio se il Nostro [Berlusconi] è amico dell’Altro [Putin]. Però siamo alla marginalità del marginale. E’ l’essere nemici che può far danni, e magari farti discriminare; e non è  l’essere amici che da solo crea opportunità.

Infine:

[I russi, a proposito di Yukos, si sono detti:] Facciamola comprare da un amico fidato, col diritto di (ri)comprarcela a cose più chiare. L’amico prescelto fu Eni, che per essersi prestata ad un’operazione parente stretta di un portage si beccà dal Financial Times la patente di ‘utile idiota’.  Idiozia peraltro benedetta (il Financial Times in realta’ era la voce dell’invidia), e dal cui contorno  Eni ed Enel si sono assicurate un importante contributo di riserve di idrocarburi. La scelta di puntare sull’Eni non fu un mirabolante successo della nostra politica estera. Fu un successo dell’Eni. Ci giocarono anni di rapporti… Qualunque governo sensato non avrebbe potuto che incoraggiare.  Un Presidente del Consiglio al posto di un altro non avrebbe fatto differenza alcuna.

Su quest’ultimo passaggio, preciso che io la penso diversamente sull’opportunità di partecipare all’asta per i brandelli di Yukos, ma sono perfettamente d’accordo con Massimo che qualunque governo si sarebbe comportato allo stesso modo di quello presieduto da Berlusconi. E lo avrebbe fatto perché, nella logica un po’ industriale, un po’ politica e solo un po’ economica che muove l’Eni (e dietro di essa i governi italiani) era perfettamente razionale comportarsi così. Il problema è proprio questo: non gli interessi personali di Berlusconi, che – per quanto rilevanti dal punto di vista politico – sono irrilevanti rispetto alla big picture che stiamo osservando. Non è che che Eni e Gazprom vadano d’amore e d’accordo grazie a Berlusconi: al massimo, Berlusconi, grazie alla sua amicizia con Putin, può trarre vantaggio da una relazione che esisterebbe comunque. In altre parole, tutti cercano di ingigantire le dimensioni di una storia che è piccola piccola, rispetto agli investimenti di cui stiamo parlando (a partire dal gasdotto South Stream, la cui vicenda è raccontata con obiettività da Stefano Agnoli). In altre e più nette parole: gli affari di Berlusconi, che siano verità o menzogna, sono importanti per Berlusconi e per il modo in cui lo valutiamo; sono del tutto irrilevanti per le strategie dell’Eni. Per cui, tutto il complottismo di cui avete letto sui giornali è roba da tanto al mucchio.

Ciò che invece conta è quello che non avete letto e che non leggerete. Ossia che c’è, nell’Eni, uno scandalo: uno scandalo che prescinde da Berlusconi e che investe chiunque stia a Palazzo Chigi. Lo scandalo è che l’Eni, essendo contemporaneamente una società controllata dal Tesoro e il più grande gruppo industriale italiano per capitalizzazione di borsa, è un cappio al collo della libertà di mercato in questo paese. Non è che l’Eni subisca la politica: l’Eni fa la politica. E la fa per l’ottima ragione che c’è un perfetto allineamento di interessi tra l’Eni e il governo, da qualunque partito politico sia detenuto. Finché l’Eni fa soldi, il Tesoro incassa dividendi, che sono percepiti ormai come un’entrata parafiscale. E se per far soldi e staccare dividendi, l’Eni deve mantenere il suo ruolo di monopolista, allora i governi italiani – di centrodestra e di centrosinistra, senza alcuna differenza apprezzabile – manterranno e rafforzeranno il suo ruolo di monopolista.

La vera notizia, oggi, non è Wikileaks, ma il fatto che si è messo in moto il processo per cedere i gasdotti internazionali dell’Eni alla Cassa depositi e prestiti: la notizia è che, pur se cambiano formalmente gli assetti proprietari dei gasdotti in risposta alle accuse dell’Antitrust comunitario di abuso di posizione dominante, in realtà nulla cambia. Il conflitto di interesse si sposta semplicemente più a monte, visto che nel frattempo la Cdp è divenuta il maggiore azionista dell’Eni. Il conflitto di interessi c’era, c’è e ci sarà. Solo che tutto questo sui giornali non lo leggerete perché la macchina del fango è, in realtà, una macchina della fuffa: produce, macina e diffonde solo leggerezze che non contano nulla, se non rispetto alle patetiche sceneggiate del nostro teatrino politico, ma non affronta – se non in modo molto obliquo – le questioni che, invece, sono ovvie e centrali.

Perché c’è un solo modo per sanare il conflitto di interessi, peraltro producendo un duplice beneficio: privatizzare l’Eni. Scindere ogni rapporto tra l’azienda e il governo. Trasformare l’Eni in un’azienda come un’altra, le cui scelte – se investire in Russia o su Marte, nel South Stream o altrove – riguardano lei e i suoi azionisti, ma non sono l’oggetto dei buffi cablogrammi dell’Ambasciata americana né di ridicoli dibattiti politici o di inchieste alla marmellata. Privatizzare l’Eni avrebbe un beneficio diretto: cancellare l’ambiguità che sempre circonda le scelte dell’azienda, e che non è mai chiaro a quale titolo vengano prese. Eliminare le distorsioni del mercato e i meccanismi preferenziali che le norme assegnano a Piazzale Mattei per l’unica, ovvia e perfettamente razionale ragione che l’Eni è lo Stato e lo Stato è l’Eni. La privatizzazione non dovrebbe avvenire con la semplice cessione delle azioni Eni in pancia al Tesoro o alla Cdp (a proposito: un giorno dovremo anche chiederci perché la Cdp esista e se abbia senso mantenerla così com’è).

Dell’Eni bisognerebbe fare spezzatino, dividendola in tre: la rete nazionale e le altre infrastrutture; la “oil company” tradizionale; e la utility che commercializza gas ed energia elettrica. In questo modo, non solo si scioglierebbe uno dei più rognosi nodi gordiani della politica e dell’economia italiane, ma si creerebbero anche quelle condizioni di maggiore concorrenza – attuale e potenziale – che solo una rete indipendente può garantire. Inoltre, la vendita dell’Eni frutterebbe al Tesoro (direttamente o attraverso Cdp) un gettito che spannometricamente si potrebbe stimare in circa 23 miliardi di euro (un terzo dell’attuale capitalizzazione), più fino ad altri 16-17 miliardi (un terzo dei 50 miliardi di valore “nascosto” che, secondo il fondo Kinght-Vinke, potrebbero emerge dopo l’annuncio credibile dello “spezzatino”).

Quindi, sotto il tappeto della discussione sterile e rumorosa, si nascondono 40 miliardi di euro che Giulio Tremonti potrebbe raccogliere. E’ un’ovvietà che discende da informazioni pubbliche, valutazioni mai smentite coi numeri (ma solo a parole), e dalle esplicite richieste dell’Autorità per l’energia. Perché tutti perdono tempo con le stupidaggini, e nessuno si occupa delle ovvietà?

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BP-Eni, l’idea non era balzana. Un po’ di charts /2010/07/14/bp-eni-lidea-non-era-balzana-un-po-di-charts/ /2010/07/14/bp-eni-lidea-non-era-balzana-un-po-di-charts/#comments Wed, 14 Jul 2010 09:24:48 +0000 Oscar Giannino /?p=6516 L’idea lanciata qualche giorno fa di mandar avanti ENI con offerte per l’upstream pregiato di BP non era poi così balzana, visto che nel frattempo le prime compagnie petrolifere USA iniziano a farsi sotto strappando il titolo verso l’alto di 10 punti,  e Abu Dhabi vuole acquistar quote di BP per prenotarne il diritto ad acquisirlo in futuro.  Intanto, tutti sperano che il nuovo “tappo” tenga, nelle profondità del Golfo del Messico. Ma in casi come questi, un azionista pubblico di controllo – il governo italiano, per ENI – o ha al suo interno o è in grado di procurarsi fini expertises di settore, in grado di vagliare tempi e modi per operazioni straordinarie valutandone l’impatto sul titolo ENI, il suo debito, i tantissimi primari fondi internazionali presenti nel suo capitale; ed è capace al tempo stesso di decidere nei tempi rapidi imposti dal mercato una volta confrontatosi col management della società; oppure tanto per cambiare si pone – e pone l’azienda – su un piano di assoluta subordinazione rispetto agli sviluppi di mercato, fatti da operatori del mercato con logica di mercato. Una logica che comprende anche  il cinico diritto di prender per sè a buon prezzo il meglio di chi è in grave difficoltà ed esposto ad azioni multipulrimiliardarie come BP. Intanto, qui oltre 50 utili videografiche del caso Deepwater Horizon-BP  rispetto aglia ndamenti e consumi e interessi energetici globali, e qui la graduatoria stimata complessiva globale dei più gravi incidenti della storia.

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Il lento funerale di BP, l’occasione per ENI /2010/07/12/il-lento-funerale-di-bp-loccasione-per-eni/ /2010/07/12/il-lento-funerale-di-bp-loccasione-per-eni/#comments Mon, 12 Jul 2010 09:11:21 +0000 Oscar Giannino /?p=6471 Anticipo uno dei miei pezzi dal prossimo numero di Capo Horn

Penso che, se fossi l’azionista di controllo dell’ENI, avrei già fatto da tempo un ragionamento semplice semplice. Argomento: come approfittare del disastro che ha investito BP.  Ma prima di arrivare alla considerazione e alla proposta, serve un bel passo indietro per valutare tutti gli aspetti “epocali” della vicenda. I danni accollati a BP costituiranno un vero benchmark destinato a fare precedente. La compagnia mi pare che assai difficilmente possa sopravvivere. Non com’era fino a ieri, questo è sicuro.

Sono tre mesi che da 4mila metri di profondità, nel Golfo del Messico, fuoriescono ogni giorno nell’Oceano dapprima si era detto tra i 4 i 6 mila barili di petrolio al giorno, per poi ritoccare la stima fino a vette stellari, da un minimo di 35mila fino addirittura a un massimo di 60mila barili al dì. Il disastro della Deepwater Horizon per British Petroleum appare ormai prossimo a sancire, a tutti gli effetti, la fine di un gigante storico tra le maggiori oil companies. BP ha il 65% della concessione e dunque dell’impianto ma in pratica ne risponde integralmente, visto che è nei suoi confronti che faranno azione per negligenza i soci di minoranza Mitsui e Anadarko, come tutte le compagnie fornitrici degli impianti collassati, tipo Halliburton, Transocean e Cameron.

Alla chiusura  di Borsa di venerdì 9 luglio scorso, BP era ancora la terza compagnia petrolifera europea per capitalizzazione, a quota 81,8 miliardi di euro rispetto agli 89 di Total, e ai 128,8 miliardi a cui si giunge sommando le azioni di classe A e B di Royal Dutch Shell. Ma, quando è cominciato il disastro nel Golfo BP sfiorava i 195 miliardi di capitalizzazione, apparteneva a pieno diritto alla serie A mondiale come Exxon Mobil, che il 9 luglio capitalizzava 277 miliardi di dollari,ed era ben sopra la Chevron, che ne vale 143,5.

In altre parole, in tre mesi in BP si sono liquefatti oltre 100 miliardi di valore. I suoi CDS sono passati da 55-60 punti base, a oltre 700: a tutti gli effetti, peggio del peggio nella lista internazionale dei candidati al fallimento.

Ma è una stima esagerata, oppure ragionevole, quella del mercato? Perché se fosse esagerata, decadrebbe del tutto ogni idea intono a che cosa potrebbe fare l’ENI. E invece no, esaminata per benino la questione bisogna proprio concludere che il mercato non esagera. BP può andare in default eccome. Vediamo perché. A tutti gli effetti,il disastro della Deepwater Horizon costituirà infatti il nuovo benchmark di tutte le politiche risarcitorie nella oil industry mondiale. Un punto di riferimento integralmente nuovo, se si pensa che finora il disastro petro-ambientale più grave era  quello della petroliera Exxon Valdez in Alaska, con 250mila barili in mare che fanno quasi sorridere, rispetto al milione e mezzo che ogni mese si riversano nel Golfo del Messico. La stima  di metà maggio, quando sembrava che BP potesse cavarsela con 7 o 8 miliardi di dollari in tutto, è  ormai ridicola per quanto appare sottostimata.

L’Oil Pollution Act, la legge vigente negli USA che fu approvata proprio a fronte del disastro della Exxon Valdez, prescrive infatti a totale carico dell’inquinatore le spese per restituire l’ambiente alla sua condizione precedente. Se ci si basa sul precedente della Exxon, che va matematicamente integrato e modificato come modello previsivo visto che in questo caso lo spillover è continuativo e non concentrato nel tempo e con danni influenzati dalle correnti, al ritmo di un milione e mezzo di barili al mese il conto per la sola “pulizia” è di circa 6 miliardi di dollari per ogni mese di dispersione. Al terzo mese compiuto, siamo già a quota 18 miliardi per questa sola voce.

C’è poi il capitolo delle sanzioni amministrative e regolatorie, disciplinate dal Clean Water Act.  Nella prassi USA sin qui seguita, le multe vanno da un minimo di 1.100 a un massimo sin qui di 4.300 dollari per ogni barile disperso, ma nulla vieta di credere che la somma potrebbe in questo caso ultimamente salire. In ogni caso, se si applica al milione e mezzo di barili persi ogni mese una stima prudenziale sanzionatoria di 3.500 $ per barrel, siamo a circa 5,2 miliardi di dollari al mese di multa. In tre mesi, siamo già insomma a quota 15,2 miliardi.

C’è poi una terza voce, quella che riguarda i rimborsi su causa intentata da chiunque possa rivendicare un danno o un lucro cessante, a seguito dell’inquinamento.  E quando si dice chiunque vale proprio per chiunque, dagli Stati rivieraschi che possono chiedere il rimborso per gli interventi speciali che hanno dovuto sostenere e per gli aggravi di tasse e tariffe che hanno dovuto imporre,  alle municipalità e comunità locali per danni al turismo, a ogni singolo albergo, ristorante, pescatore  che legittimamente ritengano di essere stati danneggiati.  L’Oil Pollution Act pone un tetto esplicito a 75 milioni di dollari, per tali rimborsi. Ma il presidente Obama, nella seconda settimana di giugno, con un gesto degno del venezuelano bolivarista Chavez ha sbattuto i pugni sul tavolo, sostenendo che il cap posto per legge era inadeguato, e BP avrebbe fatto bene a mettere subito sul tavolo almeno 20 miliardi di dollari. Tanto per cominciare, ha detto il presidente. Con un bel saluto allo Stato di diritto, anche se so che nel dirlo tutti gli ambientalisti mi azzanneranno.

Poiché l’economia legata a turismo marino e pesca dei quattro Stati rivieraschi -  Alabama, Louisiana, Mississippi e Florida – si può cifrare intorno ai 30 miliardi di dollari, e il tratto di costa  investito sino a inizio luglio era di circa 120 km, una previsione dei rimborsi ai quali BP può essere obbligata dai tribunali americani può agevolmente raggiungere i 18-20 miliardi.

Se si sommano le stime delle tre voci di costo per BP, siamo sui 75 miliardi. Per i soli primi tre mesi. A prescindere da quanto bisognerà aggiungere, se non ha successo nei prossimi giorni e settimane il nuovo “tappo”. 75 miliardi: non tutti in un anno, d’accordo. Ma le stime finanziarie e di cassa per BP nel 2010, con un barile intorno ai 65-70 $ per barile, parlavano di 30 miliardi di generazione di cassa, di cui 20 da destinare  a investimenti e oneri finanziari, 10 a dividendo per i soci. E’ vero che BP ha circa 14 miliardi tra liquidità e linee di credito inutilizzate, ma c’erano già 17 miliardi di bonds e prestiti da rimborsare, tra 2010 e 2011.

La domanda a questo punto è duplice. Va bene non distribuire dividendi, come subito l’Amministrazione Obama ha irritualmente chiesto e ottenuto da BP per il 2010: ma per quanti anni? E inoltre: i tribunali USA seguiranno il principio che occorre sempre porre un limite ragionevole alla responsabilità illimitata di una società per danni catastrofici da eventi estremi, oppure faranno propria la demagogia populista del presidente ?

In ogni caso, nelle condizioni attuali per il board di Bp non c’è alternativa. A parte la speranza che qualche nuovo marchingegno consenta di mettere uno stop al deflusso, occorre far cassa subito per miliardi, per evitare un nuovo downgrading come quello che Fitch ha già comminato a metà giugno, e che ha fatto schizzare il costo del debito. Secondo le malelingue, in realtà Obama  picchia duro non solo perché, come BP, deve recuperare sull’impressione popolare che abbia del tutto sottovalutato l’evento e  la sua portata, per lunghe settimane. Ma anche perché, a questo punto, tanto vale portare BP alla canna del gas il più possibile sotto le elezioni del midterm del prossimo autunno. Magari assicurando alle oil companies americane buona parte di ciò che BP ha in pancia di più prezioso, e cioè moltissimo upstream di grande qualità e in aree non devastate da pericolosa instabilità mondiale.

Ma se è così, perché non arrivare per primi dico io? Per questo dico che, se fossi stato l’azionista pubblico di controllo italiano dell’ENI, e cioè il governo, in queste settimane avrei fatto  un bel pensierino. Perché non farsi subito vivi con il board di BP, e fare una bella offerta per 10-15 bn  di uspstream pregiato, prima che le procedure giudiziarie mettano inequivocabilmente BP alla mercé sei suoi creditori? Per conto mio, è un’operazione che da sola varrebbe la cessione di tutta la filiera nazionale del gas, approvvigionamento stoccaggio e distribuzione, che nessun concorrente  di Eni mantiene altrettanto integrata. Non è un’idea balzana, perché ne ho parlato con banchieri e oilmen e tutti mi hanno dato ragione. Ma è il governo italiano, che da questo punto di vista non ci sente. Peccato, dico io. Non tutti i mali vengono per nuocere, aggiungo cinicamente. Ma vale solo per chi ne sa approfittare, ovvio.

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Due gasdotti al prezzo di uno /2010/03/13/due-gasdotti-al-prezzo-di-uno/ /2010/03/13/due-gasdotti-al-prezzo-di-uno/#comments Sat, 13 Mar 2010 10:00:15 +0000 Carlo Stagnaro /?p=5379 Cosa c’è dietro la proposta di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, di “fondere” Nabucco e South Stream, i due progetti concorrenti di gasdotti che dovrebbero portare gas dalla Russia e dal Caspio verso il Sud Europa? Apparentemente, l’idea sta in piedi: costruire un tratto comune ai due gasdotti consentirebbe di conseguire rilevanti economie di scala, sia sotto il profilo dei costi di realizzazione sia sotto quello dei costi di negoziazione coi paesi di transito. In più, sebbene i russi non sembrino entusiasti (et pour cause), gli americani per la prima volta mostrano aperta simpatia per un’iniziativa di Piazzale Mattei. L’inviato di Washington per l’energia, Richard Morningstar, ha parlato di “un’idea interessante che merita ulteriori discussioni e approfondimenti“. Dietro il fumo politico, però, non sembra esserci dell’arrosto.

Anzitutto, non si capisce quanto l’uscita di Scaroni sia concreta, e quanto sia punzecchiatura a Mosca. Trovata una quadra sui contratti (come ha raccontato un paio di giorni fa Stefano Agnoli, e sostanzialmente secondo le linee che Chicago-blog aveva anticipato) il confronto si è spostato su questioni più strategiche – secondo un complesso quadro che è ben descritto sul Foglio di oggi (al momento non lo trovo online). Per esempio, San Donato non avrebbe apprezzato le aperture dei russi ai francesi di Edf, nel consorzio South Stream; e i russi non avrebbero apprezzato lo scetticismo del Cane a sei zampe. L’appoggio americano, da questo punto di vista, non è detto che rafforzi le posizioni dell’Eni. Poi ci sono le rogne finanziarie e la riorganizzazione del gruppo, la cui urgenza è resa evidente dalla rielaborazione della strategia del gruppo, con la riduzione degli obiettivi della produzione, la difesa del dividendo, le pressioni di Knight-Vinke (qui un riassunto dei fronti aperti), l’inevitabile tonfo in borsa.

Sotto il profilo industriale, però, la fusione dei due gasdotti non convince. Non convince per la semplice ragione che, per quanto cresca la domanda europea di gas, difficilmente crescerà a tal punto da assorbire l’offerta addizionale di addirittura due tubi. In questo senso, il Cremlino ha ragione: nessuno investirebbe in una infrastruttura tale da determinare un eccesso di offerta sul mercato di vale e, dunque, minare la sua possibilità di ripagarsi. In questo senso, allora, è forte il sospetto che sia tutto un gioco politico. Come politico è, del resto, il gioco delle parti tra San Donato, Mosca, Roma e Washington. Tanto più che, nelle attuali condizioni di mercato, in presenza di una bolla (seppure transitoria) determinata dalla crisi, tutti i progetti sono rimandati di almeno 5-10 anni. Insomma: siamo al gioco di posizionamento, il momento in cui si tratterà di stringere è ancora lontano.

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Più forte Scaroni /2010/03/02/piu-forte-scaroni/ /2010/03/02/piu-forte-scaroni/#comments Tue, 02 Mar 2010 09:38:03 +0000 Carlo Stagnaro /?p=5291 La prima scossa si è avvertita sabato in Via Solferino, a Milano. Sul Corriere della sera un breve articolo di Gabriele Dossena spiegava che “sembrano stringersi i tempi per una progressiva uscita dell’Eni dal controllo di Snam Rete Gas“. Ieri una nuova scossa, dalle colonne romane della Staffetta Quotidiana, che ha confermato le indiscrezioni parlando di un obiettivo di riduzione del pacchetto azionario detenuto direttamente da Piazzale Mattei al di sotto del 20-30 per cento. Inoltre, Corriere e Staffetta alimentano la voce sull’intenzione di Snam di dismettere alcuni campi di stoccaggio – probabilmente quelli più prossimi alla scadenza delle concessioni – anche se quest’ultima notizia è stata smentita da una nota dell’azienda. Che sta succedendo?

Sta succedendo che Eni si trova, oggi, a pagare il conto di una troppo lunga resistenza contro la corrente della storia e del mercato. Sicché, in questo inizio di 2010, nel mezzo della recessione, grandina sul gruppo italiano e grandina sul valore del titolo, sceso dai circa 18,5 euro di inizio anno ai 16,50 di lunedì, e risalito a 17 proprio sulla scorta delle indiscrezioni su Snam. Lo stesso titolo di Snam si è impennato al diffondersi della notizia, salendo da 3,45 euro – valore attorno al quale oscillava da un po’ – fino ai 3,5 di adesso.

Grandina sulle partecipazioni ai gasdotti internazionali, messi nel mirino dalla Commissione europea a causa dei presunti comportamenti anticompetitivi. La soluzione individuata – la cessione al mercato dei gasdotti dal Nordeuropa, la vendita a un ente “amico” come la Cassa depositi e prestiti del Tag, il mantenimento degli attuali diritti di transito – non è del tutto soddisfacente, ma di certo innesca un movimento centrifugo che porta, fatalmente, il core business dell’azienda più lontano dalla gestione delle infrastrutture (a chi, contro questo argomento, cala la carta South Stream rivolgo una domanda: dal punto di vista dell’Eni, il business di South Stream sta nell’esercizio del gasdotto, o nella sua realizzazione? Cioè, il protagonista dell’eventuale operazione sarà Eni nel senso della oil company, Eni nel senso della utility, Eni nel senso del gestore di infrastrutture, o Eni nel senso di Saipem?). Grandina, analogamente e con insistenza maggiore, sul fronte regolatorio italiano, dove l’Autorità per l’energia non perde occasione per ricordare la propria posizione a favore dell’unbundling proprietario.

Grandina, infine, dagli azionisti, insoddisfatti dalla performance finanziaria del gruppo. Su tutti, il fondo attivista Knight-Vinke, che con le sue lettere ha sollevato un vespaio di polemiche e ha spinto il management dell’Eni a prendere posizione difensiva, salvo poi aggiustare progressivamente la posizione. Dal niet iniziale, senza se e senza ma, Paolo Scaroni è passato a riconoscere che l’integrazione verticale “non è un dogma” (qui la risposta soddisfatta di Eric Knight) fino, appunto, alle indiscrezioni odierne.

Se il piano illustrato da Corriere e Staffetta sarà confermato, di fatto si tratterà di un significativo passo verso le richieste del fondo americano. Mentre, infatti, sulla stampa si alternavano letture più o meno complottiste dell’operazione Knight, presentato ora come uno speculatore fesso (che avrebbe deliberatamente agito per distruggere il valore della sua partecipazione in Eni), ora come un agente dello Stato Imperialista delle Multinazionali, Scaroni e i suoi facevano i propri conti. Conti molto semplici che, secondo la maggior parte degli analisti, rispecchiano grosso modo l’analisi di Knight Vinke: la struttura anomala dell’Eni nasconde un valore che potrebbe emergere con una più razionale distinzione delle attività e allocazione del debito (che andrebbe messo sulle spalle della GasCo., cioè la parte utility dell’Eni, e della NetCo., cioè il gestore delle reti, e tolto dai piedi della OilCo., la compagnia petrolifera tradizionale che è il cuore pulsante dell’azienda). In questo modo, secondo Knight, potrebbero emergere fino a 50 miliardi di valore, con soddisfazione di tutti.

Con soddisfazione, in primis, di Knight, che ha in mano direttamente l’1 per cento dell’Eni, parla esplicitamente a nome di un altro 1 per cento in pancia al fondo Calpers, e dice di rappresentare una fetta di azionisti che complessivamente possiede un quarto del capitale sociale del gruppo. Facciamogli pure la tara e diciamo che, in realtà, solo la metà, ossia il 12,5 per cento, è d’accordo: questo ne farebbe comunque il secondo azionista, subito dopo il Tesoro che controlla direttamente il 20 per cento dell’Eni, e attraverso la Cdp un altro 10 per cento. Insomma: quella di Knight è una voce che non si può ignorare e alla quale i fatti e le decisioni di Scaroni sembrano, contro ogni aspettativa, dare ragione.

L’ho scritto e lo ripeto: l’anno prossimo scade il mandato di Scaroni. La sua poltrona appare solida ma, forse, non lo è così tanto, e forse lui stesso mira a un cambiamento. In ogni caso, sia che l’amministratore delegato dell’Eni voglia restare, sia che voglia andarsene, chiudere la gestione con un colpo di teatro gli darà fiche migliori che non passare per l’uomo della conservazione. Lasciare il controllo di Snam, se la cessione andrà a favore del mercato e non degli amici di amici, potrebbe essere la mossa con cui Scaroni rimescola le carte e crea valore. Per gli azionisti dell’Eni e per il suo stesso futuro.

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Eni-Gazprom. Pace fatta? /2010/02/09/eni-gazprom-pace-fatta/ /2010/02/09/eni-gazprom-pace-fatta/#comments Tue, 09 Feb 2010 17:11:51 +0000 Carlo Stagnaro /?p=5095 Lo ammetto: questo post è un titolo civetta. La pace tra Eni e Gazprom, da settimane impegnati in un serrato confronto sui contratti take or pay, non è ancora fatta. Ma negli ultimi giorni ci sarebbero stati segnali di schiarita: quanto meno, le carte sarebbero tutte sul tavolo e si tratterebbe di limare i dettagli. Chicago-blog è in grado di anticipare, a grandi linee, la probabile forma dell’accordo.
In sostanza, l’orientamento sarebbe quello di un mutuo venirsi incontro su entrambi i fronti – prezzi e volumi – per raggiungere un equilibrio. Non è un passo da poco, visto che inizialmente le posizioni parevano inconciliabili: Eni (e gli altri acquirenti) intenzionati a ottenere sconti sui volumi, Gazprom disponibile solo a parlar di prezzi.
Un aspetto centrale nella strategia di Mosca sta nel fatto che gli europei marciano e colpiscono divisi, ma – agli occhi del Cremlino – consumano uniti. Quindi, la rinegoziazione in corso serve anche ai russi per fare un po’ di ordine. Da qui, il primo pilastro della loro strategia: poiché i
prezzi di vendita ai diversi clienti nazionali sono diversi, Gazprom sarebbe orientata a concedere sconti essi stessi differenziati, in modo tale da riflettere sicuramente le differenze nel potere negoziale dei vari buyer, ma soprattutto innescare un processo di convergenza dei prezzi di vendita agli importatori europei. In questo modo, paradossalmente, Gazprom creerebbe per via monopolistica il “negativo” di un mercato perfettamente concorrenziale: in questo i prezzi sono uguali per tutti, nell’Europa che avremo a essere uguali saranno i costi. Questo eliminerà alcune asimmetrie informative, ma danneggerà soprattutto gli interessi di quei trader che hanno fatto fortuna arbitrando tra i mercati nazionali.
L’altro pilastro della strategia russa sarebbe un escamotage per venire incontro alle richieste dei clienti, senza cedere formalmente sulla natura dei contratti take or pay (che prevedono il pagamento dei contingenti di gas non ritirati, sebbene sia possibile chiederne la consegna entro un orizzonte temporale prestabilito). In sostanza, la clausola verrebbe alleggerita da un lato allungando il periodo di tempo entro cui il gas può essere ritirato (per l’Eni, qualcuno parla di una quindicina d’anni, contro una finestra di 5-10 anni concessa attualmente); dall’altro, Gazprom sarebbe disposta ad accettare pagamenti differiti. Questo avrebbe conseguenze molto rilevanti, perché metterebbe i colossi europei nella condizione di intervenire non solo sui prezzi, ma anche sui volumi disponibili nei rispettivi mercati, una libertà finora del tutto inedita (anche perché, prima della crisi, non c’era alcun eccesso di offerta su cui giocare). In che modo questa flessibilità potrebbe essere sfruttata? Semplice: la corda potrebbe essere tenuta stretta per sostenere i prezzi, ma la disponibilità di gas potrebbe essere utilizzata per spiazzare il gas “libero” in entrata, per esempio, attraverso i nuovi terminali di rigassificazione (in Italia, il 20 per cento della capacità del terminale di Rovigo soggetta a third party access). Ma spiazzare la domanda concorrente ha un costo, che non necessariamente una compagnia come l’Eni, stretta tra i suoi stessi vincoli finanziari e una domanda in caduta libera, con margini occasionalmente negativi, è in grado di sostenere.
Tutto questo nel momento in cui il mercato sembra muoversi, vuoi per le pressioni regolatorie, vuoi per quelle finanziarie. Il tempo ci dirà se la manovra di Gazprom stimolerà indirettamente la concorrenza, o sarà utilizzata per strozzarla. Nel primo caso, pagheremo il conto da contribuenti; nel secondo, da consumatori. Due ottime ragioni per ripensare la natura della proprietà pubblica dell’Eni.

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E ora, SNAM /2010/02/05/e-ora-snam/ /2010/02/05/e-ora-snam/#comments Fri, 05 Feb 2010 17:43:58 +0000 Carlo Stagnaro /?p=5067 L’Eni vince o perde? La bozza di accordo raggiunta tra il gruppo di San Donato e la Commissione europea ha tutto l’aspetto di un compromesso doroteo. Formalmente, l’Eni dovrà sbarazzarsi della proprietà sui gasdotti Tenp, Transitgas e Tag (i primi due portano il gas dal Nordeuropa in Italia attraverso Germania e Svizzera, il terzo fa affluire gas russo via Austria). Di fatto, almeno nell’immediato cambierà poco: il Cane a sei zampe mantiene i diritti di transito, e il Tag – il tubo più delicato, per ragioni economiche e geopolitiche – non sarà ceduto al mercato ma a un interlocutore amico (probabilmnete la Cassa depositi e prestiti, o forse un ente pubblico italiano costituito ad hoc). A conti fatti, se non è zuppa è pan bagnato: ma a volte un sassolino nel breve termine può scatenare una frana nel lungo.

La partita si gioca contemporaneamente su molti tavoli. Uno è quello di Bruxelles. La Commissione ha scommesso molto sull’accusa di comportamenti anticompetitivi rivolta all’Eni. Con questa apparente vittoria, Neelie Kroes – commissario uscente alla Concorrenza – lascia la scena in modo trionfale. Però, per così dire, in questi casi far incazzare la vittima del procedimento può non essere sufficiente, ma è di norma necessario: perché, allora, l’Eni non sembra particolarmente sconvolta?
Una premessa. L’obbligo di vendita dei gasdotti internazionali mi lascia perplesso, visto che la questione è sicuramente più controversa rispetto a quanto accade per la rete nazionale. Ma l’orientamento sembra quello, e quindi è importante capire da cosa nasce e dove può portare.
Anzitutto, dunque, l’Eni non è sconvolta perché nel breve termine non cambierà nulla, sotto il profilo strategico: mantenere i diritti di transito significa tenere in mano il boccino, e mantenere segrete le informazioni più sensibili. Per di più, il Tag (che nella prospettiva Eni riveste un ruolo chiave) passerà in mano a un azionista amico, che esso sia la Cdp (la cui disponibilità è stata confermata dal presidente, Franco Bassanini) o un altro soggetto pubblico italiano. Infatti, il nuovo acquirente avrà lo stesso azionista di riferimento dell’Eni – il Tesoro – ed è quindi prevedibile che i due “si parlino”.
Secondo: il capo dell’Eni, Paolo Scaroni, è pressato dal mercato. I 20 miliardi di debito non pregiudicano la stabilità del gruppo, ma sono una rogna. Tant’è che l’anno scorso la compagnia ha dovuto (voluto?) tagliare il dividendo: una mossa simbolica, del valore di 500 milioni di euro all’anno, ma indicativa del clima che si è formato; e anche un messaggio chiaro al Tesoro: con la congiuntura attuale, dal limone non si può spremere più di così. Tutto ciò all’indomani della Robin Tax e della tassa sulla Libia. C’è, poi, la proposta di breakup continuamente reiterata, anche a mezzo stampa, dal fondo Knight-Vinke, che detiene direttamente l’1 per cento del gruppo e rappresenta un altro 1 per cento (ma forse parla a nome di una fetta più ampia). Knight-Vinke insiste sulla necessità di superare gli attuali vincoli finanziari. Incassare 1,5 miliardi dalla cessione dei gasdotti non cambierebbe la vita di Scaroni, ma gli toglierebbe qualche castagna dal fuoco. Sebbene, paradossalmente, renderebbe meno visionario il riassetto voluto dal fondo americano.
Terzo: per Eni, l’esuberanza del Cav sta cominciando a diventare davvero molesta, per Scaroni. Le durissime dichiarazioni del premier e del ministro degli Esteri, Franco Frattini, contro l’Iran possono mettere in moto reazioni non gradite nel paese islamico. E questo, a sua volta, può ripercuotersi su una serie di terreni molto delicati, dove il gruppo si trova (Uganda) o potrebbe trovarsi (Libia) in serie difficoltà. Senza contare che un’Eni distratta da questioni più urgenti sarebbe fatalmente meno focalizzata nella partita a scacchi con Gazprom per la rinegoziazione dei contratti take or pay. La sensazione che deve serpeggiare nel quartier generale dell’Eni è forse che si sia rotto il tacito patto per cui l’Eni si presta alla politica industriale del governo (limitando i licenziamenti, mantenendo troppo a lungo unità produttive moribonde come la chimica, regalando i soldi degli azionisti per la social card, eccetera), e in cambio il governo accetta di seguire, in politica estera, il sentiero tracciato da Piazzale Mattei (ragione, tra l’altro, di un costante e apertamente dichiarato senso di fastidio da parte degli Stati Uniti). Trasmettere la sensazione di accerchiamento, di trovarsi sotto schiaffo da parte dei barbari di Bruxelles, anche se non necessariamente è così, può essere strumentale a ottenere un ammorbidimento delle intemperanze berlusconiane. In questo caso, buona fortuna.
Detto ciò, vale la pena evidenziare che non tutto il male vien per nuocere. A dispetto del controllo di fatto che l’azienda continuerà a esercitare sui gasdotti, la presa si allenta e rende ancora più anacronistica la struttura del gruppo. Ancora meno credibili sono pure le resistenze che oppone alla separazione proprietaria della rete di trasporto nazionale e degli stoccaggi. La linea del Piave scaroniana, secondo cui l’integrazione verticale è fonte di un irrinunciabile vantaggio competitivo quando si tratta coi russi, viene gravemente compromessa (senza contare che l’analisi finanziaria di Knight-Vinke solleva ulteriori e fondati dubbi su questo aspetto). Infatti, se il controllo diretto – e soprattutto la percezione di tale controllo – viene meno, si indebolisce anche l’argomento della sua necessità come strumento negoziale. Tant’è che il presidente dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis, non ha perso l’occasione per rilanciare la richiesta, che fin dall’inizio ha caratterizzato il suo mandato, di sottrarre la Snam all’Eni.
Nota a margine: il mandato di Ortis e dell’unico commissario dell’Aeeg, Tullio Fanelli, scade a dicembre (con sollievo di tanti, nel governo). Sarà interessante vedere su quali nomi maggioranza e opposizione troveranno il consenso necessario. Sarà interessante, in particolare, vedere se queste persone – a partire dal futuro presidente – manterranno le posizioni tradizionali dell’Autorità oppure se il monopolista saprà essere sufficientemente persuasivo, nei confronti di esecutivo e parlamento, da ottenere una rosa di nomi meno ostili. Sarà anche interessante, infine, vedere in che modo Piazzale Mattei tenterà di raggiungere questo obiettivo. Per esempio, chissà come raccorderà il bilancio (quasi sicuramente in ulteriore flessione) col dividendo (quando Tremonti tornerà a batter cassa, che per lui anche gli spiccioli contano).
Resta il fatto che Scaroni deve oggi giocare con estrema attenzione le sue carte. Ha due strade davanti. Una è quella di insistere a muoversi principalmente sul piano politico: poiché le azioni si pesano, oltre che contarle, l’asse con Via XX Settembre non può essere pregiudicato, e dunque è essenziale costruire un rapporto orientato alla protezione della rendita monopolistica. In questo caso, ci si può aspettare una libera interpretazione del patto con Bruxelles (sempre che il market test abbia un esito positivo: incognita non da poco) e la blindatura di Snam.
Oppure, poiché le azioni si contano, oltre che pesarle, Scaroni può decidere, con una mossa a sorpresa, di parlare alla maggioranza silenziosa dei suoi azionisti. Quel 70 per cento di risparmiatori e investitori istituzionali è sicuramente più rappresentato dal chiassoso Knight, che non dal taciturno Tremonti. Dunque, Scaroni potrebbe fare delle concessioni, e far leva sulla sanzione comunitaria per disfarsi anche dell’infrastruttura nazionale (e con essa di buona parte del debito che grava su Piazzale Mattei). In questo modo, si comprerebbe una libertà di azione tale da poter chiudere in modo teatrale e imprevisto la sua esperienza all’Eni. E, con questo biglietto da visita, cercare fortuna a Trieste.

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Gazprom v. Eni. Occhi su E.On /2010/01/14/gazprom-v-eni-occhi-su-e-on/ /2010/01/14/gazprom-v-eni-occhi-su-e-on/#comments Thu, 14 Jan 2010 09:26:43 +0000 Carlo Stagnaro /?p=4744 Il gruppo tedesco E.On è in piena rinegoziazione dei contratti di lungo termine per l’approvvigionamento gas. Dall’altra parte, stanno i russi di Gazprom. Per ora, gli altri stanno a guardare: i paesi produttori (a partire dall’Algeria) hanno di fatto delegato la tutela dei loro interessi a Mosca (nel senso che probabilmente si accoderanno alle sue decisioni); le altre grandi compagnie (Eni su tutte) aspettano di inserirsi nel cuneo aperto da Berlino, se riuscirà. Altrimenti, saranno probabilmente botte (legali).
Ieri il direttore finanziario di E.On, Marcus Schenk, ha dichiarato (per abbonati) che “sono stati compiuti sensibili progressi sulla base di una relazione costruttiva di lungo termine” per la rinegoziazione dell’80 per cento dei contratti di lungo termine che il gruppo ha in portafoglio. L’obiettivo è ottenere una “limitata flessibilità addizionale” e “obblighi minimi di ritiro stringenti ma gestibili”. Traduzione: i tedeschi chiedono ai russi di mettersi una mano sul cuore e l’altra sul gasdotto, e ridurre i contingenti di metano assoggettati alla clausola “take or pay”, almeno temporaneamente e fino alla ripresa dei consumi post-crisi. La tempistica che i tedeschi hanno in mente è piuttosto chiara: nel 2009 la domanda è crollata, con una punta di -25 per cento rispetto all’anno precedente ad aprile. Questo ha prodotto, a partire dall’inizio dell’anno scorso (contestualmente al crollo delle quotazioni petrolifere) un disaccoppiamento dei prezzi del gas e del greggio. Disaccoppiamento trainato dall’eccesso di offerta, e che incide pesantemente sulle entrate del gruppo (che a gennaio-settembre ha registrato un dimezzamento dell’Ebit delle sue attività non regolate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Non si sono però ridotti in egual misura i costi del gas: da qui, il disastro, meno volumi e margini ristretti o negativi. Secondo le previsioni degli strateghi di E.On, il riaccoppiamento avverrà tra il 2012 e il 2013. Quindi, quello che Berlino chiede a Mosca è di chiudere un occhio per un paio d’anni.
Non sono noti né il dettaglio delle richieste, né le risposte di Gazprom. Ma quanto è trapelato sembra confermare le impressioni che avevamo già avuto dopo la firma dell’accordo tra il Cremlino e Ankara: ed è qui che sono dolori. Ai russi, infatti, interessa presidiare i volumi, più che i prezzi. Cioè: i russi sono flessibili sui prezzi, gli europei vorrebbero flessibilità sui volumi. Se sia possibile trovare un equilibrio, dipende da due cose: quanto sconto vorranno concedere i russi, quanti volumi sono disponibili a ritirare gli europei. O, in altre parole, quanto vale (nella testa di E.On, e in seguito di Eni), in termini di sconto equivalente, un metro cubo importato in più, tenendo conto dell’effetto depressivo che esso ha sui prezzi di rivendita. Risolvere l’equazione è complicato: ma le parti sono obbligate a trovare una composizione. Occhi aperti su San Donato, nelle prossime settimane.

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