Ci mancava solo il conta-debito-pubblico di IBL e Chicagoboys. Quelli di IBL e Chicago-blog non solo sono mercatisti, antistatalisti e teapartisti. Sono pure sadici, perfidi e un pochettino diabolici. Spiattellarci in tempo reale le tredici cifre, in continua espansione, del debito pubblico italiano è appunto una manifestazione di cattiveria e mancanza di pietas.
Gli economisti di professione come me, e tutti gli addetti ai lavori, conoscono la dimensione del debito pubblico italiano, ma preferiscono esprimerla in percentuale del pil, o, se proprio sono costretti ai valori assoluti, si aiutano con le aggregazioni. In questo caso con i trilioni, che è un termine che esiste nella lingua italiana ma che nessuno è abituato ad usare. Il debito pubblico italiano è pari a (circa) 1,8 trilioni di euro. Detto così fa meno impressione, sono solo due cifre. E, senza il contatore di IBL, si fa persino fatica a concettualizzare un trilione – di certo appare meno minaccioso di mille miliardi. 1,8 trilioni.
Vuoi mettere con le tredici cifre spiattellate sul blog, che uno non riesce nemmeno a compitare. Ti metti paura, cominci a sudare freddo, ti prende il panico. Ce n’era proprio bisogno? Non viviamo già a sufficienza nell’incertezza? Però, ogni buona pedagogia è intrisa di un po’ di sadismo. E perciò, dopo la paura, il sudore e il panico, comincia inevitabilmente la riflessione. E riflettere su questo spaventoso fardello è necessario. Forse anche utile. A patto che non ci si faccia prendere dallo scoraggiamento. Perché una possibile risposta all’oppressione che si impadronisce di noi di fronte ad un fardello simile, è il rigetto. Nel caso specifico, il ripudio. Il ripudio del debito pubblico. Che, come si sa, è uno dei possibili modi per risolvere la faccenda.
Che c’entriamo noi con questo debito? Non potremmo semplicemente sbarazzarcene e ricominciare da capo, stando più attenti questa volta? Eh già, ma come la mettiamo con i creditori? Alcuni dei quali (molti) stanno tra di noi, sono i risparmiatori italiani. Né loro, né tutti gli altri stranieri che hanno sottoscritto fiduciosi i titoli del debito pubblico italiano, la prenderebbero bene, ovviamente. Non la prenderebbero bene nemmeno i famosi mercati. E l’Italia, che già non se la passa bene a causa di questo fardello, sarebbe duramente punita.
Dunque, ripudiare il debito non si può.
E allora? Cosa facciamo?
Tutte le possibili soluzioni hanno in comune un elemento. La riduzione della dimensione dello stato. Questa è la medicina. E non è indolore. Ma è l’unica, e si dà il caso che sia anche giusta. Perché è anche il modo attraverso il quale l’economia italiana potrebbe tornare a crescere.
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1. Signor ministro, Lei sostiene che l’Italia soffre meno di altri paesi. In base a cosa è in grado di affermarlo? Si tratta di un confronto relativo solo all’intervallo di crisi che si è svolto fino a oggi, oppure include anche le differenze nei punti di partenza?
2. Ammesso e non concesso che l’Italia soffra meno degli altri, come spiega il nostro presunto “vantaggio competitivo”? Quali scelte politiche o istituzioni sono responsabili della nostra presunta “tenuta”? In particolare, se si riferisce al sistema bancario, come mai solo pochi mesi prima della recessione – ma dopo lo scoppio della bolla dei subprime – Lei ne aveva criticato i presunti extraprofitti, tanto da volerli punire includendo gli istituti di credito tra le vittime della Robin Hood Tax?
3. Il sistema non ha più bisogno di riforme? Se sì, quali? Se no, in che modo il passaggio della crisi fa venir meno esigenze che erano prima ritenute improrogabili, dalle liberalizzazioni alla riforma fiscale?
4. Se è vero che l’Italia esce meglio dalla crisi, siamo diventati più competitivi? In base a cosa è possibile dirlo? E si tratta di un guadagno di competitività transitorio, oppure ritiene che l’Italia ripartirà davanti agli altri nel momento in cui gli effetti della recessione saranno stati superati?
5. Come si spiega che negli ultimi 15 anni abbiamo accumulato un gap enorme in termini di crescita? Ritiene fosse tutto frutto dell’illusione finanziaria? Se sì, pensa che sia stato meglio non crescere e perdere meno durante la crisi, oppure sarebbe stato meglio creare più ricchezza pur sapendo che almeno una parte sarebbe andata dispersa a causa della recessione?
6. Molti altri paesi stanno utilizzando la crisi come strumento per ristrutturare i loro sistemi economici. Pensa che anche il capitalismo italiano, da Lei più volte aspramente criticato, sia attraversando un simile processo di ristrutturazione? In base a cosa lo può sostenere?
7. Si dice spesso che una crisi è un ottimo momento per effettuare delle riforme. Lei cosa ne pensa? Come mai il governo ha scelto di non intervenire su alcuna delle leve strutturali che, ancora in campagna elettorale, venivano indicate come necessarie per rilanciare lo sviluppo economico? In particolare, pensa che possa essere ancora utile parlare di liberalizzazione dei servizi pubblici locali, riduzione della pressione fiscale, apertura del mercato del gas, e integrazione dei mercati europei?
8. Prima della crisi, Lei è stato tra quanti hanno sostenuto che la competizione da Est avrebbe prosciugato le risorse dell’Occidente industrializzato. Ne è ancora convinto? Pensa ancora che l’Europa dovrebbe proteggere il suo tessuto industriale dalle importazioni da paesi come l’India e la Cina?
9. Nell’ambito dei dibattiti sulla crisi, Lei ha sempre posto la questione delle regole. Può chiarire quali delle regole attuali ritiene inadeguate e perché, e quali nuove regole ha in mente? Gli errori regolatori del passato dipendono, a Suo avviso, dalla troppa libertà di manovra lasciata ai soggetti privati, oppure dal fatto che inducevano comportamenti sbagliati e dunque distorcevano i segnali che il mercato avrebbe altrimenti mandato?
10. In una recente intervista con Aldo Cazzullo, Lei dice che “la riforma delle riforme è il federalismo fiscale“. Cosa risponde a chi sostiene che l’attuale progetto di federalismo fiscale rischia di produrre un aumento della pressione fiscale? Intende implementare un serio progetto che responsabilizzi le amministrazioni locali, sia dal lato del prelievo che da quello della spesa? In che modo questa intenzione è compatibile con l’abolizione dell’Ici, di fatto l’unico strumento di autofinanziamento dei comuni? E, infine, nella prospettiva di lungo termine del federalismo fiscale, ritiene che se un ente pubblico si troverà sull’orlo della bancarotta dovrà essere lasciato fallire oppure immagina meccanismi di salvaguardia analoghi a quelli attuali, col rischio di lasciare irrisolto il problema dell’azzardo morale?
]]>Il petrolio è stato, per l’umanità, non solo una importante fonte energetica: è stato lo strumento grazie a cui l’uomo si è saputo conquistare il diritto alla mobilità e, più profondamente, ha saputo dare un impulso decisivo alla rivoluzione industriale. E’ vero che l’industria è sopratutto carbone, ma il progresso è nel petrolio. Quindi, in un giorno come questo, c’è poco da dire e molto da pensare. Quel poco che si può dire, con Samuele Furfari, è: “grazie per tutto il benessere che hai offerto agli uomini in questi ultimi 150 anni”. E, aggiungo io, centocinquanta di questi giorni. Non è un augurio al petrolio. E’ una speranza per noi.

“Restateci voi all’Università di Cumbria”. Questo sembra essere stato il primo pensiero di Phillip Blond, uno dei protagonisti dello scenario politico-intellettuale attuale in Inghilterra. Per Alberto Mingardi a febbraio Blond era ancora una “provocazione”, “un personaggio di dignitoso secondo piano” (Il Riformista 22/02/2009), ma più passano i mesi più aumentano i fedelissimi del “Conservatorismo Progressista”. Questo lo slogan coniato dal teologo inglese che invoca una “Catholic economy”, mezzi conservatori per scopi progressisti, e che David Cameron ha preso come guru per la sua lunga corsa elettorale.
Certo un teologo che discetta di economia potrebbe far storcere il naso agli addetti ai lavori, ma le notes di Blond che circolano fra gli addetti ai lavori dei Tories dettano la linea. Così “il nostro” non lascia, ma raddoppia. Messo a capo del Progressive Conservatism Project gestito dal think tank Demos, dopo i primi successi Blond ha ben pensato di alzare la posta e mettersi in proprio. Ha raccolto quasi due milioni di sterline in due settimane e così a settembre fa partire i lavori della sua nuova macchina infernale: il think tank Res Publica (Si recluta, se qualche libertario coraggioso è interessato non esiti!!). Che cosa succederà all’iniziativa di Demos? Jonty Olliff Cooper ne ha preso le redini e, in una conversazione telefonica, mi ha confermato che l’impostazione che seguiranno sarà diversa rispetto a quella del teologo Blond. Meno social conservatism (quindi meno attenzione al ruolo della religione nelle dinamiche pubbliche) e maggiore attenzione all’economia (magari qualcuno potrebbe essere interessato all’ultimo working paper “Ricapitalising the poor. Why property is not theft”). Attendiamo la risposta di Blond che intanto conquista anche una bella paginata del Guardian. Secondo la migliore tradizione anche i conservatorismi si moltiplicano. Entia sunt multiplicanda direbbe qualcuno, ma Blond replica: “There are just too many people rehashing the politics of the 1980s. What I want to do is something truly transformative”. Yes we can.
p.s.
Ad agosto Blond sbarca a Rimini con il suo “Civic State” (PDF).
Dobbiamo avviare una riforma fiscale che, con gradualità ma anche determinazione, alleggerisca il prelievo su lavoro e imprese, e sposti il peso sullo spreco di materie prime e sulle produzioni più inquinanti.
Non sono sicuro che Franceschini intenda veramente quello che scrive, o che ne colga integralmente le conseguenze. In pratica, quello di cui egli parla è la “revenue-neutral carbon tax”, una proposta condivisa da molti economisti mainstream e di cui, per quel che ne so, in Italia ci siamo occupati solo noi dell’IBL (PDF).
L’idea di fondo è molto semplice. Il modo più diretto per ridurre le emissioni è quello di applicare un’imposta sulle fonti energetiche “inquinanti”, la cui entità sia pari al costo sociale marginale della CO2. In questo modo, il presunto danno climatico dei gas serra sarebbe pienamente internalizzato e il mercato potrebbe operare riflettendo i supposti costi “reali” dei combustibili fossili. Oltre a ridurre comparativamente l’uso di fonti fossili (e dunque indirettamente incentivare le alternative e il risparmio), una carbon tax produce gettito, ed è tendenzialmente regressiva: che fare di questi soldi? La cosa migliore è utilizzarli per ridurre altre imposte più distorsive, come quelle sul reddito personale o sul lavoro. In questo modo, si prenderebbero due piccioni con una fava: si potrebbe perseguire il fine ambientale di contenere le emissioni, e si potrebbe creare un sistema fiscale più equo, stimolando l’economia.
Una seconda conseguenza è che tutto l’ambaradàn di cui oggi l’Europa e gli Stati membri si sono dotati diventerebbe istantaneamente inutile. Politiche opache come l’Emissions Trading Scheme e pasticci finanziari come i sussidi alle rinnovabili potrebbero essere cancellati, con grande sollievo per le tasche dei consumatori e per il buon funzionamento del mercato. Infatti, tutte queste cose hanno gli stessi difetti della carbon tax (impatto economico, regressività) senza averne i pregi (semplicità, trasparenza, non discriminatorietà).
Franceschini e i suoi stanno davvero avanzando una proposta così vasta radicale? Oppure le sue sono solo parole al vento?
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(HT: Ffwebmagazine)
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